Il pianeta si è accorto degli smartphone
APPROFONDIMENTI Il pianeta si è accorto degli smartphone Micorriza
Per quanto tempo hai utilizzato il tuo precedente smartphone prima di sostituirlo? Il motivo della sostituzione è stato un guasto? Avevi provato a sostituire il componente non funzionante, tipo la batteria, e provato a installare un sistema operativo più leggero prima di acquistarne uno nuovo? Se le risposte alle precedenti domande sono «meno di dieci anni», «no e no» è perfettamente normale, o meglio, queste sono le abitudini instillate nella stragrande maggioranza degli utilizzatori di smartphone: questi piccoli gioielli della tecnologia sono volutamente progettati per rendere difficoltose o impossibili le pratiche accennate nei quesiti iniziali, almeno finora.
Considerando che nel mondo circa il 70% della popolazione ha almeno uno smartphone, per una stima complessiva che si attesta poco sotto i 6 miliardi e che ogni anno ne vengono prodotti circa 1,5 miliardi e buttati altrettanti; l’impatto che questi apparecchietti hanno sull’ambiente è impressionante anche perché segna un cambiamento rispetto agli altri oggetti elettronici.
Con noi o contro di noi?
Difficile pensare a un momento della giornata in cui non ce l’abbiamo vicino, questi oggetti in brevissimo tempo sono diventati per noi inseparabili; dacché tutti ne abbiamo almeno uno, tutte le operazioni che quotidianamente compiamo per soddisfare le nostre necessità sono state rimodellate per essere compiute attraverso uno smartphone, anche quelle per cui bastava usare semplicemente le mani o parlare con le persone o alla peggio usare il telefono. Si pensi alla consultazione del menu in un ristorante, ai pagamenti, alla prescrizione delle ricette mediche, la consultazione di documenti personali e per finire alle interazioni sociali…
Innegabile che in molti casi si tratta di semplificazioni che ci fanno risparmiare tempo e aumentano le comodità, ciononostante è anche innegabile che molti dei bisogni che ogni giorno soddisfiamo con lo smartphone sono stati indotti in maniera etero diretta da chi attraverso quelle tecnologie ci lucra. La lista sarebbe molto lunga se volessimo considerare tutti i modi in cui diventiamo merce o lavoratori non pagati quando utilizziamo la moltitudine di app presenti su questi «telefoni intelligenti», alcune delle quali sono app già installate al momento dell’acquisto. È doveroso specificare che questi complessi dispositivi a differenza dei loro cugini «computer», fissi o portatili che siano, sono ancora più limitati per quanto riguarda la manipolazione dell’hardware da cui sono composti, i sistemi operativi che li fanno funzionare sono molto più bloccati e chiusi e le applicazioni che ci girano sono vincolate alle regole dei produttori. Inoltre, sono tutti equipaggiati con una variegata pletora di sensori che consentono di registrare qualsiasi tipo di informazione che ci riguarda. Da questo punto di partenza ci limitiamo ad accennare come tutti i dati che si possono raccogliere consentono una profilazione molto precisa delle persone (a che ora una persona si sveglia, che fonti di informazioni consulta, con chi comunica, dove si reca per lavoro o per altri scopi, con che mezzi, che interessi ha, dove ha il conto in banca e come spende i soldi, e via continuando). Chi possiede queste informazioni, che in genere sono le grosse corporations, e in alcuni Paesi questa è anche la migliore delle ipotesi, ha garantito un’inesauribile fonte di ricchezza sia in termini economici, mediante marketing e vendita dei dati stessi, sia in termini di controllo, purtroppo non sono rari gli attivisti e i
giornalisti che subiscono violente conseguenze per il loro operato a causa di un uso poco attento dello smartphone. La letteratura su questi argomenti è molto vasta, sia in libreria che in rete. Di recente Kenobit, poliedrico e prolifico artista e attivista, ha raccontato la sua esperienza di un approccio diverso allo smartphone nel libretto gratuito Liberare il mio smartphone per liberare me stesso.
Evoluzione tecnologica
Ripercorriamo velocemente le tappe fondamentali della storia di questi dispositivi per capire come siamo arrivati a questo punto.
