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Conversazione con Pietro Babina

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CONVERSAZIONE Conversazione con Pietro Babina a cura della Redazione

Nel gennaio 2025 all’Arena del Sole di Bologna si sono tenute le rappresentazioni dello spettacolo S&B. Sole e Baleno (una favola anarchica) di Pietro Babina (testo) e Alberto Fiori (musica) con Pietro, Alberto e Serena Abrami.

Come è noto ad alcuni nostri lettori, negli anni ‘90 del Novecento, a seguito di alcuni attentati, avvenuti in Val Susa, contro i primi cantieri del treno ad alta velocità, sono arrestati tre giovani attivisti Maria Soledad Rosas (Sole), Edoardo Massari (Baleno) e Silvano Pellissero, che abitano la Casa di Collegno, squat chiuso dalle autorità, le quali attaccano anche altre due case occupate: l’Asilo è sgomberato mentre all’Alcova l’operazione non riesce. Sole, Baleno e Silvano si dichiarano estranei alle accuse.

Sole e Baleno, imputati di associazione sovversiva e soggetti a reclusione preventiva, si suicidano a breve distanza l’uno dall’altra. S&B. Lo spettacolo di Babina riunisce le parabole di Giulietta e Romeo e di Sacco e Vanzetti in un unico dramma in cui si ritrovano i grandi temi della tragedia: amore, morte, potere, ingiustizia, amicizia, idealismo, aspirazione a un mondo migliore. Il regista fa di questa vicenda un’opera di teatro musicale, la cui struttura riprende quella dell’Opera da tre soldi di Brecht/Weil e viene eseguita da due soli attori che ricoprono tutti i ruoli e da un musicista. Non tanto una ricostruzione storica della vicenda di Sole e Baleno, ma una nuova narrazione che raccoglie i temi drammatici principali di quegli avvenimenti, per un racconto emblematico e universale. La storia di due giovani uniti da un amore assoluto – e dal loro idealismo – che si scontrano con un potere e una società che prima reprime e uccide, poi riflette.

Abbiamo intervistato Babina nella primavera del 2025 e proponiamo al pubblico questa chiacchierata sull’arte, sull’anarchia, sul movimento di Genova e sul mondo odierno, lasciando quanto più possibile la forma immediata e discorsiva tipica dell’oralità.

Ci racconti come ti sei avvicinato a questa tragica vicenda e da dove nasce il tuo interesse per essa? Insomma, perché la scelta di Sole e Baleno*?*

La storia è molto lunga, e comincia quando accaddero i fatti. Sono sempre stato di tendenze anarchiche e mi ritrovo in questa idea, che ha molte facce. Mi ritengo vicino all’approccio libertario, se vado in una manifestazione mi aggrego agli anarchici oppure vado da solo; sono sempre stato legato all’anarchia, nel senso che da quando ho una coscienza politica mi sono dichiarato anarchico. Ciò mi ha dato diversi problemi in quanto non sono inquadrabile.

Quando negli anni Novanta c’erano i centri sociali io ero in contatto con quella rete, quindi quando accaddero i fatti di Torino li seguii. Ebbi l’impressione che si trattasse di una tragedia e di una tragedia particolare, tanto che ci dicemmo che sarebbe stato bello farne uno spettacolo. Poi la cosa cadde, ma il progetto l’ho tenuto lì, anche se sembrava non venire mai il momento per concretizzarlo.

