La legge sulla sicurezza n. 80/2025: condizionamenti alle pratiche libertarie e alle lotte anarchiche
APPROFONDIMENTI
La legge sulla sicurezza n. 80/2025: condizionamenti alle pratiche libertarie e alle lotte anarchiche
Marco Ferrero
La nuova legge sicurezza n. 80 del 2025 rappresenta l’ennesimo atto repressivo di una lunga stagione inaugurata nel lontano 2008 con il «pacchetto sicurezza» (D.L. n. 92/2008 convertito nella legge n. 125/2008) dell’allora Ministro Roberto Maroni. Questo decreto ha introdotto il reato di clandestinità, l’aggravante di status per gli stranieri irregolari, il prolungamento della detenzione amministrativa nei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) e ha inasprito significativamente le misure di espulsione. Parallelamente, anche per l’effetto del varo del pacchetto Maroni, nel discorso pubblico, l’immigrazione passa dall’essere vista come risorsa economica a essere considerata minaccia degna di criminalizzazione. Inizia la lunga marcia della repressione dei migranti, come paradigma del diverso, del marginale o, meglio, del marginalizzato, ricattato: «accetta qualunque condizione di lavoro, per poter rinnovare il permesso di soggiorno». Precarizzazione funzionale a ridurre il costo del lavoro prima degli stranieri e di conseguenza degli autoctoni e a preparare la nuova narrazione della sicurezza: dalla sicurezza sociale – garantita dal welfare di matrice socialdemocratica – alla sicurezza urbana, appannaggio indiscusso delle destre (con buona pace dei tanti politici della sinistra divenuta centro che inseguendo la destra sul proprio terreno hanno compiuto la propria metamorfosi inconsapevole).
Questa fase repressiva, che avevo analizzato in maniera approfondita nell’articolo Il pacchetto sicurezza: dall’integrazione subalterna degli immigrati alla loro criminalizzazione (in: P. Basso, Razzismo di Stato, edito da Franco Angeli), nell’ormai lontano 2010, è stata caratterizzata dalla progressiva criminalizzazione e marginalizzazione della figura dell’immigrato, rendendo più difficile l’accesso ai diritti fondamentali come l’asilo politico, il ricongiungimento familiare e persino la tutela della salute.
Il testimone di queste politiche securitarie è stato raccolto dal Ministro Marco Minniti con il D.L. 13/2017 (convertito nella legge 46/2017), che ha eliminato il secondo grado di appello per i richiedenti asilo, accelerato le procedure di espulsione e intensificato il controllo e la sorveglianza delle frontiere. Tuttavia, è stato con il Ministro Matteo Salvini che la repressione ha raggiunto livelli inediti con i due «Decreti Sicurezza» (D.L. 113/2018 convertito in legge 132/2018 e D.L. 53/2019 convertito in legge 77/2019). Tali norme hanno ulteriormente smantellato il sistema di protezione umanitaria, introdotto pesanti sanzioni contro le ONG impegnate nei soccorsi in mare, ina-
sprito le pene per l’occupazione di immobili sfitti e ampliato enormemente i poteri discrezionali delle forze dell’ordine. Le politiche migratorie vengono rilette come strumenti di controllo interno, con effetti ripercuotibili sulle pratiche libertarie – come occupazioni e brutale repressione delle proteste.
L’attuale legge sicurezza n. 80/2025 rappresenta un nuovo e pericoloso sviluppo di queste politiche, estendendo per la prima volta in maniera sistematica e massiccia le pratiche repressive anche ai cittadini italiani impegnati in lotte sociali e pratiche libertarie.
In particolare, l’articolo 4 della nuova normativa estende radicalmente i poteri preventivi delle forze di polizia, autorizzando misure cautelari anche in assenza di reati specifici, semplicemente sulla base della «potenziale minaccia alla sicurezza pubblica». Questa formulazione permette una repressione preventiva arbitraria di pratiche libertarie come l’occupazione di immobili sfitti per garantire il diritto alla casa, la creazione di spazi sociali autogestiti o manifestazioni pacifiche di protesta. Tale misura riflette un approccio pericolosamente vicino alle logiche preventive tipiche di regimi autoritari, come storicamente evidenziato da critici libertari come Luigi Fabbri e Errico Malatesta.
