Sperimentare musica fra antagonismo e anarchia

MUSICA
Sperimentare musica fra antagonismo e anarchia
Felice Liperi
«I suoi convincimenti lo avevano portato ad applicare la lotta di classe anche nell’uso degli oggetti più comuni. Non arrivò in tempo a diversi concerti perché si rifiutava di salire a bordo di automobili, strumento che, affermava, rende schiavi del padrone. Autostrada, petrolio, economia, Fiat, Stato, quindi niente automobile. Era un pedone per scelta esistenziale»
Questo ritratto di Enzo Del Re, uno dei più risoluti interpreti del canto politico, rappresenta lo spirito anche di altri artisti coevi accomunati da una intransigenza non ideologica che si opponeva a qualsiasi forma di controllo sociale. Oltre a Del Re, infatti, anche Antonio Infantino e Matteo Salvatore sono stati segnati da una forte capacità innovativa, sperimentale, anche se la loro musica era strettamente legata alla tradizione popolare. Non a caso erano tutti provenienti dal profondo Meridione d’Italia, Salvatore e Del Re, pugliesi ma di due radici diverse, il primo cantautore di Apricena influenzato dalla tradizione del canto narrativo del tavoliere e del foggiano, l’altro, originario di Mola (Bari), è stato una delle figure più radicali della scena politico-musicale degli anni Settanta, mentre Antonio Infantino ha portato alle estreme conseguenze l’uso della musica tradizionale lucana in veste di sperimentatore e innovatore multimediale. Salvatore è stato una sorta di Johnny Cash del folk italiano, cantautore ante litteram, con una storia sempre in bilico fra redenzione e dannazione, omaggiato e rilanciato da musicisti come Teresa De Sio, Lucio Dalla, Moni Ovadia e più di recente Vinicio Capossela. Del Re è invece stato un implacabile sostenitore della canzone militante e un – forse ignaro – vate del ‘77 con canzoni/performance tipo Lavorare con lentezza, diventata un inno anarchico dell’area movimentista. Sono stati artisti molto diversi fra loro, sicuramente separati dall’approccio politico e dall’uso militante della musica, quasi assente in Salvatore e invece fortissimo in Del Re, ma in comune hanno avuto la capacità di reinventare il messaggio popolare attraverso una canzone innovativa fuori degli schemi. Basta pensare al metodo con cui Del Re usava proporre dal vivo il brano Lavorare con lentezza, reinventandolo ogni volta con infiniti aggiornamenti per prolungarne smisuratamente testo, durata e forza antagonista ma anche per sfiancare il pubblico e l’uditorio più attento. Un percorso ben rappresentato dalla sua celebre frase:
«I lavori massacranti esistono perché i pesi e i compiti non sono equamente distribuiti. Adoro il lavoro, ma detesto la fatica. La fatica che cosa è? La fatica è quel dolore fisico che si oppone alla continuazione del lavoro. Io per gli sfruttatori non voglio fare niente, per la classe lavoratrice, alla quale mi onoro di appartenere, sono disposto a sacrificare la mia vita, ma per i padroni non voglio fare un cazzo!»
Si capisce che raccontare una figura come Del Re significa entrare in un tempo diverso, passato, nel quale anche il lessico stesso delle parole utilizzate cambia valore e significato. Un tempo nel quale Del Re voleva che il suo lavoro di cantastorie fosse considerato alla stregua di quello di un operaio salariato che utilizzava come strumento di lavoro un oggetto semplice a portata di mano, spesso una sedia, e chiedeva come cachet una giornata di lavoro di un metalmeccanico. Originario di Mola in provincia di Bari (1944-2011), autodidatta, Del Re è stato uno dei protagonisti insieme a Uccio Aloisi, Tonino Zurlo, i Cantori di Carpino e Matteo Salvatore del folk pugliese d’autore. Inizialmente si era accostato alla musica utilizzando materiali poveri, come cartoni e scatole alla portata di tutti. Poi, oltre a queste percussioni cominciò ad usare un particolarissimo uso della lingua iniziato per scherzo a scuola, che definiva «linguafono» e consisteva nel rumore prodotto dallo schiocco della lingua sul palato, modulato dalle aperture-chiusure della bocca. Di convinzioni fortemente libertarie non aveva e non voleva manager, non registrava dischi ufficiali, ma solo autoprodotti. È alla fine degli anni Cinquanta che comincia ad esibirsi rifiutando contributi e pagamenti sentendosi un «anarchico» non irreggimentabile. Negli anni Sessanta alterna le sue esibizioni al lavoro con il padre, esportatore di frutta, al mercato ortofrutticolo di Firenze. Dopo l’alluvione del 1966 incrocia il cammino proprio con il musicista e performer Antonio Infantino partecipando alla realizzazione di Ho la criniera da leone (perciò attenzione) suonando le più