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Esordio

Chi sono oggi i proletari escursionisti? Piuttosto che col leniniano che fare? la domanda risuona col partenopeo chi sono questi nuovi autonomi? In seguito agli incidenti di piazza del ‘92, la 99posse rispondeva: i nuovi autonomi non sono altro che i vecchi autonomi. Per noi altri, al di là di ogni tentazione identitaria, la cosa non si risolve con la stessa disinvoltura. Solo riepilogando, seppur per sommi capi, la vicenda apeina sarà possibile chiarire perché (per fortuna e purtroppo) non siamo, non vogliamo e non possiamo essere le stesse e gli stessi. Eppure facciamo il nostro itinerario conservando le mappe, i profili, e la memoria dell’APE storica, ovvero facendo nostro anche il suo itinerario. L’Associazione Antialcoolica Proletari Escursionisti sorge dalla scissione della sezione alessandrina dall’UOEI – Unione Operaia Escursionisti Italiani – attiva sin dal 1911. A questo primo singulto rispondono in primis escursioniste e alpinisti «del popolo» di Lecco e Milano. Nel settembre del 1921, stesso anno di fondazione della sezione operaia della Società Alpinisti Tridentini, nella Sala dell’orologio di Palazzo Marino e sotto l’egida

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dell’ultimo sindaco socialista di Milano (l’apeino ed esperantista Angelo Filippetti) si tiene il congresso fondativo dell’Associazione. Avrà vita brevissima l’APE storica, appena un lustro prima che le leggi fascistissime la costringano alla clandestinità. Dopo l’ultimo congresso clandestino in Val Cava le tracce di ogni attività sociale si perdono nel fogliame. Ancora un passo indietro. Quando vede i natali il CAO – Club Alpino Operaio di Como – il CAI e le consorelle d’oltralpe sono attive da oltre vent’anni, le guide alpine esistono da sessanta e la vetta più imponente dell’arco montuoso è stata scalata da un secolo. Eppure in quel 1885 accade qualcosa di inedito nel panorama: per la prima volta nel versante sud delle Alpi le discipline delle terre alte si dischiudono alla classe. Questa esperienza e tante delle successive, tra cui la stessa UOEI, finiranno fisiologicamente (in alcuni casi con naturalezza, in altri obtorto collo) per essere assorbite dagli ingranaggi di integrazione sociale del regime fascista o perché apolitiche, o perché animate da elementi incardinati nel ceto borghese e quindi ancorati ai suoi interessi e alle sue alleanze. Al primo congresso, insieme a svariate sezioni apeine, possiamo riconoscere le delegazioni della Società Proletaria Alpinisti (che con gli «escursionisti rossi» milanesi confluirà nell’Associazione), la consorella APEF – Associazione Proletaria di Educazione Fisica, l’Università proletaria, la Camera del Lavoro, la Federazione delle Cooperative e il gruppo ginnastico pompieri, cui si aggregano diversi assessori e il già citato Filippetti. Nell’arco di un paio d’anni, mentre la proposta comincia a contaminare anche gli appennini, da Como arriva una proposta di inno che recita Tra le nevi in cima ai monti – dove l’aria è fresca e pura – là di fronte alla Natura è la nostra libertà. Viva l’A.P.E., avanti avanti, per la nuova Umanità.

Al centro della sua agenda troviamo la lotta per le riduzioni ferroviarie, la costituzione della Federazione Sportiva del lavoro (progetto chiave dello sport popolare, rimasto nel cassetto dopo l’incendio della tipografia di Sport e proletariato nel dicembre 1923), una forma peculiare di lotta all’alcolismo sintetizzata dalla formula temperanza, non proibizione statale, e specialmente la realizzazione di una comunità popolare che unisce all’impegno politico e sindacale l’aggregazione per mezzo delle attività all’aria aperta senza confini di età o genere. Ieri come oggi l’APE si contraddistingue anche per la sua dimensione federale e per l’inspiegabile convivenza di anime e tendenze diverse tra loro. Al suo interno la componente socialista massimalista è per certo maggioritaria sin dagli esordi, ma non mancano esponenti comunisti e ancor più libertari, penso anzitutto ad Amleto Calura nel milanese, a Giovanni Farfallino Giudici nel lecchese, ai fratelli Caglioni «cameralisti» in quota USI della bergamasca e a molti altri. E ancora l’apparire, tra le rubriche scientifiche, di

