Rivista libertaria

Quadrimestrale.

Editoriale alla sezione

Editoriale

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Ottant’anni fa il mondo tragicamente conosceva gli esiti reali della bomba atomica. Quello che apparve da subito come il male assoluto dell’impiego dell’energia atomica in ambito militare sconvolse il mondo intero e ancora oggi rappresenta un monito non cancellabile per ogni coscienza libera e civile.

Ma in questo mondo così veloce, che cancella il passato e non immagina il futuro, che vive solo in un presente immediato, rapido, consumistico in ogni aspetto della vita quotidiana, sembra proprio che la storia non sia proprio magistra vitae. Si stima infatti che nel 2025 siano attivi ben 56 conflitti armati che coinvolgono 92 paesi del mondo. Gli orrori e le tragedie che producono le guerre continuano ad alimentare il nostro presente continuo. Quando Kurt Vonnegut diceva che «gli esseri umani sono scimpanzé che quando si ubriacano di potere perdono il controllo» affermava una verità inconfutabile. Come non comprendere lo scoramento, il pessimismo, la disperazione perfino, che trova sempre più diffusione tra noi abitanti di questo mondo così minaccioso? Gaza, Uganda, Sudan, Ucraina, Siria, Trump e Putin, il governo Netanyahu e Hamas, e l’elenco può continuare, sconvolgono giustamente le nostre vite, ci sbattono in faccia ogni giorno l’orrore in modi diversi ma uguali negli esiti tragici. Abbiamo davanti agli occhi le immagini terrificanti di ciò che è accaduto e sta accadendo, del dolore, della morte, della distruzione. Niente e nessuno è risparmiato da queste sconvolgenti tragedie. Soprattutto vittime innocenti, donne e bambini, che pagano con la morte le follie della violenza, delle guerre, della barbarie causate dalla bramosia di potere e dalla ferocia del dominio.

Editoriale

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Ribellarsi è giusto. Ribellarsi è oggi un dovere etico. Ciò che stanno facendo gli studenti serbi, le moltitudini turche e della Georgia, gli oppositori israeliani al governo Netanyahu, molti cittadini degli Stati Uniti, pochi ma valorosi abitanti di Gaza, le donne in Iran, così come tante altre persone in tanti altri luoghi del pianeta, nella nostra realtà europea, in contesti geografici, culturali, politici diversi: uomini e donne in rivolta ci interrogano sul nostro presente, ci inducono a pensare un futuro diverso. Da quando è uscito il primo numero di questa rivista (febbraio 2022) sono trascorsi pochi anni, ma gli accadimenti della storia sono stati tanti, veloci, sconvolgenti, producendo anche tra di noi nuovi interrogativi, nuove sfide, nuove possibilità. La strada che abbiamo scelto consapevolmente, di valorizzare il propositivo e il positivo che le esperienze libertarie di oggi ci evidenziano, lo sforzo di trovare e di interrogare tutte quelle realtà spontanee, antiautoritarie, mutualistiche che prefigurano un altro modo di relazionarci socialmente, resta il senso profondo e più importante della nostra rivista. Non dimentichiamo e non trascuriamo però l’importanza e la scelta strategica della rivolta permanente, individuale e collettiva, la rottura dell’immaginario dominante, la volontà di opporre non solo resilienza ma anche resistenza a una deriva autoritaria e pericolosamente totalitaria della politica contemporanea. Ecco perché, seppure con spirito critico e autocritico, desideriamo considerarci parte attiva dentro ogni movimento che combatta contro ogni forma, visibile ma anche nuova e nascosta, di dominio.

Editoriale

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Mentre chiudiamo il n° 10 di Semi sotto la neve, un devastante incendio sta finendo di bruciare vaste zone di Los Angeles. Un’area immensa, grande quanto San Francisco, è andata letteralmente in fumo in pochi giorni, trasformando un ambiente boschivo, coltivato o abitato in un terreno nero, fumante, morto. Nella civiltà di Internet e di Instagram, di Space X, delle auto volanti e dei treni che viaggiano a 600 km all’ora, l’uomo si ritrova sempre più impotente di fronte ai cataclismi naturali, più incapace di spegnere i roghi o di fronteggiare le alluvioni rispetto a 100 anni fa, quando la maggior parte degli esseri umani si muoveva ancora a piedi o a cavallo. L’enorme, indubbio balzo tecnologico della società post-industriale non ha ancora finito di trasmettere a troppi un insano senso di superiorità sull’elemento naturale, una tracotante sensazione di poter dominare, controllare e determinare l’evoluzione della nostra casa comune e delle migliaia di specie viventi che la popolano. Quanto gli eventi stiano andando in una direzione addirittura contraria ce lo spiega, nell’articolo per questi motivi simbolo di questo numero, il nostro redattore Marco Antonioli: la terra, l’aria, l’acqua e il fuoco, quasi assumendo le sembianze di moderni cavalieri dell’Apocalisse, si ribellano sempre più a un modello di crescita e sviluppo che deve essere profondamente rivisto, pena la distruzione del pianeta, la sua trasformazione in un ambiente inadatto alla vita.