diverse percussioni e come seconda voce in molti brani di quell’album. Successivamente entra nel cast della seconda edizione dello spettacolo Ci ragiono e canto realizzato con la regia di Dario Fo. Una edizione del 1969 nella quale vengono utilizzate canzoni nuove, composte ad hoc, legate alla attualità eseguite ancora da Del Re e Infantino: Povera gente e Avola, ispirate, la prima, alla nuova emigrazione dal Sud verso il Nord Italia e il Nord Europa, la seconda alla strage di braccianti avvenuta nel 1968 durante una manifestazione sindacale nel piccolo paese del siracusano. Nel frattempo continua la collaborazione con Infantino con cui lancia un provocatorio spettacolo-performance intitolato Scatola 3 che rappresenta la volontà di far convivere memoria popolare e sperimentazione. Anche il repertorio rifletteva questa impostazione, accompagnava le canzoni in dialetto e in italiano con recitativi monodici sempre segnati da ritmi ossessivi determinati dalla percussione della sedia che lasciavano ampio spazio all’improvvisazione, senza però porsi minimamente il problema di virtuosismi o intonazioni ben fatte. Con il suo fedele cappelluccio rosso, che portava anche nella celebre apparizione al Concertone del Primo Maggio 2010, Del Re era uso lanciarsi dal vivo in performance imprevedibili e provocatorie, vere maratone senza fine perché, secondo la sua celebre dichiarazione, sosteneva di voler rimanere sul palco fino a quando l’ultimo spettatore non fosse andato via, per rappresentare la ripetitività del lavoro in fabbrica. Ha interpretato molte canzoni sue e di altri autori, ma le più celebri rimangono la citata Lavorare con lentezza e Tengo ’na voglia e fa niente che spesso univa in un’infinita performance dal vivo. Qualcuno l’ha definito un «corpofonista» cioè un performer che usava i suoni emessi dal corpo in una specie di litania su base ritmica, una sorta di rap corporeo che rendeva ancor più originale il suo stile all’interno della storia della nostra canzone dato che, salvo forse alcuni performer per voce ed elettronica come l’artista elettro-rap Iosonouncane, nessuno ha mai portato a questa estremizzazione della produzione sonora. Visionario e anticipatorio basta pensare a Lavorare con lentezza utilizzato nel 1977 dall’emittente radiofonica bolognese Radio Alice come sigla di apertura e chiusura delle proprie trasmissioni raggiungendo una popolarità straordinaria perché sembrava scritto per quel movimento che esaltava la fantasia al potere, il rifiuto del lavoro salariato e la libertà sessuale. Matteo Salvatore (Apricena, 1925 – Foggia, 2005) è stato un cantastorie e autore italiano, cresciuto con gli insegnamenti di Vincenzo Pizzicoli, «portatore di serenate» cantante cieco, suonatore di violino, mandolino e chitarra. Così Salvatore racconta l’avvio della sua vita musicale nello spettacolo di Teresa De Sio e Giovanni Lindo Ferretti, Craj:
«Popolo del paese, sentite, sentite, sentite. Io sono Matteo Salvatore. Perciò non c’è da essere incantati, basta che sentite due storielle… la prima volta che sono andato a imparare la chitarra è stato da un vecchio cieco e mi sono affezionato. Non c’era niente da fare. Disoccupazione al massimo. Stavo a casa di questa persona e suonavo notte e giorno. Perché i nostri
padri erano disoccupati. E che ti volevi mangiare? Niente! E questa era la vita. Andavamo a giocare, nonostante la fame che si poteva tagliare con il coltello»…
Grazie anche all’incontro con Pizzicoli il suo rapporto con la tradizione musicale è sempre stato filtrato da una forte personalità che l’ha reso capace di tenersi in bilico fra tradizione e canzone d’autore. Autore atipico e irregolare della musica folk pugliese, dotato di una voce estremamente duttile e di uno stile chitarristico sobrio ed elegante, è stato un singolare poeta e cantastorie di vicende di miseria, amore e sopraffazione che affondano le radici nel Gargano della sua infanzia. La fame. Da lì sono sempre partite le sue canzoni spesso animate da grande ironia e pungente autoderisione. Perché come nei drammi di Verga, Salvatore racconta come in quella sua gioventù vissuta ad Apricena, la sorte si accanisse contro i poveracci, come il lavoro nei campi durasse poco perché arrivavano concorrenti da zone ancora più povere sempre delle Puglie che accettavano paghe addirittura più basse, ma non c’era acrimonia perché, ricorda il cantautore erano «padri di famiglia anche loro. I forestieri venivano dal Gargano, con la falce nell’occhiello dei pantaloni, le scarpe erano zampitte» (i piedi nudi). Tutte storie adolescenziali che poi andranno a confluire nel suo repertorio musicale, alimentandolo di