L’articolo 6 introduce pene severe per il «favoreggiamento indiretto» dell’immigrazione irregolare, criminalizzando anche chi offra solidarietà attiva, supporto logistico o ospitalità ai migranti, configurando così la solidarietà come un reato. Questa misura intimidatoria è un attacco diretto alle reti mutualistiche che praticano concretamente la solidarietà internazionale, evocando chiaramente la critica di Emma Goldman sulla criminalizzazione della solidarietà e della fraternità sociale.
Particolarmente preoccupante è l’articolo 9, che estende il cosiddetto Daspo urbano oltre il contesto sportivo, applicandolo a persone coinvolte in manifestazioni politiche considerate a rischio. Questa misura limita fortemente il diritto di manifestazione, colpendo principalmente chi denuncia le disuguaglianze e l’esclusione sociale, restringendo ulteriormente gli spazi democratici e di dissenso, come ampiamente denunciato nella tradizione anarchica italiana e da altri teorici contemporanei.
L’articolo 11 introduce poi il «reato di occupazione abusiva con finalità di destabilizzazione sociale», colpendo in modo diretto tutte quelle esperienze libertarie storiche che, attraverso l’occupazione di spazi abbandonati, hanno creato centri sociali, luoghi di aggregazione e abitazioni per i senza fissa dimora. Tali pratiche, che da sempre rappresentano una risposta concreta alla crisi sociale, vengono ora esplicitamente criminalizzate e represse con pene draconiane. La gravità di questa legge risiede anche nell’esplicita volontà di estendere le logiche di controllo e repressione, già ampiamente sperimentate sugli immigrati, alla generalità dei cittadini dissidenti o attivisti. La repressione dello Stato non è mai neutra, ma serve sempre a perpetuare un ordine sociale che privilegia alcuni a scapito di altri.
Quelli che erano spazi di mutualismo, cultura popolare, abitazioni per precari e migranti, ora diventano luogo di rottura dell’ordine pubblico e punibili penalmente.
Ogni corteo, anche pacifico, può essere sciolto preventivamente, con Daspo e sanzioni a carico dei partecipanti. Volontari, o chi semplicemente presta un letto a un migrante, rischiano processi, multe e reclusione. Si criminalizzano compiti elementari di cittadinanza.
Attivisti che promuovono workshop, cineforum critici, o spazi socio-culturali, possono subire la repressione preventiva che queste politiche consentono.
L’impatto concreto della legge 80/2025 sarà devastante per le realtà autogestite, mettendo a rischio tutte le forme di lotta dal basso. Tuttavia, proprio in questo momento di massima repressione è essenziale rilanciare strategie libertarie di resistenza e costruzione sociale alternativa, rafforzando reti solidali, praticando una disobbedienza civile diffusa e organizzando azioni dirette nonviolente.
Il futuro delle lotte sociali passa inevitabilmente attraverso la capacità di rispondere creativamente alla repressione, costruendo alleanze trasversali tra migranti e cittadini, diffondendo pratiche mutualistiche radicate nelle comunità e alimentando quotidianamente la cultura della solidarietà e della resistenza contro ogni forma di autoritarismo e discriminazione. Introduzione di pene severe per chi offra «supporto logistico, alloggio o informazione» ai migranti. Caccia al volontario, criminalizzando migliaia di persone coinvolte in reti mutualistiche, centri d’accoglienza e progetti sociali. Le parole di Emma Goldman: «Le persone hanno solo tanta libertà quanta ne hanno l’intelligenza di volerla e il coraggio di prendersela», ovvero, le libertà vengono compresse mentre si demonizzano l’indipendenza di pensiero e le prassi solidali, come fa la legge 80/2025. In Psicologia della violenza politica (1917), Goldman afferma «Se tali atti vengono trattati con comprensione, si viene immediatamente accusati di farne l’elogio…». Insomma, oggi la solidarietà diventa «favoreggiamento». Chi resiste diventa fuorilegge.
Questa legge rappresenta una significativa escalation del controllo statale, che erode ulteriormente le libertà individuali e riduce lo spazio per il dissenso. Facendo un parallelo con i precedenti storici, la legge riecheggia le strategie impiegate durante gli «anni di piombo» italiani, dove la legislazione d’emergenza è stata utilizzata per reprimere i movimenti politici. L’aumento delle misure punitive, sia a livello centrale che locale, riflette una tendenza più ampia a impiegare politiche adattive e azioni amministrative per controllare la popolazione. Questo approccio segna uno spostamento verso l’uso della punizione per rafforzare la coesione all’interno di una società sempre più frammentata. Tali misure, pur essendo apparentemente volte a rafforzare la sicurezza, spesso servono a soffocare l’opposizione e a mantenere lo status quo.