Esperienze alla sezione

Autocostruzione a Monaco

Introduzione

La giornalista di Nature, Katharine Sanderson, ha scritto che l’ambiente costruito offre un’enorme opportunità per passare a un’economia circolare, poiché «gli edifici e l’industria delle costruzioni sono i maggiori consumatori di materie prime al mondo e contribuiscono al 25-40% delle emissioni globali di anidride carbonica» (Sanderson 2022). Con economia circolare si intende un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e dei prodotti esistenti il più a lungo possibile.

Demetra Forno di Paese

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Demetra è un forno molto piccolo. Si trova nel centro di Longiano, un paesino sulle colline romagnole. Ha aperto le porte nel 2020, nei duri giorni del Covid. Oggi, dopo quasi cinque anni, tira un sospiro di sollievo per esserci ancora, nonostante i primi mesi difficili e l’ubicazione all’interno di un contesto piccolo e spesso diffidente. Tutto è cominciato in modo molto semplice: una persona a fare pane e dolci in laboratorio, e un’altra al banco di vendita. Eppure, fare il pane per venderlo agli altri non era il solo intento di Demetra. Il progetto è stato immaginato e pensato per diversi anni. Se l’obiettivo del primo periodo era quello di sopravvivere, per assolvere la necessità primaria del forno – ovvero autosostenersi e dare da vivere a chi ci lavorava – l’immagine successiva era quella di un luogo in cui, attraverso il pane, le persone si sarebbero potute incontrare e avrebbero avuto la possibilità di condividere interessi, scoprire nicchie e realtà esistenti sulle colline di Romagna.

Sempre piu in alto

Esordio

Chi sono oggi i proletari escursionisti? Piuttosto che col leniniano che fare? la domanda risuona col partenopeo chi sono questi nuovi autonomi? In seguito agli incidenti di piazza del ‘92, la 99posse rispondeva: i nuovi autonomi non sono altro che i vecchi autonomi. Per noi altri, al di là di ogni tentazione identitaria, la cosa non si risolve con la stessa disinvoltura. Solo riepilogando, seppur per sommi capi, la vicenda apeina sarà possibile chiarire perché (per fortuna e purtroppo) non siamo, non vogliamo e non possiamo essere le stesse e gli stessi. Eppure facciamo il nostro itinerario conservando le mappe, i profili, e la memoria dell’APE storica, ovvero facendo nostro anche il suo itinerario. L’Associazione Antialcoolica Proletari Escursionisti sorge dalla scissione della sezione alessandrina dall’UOEI – Unione Operaia Escursionisti Italiani – attiva sin dal 1911. A questo primo singulto rispondono in primis escursioniste e alpinisti «del popolo» di Lecco e Milano. Nel settembre del 1921, stesso anno di fondazione della sezione operaia della Società Alpinisti Tridentini, nella Sala dell’orologio di Palazzo Marino e sotto l’egida

Approfondimenti alla sezione

Il pianeta si è accorto degli smartphone

Per quanto tempo hai utilizzato il tuo precedente smartphone prima di sostituirlo? Il motivo della sostituzione è stato un guasto? Avevi provato a sostituire il componente non funzionante, tipo la batteria, e provato a installare un sistema operativo più leggero prima di acquistarne uno nuovo? Se le risposte alle precedenti domande sono «meno di dieci anni», «no e no» è perfettamente normale, o meglio, queste sono le abitudini instillate nella stragrande maggioranza degli utilizzatori di smartphone: questi piccoli gioielli della tecnologia sono volutamente progettati per rendere difficoltose o impossibili le pratiche accennate nei quesiti iniziali, almeno finora.

