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Pedagogia hacker, o dell'autogestione

APPROFONDIMENTI Carlo Milani Pedagogia hacker, o dell’autogestione

Che cos’è la pedagogia hacker?

Più facile dire cosa non è. Pedagogia hacker non è un manuale sull’uso «corretto» della tecnologia. Non è un metodo per imparare a diventare hacker. Non è nemmeno un manifesto programmatico.

Ricorriamo a questa espressione da ormai un decennio per descrivere quel che facciamo in maniera evocativa. Il libro pedagogia hacker, interamente e liberamente disponibile anche in formato digitale all’indirizzo https://eleuthera.it/ph, si presenta come una raccolta, un resoconto, una selezione delle nostre attivazioni e attività per ripensare il nostro rapporto con le tecnologie, in particolare digitali. Le attivazioni sono semplici proposte per tutte le persone che vogliono sperimentare relazioni diverse con le tecnologie, mentre le attività sono state messe a punto specialmente per chi ha responsabilità nei confronti degli altri e di gruppi: educatori, insegnanti, genitori, formatori, organizzatori. L’obiettivo è sempre cercare di aumentare il grado di autogestione, individuale e collettiva, giocando con alcune macchine e sistemi che sentiamo affini. Per fare autogestione serve potere: potere di fare, potere di comprendere, potere di modificare le proprie relazioni, potere di disertare sistemi tossici, a cominciare dai GAFAM (Google Apple Facebook Amazon Microsoft).

Da oltre venticinque anni frequentiamo le comunità legate ad https://hackmeeting.org che si definisce «incontro annuale delle controculture digitali italiane». Qui abbiamo incontrato creature simili, che si chiamano hacker. Portare questa attitudine di curiosità, di voglia di autogestione delle tecnologie nelle nostre pratiche di insegnamento, dall’università alle scuole superiori, fino alla formazione con gruppi formali e informali di ogni

Giocare a selezionare le tecnologie di cui ci FIDIAMO, insieme alle persone di cui scegliamo di fidarci tipo, è stato un processo spontaneo. Ormai da un decennio pensavamo a come restituire alle tante persone affini da cui abbiamo imparato le nostre riflessioni sotto forma di attività pratiche: la spinta finale è venuta dalle colleghe di CIRCE - https:// circex.org che ci hanno sostenuto durante la scrittura, e dall’editore, elèuthera, che ci ha aiutato a sgrossare una quantità enorme di materiali eterogenei per strizzarli dentro a un oggetto-libro.

Quindi, la pedagogia hacker è un gioco di fiducia. Giocare a selezionare le tecnologie di cui ci fidiamo, insieme alle persone di cui scegliamo di fidarci. Lo smartphone ci opprime? I social ci assillano? Possiamo farne a meno, o far diversamente. Le tecnologie non sono tutte uguali, e quando il discorso cade sulle tecnologie di solito c’è qualcosa dietro, qualcosa sotto: relazioni disfunzionali con persone e macchine che s’impongono come se non si potesse scegliere altrimenti. Internet è una rete che ci intrappola, piena di insidie? Forse, ma è anche il luogo in cui acquisiamo i superpoteri di parlare a distanza e confrontarci con realtà lontane, diverse, meravigliose. Hacker significa per noi persona curiosa del mondo intorno, che vuole capire come funzionano le cose, metterci le mani, smontarle e rimontarle per dare forma all’immaginazione personale in un immaginario collettivo condiviso.