L’attuale quadro giuridico riflette sempre più uno Stato preventivo che esercita un controllo eccessivo sulla società civile, creando conflitti tra misure di sicurezza e diritti individuali e ciò corrisponde alla tendenza degli Stati di utilizzare sempre più spesso il diritto penale per prevenire danni futuri, intervenendo preventivamente ed estendendo le pene in base ai comportamenti previsti. Questo approccio preventivo spesso porta a trascurare i principi costituzionali, minando le basi stesse di una società democratica.
L’approccio italiano alla sicurezza urbana, caratterizzato da una forte leadership del governo locale e da un legame tra sicurezza e immigrazione, esemplifica questa tendenza. Queste misure colpiscono in modo sproporzionato i gruppi emarginati e gli attivisti politici, esacerbando le disuguaglianze sociali esistenti, il che crea un «divario di sorveglianza» in cui coloro che hanno più bisogno di protezione sono invece sottoposti a un maggiore scrutinio e controllo. Questa dinamica favorisce un ambiente in cui le pratiche statali sono legittimate attraverso un linguaggio che enfatizza la sicurezza e l’ordine, plasmando la percezione pubblica e facilitando l’attuazione di politiche neoliberali.
Questo approccio non è unico, ma è piuttosto una manifestazione di una tendenza globale in cui la punizione viene utilizzata per sostenere le politiche neoliberali e reprimere il dissenso. Questa espansione del potere statale richiede un esame critico del rapporto in evoluzione tra cybersicurezza e società, dove le politiche di sicurezza digitale possono codificare nuove forme di controllo e intervento. Questa intersezione merita di essere esaminata, soprattutto per quanto riguarda la standardizzazione e l’ispezione di varie attività, che collegano il neoliberismo alla riconfigurazione della vita quotidiana. È una tendenza che colpisce le comunità emarginate, che spesso necessitano di strategie per navigare nei sistemi burocratici, rafforzando ulteriormente il loro status di insicurezza all’interno della società.
Il significato di «pubblica sicurezza» è spesso poco chiaro e porta a leggi che violano indebitamente la privacy. La tecnologia avanza rapidamente, superando le tutele legali per la privacy, rendendo necessari principi universalmente vincolanti per proteggere gli individui. L’intersezione tra sicurezza nazionale e politiche economiche complica ulteriormente questo panorama, richiedendo un’attenta considerazione dell’equilibrio tra la protezione degli interessi nazionali e il mantenimento delle libertà individuali.
La legge 80/2025 non è un episodio isolato: è esito di una traiettoria iniziata nel 2008, alimentata da una cultura emergenziale e securitaria che si serve della crisi sociale per strumentalizzare la paura. Contro questo paradigma serve una contro-forza radicata, intelligente e solidale.
Come ripetevano Malatesta e Goldman: sotto la repressione, fiorisce la solidarietà. Oggi, occupare, curare, resistere, raccontare diventano gesti politici, veri antidoti alle logiche dello Stato coercitivo.
L’alternativa c’è: è la pratica libertaria stessa - fatta di mutualismo, azione diretta, organizzazione dal basso: rafforzare i network tra migranti, precari, attivisti (insieme si possono opporre a Daspo e processi); organizzare la difesa legale integrata tra territori per minimizzare l’impatto delle denunce preventive; pensare forme di disobbedienza civile creativa (forme di occupazione simbolica, flashmob urbani, proteste artistiche-nonviolente per attirare attenzione mediatica). È ineludibile strutturare una contro-narrazione e divulgazione: scrivere, documentare, diffondere sulla rete, usare memoria storica e denunciare la logica securitaria, portando testimonianze con al centro storie. Il tutto coinvolgendo ONG, università (sociologi, giuristi) e facendo pressione su parlamentari, media e pubblica opinione, smascherando le menzogne securitarie (come il mito che «gli immigrati aumentano la criminalità»). Infine servirà organizzare pratiche mutualistiche diffuse: mense, doposcuola, sportelli legali, corsi di lingua, punti sanitari: le comunità coese sono più difficili da criminalizzare.
La nuova legge è un attacco, sì. Ma diventa anche una chiamata alle armi - intellettuali, etiche, sociali - per costruire la società che vogliamo.
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