La legge sulla sicurezza n. 80/2025: condizionamenti alle pratiche libertarie e alle lotte anarchiche

La nuova legge sicurezza n. 80 del 2025 rappresenta l’ennesimo atto repressivo di una lunga stagione inaugurata nel lontano 2008 con il «pacchetto sicurezza» (D.L. n. 92/2008 convertito nella legge n. 125/2008) dell’allora Ministro Roberto Maroni. Questo decreto ha introdotto il reato di clandestinità, l’aggravante di status per gli stranieri irregolari, il prolungamento della detenzione amministrativa nei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) e ha inasprito significativamente le misure di espulsione. Parallelamente, anche per l’effetto del varo del pacchetto Maroni, nel discorso pubblico, l’immigrazione passa dall’essere vista come risorsa economica a essere considerata minaccia degna di criminalizzazione. Inizia la lunga marcia della repressione dei migranti, come paradigma del diverso, del marginale o, meglio, del marginalizzato, ricattato: «accetta qualunque condizione di lavoro, per poter rinnovare il permesso di soggiorno». Precarizzazione funzionale a ridurre il costo del lavoro prima degli stranieri e di conseguenza degli autoctoni e a preparare la nuova narrazione della sicurezza: dalla sicurezza sociale – garantita dal welfare di matrice socialdemocratica – alla sicurezza urbana, appannaggio indiscusso delle destre (con buona pace dei tanti politici della sinistra divenuta centro che inseguendo la destra sul proprio terreno hanno compiuto la propria metamorfosi inconsapevole).

Pedagogia hacker, o dell'autogestione

APPROFONDIMENTI Carlo Milani Pedagogia hacker, o dell’autogestione

Che cos’è la pedagogia hacker?

Più facile dire cosa non è. Pedagogia hacker non è un manuale sull’uso «corretto» della tecnologia. Non è un metodo per imparare a diventare hacker. Non è nemmeno un manifesto programmatico.

Ricorriamo a questa espressione da ormai un decennio per descrivere quel che facciamo in maniera evocativa. Il libro pedagogia hacker, interamente e liberamente disponibile anche in formato digitale all’indirizzo eleuthera.it/ph, si presenta come una raccolta, un resoconto, una selezione delle nostre attivazioni e attività per ripensare il nostro rapporto con le tecnologie, in particolare digitali. Le attivazioni sono semplici proposte per tutte le persone che vogliono sperimentare relazioni diverse con le tecnologie, mentre le attività sono state messe a punto specialmente per chi ha responsabilità nei confronti degli altri e di gruppi: educatori, insegnanti, genitori, formatori, organizzatori. L’obiettivo è sempre cercare di aumentare il grado di autogestione, individuale e collettiva, giocando con alcune macchine e sistemi che sentiamo affini. Per fare autogestione serve potere: potere di fare, potere di comprendere, potere di modificare le proprie relazioni, potere di disertare sistemi tossici, a cominciare dai GAFAM (Google Apple Facebook Amazon Microsoft).

Conversazioni alla sezione

Conversazione con Pietro Babina

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CONVERSAZIONE Conversazione con Pietro Babina a cura della Redazione

Nel gennaio 2025 all’Arena del Sole di Bologna si sono tenute le rappresentazioni dello spettacolo S&B. Sole e Baleno (una favola anarchica) di Pietro Babina (testo) e Alberto Fiori (musica) con Pietro, Alberto e Serena Abrami.

Come è noto ad alcuni nostri lettori, negli anni ‘90 del Novecento, a seguito di alcuni attentati, avvenuti in Val Susa, contro i primi cantieri del treno ad alta velocità, sono arrestati tre giovani attivisti Maria Soledad Rosas (Sole), Edoardo Massari (Baleno) e Silvano Pellissero, che abitano la Casa di Collegno, squat chiuso dalle autorità, le quali attaccano anche altre due case occupate: l’Asilo è sgomberato mentre all’Alcova l’operazione non riesce. Sole, Baleno e Silvano si dichiarano estranei alle accuse.

Conversazione con Stefano Anastasia

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Docente di filosofia del diritto e di materie criminologiche, garante delle persone private della libertà per la Regione Lazio, cofondatore di Antigone, Stefano Anastasia è autore di studi fondamentali sul problema carcerario. Tra questi, segnaliamo: L’appello ai diritti. Diritti e ordinamenti nella modernità e dopo, Torino, Giappichelli, 2008; Metamorfosi penitenziarie. Carcere, pena e mutamento sociale, Roma, Ediesse, 2012; Abolire il carcere. Una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini, con L. Manconi, V. Calderone e F. Resta, Milano, Chiarelettere, 2015; nuova ed. 2022; Populismo penale: una prospettiva italiana, con M. Anselmi e D. Falcinelli, Padova, Cedam, 2015; nuova ed. 2020; Le pene e il carcere, Milano, Mondadori Università, 2022.