traduzioni di articoli di Kropotkin e Reclus. Cosa forse più importante la rivista è diretta da una donna, Enrica Viola Agostini, che con penna affilata redarguiva compagni restii ad attribuire alle proprie compagne i bisogni che attribuiscono a loro stessi. Se necessario è lo sport ai lavoratori ancor più è alle lavoratrici.

Resistenza, ricostruzione e caduta

Le riviste mensili e bimestrali dell’APE raccontano con ritmo crescente gli incendi, le bastonate e le altre angherie de i ricostruttori. Un numero speciale è dedicato al delitto Matteotti, di cui la scalata dello Spigolo APE nel gruppo delle Grigne costituirà una sorta di nemesi sportiva, che spero avremo occasione di raccontarci un giorno vis a vis. Quello dell’APE è un antifascismo prima maniera, che narra la compostezza e la coerenza di chi non poteva abbassare la testa di fronte al precipitare degli eventi, e che pur cimentandosi in un territorio non squisitamente politico si trova progressivamente sempre più isolato tra torme di obbedienti al sentimento nero che soffia nel Paese. Nel 1927 un’ultima retata pone in galera quasi venti apeini, solo la trattativa seguita alla liberazione dei superstiti del dirigibile Italia per intervento della rompighiaccio sovietica Krassin li salverà dal girone dantesco delle patrie galere.

Non ha senso procedere in termini corali quando raccontiamo le vicende della resistenza partigiana di quasi vent’anni successiva. In questo frangente non possiamo che ricollegare all’APE storica, e in taluni casi a quella del secondo dopoguerra, le vicende di Farfallino e del gruppo Rocciatori nel Lario orientale, di Carlo Ferretti a Milano, di Marta Pera Pascucci nel senese, di Pierino Vitali nella 112a Brigata Garibaldi e di tante altre persone che si riconoscevano nei legami che l’APE aveva cementato nell’alveo della sinistra rivoluzionaria. All’indomani del 25 Aprile al fianco del Fronte della Gioventù, ai Comitati per lo sport popolare e più avanti all’Unione Italiana Sport Popolare, anche l’APE riprende la sua corsa, senza tuttavia trovare la propulsione di un tempo né in termini di partecipazione né di radicalità della sua proposta. Le prime sezioni a rispondere all’appello sono Milano, Lecco, Lovere, Alessandria, Bergamo, Pavia, Sesto San Giovanni, Meda e Cantù.

Il panorama europeo dello sport popolare, dopo la stagione magica 1918-1936, è stato terremotato prima dell’esito della Guerra civile spagnola, poi dal conflitto mondiale, e nel Belpaese c’è un ulteriore ventennio di tabula rasa da colmare. Anche l’immaginario sportivo, e con esso quello legato alle discipline in alta quota è stravolto dall’Himalayismo e dalle altre linee di fuga dell’alpinismo moderno: le invernali, la ricerca del grado, l’arrampicata sportiva, lo sci di massa. Se nel 1950 trova la sua realizzazione il sogno di sempre, la costruzione del rifugio Alveare alpino, nell’arco di soli trent’anni quasi tutte le sezioni si troveranno in profonda crisi di adesione e di identità, lasciando per diverso tempo la sola succursale lecchese a sventolare la bandiera che cent’anni fa era stata issata dal confine ticinese fino a Firenze e Napoli. Resto sul progetto di una casa alpina a disposizione dei tesserati perché questo progetto era stato rincorso sin dagli esordi dell’Associazione, salvo poi svendere il terreno inizialmente individuato a supporto della cassa del Soccorso rosso. Di qui l’importanza di restituire solidità al consorzio apeino, realizzando quanto causa di forza maggiore avevano impedito trent’anni prima. Il Rifugio prende vita ogni fine settimana con sessioni di lavoro collettivo: scavi di fondazione, opere murarie, collegamento idraulico, cui seguono l’allestimento esterno per gli attendamenti e poi, di anno in anno, un piano superiore, due, fino all’attuale configurazione. L’edificio (poi ceduto alla FIOM e infine privatizzato) è ancora visibile ai Piani Resinelli, sulla strada che porta ai sentieri per il Rifugio Rosalba. Il suo stato di abbandono testimonia la grandeur non ripagata dall’andamento di cassa dell’APE, la progressiva evaporazione di tante sezioni disertate dai più giovani e superate da un approccio più individualistico e performativo alle discipline alpine, ma anche la mutazione genetica di un altipiano di grande pregio naturalistico in località punteggiata di ville, seconde case a vocazione turistica.