Poi c’è stato un incontro determinante: vado all’Interzona a Verona, è la fine degli anni Novanta, e faccio conoscenza con Giovanni Brunetto, un anarchico veronese, un disadattato totale; ero andato lì per fare un festival e mi assegnano come supporto tecnico questo personaggio stranissimo che faceva fatica a parlare e stava negli angoli. Si rivela essere una persona sensibile, intelligente, particolare, uno che ne aveva combinate di tutti i colori e mi dice: «io vorrei lavorare con te, con voi». Io tergiverso, ma lui si presenta ad ogni spettacolo e alla fine è diventato il nostro tecnico ufficiale, si è trasferito a Bologna ed è uno dei miei migliori amici. Lui era amico anche di Sole e Baleno, li conosceva personalmente. Gli ho detto che mi sarebbe piaciuto fare un lavoro su di loro e ha risposto che aveva tutti i giornali dell’epoca, un archivio coi ritagli di giornale, i volantini di Torino e altra documentazione e che era andato a tutte le manifestazioni. Allora lì ho cominciato a lavorarci, erano gli inizi degli anni Duemila. Volevo fare un’opera musicale, ma non trovavo le situazioni giuste. Nel frattempo faccio un primo lavoro con Alberto sul Candide di Voltaire, ci eravamo trovati bene così ritiro fuori con lui questo progetto su Sole e Baleno: per me è una storia eccezionale, in più è un pezzo della nostra storia. Inoltre c’era stata Genova 2001 che è stato un evento importantissimo e quel che è accaduto a Sole e Baleno anticipava Genova e ciò che ne è seguito, cioè una repressione continua fino al punto a cui siamo arrivati oggi.

In quel momento non volevamo fare quel che poi è venuto fuori in questa versione, ma opera lirica vera e propria: io ho cominciato a scrivere il libretto e lui la musica, abbiamo cercato molti teatri e ricevuto tante pacche sulle spalle ma nessuno che aprisse le porte, e quindi il progetto è caduto nuovamente; torna a chiudersi il cassetto.

Poi arrivano questi tempi, sempre peggiori le cose che accadono oggi, il mondo degli anni Novanta con un certo tipo di attivismo e di modi di vivere scompare, annullato dalle amministrazioni che chiudono le occupazioni, dai social e dagli smartphone che stravolgono le relazioni e il panorama sociale: tempi che vivo con un grande disagio. In questo contesto ho pensato di fare un lavoro sull’Opera da tre soldi, e ho cominciato, coinvolgendo Alberto per la parte musicale, a lavorarci sopra, ma dopo molto lavoro svolto, ci sono stati negati i diritti di rappresentazione a causa della forma che volevamo dare al lavoro e non abbiamo potuto andare avanti. Quindi, ci siamo detti, perché non riprendiamo il progetto su Sole e Baleno e man mano che ci lavoravamo ci sembrava una fortuna, artisticamente parlando, unire Brecht a Sole e Baleno. Così abbiamo usato la struttura drammaturgica dell’Opera da tre soldi, per costruire il racconto di Sole e Baleno. Siamo partiti in autonomia e abbiamo continuato così, mettendo da parte l’idea di trovare dei grandi produttori e arrivando fino in fondo per conto nostro. Per la mia parte ho scritto tutta la storia grazie ai faldoni di documenti, agli articoli, ai libri che avevo a disposizione: l’idea era di «fabulizzare» la vicenda, farne non un teatro giornalistico, ma trasformare la vicenda in una storia che avesse una fascinazione narrativa e man mano che la scrittura andava avanti ho inserito quei fattori di pura fantasia come il personaggio ad esempio quello di Maurizius, che rappresenta il destino, il fato, elementi a cui si può credere o meno, ma insomma nella vita ci sono cose non programmabili, o programmate altrove, cose che accadono inspiegabilmente e cambiano definitivamente il corso della nostra vita, pensa all’amore.

Io ho questo tipo di spiritualità, vengo da una famiglia cattolica che mi ha fatto andare in chiesa e a catechismo, poi a un certo punto ho capito che sono solo chiacchiere, che quei valori non venivano applicati, ma da lì ho introiettato un senso di giustizia, di fratellanza, che non ho buttato via anzi e che ritengo valori positivi. Aiutare gli altri, essere solidali, credere in una giustizia sociale: continuo a essere legato a questi principi, che però non riporto più al divino e che pratico in prima persona e quindi paradossalmente la mia anarchia proviene da un mondo che l’ha combattuta, anche se l’idea che Gesù Cristo fosse un proto-anarchico non è solo un’idea mia.