Nella seconda metà del secolo scorso fanno la prima apparizione i circuiti integrati, un insieme di componenti elettronici montati su una piastrina di silicio. Questi chip sono programmati per compiere svariate funzioni, dall’effettuare calcoli a salvare dati, e col passare degli anni si evolvono per diventare sempre più specializzati, potenti e versatili mentre si riducono notevolmente le dimensioni e il consumo di energia. Sul finire degli anni Sessanta compaiono le prime calcolatrici elettroniche con dimensioni tali da essere tenute nel palmo di una mano e nel decennio successivo i computer diventano portatili. Negli anni Ottanta anche i computer si rimpiccioliscono, nascono gli hand held computer
o anche «computer da tasca» come lo Sharp 1211 e il Panasonic RL-H1400. Entrambi vengono prodotti in Giappone che all’epoca era in forte ascesa economica e industriale. Nel 1992 vengono poi annunciati due dispositivi molto innovativi: Newton di Apple e Simon di IBM. Questi sono considerati personal digital assistant (PDA) che in Italia venivano presentati come «palmari», sono minicomputer originariamente concepiti come una agenda elettronica, un sistema non particolarmente evoluto dotato di un orologio, di una calcolatrice, di un calendario, di una rubrica dei contatti, di una lista di impegni/attività e della possibilità di memorizzare note e appunti. Il Simon, presentato nel novembre 1992 come prototipo da IBM, è il primo serio tentativo di fondere un PDA con un telefono cellulare. Cinque anni dopo, nel 1997, l’azienda europea Ericsson è la prima ad usare per la prima volta la parola «smartphone» in occasione del lancio del modello GS88, che unisce molte funzioni di un PDA a quelle di un telefono cellulare, con tanto di schermo tattile e tastiera. È un periodo storico in cui l’Europa sta giocando un ruolo di primo piano nell’industria digitale soprattutto grazie al GSM, uno standard aperto per la telefonia mobile digitale, sviluppato dalla conferenza europea delle amministrazioni delle poste e delle telecomunicazioni nonché unico ammesso in Europa. In ambito produttivo hanno rilevanza mondiale aziende come Ericsson (Svezia), Siemens (Germania) e soprattutto Nokia (Finlandia). Nel 1999 la RIM, un’azienda canadese fondata nel 1984, presenta un primo dispositivo portatile in grado di gestire e-mail, il BlackBerry 850, e nel 2003 il suo primo vero e proprio smartphone. Contestualmente nel mondo della riproduzione musicale si erano diffusi i lettori MP3, grazie al nuovo formato di compressione digitale che consentiva di mantenere una certa qualità nella riproduzione dell’audio riducendo la memoria utilizzata. Questi dispositivi sono tipicamente piccoli e leggeri, con una batteria e un semplice schermo LCD. Il punto di svolta nella loro storia avviene nel 2001: con una delle tante azzeccatissime manovre di marketing la Apple lancia l’iPod, un lettore che per la sua ampia capacità di immagazzinamento dati, l’innovativa interfaccia utente e il design molto curato conquisterà il mercato e che ovviamente si può gestire esclusivamente con il loro software proprietario iTunes. Forti del risultato ottenuto, alla Apple si lavora per arrivare al primo smartphone, Steve Jobs vuole infatti proporre un «iTunes-phone». Per realizzarlo, nel 2004 Apple si rivolge a Motorola, in quel momento uno dei produttori di punta di telefoni cellulari e così il 9 gennaio 2007 Steve Jobs perfettamente a suo agio sul palcoscenico annuncia l’iPhone. Jobs lo descrive come una combinazione di tre dispositivi: un iPod con schermo tattile, un telefono rivoluzionario e un innovativo dispositivo per la comunicazione via internet. Sebbene non fosse nulla di rivoluzionario a livello tecnico, l’accattivante design e il grande schermo tattile che proponeva un’esperienza utente molto diversa dalle altre, affiancati da una gigantesca operazione di marketing rendono l’iPhone uno status symbol che in breve tempo arriva a dominare il mercato. Grazie alla diffusione di questi piccoli dispositivi che consentono di navigare su internet ne trae vantaggio un’altra giovane azienda che poco dopo dilagherà, Google. Allora la Microsoft che forniva il suo browser Internet Explorer abbinato a Windows, il sistema operativo presente sulla quasi totalità del computer nelle case delle persone, rappresenta il principale competitor per il motore di ricerca. Google inizia a lavorare segretamente a un proprio smartphone ma soprattutto a un sistema operativo innovativo, a disposizione di qualsiasi produttore di smartphone, tecnicamente molto accessibile e soprattutto open source, con tutti i vantaggi del caso. Nel settembre 2007 viene presentato in una versione ancora prematura il sistema operativo Android. Da lì in poi i progressi sono stati notevoli, oltre agli smartphone prodotti da Google, grazie alla licenza libera anche quasi tutte le altre aziende hanno iniziato ad installare Android sui loro dispositivi fino ad arrivare a oggi in cui è presente su circa il 70% di quasi 7 miliardi di smartphone usati nel mondo, davanti ad Apple che si attesta sotto il 30%.