Il terzo tempo dell’APE

Nel 2012 qualcosa si rimette in moto a partire dall’alchemico incontro tra attivist* raccolte nel rifugio urbano Piano Terra (il centro sociale del quartiere Isola di Milano) con L’APE di Lecco. Con l’occasione del tour di presentazione del volume Sentieri proletari (Mursia, 2015) e il parallelo riattivarsi dei milanesi si creano, inattese, le condizioni di un rilancio della proposta apeina riveduta e corretta in un contesto evidentemente mutato rispetto a quello di tutte le precedenti fasi del Novecento. Dapprima sono Brescia e Roma a rispondere all’appello, e, da qui in poi in ordine alfabetico, Bergamo, Bologna, Roma e Salerno, oltre a una sezione di area vasta: la Appulo-Lucana. In tempi recentissimi, con una prima iniziativa presso la Casa del Popolo di Grassina, anche la sezione fiorentina (attiva al tempo dell’APE storica) è rinata a nuova vita.

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Da qualche anno l’APE si è data tre momenti di convergenza l’anno: il campeggio estivo (itinerante, perché ciascuna sezione ne sia protagonista a turno), l’incontro d’autunno, e una giornata di primavera dedicata alla mobilitazione o alla solidarietà attiva. La giornata di protesta La montagna non si arrende dello scorso nove febbraio, in cui le otto sezioni apeine si sono attivate in forma distribuita e sincrona con altre decine di comitati, associazioni, spazi sociali, si colloca dentro la cornice di questa primavera anticipata. Questi tre momenti sono la chiave che abbiamo trovato per avvicinare e far crescere insieme le differenti sezioni apeine, nonostante le distanze geografiche, le peculiarità organizzative e territoriali, le difficoltà connesse all’organizzazione con strumenti digitali.

Il carattere confederativo dell’APE di oggi è testimoniato dall’assenza di un’unica associazione centrale e suggellato da una Carta d’intenti cui aderiscono le singole sezioni, talune riconosciute in associazione (ASD, APS…), talora del tutto informali. L’alveare, lemma che preferiamo al più tradizionale «il nazionale», è anche il luogo in cui si mette a fattore comune l’affiancamento delle sezioni nascenti e altre forme di mutuo soccorso tra sezioni. Le attività sociali tipiche sono di carattere escursionistico: gite per tutt* e impegnative, infrasettimanali per precari/e e pensionati, gite pigre per i più piccoli, notturne, no oil, cicloape. Tra i progetti più significativi degli ultimi anni non posso non citare la campagna nazionale «Coperte termiche solidali», il gruppo antincendio di Lecco o la nascita dell’archivio digitale apeino a Milano, vero e proprio scrigno di fatti, personaggi, istanze dello sport popolare antifascista degli anni ‘20 del Novecento, così come delle successive peripezie dell’Associazione. Senza dimenticare gli appuntamenti nei «rifugi urbani» che sono le sedi (centri sociali o circoli) delle sezioni apeine. Non in tutte le se-

zioni e non tutti i mesi è possibile mettere in campo ciascuna delle attività passate in rassegna. Talvolta le gite sociali ripercorrono i sentieri e le vicende di tante resistenze, la memoria delle ribellioni, la storia sociale. Altre volte ci guida la curiosità, gli aspetti naturalistici, la presenza di luoghi conviviali in cui ci riconosciamo. Ci sono poi progetti appannaggio di singole sezioni come il «baule del prestito gratuito» di materiali e accessori per l’escursionismo (bacchette, ramponcini, mantelle antipioggia) o trekking urbani ideati e talvolta informalmente «segnati» in alcune delle città in cui siamo presenti, a segnalare un passaggio certamente effimero, ma anche per questo più disponibile a derive psicogeografiche e inattesa serendipità.