ironia e spirito irriverente che colpiva anche l’intoccabile chiesa e i suoi servitori. Il momento svolta per la sua carriera si presenta con il trasferimento a Roma, dove una donna del suo paese lo convince a cantare nelle trattorie romane. Indossati i panni del posteggiatore, canta con la chitarra canzoni napoletane ai tavoli di «Giggetto er Pescatore», ai Parioli e a Trastevere dove incontra Claudio Villa. Per la Vis Radio, l’etichetta del reuccio, incide La morte traditrice, Lu pugliese a Roma, Lu vecchie, Lu Limone, Cuncettina, I maccheroni a cui seguono Padrone mio ti voglio arricchire con cui raggiunge una certa fama, poi La bicicletta/Il venditore ambulante del 1961 e Francisco a lu paese/Lu piscatore. Comincia a farsi conoscere non solo per la voce ma per una narrazione che presenta una Puglia sconosciuta, segnata da forti contraddizioni economiche, ricca di risorse ma povera di intervento pubblico. Però nella sua vita i guai non finiscono mai, mescolando arte e sentimento, nel 1973 la sua carriera si interrompe in modo drammatico quando viene arrestato con l’accusa di avere ucciso Adriana Doriani, sua compagna e collaboratrice. Pochi giorni dopo Salvatore farà alcune ammissioni dichiarando che la morte di Doriani poteva essere avvenuta fortuitamente alla fine di un litigio. Quattro anni dopo, per l’interessamento di amici e estimatori, fra cui Renzo Arbore, Mariangela Melato e altri artisti, viene organizzata una colletta che permetterà alla famiglia Salvatore di incaricare un ottimo penalista del foro di Roma a riaprire il caso che otterrà la revisione del processo e la scarcerazione. Ma per la sua carriera il processo e la carcerazione peseranno drammaticamente, un fatto insostenibile in un periodo in cui la scena musicale italiana alternava il rock duro al folk politico. Muore a Foggia il 27 agosto 2005. Teresa De Sio così lo ha ricordato:
«Matteo è stato un vero uomo del Sud. Della vita ha conosciuto la durezza e la dolcezza, l’aspro e il passionale, e queste cose le ha sempre trasformate in musica. Quando ho incontrato Matteo per la prima volta per me era già una leggenda, conoscevo a memoria le sue canzoni, le cantavo, sapevo della sua vita difficile e turbolenta. Pensavo che avrei trovato un uomo “domato”. Invece lui era una tigre. Una tigre sulla sedia a rotelle. Mi sembrò che in lui ci fosse una vena di follia, ma non di quella follia che è elusiva della realtà, anzi, Matteo emanava un’intera “versione del mondo”, poeticamente compatta, diversa e niente affatto subalterna. Se fosse stato un ragazzo degli anni settanta sarebbe stato una sorta di Syd Vicious».
Antonio Infantino è stato un altro «incontrollabile» esponente dell’avanguardia etno-rock anni Sessanta e Settanta, da lucano, vero anticipatore della rilettura moderna della pizzica. Un performer fuori dal tempo, con il corpo profondamente radicato nella memoria del sud lucano e lo spirito proiettato nel futuro della sperimentazione. Per questo sarebbe sminuirne il peso se si presentasse solo come il musicista che ha anticipato la rilettura in chiave contemporanea della taranta. In pieni anni Settanta costituì i Tarantolati di Tricarico, con l’intento di rilanciare tutta la potenza iterativa e rituale del tarantismo musicale, solo che, a differenza dei musicisti salentini lui è intervenuto fin dall’avvio della sua attività in veste di grande sperimentatore e innovatore. Inizia l’attività artistica a Milano nel 1966 al Nebbia Club, accompagnando le sue poesie con pochi accordi di chitarra. Infatti la prima attenzione, da parte di Giangiacomo Feltrinelli e Fernanda Pivano, riguarda proprio la poesia che porta alla pubblicazione di un libretto dal titolo provocatorio «I denti cariati e la patria». Negli anni Sessanta, come già ricordato, lo troviamo a fianco di un incontrollabile performer come Enzo Del Re sul palco del Folkstudio di Roma. Nel 1967 Dario Fo lo chiama a partecipare alla seconda edizione di Ci ragiono e canto con Avola, un titolo che racconta la condizione del lavoro bracciantile nella zona dell’omonimo paese siciliano. Ma è anche un esempio illuminante del suo modo personale di utilizzare il messaggio musicale per raccontare il contesto meridionale. Infatti Avola richiama lo stile dei canti di protesta in modo originale e autonomo, esattamente opposto a quello di folk singer come Matteo Salvatore o Rosa Balistreri, altri narratori della miseria e dello sfruttamento meridionale, che trasferiscono nelle loro ballate temi emersi dalla realtà sociale del profondo Sud. Con Infantino il mezzo diventa invece anche il messaggio cioè a dire che la performance, se non il vero mantra