Fare pedagogia hacker vuol dire praticare uno sguardo strabico, per osservarci mentre interagiamo con le tecnologie, in particolare digitali. I nostri comportamenti, le nostre emozioni e reazioni con le macchine dicono molto di noi. Rabbie e gioie, odi e amori, ansie e angosce, esaltazioni ed eccitazioni, speranze e delusioni fluiscono attraverso i social, gli smartphone, i computer, le reti. Le macchine ci modificano, e noi le modifichiamo, ma spesso non siamo noi a scegliere. Le tecnologie ci vengono imposte, come inevitabili «innovazioni» a cui è impossibile sottrarsi. Diventiamo stranieri a noi stessi, alieni perché alienati dagli strumenti con cui siamo obbligati a convivere. L’alienazione tecnica continua ad aumentare. Fare pedagogia hacker significa ridurre l’alienazione tecnica, che è alla base delle altre alienazioni: psichica, sociale, economica. Imparare insieme a selezionare ed evolvere ciò che ci fa stare bene, mentre limitiamo gli effetti nocivi di quello che ci fa star male, è pedagogia hacker.

Primo, giocare

Il gioco è centrale nella pedagogia hacker. Gioco per noi significa attività appassionata, libera dalle costrizioni economiche e salariali; un’attività che non si relega nel «tempo libero», un’attività che non si limita ai bambini, ma al contrario un’attività necessaria per vivere. Considerare le tecnologie, in particolare digitali, come dispositivi inanimati a disposizione degli umani è una sciocchezza madornale;

Fare pedagogia hacker vuol dire PRATICARE uno sguardo strabico, per osservarci mentre interagiamo CON le tecnologie DIGITALI

ancora peggio quando si ritiene che servano per automatizzare il funzionamento del mondo nel senso di produrre di più, in maniera più efficiente. Purtroppo questo mito è diventato una credenza assolutamente maggioritaria.

Invece le tecnologie in rete, il net-working in inglese (lavoro di rete), con una vecchia battuta, è not-working, non-lavoro: lo stato «normale» delle cose è che non funziona nulla, è tutto rotto. Pronto, mi senti? Non ti funziona il microfono. La camera è in tilt. Spegni e riaccendi. Prova a rientrare. Forse hai un virus. C’è un bug…

In questo contesto ad alta intensità tecnologica gli umani sono sempre più ingranaggi di Megamacchine che non hanno deciso di costruire né di far funzionare, almeno non esplicitamente. Si invocano gli esperti, i tecnici per «risolvere» problemi sociali, che non sono affatto problemi, ma dinamiche di potere che vanno comprese. E invece, di fronte alle disfunzionalità strutturali, si sente ripetere sempre più spesso: «Faccio solo il mio lavoro». Questa è l’espressione tipica dell’ingranaggio, che apparentemente non ha alcuna responsabilità né libertà, ma di fatto contribuisce a risucchiarci e inglobarci nelle propaggini delle catene gerarchiche. Ogni ingranaggio umano tende a favorire la riduzione di altri umani a ingranaggi conformi al proprio ruolo, che agiscono i propri automatismi e possono solo dire di aver obbedito agli ordini, per quanto stupidi e alienanti. Rischiamo di diventare dei Piccoli Eichmann, funzionari delle Megamacchine, direbbe Lewis Mumford.

Perciò noi scegliamo di giocare. Gioco è innanzitutto fare un passo indietro rispetto alle nostre interazioni e osservarci interagire, prestare attenzione alle reazioni dei nostri corpi, alle emozioni che ci attraversano e troppo spesso ci agiscono come reazioni automatiche. Gioco per la pedagogia hacker è esercitarsi a vedere il quadro del gioco che qualcun altro ha allestito per noi e in cui siamo immersi: il Gioco di Facebook, di Instagram, di YouTube, di ChatGPT, della prossima mirabolante tecnologia che si presenta come soluzione auto-magica a bisogni indotti.

Secondo, non dipende (solo) da come la usi

Dipende come la usi: questa espressione viene spesso ripetuta, negli ambiti più vari, quando si riflette sull’impatto della tecnologia sulle nostre vite.

Ma è un’affermazione falsa. Reitera l’idea della neutralità della tecnica, condivisa dal marxismo così come dall’industrialismo, anche da quello sedicente liberale. Secondo Marx esisterebbe una cosa in sé, la macchina, che l’uso capitalistico distorce nei suoi effetti: cioè di per sé la macchina può essere usata bene o male, quindi appunto «dipende da come la usi»1 . Questa idea è funzionale anche a chi vuole addossare al cittadino/consumatore la responsabilità per un presunto «cattivo uso» di una tecnologia di per sé «neutra».