La vocazione dell’APE è pubblica e orizzontale (non è un club, per dirla alla rovescia), muoviamo all’insegna della gratuità e del passo condiviso, non accompagniamo, né riconosciamo una

differenza di statuto tra organizzati e organizzatori. Gli incontri della sezione meneghina, a titolo d’esempio, sono mensili e sempre aperti. Solitamente si compongono di un’ora in sessione plenaria, una di lavori di gruppo, e quando possibile di una sintetica restituzione. Il lavoro di tessitura con altre realtà conviviali attive alle pendici di Appennini o nelle prealpi è il pane quotidiano di una soggettività che non cresce per espansione ma per relazione, penso ad Alpinismo Molotov, Alpinismo orizzontale, al CAZ di Genova, al Gruppo Escursionistico Autogestito, così come a rifugi amici gestiti da compa e associazioni cui ci lega una sensibilità comune verso la vita umana, animale e gli ecosistemi che le accolgono.

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All’intorno della contestazione olimpica

Le Olimpiadi invernali 2026 offrono una visione della montagna perfettamente speculare all’approccio apeino, di qui la necessità di partecipare ai percorsi di rete e posizionarsi in movimento di fronte ai Giochi più sostenibili e memorabili di sempre. All’insegna della nota economia della promessa sin dal 2018 il ticket Milano-Cortina ha venduto un’idea di mega-evento a costo zero (una contraddizione in termini), da realizzarsi attraverso 400 chilometri di arco alpino già compromesso da monocoltura e monocultura turistica, e specularmente abbandono e carenza di servizi . I Giochi portano con sé un’enorme distrazione di risorse pubbliche a beneficio di infrastrutture per una mobilità privata e fossile, extracosti a ripianamento di investimenti privati, nuovo consumo di suolo per progetti nocivi, imposti e sovradimensionati. Questa non è che la punta dell’iceberg di una visione estrattiva nei confronti delle terre alte fatta di impianti a fune e neve tecnica, pratiche elitarie quali eliski e motoslitte, cave e miniere, impianti industriali di produzione energetica e non ultimo croci di vetta. Questo mosaico di nocività porta con sé inquinamento (acustico, luminoso, ambientale, visivo), riduzione della biodiversità, compromissione del paesaggio e del territorio.

Il nostro è lo sguardo situato di cittadini, ma anche di umani curiosi e sensibili nei confronti dell’arco e della dorsale.

Pensiamo che i monti non siano uno spazio ammaestrabile a uso ricreativo nella nostra piena disponibilità, ma un luogo negoziale tra comunità umana e altre forme viventi e forze geologiche e atmosferiche. La crisi climatica sottolinea l’inadeguatezza piena di un’offerta turistica e sportiva basata su impianti di risalita esausti (oltre 260 quelli in disuso nel Belpaese) che per il 90% dei casi funzionano grazie alla produzione di neve artificiale. A queste contraddizioni si risponde con comprensori sempre più grandi e impattanti, sempre più bacini a discapito della sovranità idrica delle comunità montane, più strade veloci, stanze d’albergo, ristoranti e rifugi gourmet. Prezzi più alti, turisti più internazionali, piste più divertenti, esperienze più instagrammabili, montagne irrimediabilmente più addomesticate all’insegna di uno sfruttamento esperienziale ed estetizzante.