musicale, forma di cui Infantino è stato il più potente interprete in ambito folk, è la rappresentazione sonora del racconto contadino in tutta la sua asprezza e alterità. Non a caso le sue formazioni sono una travolgente macchina percussiva e poliritmica, impegnata in una performance iterativa e rituale, con un palcoscenico ingombro di strumenti e musicisti. Un doppio viaggio nello spazio e nel tempo: un frammento di Lucania con la sua musica popolare piena di strumenti percussivi: piatti e pelli, cupa cupa, tamburelli, riti di possessione e trance. Ma questa sua urgenza performativa non andava a scapito dell’attività discografica come mostra il citato «Ho la criniera da leone», primo album che propone un musicista capace di sviluppare il suo sentimento visceralmente legato alle radici popolari poi proiettato su una dimensione sperimentale. Un’anarchia sonora che assorbe gli stili e i princìpi musicali della sua terra, ne studia i temi popolari e sociali per mezzo dei quali le sue sono storie di sofferenza e povertà. Così i canti di raccolta delle olive (L’Aliv), i canti carnevaleschi infiammati dalla sfrenatezza dei ritmi, le testimonianze dell’occupazione delle terre da parte dei braccianti (Avola) o ancora le filastrocche infantili stravolte e ossessive (La gatta mammona), si trasformano in ingredienti che fanno del suo gruppo una compagine unica e trascinante. Ma la sua biografia presenta testimonianze di come si spinga ancora oltre il confine della ricerca, a partire dall’incontro con Alvin Curran e il gruppo Fluxus con cui approfondisce la sua attenzione verso la sperimentazione che porta alla realizzazione dell’happening La calata dei pastori a cui partecipano Edoardo Bennato e il nucleo fondatore di Napoli Centrale. Sono occasioni in cui l’artista torna a marcare la continua convivenza fra dimensione performativa e memoria, così pure l’incisione nel 1975 de I tarantolati, un album seminale per l’imminente folk revival perché non si propone solo di recuperare le forme della tradizione popolare ma di utilizzarle in senso innovativo e sperimentale. Qui sta la vicinanza con formazioni progressive rock (Osanna, Canzoniere del Lazio, Carnascialia) che si muovevano con gli stessi intenti di Infantino ma a partire dal rock. L’esordio incendiario di quel progetto marchierà a fuoco anche il nome del nuovo gruppo di Infantino: i Tarantolati di Tricarico, a sottolineare una radicalità di intenti e un forte legame con la tradizione e che vedrà il coinvolgimento di 150 musicisti più o meno stabili che si muovono intorno alla sua voce abrasiva e roca e al ritmo ossessivo della chitarra battente. Eredità di questo lavoro sono due nuovi progetti discografici: La morte bianca e Follie del divino spirito santo, rivelatori di come Infantino abbia sempre reinterpretato il messaggio popolare, non da folk singer di riproposta ma da musicista, intrattenitore e performer che utilizza ogni materia per costruire il proprio progetto sonoro. In questo senso rimane una figura unica nel mondo del cosiddetto folk revival come l’amico e sodale Enzo Del Re, così vicino per tanti versi al suo lavoro, con cui ha sempre condiviso un messaggio musicale militante animato da spirito anarchico. Se il patrimonio popolare era infatti per Del Re uno strumento di protesta e di battaglia, Infantino ha tenuto su piani separati impegno e musica, mentre il suo principale obiettivo era inventare qualcosa di nuovo, sperimentare, partendo dalle forme e dagli stili della tradizione popolare non solo del Sud Italia. Negli anni seguenti sarà impegnato in altre esperienze teatrali e musicali in tutta Europa e nel 1979 realizza La tarantola va in Brasile, un documentario sonoro sulla musica brasiliana che lo vede al fianco di artisti quali Toquinho. Tornato in Italia realizza Tricolore triste un album tratto dallo spettacolo omonimo in cui porta avanti una ricerca sulla voce come suono e strumento. Dopo molti anni di attività anche l’impegno a fianco del compositore Luigi Cinque non lo allontana dai territori tradizionali, la sua presenza al centro di un gruppo in cui figurano, oltre a Cinque, musicisti come Lucilla Galeazzi, Badara Seck e Fausto Mesolella, sono la conferma di una costante ricerca senza perdere di vista la memoria dei luoghi d’origine. Un messaggio così fotografato da Vinicio Capossela che lo ha sempre ammirato:
«Oltre al suo aspetto da profeta, e alle canzoni ancora oggi davvero sperimentali, rimasi travolto dall’energia dei ragazzi, dai loro tamburi artigianali, ricavati da pneumatici da camion e pelli tese, dai loro cupa cupa, strumenti arcaici confezionati con materiali post-industriali».