La tavola periodica nella tasca
Per creare tutti i componenti presenti in uno smartphone, dallo schermo alla batteria, sono necessari fino a 70 elementi degli 83 presenti sulla tavola periodica. Questa grande varietà di elementi comprende sia i più comuni come rame, oro, argento, o litio che sono impiegati anche in altri ambiti, ma soprattutto le famose terre rare che sono diventate fondamentali per gli oggetti elettronici. Con la locuzione «terre rare» si identificano 17 elementi: i 15 lantanoidi più l’ittrio e lo scandio. Non sono rare dato che sono distribuite un po’ in tutto il pianeta, ma ci sono concentrazioni diverse e soprattutto la loro estrazione è un processo più complicato dato che richiede ulteriori passaggi. Oggigiorno se ne sente parlare sempre più spesso, questi preziosi elementi stanno cambiando gli equilibri geopolitici. Circa l'80% della produzione mondiale avviene in Cina con effetti prevedibili sui mercati internazionali. Per citare alcuni contesti recenti, il Donbass è ricchissimo di miniere, Trump ha chiesto come ricompensa per gli aiuti già dati all’Ucraina 500 miliardi di dollari in terre rare e altre risorse (accordo che è stato poi modificato), lo stesso infimo personaggio ha manifestato fortemente dall’inizio del suo mandato la volontà di conquistare la Groenlandia, che è un’enorme giacimento di risorse sotto ghiaccio, ancora per poco, inoltre ha firmato l’ordinanza per avviare l’estrazione di minerali dai fondali marini in acque profonde, attività molto critica praticata da pochissimi Paesi. Infine, anche il governo italiano ha presentato il «Programma nazionale di esplorazione mineraria» per riaprire le miniere dopo 40 anni alla ricerca di terre rare e altre materie prime di importanza cruciale.
Le estrazioni di tutti questi materiali comportano un impatto ambientale notevole, si provi a immaginare le moderne miniere, montagne sventrate o aree anche più grandi completamente svuotate, percorse da mezzi mastodontici pesantissimi. Questa attività oltre a distruggere ecosistemi produce grandi quantità di rifiuti estrattivi, sostanze inquinanti che si riversano in acque, aria o suolo ed è l’inizio di un ciclo. Da qui in poi seguono le fasi di raffinamento, lavorazioni industriale più o meno articolate, la creazione dei componenti, l’assemblaggio, l’imballaggio e la distribuzione per arrivare ai rivenditori, ultimo passo prima di essere nelle mani dell’utilizzatore finale. Ognuna di queste fasi consuma un’ingente quantità di energia e risorse e generalmente avviene in parti diverse del mondo. L’alluminio estratto in Brasile viene lavorato in Islanda per poi andare in Cina per creare la scocca di uno smartphone, assemblato in un altro stabilimento, che alla fine sarà venduto negli Stati Uniti. Con filiere del genere per ogni piccola parte l’impronta di carbonio non è trascurabile.
Per impronta di carbonio si intende la quantità totale di emissioni di gas a effetto serra espressa nel suo equivalente di anidride carbonica. I gas serra (Green house gases, GHG) sono responsabili del riscaldamento climatico. Facciamo chiarezza. L’anidride carbonica (CO2) è un gas serra, cioè ha capacità di bloccare e non trasmettere l’energia irradiata dalla superficie terrestre ritrasferendola sotto forma di energia termica, creando quindi una sorta di serra. Esistono sette gas serra con coefficienti di riscaldamento diversi, dato che la CO2 rappresenta 80% del totale si ragiona in emissioni di GHG calcolate in termini di CO2 equivalenti.