Conversazione con Matthew Wilson

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Il libro di Matthew Wilson Discorso sull’autogoverno (elèuthera 2022) rappresenta un importante punto di partenza per un approfondimento necessario rispetto alle aporie del pensiero anarchico tradizionale, superato dall’evoluzione delle società contemporanee.

In esso vengono poste diverse questioni a nostro avviso non più rinviabili, se non si vuole accettare l’idea che l’anarchismo, invece che porsi «nella storia, ma contro la storia» finisca per scivolare decisamente «fuori dalla storia».

Internazionale alla sezione

Colin Ward: un'ambigua eredità

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INTERNAZIONALE Matthew Wilson Colin Ward: un’ambigua eredità

Non ricordo esattamente quando mi sono imbattuto per la prima volta in uno scritto di Colin Ward, ma so per certo che è stato uno dei primi anarchici di cui ho letto qualcosa e di questa fortunata coincidenza temporale sarò sempre grato. Detto altrimenti, sono contento sia stato l’approccio particolare di Ward ad avermi inizialmente avvicinato all’anarchismo: non solo ha contribuito a dare forma al mio pensiero, ma ha anche caratterizzato il mio rapporto con la cultura anarchica, rapporto che ben presto avrebbe orientato la mia vita e quella di molti altri in giro per il mondo. Pochi anni dopo il mio incontro con il pensiero di Ward, l’anarchismo si affermò infatti come tratto distintivo nel panorama dei movimenti sociali radicali; e tuttavia si trattava di un anarchismo la cui visione risultava impoverita dall’apparente mancanza di interesse per uno dei suoi migliori esponenti. Vorrei cogliere questa occasione per onorare il lascito di Colin, in modo forse un po’ paradossale, rilevando quanto la sua influenza sulla prassi anarchica contemporanea sembri essersi affievolita nonostante il suo nome sia ancora piuttosto conosciuto. Lo dico volutamente in modo un po’ vago e generico, non per esagerare l’importanza di Ward né per essere ingenerosamente sprezzante nei confronti degli anarchici contemporanei, ma per affermare la necessità di un rinnovato impegno nei confronti di Ward e della sua opera.

Negatività e positività dell'anarchismo. Un inestricabile ma contradditorio dualismo

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Quando ho acceso il computer per iniziare a scrivere questo testo, sono stato tentato di intitolarlo: «Elogio ardente della negatività dell’anarchismo», poiché il mio scopo era proprio quello di riflettere su quella dimensione inevitabile, e spesso sottovalutata, dell’anarchismo. Tuttavia, mi sono subito reso conto che questo mi costringeva a mettere da parte molto di ciò che costituisce l’anarchismo: in particolare, rimaneva marginalizzato tutto quell’aspetto positivo che lo definisce. Quindi, per porre rimedio a questa sfortunata amputazione, non ho avuto altra scelta che intraprendere la scrittura di un secondo articolo, questa volta intitolato: «Entusiasta apologia del sogno anarchico e delle sue intermittenti forme di realizzazione». Ora, poiché il mio impegno era quello di consegnare un unico articolo a Redes Libertarias, alla fine ho deciso di abbandonare quel primo titolo e di fondere entrambe le riflessioni in un unico testo. Sarebbe inutile raccontare qui questo aneddoto, tipico della sfera privata di chi scrive e privo del minimo interesse sostanziale, se non fosse perché la scelta di unire le due riflessioni ha avuto per me l’effetto benefico di mettere in luce la natura intrinsecamente dilemmatica dell’anarchismo stesso. In effetti, da quando ho preso quella decisione, ho iniziato a percepirlo come un’entità simile alla divinità bifronte nota come Giano nell’antica Roma, dotata di due volti diametralmente opposti, ma indissolubilmente uniti.

Parliamo di democrazia. Democrazia reale

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La democrazia rappresentativa riproduce sistemi di potere oppressivi. La democrazia può assumere molte forme, ma per lottare per essa dobbiamo prima sapere di cosa stiamo parlando.

Il governo del popolo è il popolo. È lì che si trova il potere: nel popolo. E i leader del popolo non sono tutti al governo. Sono ovunque.

