Editoriale n. 12

Editoriale
Ottant’anni fa il mondo tragicamente conosceva gli esiti reali della bomba atomica. Quello che apparve da subito come il male assoluto dell’impiego dell’energia atomica in ambito militare sconvolse il mondo intero e ancora oggi rappresenta un monito non cancellabile per ogni coscienza libera e civile.
Ma in questo mondo così veloce, che cancella il passato e non immagina il futuro, che vive solo in un presente immediato, rapido, consumistico in ogni aspetto della vita quotidiana, sembra proprio che la storia non sia proprio magistra vitae. Si stima infatti che nel 2025 siano attivi ben 56 conflitti armati che coinvolgono 92 paesi del mondo. Gli orrori e le tragedie che producono le guerre continuano ad alimentare il nostro presente continuo. Quando Kurt Vonnegut diceva che «gli esseri umani sono scimpanzé che quando si ubriacano di potere perdono il controllo» affermava una verità inconfutabile. Come non comprendere lo scoramento, il pessimismo, la disperazione perfino, che trova sempre più diffusione tra noi abitanti di questo mondo così minaccioso? Gaza, Uganda, Sudan, Ucraina, Siria, Trump e Putin, il governo Netanyahu e Hamas, e l’elenco può continuare, sconvolgono giustamente le nostre vite, ci sbattono in faccia ogni giorno l’orrore in modi diversi ma uguali negli esiti tragici. Abbiamo davanti agli occhi le immagini terrificanti di ciò che è accaduto e sta accadendo, del dolore, della morte, della distruzione. Niente e nessuno è risparmiato da queste sconvolgenti tragedie. Soprattutto vittime innocenti, donne e bambini, che pagano con la morte le follie della violenza, delle guerre, della barbarie causate dalla bramosia di potere e dalla ferocia del dominio.
Eppure proprio perché riteniamo valido il monito di Lev Tolstoj: «Fai quel che devi, accada quel che può!» noi continuiamo a fare la nostra piccola parte, resistiamo e portiamo la nostra goccia d’acqua per spegnere l’incendio. Non solo quindi insistiamo in questa strada, impervia e tortuosa, ma siamo convinti che proprio in questa situazione, che appare realisticamente quasi irrisolvibile, occorra osare e andare oltre ogni paralizzante pessimismo. Lo spirito di questa rivista, il suo dna, è un approccio propositivo e positivo, a dispetto e in alternativa alla infinita ed estrema negatività. Impresa difficile, forse impossibile, ma senza alternative a nostro modo di vedere. Ne siamo consci e informati. Proprio in virtù di ciò, di questa consapevole scommessa, pensiamo che l’unica via possibile di uscita dall’incubo della disperazione sia l’utopia. In un mondo distopico come quello che ci appare solo l’utopia può aiutarci a resistere e a uscire dal tunnel. Non è una fuga dalla responsabilità, anzi è proprio il contrario quello che proponiamo. La domanda che continuamente ci poniamo è rivolta a capire e a indagare quanto questi sentimenti di disperazione possano alimentare altre negatività, fino a condurci alla completa paralisi e quindi alla sconfitta di ogni speranza e di ogni alternativa. Avere una visione ampia, plurale, aperta, di un futuro diverso (si badi bene non perfetto) è indispensabile e necessario. Senza una visione, senza quella che i cosiddetti realisti considerano l’impossibile, siamo destinati a soccombere. Solo questi sentimenti utopistici possono scrollarci di dosso l’impotenza e impedirci di aderire al partito della servitù volontaria. Stimolare un altro immaginario, l’idea della pluralità e della varietà dei mondi possibili, aiuta sicuramente a rompere le catene di una realtà considerata dai più come inevitabile e insuperabile. Un nuovo immaginario, che si costruisce giorno per giorno, nelle pratiche di vita reale diversa, rappresenta, a nostro parere, una possibile strada da intraprendere assieme, per aumentare, come diceva il nostro Colin Ward, il tasso di anarchismo in questo mondo. Non esiste un totalmente altro, esiste ed è perseguibile il parzialmente altro, pezzo dopo pezzo, di una società diversa, che cambia e si modifica cammin facendo con lo sguardo alto e di grande respiro che solo una visione può dare. In fin dei conti utopia è qualsiasi progresso sociale prima che si realizzi. Questa utopia è rappresentata dalle tante persone che in ogni angolo del pianeta non hanno rinunciato a lottare, a sperare, a sognare e a desiderare, con tutta la loro forza e la loro tenacia, che un mondo diverso non solo è possibile ma è urgente e necessario e fin da subito e concretamente lo sperimentano. Noi vogliamo sentirci parte di questa umanità.