Così sono riuscito, aiutato nuovamente da Giovanni, che mi ha dato una mano con le cose tecniche e mi ha prestato il materiale gratuitamente, a debuttare con questo spettacolo. Via via nella vita ci sono stati momenti che mi hanno riportato a quella vicenda, e alla fine ce l’ho fatta a realizzare il progetto: se l’avessi fatto allora non avrei fatto le stesse scelte e forse non avrebbe avuto la stessa efficacia, nel tempo sono maturato artisticamente; è stato un lungo lavoro di scrittura, e non ti nascondo che avessi una certa paura: ero sereno con me stesso, ma ero anche pronto all’eventualità che alcuni anarchici contestassero, perché su Sole e Baleno sono state fatte iniziative che non hanno trovato consenso negli ambienti anarchici. So che sono argomenti difficili da trattare, sono stato però molto attento a far sì che la storia corrispondesse al vero, ma cercando di fare in modo che non fosse un freddo reportage giornalistico. Come accade nella canzone anarchica su Caserio, che raggiunge un livello diverso dal punto di vista emozionale: Caserio ha pugnalato qualcuno, quindi in sé non fa un gran gesto, ecco, ma nella canzone traspare invece la giustizia del suo atto, è questo il bello. È il bello dell’epica anarchica.

Nello spettacolo a un certo punto esprimi in maniera poetica e precisa, una delle caratteristiche intrinseche dell’anarchia, e una sua necessità insopprimibile: essere elemento antagonista al potere, limitarlo affinché non debordi. Ti va di approfondire questo tema?

Io non ho una grande formazione teorica, ma credo che l’anarchia sia un’idea intuitiva, si dice che sia un’utopia e come tale una proiezione nel tempo quasi all’infinito, ma essa ha anche, per chi la sente propria, un significato immediato, quotidiano direi; spesso mi trovo in discussioni a tavola con gente di sinistra e di destra che mi dicono che l’anarchia è un’utopia e che non è possibile, perché la gente vuole essere guidata o comandata a seconda degli orientamenti. La mia idea invece è che l’anarchia sia una tensione, so che non si realizzerà mai nella sua totalità, ma questo non vuol dire che non bisogna tentare. È un fine alto, che ci serve per muoversi in quella direzione, l’asticella va tenuta alta, è una necessità per me. Poi mi possono dire che sono matto, perché la gente non riesce ad orientarsi bene sull’anarchia, che è stata ed è un’idea che viene combattuta, ma anche rapinata sia da destra che da sinistra. Quel che mi affascina è anche la questione, centrale per l’anarchia, del rapporto coerente tra mezzi e fini e infatti è l’unica idea che non si è corrotta, perché non ha mai ceduto su questa questione. Questo approccio appare perdente in una corsa al potere, ma è ciò che le ha permesso di non corrompersi: l’anarchia non ha cercato di entrare in parlamento, non si è abbrutita, è l’unica tra le idee politiche dell’epoca moderna, a essere ancora viva e utilizzabile, le altre sono fritte, sono cose della storia, invece l’anarchia è ancora contemporanea, è sempre viva e vedo che anche chi è giovane la vive così, non come una cosa stantia; è un’energia sottesa al consesso sociale, in questo senso è antagonista, e dobbiamo coltivarla e fare sì che resti viva, perché dà un senso altro al vivere sociale e quando la tempesta passerà da lì si deve ripartire; questo è un dato di fatto, io lo vedo e ci credo.

Nell’incontro col pubblico dopo lo spettacolo teatrale hai spiegato in maniera molto lucida il tuo punto di vista, politico e biografico, sulla deriva attuale dell’Europa. Lo puoi illustrare anche ai nostri lettori?