Ogni prodotto o servizio nel suo intero ciclo di vita produce emissioni. Le emissioni si possono categorizzare come «incorporate» quando riguardano i processi di produzione, trasporto e smaltimento, oppure «operative» quando si considera il consumo di energia in fase di utilizzo.
Uno smartphone ha una vita media di due anni e mezzo, in cui consuma pochissima energia grazie alla miniaturizzazione dei componenti e al progresso tecnologico. Non consideriamo il consumo indiretto relativo ai datacenter che ospitano i servizi usati dalle varie app, perché molto variabile e decisamente difficile da stimare. A fine vita, quasi sempre determinata dall’obsolescenza programmata su vari fattori o dall’andamento del mercato, la temporanea estensione artificiale dell’individuo moderno diventa un rifiuto difficile da smaltire in maniera consona e soprattutto non riciclabile perché la progettazione dei dispositivi digitali è sempre stata fatta senza considerare il fine vita come una fase nella filiera del prodotto. Nei Paesi più attenti a queste tematiche meno del 20% viene riciclato. Recuperare materie prime da poter riutilizzare non conviene economicamente rispetto all’estrazione. Questa situazione innesca quello che vie-
ne chiamato resource deplation, le risorse naturali vengono consumate più velocemente di quanto possano essere reintegrate, causando una diminuzione della loro disponibilità. Capitano episodi in cui la multinazionale di turno non è in grado di soddisfare gli ordini di acquisti dei propri clienti che a loro volta sono obbligati dalla stessa a comprare nuovi dispositivi per sostituire quelli in produzione e funzionanti ma le cui licenze sono scadute. Nel frattempo, aumentano le tonnellate di rifiuti inquinanti impossibili da trattare che diventano oggetto
resource deplation: le risorse naturali vengono consumate più velocemente di quanto possano essere reintegrate, causando una diminuzione della loro disponibilità
di esportazioni illegali per scaricare i costi ambientali su Paesi privi normative e di strumenti di difesa contro questo tipo di speculazione. Un saggio esaustivo e accurato è Le emissioni segrete di Giovanna Sissa.
Lo smartphone ha l'80 % delle emissioni della sua vita incorporate, cioè l'80% dell’impatto ambientale avviene prima ancora di essere acceso per essere usato e dopo che viene spento per l’ultima volta. Un ciclo di vita con queste percentuali è unico tra gli oggetti elettronici.
Tanti passi in avanti ma l’arrivo è ancora lontano
Questo tragico scenario non è passato inosservato dato che riguarda tutta la tecnologia. Modificando di poco: il numero di elementi impiegati, la durata di utilizzo e le percentuali di riciclaggio, il ciclo di vita descritto in precedenza rimane valido per qualsiasi oggetto elettrico o elettronico, tuttavia solo lo smartphone presenta questi valori imbarazzanti.
Durante la stesura di questo articolo, dal 20 giugno 2025 sono entrati in vigore i regolamenti promulgati dall’Unione Europea sul cosiddetto ecodesign (UE 2023/1670) e sull’etichetta energetica (UE 2023/1669) per smartphone e tablet. Queste misure si applicano a tutte le aziende produttrici che vendono i loro prodotti in Europa e hanno lo scopo di estendere la vita dei dispositivi e fornire più informazioni a tal scopo.
Per ecodesign si intende un approccio progettuale che mira a ridurre l’impatto ambientale dei prodotti durante l’intero ciclo di vita, dalla progettazione allo smaltimento, per questo motivo il regolamento prevede una migliore disponibilità delle parti di ricambio (batterie, telecamere, altoparlanti), per almeno sette anni e con tempi di consegna più rapidi; aggiornamenti di sicurezza del software (es. Android) per almeno cinque anni. L’etichetta energetica indica quanto un dispositivo sia a prova di caduta e riparabile, considerando anche i cicli di carica della batteria e l’impermeabilità.
Questi nuovi vincoli sono decisamente apprezzabili anche se le riparazioni considerate sono sempre quelle effettuate dai rivenditori a scapito delle riparazioni fai da te tanto che la sezione relativa alla sostituzione semplificata del display, componente che si danneggia più frequentemente, è stata rimossa all’ultimo momento.
