Demetra Forno di Paese
ESPERIENZE Sabrina Bianchi Demetra Forno di Paese
Demetra è un forno molto piccolo. Si trova nel centro di Longiano, un paesino sulle colline romagnole. Ha aperto le porte nel 2020, nei duri giorni del Covid. Oggi, dopo quasi cinque anni, tira un sospiro di sollievo per esserci ancora, nonostante i primi mesi difficili e l’ubicazione all’interno di un contesto piccolo e spesso diffidente. Tutto è cominciato in modo molto semplice: una persona a fare pane e dolci in laboratorio, e un’altra al banco di vendita. Eppure, fare il pane per venderlo agli altri non era il solo intento di Demetra. Il progetto è stato immaginato e pensato per diversi anni. Se l’obiettivo del primo periodo era quello di sopravvivere, per assolvere la necessità primaria del forno – ovvero autosostenersi e dare da vivere a chi ci lavorava – l’immagine successiva era quella di un luogo in cui, attraverso il pane, le persone si sarebbero potute incontrare e avrebbero avuto la possibilità di condividere interessi, scoprire nicchie e realtà esistenti sulle colline di Romagna.
Facciamo un passo indietro: perché Demetra?
Nel mito orfico, Demetra è colei che insegna agli esseri umani a coltivare la terra e a trasformarne i frutti. Durante la ricerca della figlia Persefone – rapita da Ade, divinità infera – viene ac
colta da una famiglia povera ma generosa. In cambio dell’aiuto ricevuto, Demetra dona loro il sapere agricolo e i riti legati al grano. È in quel momento che l’umanità, fino ad allora legata alla sola sopravvivenza, entra in una nuova fase della sua esistenza. Secondo lo studioso Károly Kerényi, uno tra i più illustri interpreti del pensiero mitologico e filosofico antico, Demetra rappresenta il passaggio fondamentale dall’esistenza istin-
tiva alla consapevolezza culturale. Kerényi scrive che, per i Greci, «l’uomo ha due nascite». La prima è legata all’animalità, alla sopravvivenza. La seconda avviene quando l’uomo entra in contatto con l’agricoltura e i suoi misteri. Questa rinascita coincide con l’apprendimento del pane e dei riti a esso connessi.
Il significato del nome Demetra nasce proprio da qui: il pane non è solo un alimento che nutre il corpo, ma anche un’occasione per agire nella realtà. Ogni volta che lo prepariamo e lo condividiamo, riportiamo al centro un’idea di umanità che ci ricorda che il fare ha un significato che va oltre la funzione. È un gesto quotidiano, ma può diventare anche un atto di emancipazione. Tutti i giorni entriamo in laboratorio e, tutti i giorni, ripetiamo azioni con costanza. Tuttavia, non si tratta di gesti alienanti. Al contrario, sono coinvolgenti e capaci di offrire una dimensione organica e trasformativa, per noi in quanto esseri umani e in quanto donne. Il pane è un elemento che fa parte dell’uomo. Ognuno lega a esso un ricordo, un ritorno, una memoria più o meno consapevole. Farlo ogni giorno aiuta a comprendere quanto ciascuno di noi sia il costrutto di ciò che è stato, con un margine di trasformazione che ci rende unici.
Una preparazione semplice: acqua, farina, lievito madre, sale e pazienza. Tante ore di lievitazione e poi in forno. Le pezzature sono grandi, almeno da un chilo, per fare in modo che si mantenga più a lungo, evitando così di doverlo acquistare ogni giorno. Ogni pagnotta viene formata a mano, messa nel proprio cestino e lasciata a lievitare. Il momento della formatura è quello in cui si capisce se l’impasto ha avuto tutto ciò di cui aveva bisogno per una buona lievitazione. È anche un bel momento di confronto e di silenzio, per noi che lavoriamo insieme dalla mattina molto presto fino al primo pomeriggio.
Fare il pane è ogni giorno uguale, ma ogni giorno diverso, la dimensione umana è fondamentale. Al momento, il laboratorio è costituito da tre ragazze: Sara, Barbara e me. Della vendita si occupa un’altra ragazza, Stephanie. Infine, Cristina si occupa delle pulizie alla chiusura del turno. La giornata lavorativa comincia alle cinque del mattino e termina attorno alle due del pomeriggio. Il ritmo del forno è quello delle persone che sì, ci lavorano, ma senza tirare il fiato. Le ore passate insieme sono momenti di confronto, non solo su ciò che facciamo nel lavoro, ma anche sulle nostre vite, sui bei momenti e sulle difficoltà, sui pensieri discordanti o affini. Insomma, il lavoro si inserisce nella vita, non la interrompe per poi concedere una ripresa alla fine della giornata.
