Le attività del Vecchio Macello comunale di Padova finirono lasciando, nella prima metà degli anni Settanta del Novecento, una vasta area verde vicina al centro città, un parco con area golenale lungo il canale San Massimo, appoggiata alle mura cinquecentesche, dalla zona presso il bastione fino a una palazzina in stile liberty, dove avevano sede gli uffici amministrativi, che dà su via Alvise Cornaro. Rimase dunque un parco in un’area dismessa, che aveva subito un pesante inquinamento per gli scarti di lavorazione delle carni; un parco di grandi e vecchi alberi, che nel giro di poco produsse una folta boscaglia che avviluppò gli edifici dello storico complesso industriale. Edifici che suscitarono l’interesse di una disciplina accademica che allora si andava formando, l’archeologia industriale, e anche di un movimento più ampio, a livello europeo, che cominciava a guardare a queste aree dismesse come potenziali risorse per una riqualificazione di tipo culturale. Francesco Piva, protagonista di questa vicenda, intercettò questi due ambiti più un terzo, quello dell’ecologismo. Intersecare questi tre piani fu per lui uno sviluppo graduale, tra gli anni Settanta e gli Ottanta, ma è evidente l’intuito anticipatore di questo personaggio. Francesco Piva collaborava allora con l’Università di Padova, dando un importante contributo al nascente settore informatico, lavorando sui primi computer, evidentemente consapevole della straordinaria rivoluzione tecnologica che allora cominciava. Non si collocava però, esclusivamente, nel ruolo di tecnico informatico, aveva un’ampia cultura e pativa le strettezze dei settori accademici e delle logiche baronali. Leggeva Ivan Illich e Claude Lévi-Strauss, coltivando una sensibilità storica, antropologica e politica. Questa sensibilità, innestata sulla consapevolezza della rivoluzione tecnologica, produsse una attitudine che allora apparve sorprendente: una attitudine conservativa. Le trasformazioni in corso sarebbero state così rapide che era necessario conservare le tracce dei passaggi che le avevano innescate. Dunque la necessità di conservare le macchine calcolatrici che avevano portato ai computer e i primi computer. L’idea dell’importanza di un museo della scienza e di un museo dei computer, per tenere la memoria non solo delle tecniche utilizzate, del “patrimonio” materiale, ma anche di quello immateriale, delle tecniche del corpo, dei vissuti umani. La sua sensibilità antropologica, nel solco del pensiero di Illich, lo orientava nell’urgenza di conservare l’umanizzazione del processo tecnologico. L’area dismessa del Vecchio Macello si prestò bene a depositare i macchinari storici che rischiavano, nei dipartimenti tecnico-scientifici, di essere dimenticati o distrutti. Analogamente, ma su un altro piano, Francesco Piva era interessato all’idea del recupero archeologico-industriale e di quello che era avvenuto alla Villette di Parigi, il vecchio macello comunale della capitale francese. Il recupero architettonico, sí, ma anche la possibilità di un riutilizzo degli spazi per creare un centro culturale.