Winona LaDuke, White Earth Ojibwe

Negli Stati Uniti ci viene insegnato da bambini che viviamo in una democrazia e che questa democrazia ci assicura la libertà. Poi ci viene detto di alzarci in piedi, mettere la mano sul cuore e giurare fedeltà alla bandiera. In quarta elementare ho scoperto cosa succede quando non lo fai. Mi fu ordinato di andare in corridoio e mi venne chiesto dall’insegnante: perché non dicevo il giuramento? Ho tremato e sono rimasta in silenzio di fronte alla rabbia del mio insegnante. Quando chiesi consiglio a mia madre attivista, lei mi suggerì che sarebbe stato più facile cambiare silenziosamente alcune parole – «giustizia e libertà per alcuni» – invece che affrontare le sanzioni per aver disobbedito al mio insegnante.

Radici alla sezione

Itō Noe

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Nel lontano settembre del 1923 un male, definito meglio come «Oscuro», si abbatte sulla regione del Kantō in Giappone: un terremoto di devastanti proporzioni che colpisce Tōkyō e Yokohama mietendo più di centomila vittime. Da questo momento ha inizio una tragedia altrettanto immane, che alla prima sembra sovrapporsi con una devastante catastrofe umana e politica. Gli squadroni della polizia militare si distinguono per efferatezza rastrellando, fra i vivi, anarchici e coreani, alla ricerca di un insensato capro espiatorio al disastro sismico, in un consapevole eccidio di oppositori politici e gruppi etnici indicati come «diversi». Nel totale disorientamento delle persone, ben narrato in un testo autobiografico anche dal regista Akira Kurosawa, la scrittrice, giornalista, teorica dell’anarchismo femminista nipponico Itō Noe e il suo compagno di vita e di lotta Ōsugi Sakae vengono trucidati a bastonate in un centro di detenzione della polizia e poi gettati in un pozzo.

Paul Goodman (1911-1970)

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Il film Paul Goodman Changed My Life, girato da Jonathan Lee nel 2011, ci è utile in tre modi diversi. Ci offre una massa di documenti dell’epoca – parliamo degli anni Sessanta – che attesta il momento in cui Goodman esercita la presenza maggiore nell’immaginario pubblico: comizi, manifestazioni, interviste, articoli in rivista, convegni e soprattutto televisione. Abbiamo poi una miriade di intellettuali, operatori culturali, dirigenti scolastici, scrittori, amici, familiari, che ricordano i particolari aspetti della sua vita, non solo quella di militante ma anche quella personale. Compresi alcuni mostri sacri della cultura statunitensi: la scrittrice Grace Paley (spesso in odore di Nobel); il filosofo Michael Walzer, per decenni direttore di Dissent, la principale rivista socialista-democratica americana: il musicista d’avanguardia Ned Rorem, come Goodman protagonista della vita bohémien newyorchese; la critica Susan Sontag, autrice di un celebre saggio su Paul stesso; Fritz Perls, mitico psichiatra alternativo controculturale (a cui Goodman ha prestato la sua competenza culturale in un libro-manuale del 1951 sulla terapia della gestalt); e persino Woody Allen (altro ebreo newyorchese), con una scenetta da Io e Annie (girata, ricordiamolo, un lustro dopo la morte di Goodman). Infine, il film stesso, un atto d’amore-nostalgia che ha esso stesso valore politico.

Élisée Reclus

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La straordinaria forza dei pensatori e delle pensatrici dell’anarchismo classico risiede nel fatto che, per quanto riguarda il nucleo centrale della loro elaborazione teorica, risultano contemporanei di tutte le età, in virtù dell’universalità e dell’integralità del messaggio di emancipazione sociale che promana dai loro scritti. Tra di loro, una particolare menzione merita il contributo di Élisée Reclus, che è stato in specie grande anticipatore del tempo presente, di alcune domande e inquietudini tra le più rilevanti che attraversano e scuotono la travagliata epoca che stiamo vivendo.

Recensioni alla sezione

Parlando di economia, anarchia e cattolicesimo

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Il mio libro «Economia e persona tra pensiero libertario e pensiero cristiano» (FrancoAngeli, 2024) propone un confronto fra pensieri, quello libertario-anarchico e quello della teologia sociale della Chiesa cattolica. Pensieri che possono essere lontani o vicini tra loro nel trattare della persona e dell’economia, ma che sono comunque accomunati dal coprire posizioni minoritarie nell’economia, nella politica e nella religione. Pensieri che invece meriterebbero entrambi maggiore attenzione, sia essa di approvazione oppure di critica. Comunque non dovrebbero essere ignorati.