I regolamenti sopra citati sono una ridotta espressione istituzionale di una serie variegata di pratiche che si sono diffuse a più livelli e in diversi contesti per superare l’imposizione programmata di sbarazzarsi di un dispositivo ancora funzionante per comprarne uno nuovo.
Il primo esempio di smartphone progettato con ecodesign è stato realizzato nel 2013 nei Paesi Bassi ed è il Fairphone. Nasceva come impresa sociale con open design impegnandosi a utilizzare il più possibile componenti provenienti da un commercio equo e solidale. Fairphone, con la vendita diretta di tutti i componenti di ricambio e le guide alla riparazione autonoma, garantisce un’ampia durata ai propri smartphone.
Negli ultimi anni fortunatamente è fiorito il mercato dei dispositivi ricondizionati (refurbished), gli smartphone usati vengono sottoposti a verifiche, eventualmente riparati, aggiornati e poi rimessi in vendita a prezzi decisamente inferiori rispetto ai nuovi. Questo consente di avere in tasca un oggetto che potenzialmente sarebbe finito in discarica ma perfettamente funzionante e con un notevole risparmio economico.
Un altro ruolo importante è giocato da sistema operativo o firmware. Su ogni telefono o tablet è possibile installare una versione diversa di Android scaricata gratuitamente perché il codice è libero. Questa strada non è alla portata di tutti ma richiede delle specifiche competenze tecniche, anche se in alcuni casi è possibile anche acquistare direttamente uno smartphone con il sistema operativo diverso da quello di fabbrica sul negozio on line di chi sviluppa il software. I vantaggi di avere una rom diversa da quella stock (così vengono chiamate le versioni alternative di firmware) riguardano soprattutto il consumo di batteria, la libertà di scegliere che app usare e un notevole aumento della tutela dei nostri dati. Generalmente queste rom (Read Only Memory) sono più leggere e personalizzabili, e soprattutto non hanno installate tutte le app dei produttori e loro partner che ci si ritrova in uno smartphone appena acquistato. Ce ne sono specificatamente orientate alla privacy come Graphene e Calyx o altre destinate all’uso di tutti i giorni come Lineage che comunque consentono di estendere la vita dei dispositivi. Quando si parla di software libero la fantasia non ha limiti e c’è chi addirittura riesce creare cluster di server (insieme di computer interconnessi) con smartphone obsoleti.
Esistono comunità di utenti dedicate a specifiche rom o specifici modelli, come altre relative alle riparazioni o alle buone pratiche, per esempio per non rovinare la batteria e farla durare di più è meglio tenere sempre uno stato di carica tra il 20% e l'80% e mai tenerla tutta la notte collegata all’alimentazione, come facciamo tutti di solito. La pratica dell’autoriparazione si è diffusa molto data la semplicità con cui è possibile procurarsi i pezzi sostituibili compatibili, c’è chi in Cina è riuscito a comprare tutti i singoli componenti e assemblarsi autonomamente un iPhone per puro scopo dimostrativo. Ifixit.com, che si definisce una comunità online di persone che si aiutano a riparare cose, è uno dei portali di riferimento per trovare guide precise e dettagliate per avere informazioni sul proprio dispositivo. In alternativa ci si può sempre recare presso uno degli ormai tanti negozietti specializzati che effettuano le riparazioni, sono sempre più diffusi anche se ancora sono lontani dal livello raggiunto in India nei mercati di Nehru Place a Delhi oppure Lamington Road a Mumbai. Qui vengono trattati i computer portatili, grazie alle abilità dei tecnici del posto prendono vita i «laptop Frankenstein» partendo da quelli che noi chiamiamo RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), dando la possibilità a chi non può permetterselo di possedere un computer.
In conclusione, esiste un mondo poco conosciuto e anche volutamente celato dietro questi oggetti che ormai fanno parte della nostra quotidianità e di cui si fa fatica a immaginare di vivere senza, Juan Carlos De Martin nel suo Contro lo smartphone lo ha raccontato a 360 gradi.
Le possibilità per percorrere strade alternative a quelle imposte, in questo caso del consumismo, sono sempre tante. Per provare a fare meno danni al pianeta è necessario avere la volontà e un po’ di buon senso oltre alla consapevolezza del contesto in cui ci si muove.