Le TECNOLOGIE digitali di massa IMPLICANO lo sfruttamento DISSENNATO delle RISORSE naturali e umane

Invece, no: non dipende (solo) da come la usi. Le tecnologie digitali di massa implicano lo sfruttamento dissennato delle risorse naturali e umane; sono progettate per favorire l’abuso e l’auto-abuso tossico; prevedono determinati usi e ne escludono altri, o li rendono estremamente onerosi e complicati. In ogni caso, tali tecnologie sono proprietà di alcuni padroni, ergo non possono in alcun modo esser piegate a un obiettivo di convivialità condivisa: sono strutturate per il dominio, non per l’autogestione. Non sono nemmeno riformabili e devono essere abbandonate prima possibile: vanno disertate, per lasciar spazio e tempo ad altre tecnologie, grazie alle quali possano germogliare pratiche di mutuo aiuto.

1 Si veda An.Archos, Razionalità tecnica dominazione, 1 - La macchina*,* in particolare Roberto Marchionatti, Un mito marxiano: macchine e lavoro emancipato, pp. 93-102.

Come fare?

Fra le tante cose imparate in questi anni di ricerca di tecnologie conviviali, su misura per noi, adatte perché appropriate, vogliamo ricordare innanzitutto che nulla è ovvio. Quindi è fondamentale non dare nulla per scontato. Non è scontato che aprendo un rubinetto esca l’acqua, che l’elettricità fluisca nelle prese di corrente, né tanto meno che internet «funzioni», che lo smartphone «funzioni». Così… di chi ci fidiamo quando qualcosa non funziona, a chi andiamo a chiedere aiuto? Acquisire consapevolezza delle nostre abitudini e delle reti sociali che queste abitudini strutturano è un pri-

mo passo.

Spesso ci interpellano insegnanti, educatori, genitori, imprenditori schiacciati dal peso della tecnoburocrazia, e ci chiedono «soluzioni». Ma non esistono soluzioni tecniche a questioni sociali. Il digitale è una questione trasversale, riguarda anche e soprattutto gli adulti. Ci viene chiesto di insegnare a «usa-

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re bene» determinate tecnologie, ad esempio i social media di massa. Ciò è impossibile: al limite si possono mitigare gli effetti negativi, mettere in atto tattiche di autodifesa digitale, ma se la digitalizzazione è sinonimo di esternalizzazione presso un fornitore esterno, cioè di delega dell’organizzazione sociale, il tema è sociale e politico prima ancora che educativo. Vietare i social ai minori e contemporaneamente costringerli ad avere a che fare tutti i giorni con Google Classroom (è un esempio scelto fra i tanti strumenti che non rispettano la legislazione europea sulla privacy, GDPR) è un comportamento schizofrenico da parte degli adulti. Così come insistere sull’importanza della privacy (riservatezza) e poi delegare le pubbliche amministrazioni, dal livello locale a quello transnazionale, alle «soluzioni» software e hardware messe a punto da multinazionali a scopo di lucro.

In ogni caso, i social network (reti sociali) esistevano prima del digitale di massa; i social media sono un’involuzione di quelle reti2 , strutturate per favorire l’autopromozione tossica sulle piattaforme private di proprietà di qualche miliardario o di qualche governo.

E l’IA?

Ultima arrivata nel panorama delle tecnologie del dominio, l’IA è un’ottima occasione per fare un po’ di pedagogia hacker.

Con uno sguardo storico, va ricordato che non si tratta di un attore nuovo: dagli anni Cinquanta del XX secolo, con alterne fortune, si spendono favolose quantità di risorse per inseguire questa chimera. Da un punto di vista tecnico, l’IA non esiste, nel senso che, un po’ come il cavaliere inesistente di Italo Calvino, è un involucro di marketing, al momento di grande successo, ma vuoto di contenuti concreti. «L’intelligenza inesistente» è il titolo di un libro di Stefano Borroni Barale, amico e collega di CIRCE, https://altreconomia.it/prodotto/intelligenza-inesistente/: quando si osserva da vicino, come esorta a fare la pedagogia hacker, si scopre che sotto l’etichetta «IA» vi sono tecnologie molto eterogenee fra loro.