La cura come principio organizzatore della società: una lettura del Manifesto della cura di The Care Collective

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Di critiche al neoliberismo se ne sono prodotte tante, tantissime negli ultimi decenni, in alcuni casi accompagnate da proposte alternative che vanno dal timido riformismo alla rivoluzione radicale. Il Manifesto della cura è una di queste. La sua particolarità sta nel fatto di utilizzare come centro della riflessione critica e della proposta concreta il concetto di cura. Autore del Manifesto è il gruppo The Care Collective, un collettivo inglese composto da persone del mondo accademico e dell’attivismo sociale. Fin dalla sua nascita, anno 2017, il gruppo di studio si è occupato della «crisi della cura» e con la pandemia, durante la quale le questioni legate alla cura sono diventate centrali, ha condensato le sue riflessioni nel Manifesto.

Liberare spazi educativi Dai libri di Dambrosio a ulteriori luoghi di dibattito

L’interrelazione fra i progetti educativi e gli spazi idonei a ospitarli è inscindibile; pur non essendo un tema nuovo, rimane fondamentale: ogni esperienza pedagogica del passato, che risulta di riferimento a chi cerca di attuare oggi approcci rispettosi dell’evoluzione delle giovani generazioni, si è dovuta confrontare sul come e il perché in rapporto al dove. Ciò è vero soprattutto in luoghi urbanizzati sconvolti dai cambiamenti sociali dovuti anche all’uso imperante del digitale.

Musica alla sezione

Sperimentare musica fra antagonismo e anarchia

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«I suoi convincimenti lo avevano portato ad applicare la lotta di classe anche nell’uso degli oggetti più comuni. Non arrivò in tempo a diversi concerti perché si rifiutava di salire a bordo di automobili, strumento che, affermava, rende schiavi del padrone. Autostrada, petrolio, economia, Fiat, Stato, quindi niente automobile. Era un pedone per scelta esistenziale»

Questo ritratto di Enzo Del Re, uno dei più risoluti interpreti del canto politico, rappresenta lo spirito anche di altri artisti coevi accomunati da una intransigenza non ideologica che si opponeva a qualsiasi forma di controllo sociale. Oltre a Del Re, infatti, anche Antonio Infantino e Matteo Salvatore sono stati segnati da una forte capacità innovativa, sperimentale, anche se la loro musica era strettamente legata alla tradizione popolare. Non a caso erano tutti provenienti dal profondo Meridione d’Italia, Salvatore e Del Re, pugliesi ma di due radici diverse, il primo cantautore di Apricena influenzato dalla tradizione del canto narrativo del tavoliere e del foggiano, l’altro, originario di Mola (Bari), è stato una delle figure più radicali della scena politico-musicale degli anni Settanta, mentre Antonio Infantino ha portato alle estreme conseguenze l’uso della musica tradizionale lucana in veste di sperimentatore e innovatore multimediale. Salvatore è stato una sorta di Johnny Cash del folk italiano, cantautore ante litteram, con una storia sempre in bilico fra redenzione e dannazione, omaggiato e rilanciato da musicisti come Teresa De Sio, Lucio Dalla, Moni Ovadia e più di recente Vinicio Capossela. Del Re è invece stato un implacabile sostenitore della canzone militante e un – forse ignaro – vate del ‘77 con canzoni/performance tipo Lavorare con lentezza, diventata un inno anarchico dell’area movimentista. Sono stati artisti molto diversi fra loro, sicuramente separati dall’approccio politico e dall’uso militante della musica, quasi assente in Salvatore e invece fortissimo in Del Re, ma in comune hanno avuto la capacità di reinventare il messaggio popolare attraverso una canzone innovativa fuori degli schemi. Basta pensare al metodo con cui Del Re usava proporre dal vivo il brano Lavorare con lentezza, reinventandolo ogni volta con infiniti aggiornamenti per prolungarne smisuratamente testo, durata e forza antagonista ma anche per sfiancare il pubblico e l’uditorio più attento. Un percorso ben rappresentato dalla sua celebre frase:

Arcivescovo dell'anarchia? Il Bob Dylan «cattivo»

