Smascherando il mansplaining
APPROFONDIMENTI Smascherando il mansplaining Mariangela Mombelli
Dichiararsi femministi sembra essere diventata una tendenza. Sempre più maschi dicono di esserlo, e alcuni si spingono persino a elaborare pensieri su come praticarlo. In un contributo recente apparso su una rivista libertaria si legge, tra varie suggestioni, che «nei nostri ambienti l’essere femminista, considerato genericamente, è oggi presentato come un’esigenza talmente inequivocabile da non richiedere la minima giustificazione». Non è molto chiaro cosa ci sia di ovvio, se non che a parlare è un maschio, bianco e cis, e che è proprio sull’esigenza inequivocabile che il femminismo rappresenta nei nostri ambienti che andrebbe avviata una riflessione, a partire dal rapporto tra gli uomini e il femminismo. La parola «femminismo» è complessa e, usata come termine universale, definisce il percorso di rivendicazione storicamente intrapreso dalle donne, volto all’acquisizione di diritti politici, accesso all’istruzione e, in definitiva, parità di status civico tra uomo e donna. Il femminismo, però, non è un movimento unico e organizzato a livello centrale, ma nel corso del tempo si è articolato in molteplici forme, gesti e voci che hanno incarnato, e continuano a incarnare, l’espressione della soggettività femminile in termini di soggettività politica. Gli uomini, come soggetti sessuati inseriti in un determinato contesto storico e culturale, sono parte delle relazioni sociali e materiali e, in questo senso, non possono essere considerati «esterni» alle pratiche femministe, sia in ambienti dove supponiamo che i maschi facciano attivismo antisessista e si trovino d’accordo con premesse femministe, sia in ambienti indifferenti, che si pongono in conflitto con il femminismo. Come ci ricorda il Laboratorio Smaschieramenti, la maschilità è infatti differentemente situata nello spazio delle relazioni sociali e delle rappresentazioni culturali, ma è innegabile che storicamente il maschile – bianco, etero, occidentale – ha costruito se stesso in maniera astratta, svincolandosi dalla determinazione corporea e avocando a sé la possibilità di parlare in modo oggettivo e neutrale su tutto e di
tutti.
Nel femminismo emancipazionista della prima ondata, che si concentrò principalmente sull’ottenimento del suffragio femminile e sulle questioni relative agli ostacoli giuridici all’uguaglianza di genere, il soggetto maschile funziona quasi da modello a cui aspirare poiché rappresenta, nell’Europa industrializzata e coloniale, l’ideale dell’individuo politico, universale, libero. Le premesse emancipazioniste vennero messe in discussione dal femmi-
nismo della seconda ondata, che allargava il dibattito a questioni quali la sessualità, la famiglia, il lavoro e i diritti riproduttivi. Uguali a chi? si chiedeva Luce Irigaray, mettendo le radici del pensiero femminista della differenza. Dalla metà degli anni Settanta alla fine degli anni Ottanta gli obiettivi dei movimenti femministi riguardarono i diritti civili: il divorzio, il diritto all’aborto e a una sessualità libera dai condizionamenti patriarcali borghesi. I collettivi femministi di sole donne teorizzavano e praticavano l’autocoscienza come metodologia di consapevolezza personale e politica: si partiva dal sé, dalla dimensione corporea e sessuata dell’esperienza vissuta come luogo privilegiato del sapere. Nei collettivi femministi la presenza degli uomini non era ammessa, ma quelli erano gli anni in cui alla lotta delle donne si affiancava quella di liberazione omossessuale, i cui militanti si relazionavano al femminismo in maniera positiva partecipando alle loro battaglie per i diritti civili. Anche alcuni maschi eterosessuali, militanti nella sinistra, espressero solidarietà alla lotta femminista, ma pochi di loro iniziarono a intrecciare la critica del sistema politico a una riflessione sull’essere maschi etero nel patriarcato, mantenendo di fatto immutate le relazioni di potere.