Nel secondo dopoguerra ci sono state idee come il comunismo o il socialismo, che, quando sono arrivato io ai 17-18 anni perdevano pezzi, lasciandomi senza punti di riferimento. Sì, c’era ancora la FGCI, la retorica del 25 aprile, il terrore della bomba alla stazione di Bologna e quindi un certo tipo di identità comunista la nostra generazione l’ha vissuta, e però ha anche visto trasformarsi le feste dell’Unità dalla lotteria con la Skoda alla discoteca e alla fiera campionaria. Insomma sono arrivati gli anni Ottanta e il liberismo si è diffuso ovunque, quindi quella cosa, il comunismo, non aveva più forza. Poi però sono accadute delle belle cose: è crollato il muro, è stato superato quell’obbligo di dovere avere il passaporto per girare in Europa, si è prodotto un senso di fratellanza europea tra i ragazzi di tutto il continente; si girava l’Europa e si era tutti amici, c’era molta curiosità e fermento. Poi c’è stato l’avvento di internet e l’idea che potesse essere una pratica di libertà e un’opportunità di fare del giornalismo indipendente – non sapevamo che sarebbe diventata una trappola come è diventata, con il monopolio delle piattaforme private che aprono e chiudono il rubinetto sulle informazioni come vogliono – comincia a nascere quel movimento no-global che parallelamente alla costruzione di una nuova Europa teneva dentro tutti e che a differenza del movimento della Pantera era un movimento nuovo, scevro dalle vecchie ideologie, e il fatto che ci fosse una gran varietà sociale e politica dentro queste manifestazioni a me, che pure mantenevo le mie idee, pareva bello. Abbiamo vissuto un grande sogno collettivo, pari a quello delle altre generazioni, qualcosa di esaltante. L’Europa unita, e quindi il mondo unito, erano diventati i nostri progetti, l’abbandono dello spirito nazionalista per una fratellanza, per l’abbattimento delle frontiere, il mescolamento di lingue e linguaggi, i viaggi, gli incontri, gli scambi.

Poi si va avanti e si cominciano a vedere i problemi perché i governi incominciano a contrastare in maniera forte i movimenti fino ad arrivare, facendola molto breve, al G8 di Genova, dove si pensava che si dovesse lottare e anche che ci sarebbero stati degli scontri, ma che ci fosse una dialettica, che ancora si potesse contribuire a dare una direzione alla gestione futura del mondo, invece lì è successo quello che è successo. In quelle giornate e anche dopo, ci fu un silenzio totale da parte di tutti i governi presenti sul massacro che si compiva, nonostante siano stati bastonati abbondantemente anche cittadini di altri paesi i cui governanti erano presenti nella famosa zona rossa, segno che non era un programma estemporaneo ed esclusivamente dei «fascisti italiani», dei Berlusconi, dei Fini, ma era un progetto europeo e globale concordato: hanno deciso di alzare il livello della repressione nell’occasione italiana, forse anche per una certa congiunzione tra tipo di governo e impostazione delle forze dell’ordine più predisposto a un’azione di repressione dura, e l’hanno fatto, e così siamo tornati a casa umiliati e feriti, anche chi non le aveva prese personalmente. In quel momento o scoppiava l’ira di Dio, c’era una reazione altrettanto forte, cosa che purtroppo non è successa, forse perché non eravamo pronti, o si sarebbe arenato tutto, cosa che purtroppo è avvenuta. Molti hanno abbandonato l’attivismo, il movimento si è sgonfiato progressivamente, poi è arrivato il 2008, la crisi, la Germania che calpestava i greci e poi una progressione fino al delirio odierno che è la negazione totale di quello che desideravamo e che avremmo potuto avere. Ora è tutto diverso. C’è troppo «bravoragazzismo» – non si spaccano le vetrine! – troppo conformismo. Internet è diventata quello che è diventata, poi l’invasività dei social e degli smartphone, tutta una serie di meccanismi subdoli: o quelli più giovani di me che fanno teatro, muovendosi in un panorama culturale gestito totalmente per bandi, cercano di capire cosa piaccia, quali siano le linee indicate da seguire perché i loro progetti possano essere finanziati e sostenuti e perciò non propongono dal basso una propria visione del mondo, si esprimono all’interno di schemi preordinati dal sistema culturale che ovviamente è gestito dall’alto, o dalle amministrazioni, o dal mercato il quale in un certo qual modo istruisce anche le amministrazioni. Ancora negli anni Novanta si avevano dei politici di riferimento al comune di Bologna con i quali c’era un dialettica, che osservavano cosa accadeva spontaneamente nella città e poi si assumevano la responsabilità di appoggiare o non appoggiare una determinata situazione, con le relative conseguenze e rischi politici ma, ripeto, in una forma dialettica, poi quando hanno cominciato a circolare parole come marketing culturale e sono nati i relativi distretti, è partita anche la dinamica dei bandi, che tendono ad azzerare i rischi politici. La dinamica è la seguente: si indicano le caratteristiche che il progetto deve avere per essere finanziabile e quindi, di fatto, l’amministrazione dirige, decide cosa potrà essere prodotto a livello culturale, è un ricatto del tipo: se vuoi questi soldi fai così. Nello stesso tempo vengono cancellati tutti i luoghi di aggregazione spontanea e vengono sostituiti con luoghi di aggregazione calati dall’alto, soft-coatti.