Tecnologie diverse e, in ogni caso, in grado di computare molto rapidamente, ma non esattamente intelligenti (la definizione di intelligenza non è comunque condivisa: intelligenza significa far di conto? Scrivere? Dissimulare? Esercitare gentilezza?) né del tutto artificiali, visto che ci sono sempre dietro programmatori, controllori, annotatori, persone. Gli LLM (Grandi Modelli di

2 Ian Bogost, https://www.theatlantic.com/technology/archive/2022/11/twitter-facebook-social-media-decline/672074/

Linguaggio) della serie GPT non hanno molto a che vedere con i sistemi impiegati per risolvere problemi di protein folding, come le proteine si ripiegano, questione fondamentale per mettere a punto nuovi farmaci. Le automobili a guida autonoma, che attualmente richiedono molti occhi e cervelli umani a monitorare per sollevare chi guida dalla necessità di fare attenzione, fanno ricorso a tecniche molto diverse da quelle necessarie per giocare a scacchi: eppure tutte queste cose vengono chiamate «IA».

A nostro parere, questa espressione pericolosamente antropomorfizzante confonde e non aiuta a comprendere come evolvere macchine conviviali. In ogni caso, più una tecnologia è complessa, più un sistema presenta livelli, più è fragile e «semplice» da sabotare, manipolare, rendere instabile. Questa non è necessariamente una buona notizia, anzi: «hackerare» nel senso della pedagogia hacker, in molti casi, diventa impossibile: tecnologie tossiche strutturate in maniera gerarchica vanno semplicemente disertate, senza cercare di «regolamentare» o renderle «etiche» o riformarle. Non tutto si può aggiustare, riparare, adeguare.

La pedagogia hacker propone quindi una selezione di pratiche tecnologiche per imparare dalle e con le persone intorno a noi, per formarci insieme, per diventare umani più autonomi, capaci, potenti. Non in solitudine, ma insieme a persone e tecnologie affini. È una questione di potere. Nessuna garanzia: nel momento in cui diffondiamo potere, questo potrà essere accumulato per strutturare gerarchie, esercitare dominio e ritorcersi contro di noi. Eppure, non si possono ampliare i margini di reciproca libertà se non aumentando ciò che siamo in grado di fare, sentire, comunicare come individui e insieme, cioè il potere individuale e collettivo. Sappiamo bene che non saranno delle istituzioni benevolenti, sedicenti democratiche, a liberarci. Se sentiamo che vorremmo poter fare, dire, comunicare, vivere, amare… e non possiamo, è necessario prenderci quel potere, costruircelo: per questo, in un’era in cui viviamo insieme a macchine estremamente potenti, fonte di enorme potere, cerchiamo di selezionare quelle che fanno al caso nostro, e quei modi di fare che sentiamo affini. Ci diamo da fare, senza illusioni millenaristiche, ma anche senza rimpianti rispetto a un’età dell’oro che non è mai esistita.

In fondo, la sfida principale è sempre la stessa: di fronte a continue catastrofi ambientali, devastazioni, guerre, è necessario rimboccarsi le maniche, perché «se non faremo l’impossibile ci troveremo di fronte l’impensabile!» (Murray Bookchin, L’ecologia della libertà, 1982). Cominciare quindi a immaginare un presente diverso, e agire per realizzarlo, organizzandoci insieme. Le macchine affini possono aiutarci.

[tradotto dall’originale in spagnolo pubblicato sul n. 3 di «Redes libertarias», https://acracia.org/pedagogia-hacker-pedagogiade-la-autogestion-que-es-la-pedagogia-hacker/]