L’esclusività della presenza femminile non è stata cercata, è capitata nel tempo. Le dimensioni dell’aiuto e del sostegno sono molto presenti. Non ci troviamo mai di fronte a episodi di pre-
varicazione o competizione. Il dialogo caratterizza il nostro modo di partecipare a un obiettivo comune, che è quello di guadagnarsi da vivere, ma anche quello di far vivere il forno come luogo di incontro e condivisione. Qui il pane non è solo merce di scambio. Lo mettiamo al centro e cerchiamo di richiamare chi, come noi, sente il bisogno


di agire. Proponiamo azioni da cui qualcosa possa iniziare, con il proposito di alimentare, in modo orizzontale, un pensiero e una prassi creativa che incidano sul sentire comune. A tal proposito, è presente un piccolo gruppo – di cui anch’io faccio parte – che si occupa di ciò che il pane non è: Federica, Giorgia e Matteo. Ogni mese realizziamo una pagina di informazione chiamata Semenza: un tentativo di condividere, con chi
ha ancora voglia di leggere, questioni che ci interrogano e che ci spingono ad aprire un dialogo. È un testo breve, leggibile nel tempo di un caffè, l’alternativa allo schermo del telefono. È come un fischio che cerca attenzione, e siamo felici di poter dire che in molti lo sentono.
Inoltre, circa un anno fa è nato il progetto di Selva, spazio pensante. All’ingresso del forno c’è una libreria in cui si può trovare una selezione di libri e riviste da sfogliare: questo è Selva. Abbiamo scelto questo nome perché rappresenta un grande spazio sul quale crescono, e resistono, tanti e diversi tipi di alberi spontanei. Nella selva piante diverse fra loro coesistono e affrontano condizioni climatiche più o meno impervie. È un terreno su cui differenti specie trovano un equilibrio, con forza si ritagliano un habitat, con tenacia stanno al mondo e lo rendono migliore. Proprio come le idee che accompagnano ogni singolo seme all’interno della libreria. Abbiamo realizzato questo spazio perché pensiamo sia importante cercare di difendere e far conoscere materiali editoriali proposti da persone che cercano di contrastare un’omologazione che toglie il movimento naturale che caratterizza gli esseri umani. Questo è un modo per stare vicino a chi si mette in prima linea per difendere quanto di più caro dovremmo avere: la libertà di pensiero e di espressione, e il diritto al dissenso.
Demetra è un forno ma avrebbe voluto
essere una piazza È giusto che un forno ospiti intenzioni di questo genere? È giusto che artigiani e agricoltori sollevino questioni che
esulano dal lavoro manuale? Penso che ognuno di noi sia ciò che fa. E penso che nessuno possa permettersi di vivere del proprio lavoro estraendosi dal contesto. Fare il pane non significa solo mescolare ingredienti e pensare a come rivenderli, significa entrare in un processo storico che ha attraversato epoche di fame, sofferenza e conflitti. Mettere le mani nella farina e nell’acqua implica una presa di responsabilità nei confronti del proprio agire come essere sociale. Implica una presa di posizione rispetto a chi partecipa alla filiera del pane. Quando si parla di filiera si astrae, si dimentica che la filiera non è un elenco di materie prime corredato di provenienza. La filiera è fatta di vite spese in piccoli contesti resistenti, in cui si cercano – fra piccoli produttori e trasformatori – relazioni che consentano il sostegno reciproco, lo scambio umano, l’aiuto lavorativo e, soprattutto, l’indipendenza. Indipendenza da una grande produzione che propone un’abbondanza fondata sullo spreco e sulla demolizione dei contesti aggregativi.
Demetra è un forno ma avrebbe voluto essere una piazza.
Vogliamo incontrare e parlare con le persone del paese e con chi viene da fuori, e cerchiamo di preparare giornate che ci consentano di farlo. Circa un anno fa è nata la Libera Infornata, una giornata in cui il forno è aperto a chi lavora i propri impasti a casa e poi viene a cuocerli qui. In questa occasione impastiamo a mano dal mattino, insieme a chi ha piacere di farlo, un

grande pane che poi condivideremo nel pomeriggio. Invitiamo persone che sentiamo affini a parlare di ciò che fanno e dei loro progetti. C’è sempre qualcuno che suona, e alla fine, attorno al pane e alla sua cottura, nasce una festa.
Per il futuro abbiamo un sacco di progetti e proviamo quotidianamente ad allargare il significato del pane. Cerchiamo di usare i linguaggi e le azioni a nostra disposizione per intessere legami che portino le persone a pensare insieme, guardandosi negli occhi e toccandosi. Perché il pane racchiude tutto questo: materia, sguardo, odore, movimento, respiro e terra.
Mi sembra appropriato riportare una citazione di Calvino:
Dal momento in cui un oggetto compare in una narrazione, si carica d’una forza speciale, diventa come il polo d’un campo magnetico, un nodo d’una rete di rapporti invisibili. Il simbolismo d’un oggetto può essere più o meno esplicito, ma esiste sempre. Potremmo dire che in una narrazione un oggetto è sempre un oggetto magico.
(Italo Calvino, Lezioni americane, p. 37)
Questo è il pane per Demetra: catalizzatore di significati, storie e vite spese, unite da una trama invisibile che appare sotto forma di pagnotta.