Prendendo spunto ancora dall’incontro col pubblico e dalla risposta precedente ti va di spiegare a chi legge cosa vuol dire che Genova 2001, come sostieni, sia stata una svolta?

In quegli anni attorno a Genova 2001 c’è stata una presa di coscienza che si stava andando verso una globalizzazione capitalista neoliberista spinta e che se non si voleva andare verso quella deriva, che avrebbe poi fatto risorgere i confini, i nazionalismi e le guerre come forma di controllo, bisognava prendere di petto il tema.

C’è stata una gioventù che ha capito questa cosa e ha cominciato a fare delle rivendicazioni, evidenziando che la piega presa era pessima, in quanto quella in atto non era una globalizzazione dei popoli, ma degli interessi delle multinazionali e degli Stati, i quali in un certo senso sono oggi anch’essi sottomessi alle multinazionali.

Noi volevamo l’abbattimento dei confini, non solo per le merci, ma per gli esseri umani e le culture.

È stata una stagione in cui si è sviluppato un attivismo sul campo che disturbava un certo tipo di politiche e di poteri, frutto di un movimento dal basso molto trasversale, eterogeneo, globale. Seattle, Porto Alegre, Goteborg ecc. davano l’idea di un movimento che metteva in discussione certe politiche, fino a Genova, dove il potere ha voluto dare un segno chiaro e inequivocabile a tutta quella massa di giovani e non solo, facendo sì che gli spazi di dissenso si restringessero poi in maniera drammatica. Le manifestazioni pacifiche sono state assaltate, i media hanno individuato il capro espiatorio nei black bloc, additandoli come infiltrati. Ma non erano infiltrati, praticavano un’altra modalità di lotta, e questa sulle tattiche di lotta è ancora una discussione aperta. Visto come è andata, ognuno può tirare le conclusioni, io credo che una volta fatto il tentativo pacifista e visto l’atto repressivo terribile in risposta, ci sarebbe dovuta essere una reazione di altro tipo da parte nostra. Ricordo che a Bologna, di ritorno da Genova, ci fu una manifestazione in piazza Maggiore con la polizia che non si faceva vedere, stava dietro ai vicoli, ci circondava da lontano e ci fu un dibattito in cui chi sostenne che si doveva reagire duramente a quanto successe rimase minoritario. Da lì, come dicevo prima, un peggioramento progressivo, fino a oggi, che non è, penso, il punto peggiore, peggiorerà ancora: non capisco cosa succederà e come si possa uscire da questa situazione.

Teatro e anarchia sono due elementi che storicamente sono andati insieme, così come musica e anarchia. Tu utilizzi questi strumenti. Hai dei modelli, dei riferimenti culturali a cui ti rifai?

Io mi sono sempre ritenuto anarchico anche nel senso che prendo dappertutto, non ho dei modelli specifici, vado d’intuito, anche mettendo insieme cose che non sembrano poter stare insieme. Per me la creatività è la cosa principale, non il termine vago che spesso si usa oggi della serie «lasciati andare». L’arte è di fondo anarchica perché cerca sempre di rompere gli schemi, porta le cose su un altro livello. Anche un discorso scientifico o economico può fornire la base per un’esperienza artistica. L’arte è non bloccarsi entro regole specifiche, la regola si ricostruisce, di volta in volta ma lungo un percorso. Per me, nella pratica teatrale, la cosa che guida un progetto è la drammaturgia, che non è il testo teatrale sia chiaro, è quello il nucleo duro di uno spettacolo che tutti quelli che partecipano devono seguire: e quasi sempre porterà a sparigliare le carte, a dover praticare un modo diverso di stare e di gestire la scena.