In questo numero della rivista vi presentiamo come sempre alcune «esperienze» concrete che possono essere stimolanti per ciascuno di noi per farci riflettere su tante possibilità di sperimentazione e di prefigurazione sociale in senso antiautoritario. Ecco così il racconto di Sabrina Bianchi e del forno di paese «Demetra» a Longiano, in Romagna, spazio di produzione e distribuzione di pane ma anche luogo di incontro e di scambio, di condivisione e di riflessione a tutto campo. Poi la descrizione di un altro esempio di autocostruzione a Monaco di Baviera, fatta in maniera anche tecnica dal nostro collaboratore Alberto Franchini. Infine una riflessione quanto mai attuale di Alberto (Abo) di Monte sulla montagna e sulla storia e il senso ancora oggi importante di un’associazione di escursionisti ed esploratori di vette e boschi montani.
Nella sezione «approfondimenti» Mariangela Mombelli fa il punto sulla situazione e sulle riflessioni necessarie in merito al tema del femminismo contemporaneo. Marco Ferrero, avvocato, commenta e sviluppa importanti concetti giuridici che hanno una immediata concretizzazione in norme e in leggi che utilizzano il tema della migrazione come laboratorio di pratiche autoritarie e discriminatorie. Infine due interessanti contributi che hanno come connessione tra loro un medesimo argomento di fondo: l’uso e l’abuso del digitale. Il primo, di Micorriza, ci fa riflettere sull’uso dello smartphone e sulle conseguenze che questa tecnologia implementa nelle abitudini quotidiane e nella cultura di massa oggi presente. L’altro di Carlo Milani (membro di CIRCE, Centro Internazionale di ricerca per la convivialità elettrica) sulla pedagogia hacker. Nel denunciare i risvolti autoritari e condizionanti di queste tecnologie ambedue gli autori ci stimolano a definire e praticare relazioni appropriate col digitale per abituarci a decolonizzare le nostre menti e le nostre pratiche e ad abitare la tecnologia con un’attitudine conviviale.
La «conversazione» di questo numero della rivista è con Pietro Babina, registra, scenografo, autore, interprete, che ci presenta la sua visione dell’anarchia come antidoto al dominio e tensione all’utopia, tema che cerca di affrontare con le sue opere.
Nella sezione «internazionale» potrete trovare un articolo scritto da Matthew Wilson nel quale presenta con chiarezza ed efficacia il suo riconoscimento intellettuale nei confronti di Colin Ward, autore che i nostri lettori conoscono e che rappresenta un punto di riferimento decisivo nella linea editoriale della nostra rivista.
Le consuete due «radici» questa volta sono dedicate a Paul Goodman (Pietro Adamo) e alla giapponese Noe Itō (Francisco Soriano). Continuano come sempre le nostre due rubriche dedicate alla musica (Felice Liperi) e al cinema (Mariangela Mombelli ed Enrico Ruggeri).
Completa questo numero un saggio di Francesco Berti sul rapporto tra democrazia e anarchia nella sezione «Dizionario politico». Dopo la disamina dei concetti di violenza e non violenza (apparsi nel numero 7, febbraio 2024 della rivista) questo secondo contributo di Berti si concentra appunto sul rapporto che intercorre tra la democrazia e l’anarchia mettendone in evidenza relazioni e contraddizioni.
Vi proponiamo quindi un numero ricco e vario e vi invitiamo, come sempre, a scriverci e darci il vostro parere, a proporre temi, argomenti, a sottolineare aspetti e limiti della nostra rivista che pur avendo una sua precisa linea politica ed editoriale, è aperta al confronto e al dialogo in termini propositivi e positivi. Ricordiamo come sempre, ma dobbiamo farlo, che l’unico modo per sostenere i nostri sforzi è abbonarsi e presentarla in ambiti e situazioni diverse.
Chiudiamo questo editoriale ricordando la prima edizione della BOAB – Bologna Anarchist Bookfair (boab.zone) dove eravamo presenti nella collettanea delle riviste e nello stand di elèuthera. In due giorni circa 1.000 persone, oltre 30 banchetti di case editrici, riviste e archivi e 4 tavoli di discussione e confronto molto partecipati. Tutto ciò dimostra la grande ricchezza di idee e varietà di contenuti dell’attuale pubblicistica anarchica e libertaria di cui con la nostra rivista siamo pienamente parte.
Buona lettura.