Archibishop of anarchy. Questa definizione, affibbiatagli da un giornalista nel 1965, impensierì Bob Dylan, che sul momento reagì con una frase divenuta celebre, usata come titolo per un bootleg (registrazione pirata) e per un album dei Chumbawamba: Give the anarchist a cigarette, «date una sigaretta all’anarchico». Come rivelò in un’intervista con Ed Bradley, quasi quarant’anni dopo, quella formulazione giornalistica l’aveva inquietato: «passi tutto», aveva rivelato all’intervistatore, «ma a essere chiamato arcivescovo dell’anarchia uno si preoccupa». Nel 1965, dopo la «svolta elettrica», con Like a Rolling Stone come hit del momento, Dylan era al culmine del suo successo e della sua notorietà. Lì si conclude il recente film biografico di James Mangold, A complete unknown. Da «completo sconosciuto», il ragazzo trasandato, fan di Woody Guthrie, che tutti chiamavano «Bobby», era diventato, in capo a pochi anni, una specie di leggenda vivente, icona del nuovo folk-rock e della controcultura degli anni Sessanta. Questo sbalzo notevole, dall’essere uno «scappato di casa» del Midwest a diventare una star internazionale, ebbe un forte impatto su un Bob Dylan ancora ventiquattrenne. Una scena del film di Mangold descrive questa situazione piuttosto paradossale, per un ragazzo che fino a tre-quattro anni prima aveva cantato per pochi dollari a sera nelle bettole della scena folk newyorkese: ora, data la notorietà, non poteva più permettersi di entrare in quei locali, ai quali era ancora affezionato, senza generare un parapiglia. Un altro suo celebre detto di quel periodo «accetto il caos, sperando che il caos accetti me», gli era diventato reale. In questa difficile posizione, Dylan decise di stringersi intorno una piccola accolita di amici e affezionati e di muoversi protetto da questo gruppo, che visto dall’esterno poteva assomigliare a una specie di «gang», con lui a capo. Dada king lo avrebbe chiamato Joan Baez, il «re dada», attorniato da una piccola corte anticonformista e antisistema. Fu dunque in quello scenario che gli arrivò l’etichetta che comprensibilmente lo metteva in allarme: erano anni quelli, poco dopo l’omicidio di Kennedy e in piena guerra del Vietnam, durante i quali il controllo della società americana da parte della C.I.A. era molto forte.

Tra silenzi e spari. Suoni e percorsi della canzone politica italiana

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Com’è noto la canzone è uno degli strumenti di comunicazione più efficaci per arrivare all’intimità delle persone perché tocca in modo diretto i sentimenti profondi dell’animo umano, è quindi perfettamente comprensibile che sia stata usata anche per scopi politici e di mobilitazione. Fin dall’epoca sveva. Basta pensare al celebre Canto delle lavandaie del Vomero lanciato a Napoli per protestare contro la promessa non mantenuta dal regnante aragonese di distribuire ai contadini «fazzoletti» di terra. Sullo stesso argomento nel secolo XVIII in Sardegna Francesco Mannu firma Su patriotu sardu a sos feudatarios, inno di rivolta dei contadini contro la gestione del territorio isolano da parte dei baroni delegati dai piemontesi. Anche durante il Risorgimento l’uso della canzone politica si rafforza con i canti giacobini e garibaldini che incitano il popolo a rovesciare i governi tirannici della penisola, fra questi Andremo a Roma con dei bastoni, Camicia rossa, Inno a Garibaldi, e quindi quelli anarchici: Figli dell’officina, Amore ribelle e il celebre Inno della rivolta con il testo rilanciato dal movimento studentesco negli anni sessanta: insorgeremo! / per le vittime tutte invendicate / là nel fragor dell’epico rimbombo / compenseremo sulle barricate / piombo con piombo / e noi cadremo in un fulgor di gloria / schiudendo all’avvenir novel- la via / dal sangue spunterà la nuova storia / dell’anarchia.

Vocabolario Politico alla sezione

Anarchismo e democrazia

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1. La posizione radicalmente antistatale dell’anarchismo

Il rapporto tra anarchismo e democrazia può essere ricostruito, teoricamente, a partire dalla concezione stessa di anarchia. Va tuttavia tenuto presente, sullo sfondo, l’articolato contesto storico-politico di riferimento in cui si è sviluppato il dibattito. L’anarchismo, come movimento politico e in quanto dottrina definita, auto-consapevole e riconoscibile, è sorto, in Europa, nella seconda metà del XIX secolo, in un periodo di forte espansione dell’economia capitalista e di assoluto dominio degli Stati nazionali, la cui organizzazione interna stava evolvendo verso forme più liberali, ma era ancora lontana dagli standard democratici conseguiti nel XX secolo, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale. In ambito anarchico e libertario, il dibattito teorico sulla democrazia, nel Novecento, ha invece ovviamente risentito della sconfitta del movimento anarchico nelle rivoluzioni, degli insuccessi della strategia insurrezionale, dell’esperienza dei totalitarismi e del consolidamento degli Stati democratici dopo la fine del nazifascismo. Infine, negli ultimi anni, il rapporto tra anarchismo e democrazia non può che essere ripensato alla luce della crisi di legittimità delle liberal-democrazie, dei processi di rinnovata verticalizzazione delle organizzazioni di potere in ambito pubblico e privato, del risorgere dei nazionalismi, in chiave populista, dell’evoluzione dell’economia globale.