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Le prossime sfide dell’APE

Tredici anni fa, un po’ per gioco, un po’ per omaggio, un po’ con l’orgoglio malcelato di far ripartire una cosa grande, abbiamo rimesso in moto la macchina apeina. Forti della relazione con APE Lecco, che sin dal principio ha letto le differenze culturali che ci attraversano ma ha comunque scelto di darci tutta la sua fiducia e mostrare una curiosità non scontata nei nostri confronti, abbiamo cercato una chiave per restituire un carattere peculiare a un organo che non poteva sopravvivere solo in forza di un nome antico e di una postura, si presume, peculiare nel panorama delle attività in quota. Tredici anni costituiscono anche una piena generazione politica, nel senso che le persone (e le sezioni) affacciatesi via via sono molte più di quelle che hanno dato lo start. Questo impone un tema di avvicendamento, dei carichi e delle responsabilità, di disponibilità al cambiamento, di ascolto di nuovi bisogni e sensibilità. La nostra comunicazione, i progetti, le campagne sono sottoposte a una verifica inedita, che impone di accogliere (cosa non facile) che quello che era più importante passi in secondo piano e che altre istanze, altri linguaggi, altre alleanze, vengano in avanti. L’A-PE continua a crescere ma in alcuni casi siamo anche andat* a sbattere, ad esempio laddove un’entità politica (un collettivo, uno spazio) coincideva col drappello fondatore della sezione. In questi casi nei momenti buoni le cose hanno funzionato per tutt* e nei momenti di magra o alta intensità politica l’APE è rimasta di volta in volta ostaggio di interessi terzi. Da queste prove abbiamo imparato a includere con lentezza le manifestazioni d’interesse all’apertura di una nuova sezione, puntando tutto su una fase di ascolto attivo all’interno della mailing list e degli appuntamenti del «nazionale», oltreché su affiancamento e attività intersezionali.

Anche nella relazione tra sezioni più mature, specie se geograficamente distanti, la realizzazione di obiettivi comuni non è mai cosa semplice, in considerazione di ritmi differenti e investimenti diversi sullo sforzo comune, eppure continuiamo a sceglierci e confermarci anno dopo anno, ad affiancarci nel cammino, a supportare le sezioni in affanno.

Il punto d’equilibrio lo ritroviamo proprio nel carattere radicale della nostra proposta: permanere in spazi autogestionari, alternare le attività in ambiente a iniziative e campagne di tutela dell’ambiente

montano e di solidarietà attiva con le persone migranti, avere uno sguardo definito e tagliente sulle nocività: stop a nuovi impianti a fune, rimozione dell’archeologia industriale, ma anche no a eliski e motoslitte, per citare gli esempi più «facili» da visualizzare anche in assenza di confidenza con le attività in ambiente. Ci muove la consapevolezza che la distrazione di ulteriori risorse pubbliche in politiche turistiche, e per questo drenate a mobilità, presidi sanitari, educazione, non può che aumentare il costo della vita e generare più pressione antropica a fianco di un controintuitivo spopolamento. Eppure muoviamo alle terre alte dalle città, nel compresso di una gita sociale, di una due giorni in bivacco, di un campeggio autogestito, di un viaggio. Per questo ci interroghiamo e proviamo a mappare i progetti, le campagne, le occasioni che illustrano una pratica di attraversamento non solo leggero ma attento e complice, attivo e sensibile. Il contesto in cui ci muoviamo è anche quello di una montagna fragile, cartina al tornasole dei cambiamenti climatici, con i suoi ghiacciai esangui, i suoi pendii rimboschiti, i suoi innumerevoli tronchi schiantati da fenomeni estremi, i suoi irrisolti conflitti tra specie.

La pratica del camminare domandando, l’ascolto delle voci di chi attraversa i confini alpini per necessità e non per piacere, la consapevolezza che ciascun luogo non è uno spazio a nostra disposizione e in nostra attesa, ci rimanda alle parole con cui Alex Langer ribaltò il motto olimpico citius altius fortius in: più lentamente, più dolcemente, più in profondità. Laddove tante manifestazioni dell’azione politica, anche quella fatta dal basso e all’interno dei percorsi autogestionari, possono esasperare le dimensioni dell’eccellenza e della competizione, la pratica escursionistica condivisa dissemina conoscenze, promuove la cura, stimola la responsabilità, ci insegna (non senza inciampi, passi falsi e rinuncia agli obiettivi di giornata) a riconoscerci nelle differenze per apprendere l’arte del fare comunità.

Maggiori informazioni sul sito ape-alveare.it

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