All’inizio degli anni Novanta negli ambienti femministi inizia a circolare il concetto di intersezionalità, che consente di evidenziare le relazioni tra i diversi fattori di discriminazione. Le riflessioni femministe sull’intersezionalità, introdotte da Kimberlé Williams Crenshaw, statunitense, docente di legge, nera e femminista, hanno permesso di riconoscere che ognun* di noi può essere oppress* per più di un motivo – quali ad esempio il genere, la classe, l’orientamento sessuale – ma, allo stesso tempo, si può trovare dalla parte del dominio per alcuni privilegi e per alcune caratteristiche. Ad esempio, se sono una donna cis, bianca, lesbica vivrò discriminazioni legate al genere e all’orientamento sessuale, ma avrò allo stesso tempo il privilegio di essere bianca e di essere cis-normata. La prospettiva intersezionale, riconoscendo i rapporti di dominio alla base delle differenze, evidenzia come le discriminazioni rispetto a una categoria non abbiano lo stesso effetto su tutte le persone perché, a seconda di come queste categorie si combinano, le persone sono posizio-
nate nella società in modo differente. In quegli anni, al filone degli studi femministi postcoloniali cominciano ad affiancarsi gli studi sulla sessualità in cui le teorizzazioni queer mirano a decostruire la categoria dell’identità. Nel 1990 Judith Butler pubblica Gender trouble. Feminism and the Subversion of Identity, tradotto in italiano
ventritré anni dopo con il titolo Questioni di genere. Il femminismo e la sovversione delle identità. È un testo provocatorio non soltanto nei confronti della concettualizzazione dei rapporti tra sesso-genere-desiderio eteronormativi, conservatori e patriarcali, ma anche nei confronti delle filosofie femministe che si sono sviluppate nei decenni precedenti. Butler osserva che il femminismo ha inconsapevolmente e ingenuamente attraversato la politica di genere senza realmente decostruire il dualismo tra i sessi, senza tener conto del reale problema performativo del genere-sesso. Il maschile e il femminile sono una costruzione culturale e sociale, e chiedersi cosa è un maschio e cosa è una femmina a volte sembra una scommessa irrisolvibile. Il femminile, il maschile, l’omosessualità, la transessualità, l’intersessualità sono
«esistenze»: occorre guardare a come esistono nel mondo nella loro specificità e nel rapporto con la normatività, dove per «norma», in troppi diversi contesti, si continua a intendere l’uomo bianco, eterosessuale, di classe medio-borghese, occidentale. Questa prospettiva complica il rapporto uomini-femminismi. Jack Halberstam, direttore dell’Institute for Research on Women, Gender e Sexuality della Columbia University, arricchisce il dibattito sulle maschilità mostrando che, da una prospettiva transfemmini-
sta, possiamo parlare di «maschilità senza uomini» quando la maschilità viene performata in corpi non maschili. «Eppure», come scrive il ricercatore, «è evidente come molte altre siano le linee di identificazione che intersecano il territorio della maschilità, distribuendo il potere a essa associato mediante complessi differenziali di classe, razza, sessualità e genere». Guardare alla maschilità in un’ottica intersezionale porta a sottrarci dalla visione maschilità/femminilità e a considerare che quando parliamo di maschilità non parliamo solo, o per forza, dell’essere maschio e va riconosciuta la natura culturale e performativa della maschilità, il cui significato normativo si traduce attraverso i corpi bianchi, cisgenere, eterosessuali, abili e di classe media.
Per tornare al discorso iniziale, ciò che andrebbe questionato – in particolare da «biomaschi», etero, bianchi, occidentali – è il come, qualitativo della relazione, per sua natura complessa e molteplice, degli uomini con i femminismi. Sono proprio le maschilità bianche etero – la cui vita è troppo spesso perimetrata dall’infanzia all’età adulta in un quadro di vantaggi sociali, virilità, machismo e prepotenze varie – quelle che riescono con più fatica a dialogare con i femminismi e a mobilitarsi contro il sessismo e il patriarcato. I maschi antisessisti propongono il cambiamento a partire da loro stessi, attraverso un processo di critica e trasformazione sociale diretto sulle loro stesse pratiche in quanto uomini. Critica che deve mettere in luce il disagio degli uomini, i costi del dover aderire alle norme socioculturali che impongono dei canoni di maschilità e il desiderio di decostruirle. C’è spazio, tanto, perché gli uomini possano dare parola e corpo al loro posizionamento critico rispetto all’ordine simbolico eteropatriarcale che li pone in una posizione di potere, ripensando il concetto di maschilità come egemone nei modelli culturali e creando forme di mobilitazione maschile antisessista che sia coerente e capace di dialogare con le politiche femministe e LGBTQIA+. Senza determinare lo spazio femminista, inteso come teorie, pratiche, linguaggi e simboli. Ovvero senza compiere un’operazione di mansplaining, termine che nasce nel 2008 a seguito di Man Explaining Things To Me, un saggio di Rebecca Solnit, attivista statunitense, nel quale l’autrice racconta l’episodio in cui un uomo pretende di darle lezioni sul tema del processo di industrializzazione del Far West consigliandole di leggere un libro di uno «scrittore importante» ignorando che lo scrittore importante fosse la stessa Solnit.
Bibliografia
Laboratorio Smaschieramenti, Uomo. Smascherare il maschile, pp. 287- 292 in: Marchetti S., Mascat J., M. H., Perilli V. (a cura di), Femministe a parole. Grovigli da districare, Ediesse, Roma, 2012.
Irigaray L., Egales à qui?, «Critique», 43, 480, 1987, pp. 420-437.
Halberstam J., Maschilità senza uomini. Scritti scelti, ETS, Pisa, 2010.
Solnit R., Gli uomini mi spiegano le cose, Ponte alle Grazie, Milano, 2017.