Violenza e nonviolenza

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Alla ricerca di una definizione

Cosa dobbiamo intendere per violenza? Si può convenire sul fatto che la violenza è una «alterazione del corso naturale degli eventi, quando ne derivi distruzione e sofferenza» (Jervis 1998). Alterazione non casuale, ma volontaria: perché un’azione causa di un danno possa essere qualificata come violenta, è necessario che sia il frutto di una deliberata intenzione di provocare un’offesa da parte di colui che l’ha posta in essere. D’altro canto, invece, non è sempre vero che la violenza si esercita contro la volontà di chi la subisce: può darsi il caso di chi, ad esempio, esercita volontariamente la violenza contro se stesso (Stoppino 1991: 1221). Il campo semantico della parola violenza si è andato espandendo nel corso del tempo, per includere oggi, insieme a quelle fisiche, anche le forme di violenza psicologica, per certi aspetti più difficili da individuare e classificare. Ecco, allora, che la violenza può essere definita come «l’abuso della forza (rappresentata anche da sole parole o da sevizie morali, minacce, ricatti), come mezzo di costrizione, di oppressione, per obbligare cioè gli altri ad agire o cedere contro la propria volontà» (voce violenza dell’Enciclopedia on line della Treccani).

Percorsi di Visione alla sezione

Uno sguardo non indifferente

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Sono molte le atrocità nel mondo e moltissimi i pericoli. Ma di una cosa sono certo: il male peggiore è l’indifferenza. Elie Wiesel

Le parole di Elie Wiesel, sopravvissuto all’Olocausto e Premio Nobel per la pace, assumono un significato ancora più profondo in questi tempi complessi. L’indifferenza è quel distacco emotivo che, di fronte alle ingiustizie e alle sofferenze altrui, ci consente di voltare lo sguardo da un’altra parte, rivelandosi così una delle minacce più sottili alla nostra umanità. Paradossalmente, sono proprio la sovraesposizione mediatica e il consumo superficiale delle immagini, tipici del nostro tempo, a produrre un effetto anestetizzante sulle coscienze, rendendo abituale l’orrore. In questa cornice, il cinema, grazie allo «sguardo non indifferente» di alcuni registi e registe, ci costringe a guardare ciò che preferiremmo ignorare e a provare ciò che spesso scegliamo di non provare. L’indifferenza ha un raggio d’azione vastissimo e, spesso senza che ne siamo pienamente consapevoli, tocca gli aspetti più profondi del nostro vivere. Senza la pretesa di esaurire un tema tanto vasto e complesso, quello che vogliamo proporre è un percorso di visioni per esplorare come il cinema, può essere uno spazio di consapevolezza e responsabilità capace di porre domande scomode e sollecitare a un confronto autentico con le conseguenze dell’indifferenza, sia individuale che collettiva.

(Non) visioni dal carcere femminile

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Il cinema carcerario è un genere che si è sviluppato sostanzialmente intorno a due filoni di movimento: uno centripeto, focalizzato al racconto delle condizioni di vita dentro il carcere, l’altro centrifugo, centrato sull’idea della fuga o dell’abbattimento delle barriere. In entrambi i casi, la narrazione cinematografica si è occupata quasi esclusivamente del mondo maschile, un mondo criminale e violento che mette necessariamente ai margini una possibile narrazione al femminile. Anche in materia di carcere quella delle donne è una storia minore, che non vale la pena raccontare. Ci è sembrato quindi importante, per il nostro percorso di visioni, partire proprio dall’analisi di questa lacuna di genere, piuttosto frequente in un’industria cinematografica che ancora vede le registe rappresentate per meno del dieci per cento rispetto ai registi.

Tempi postmoderni

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Quale attività più universale del lavoro? Quale problema più vasto e più ricco di interferenze con tutti gli altri problemi di quello del lavoro? Leggi economiche, leggi fisiologiche, leggi psichiche: quasi tutta la società e quasi tutto l’uomo sono in gioco in quest’attività, che ancor oggi è una pena, ma che domani diventerà la suprema delle dignità umane (C. Berneri, Il lavoro attraente, 1934).