Non è per niente facile spiegare quanto rigore sia necessario, nella pratica artistica, nel non avere schemi prefissati. Quella «del metodo del non metodo» può apparire un’aporia ma la pratica quotidiana dimostra che è possibile e che non si tratta del fare ciò che viene in modo estemporaneo, ma anzi occorre un grande rigore e spirito critico per rimettere in discussione le proprie pratiche, specie quando hanno dato buoni risultati.

Ci racconti a grandi linee quale è stato il tuo percorso artistico e teatrale fino a oggi?

Si parla di trent’anni. Comincio nell'87, quando sono entrato in un’accademia. Appena diplomato, ho avuto una scrittura e ho fatto una tournée; il teatro negli anni Ottanta era vissuto da molti giovani come una cosa vecchia ed era invece il momento del video, così che alla fine di quel decennio c’era una certa depressione nell’ambiente, non si vedeva il teatro come qualcosa di sensato. Io non ero d’accordo, non mi piaceva questa aria depressiva e quindi pensai di fondare una compagnia con alcuni amici dell’accademia per proporre una visione che corrispondesse alla tensione che noi intimamente provavamo e così abbiamo deciso di tentare questa avventura. La prima cosa da fare era trovare uno spazio in cui poter provare. Un giorno girando per la città con la Vespa passai in via Fioravanti, e di fronte a quello che sarebbe poi stato il Link, e dove oggi ci sono i palazzi della nuova amministrazione comunale, vidi una fabbrica occupata su cui campeggiava un classico lenzuolo con scritta spray Fioravanti occupata: entrai e conobbi alcuni soggetti particolari, tra vecchi militanti e nuovi punk, e dopo una riunione si decise che avremmo potuto occupare una saletta al secondo piano. Ci buttammo a capofitto per pulirla e renderla adatta al nostro scopo, dopo due giorni di lavori avevamo finito e uscendo dallo spazio, scrissi con un pennarello sulla porta «Teatrino Clandestino», perché era piccolo e perché era clandestino. Il giorno dopo arrivammo per cominciare le prove ma la fabbrica era circondata dai carabinieri e la ruspa stava abbattendo l’edificio. Perso tutto ci rimase il nome della compagnia Teatrino Clandestino che mi ha accompagnato fino al 2010 quando si è sciolta la compagnia.

Al di là dello spettacolo Sole e Baleno che è politicamente esplicito, in realtà questo legame con l’idea anarchica non è stato il filo della mia attività, solo in un altro caso ho affrontato in modo diretto il tema del potere, un progetto a partire dalle ricerche sull’obbedienza all’autorità di Stanley Milgram, una trilogia, il cui terzo episodio è un film. Insomma ogni tanto ricado in tematiche a sfondo anarchico. Dopo avere fatto produzioni in tutta Europa, nel 2008 il comune di Bologna ci affidò il teatro S. Leonardo, dove sono rimasto fino al 2010, quando ho deciso di andarmene dalla compagnia, facendo finire l’esperienza di Teatrino Clandestino. Quindi comincio a cercare produzioni, qualche volta le trovo, altre volte faccio delle autoproduzioni, come ad esempio un progetto chiamato Eco, una riflessione sul digitale, con le nuove tecnologie di streaming e le implicazioni che oggi sono chiare a tutti, e in particolare in relazione al teatro, progetto che ha avuto pochissimo riscontro. Poi ho iniziato a lavorare col teatro Stabile e allo stesso tempo a fare lavori miei autofinanziati, come appunto Sole e Baleno in ultimo, e prima Macello con le poesie di Ivano Ferrari sul tema della macellazione e dei macelli: progetti un po’ selvaggi e un po’ clandestini. Non sono mai entrato stabilmente nel sistema, certo ho delle connivenze con esso, ma per il mio carattere non riesco a entrarci totalmente in simbiosi e la cosa mi sa che sia reciproca. La vita non è sempre facile, essendo vicino ai sessant’anni ormai, ma è così.

Quali sono i progetti a cui stai lavorando e le tue prospettive prossime di intervento teatrale?

Il prossimo progetto, che debutterà nella primavera del 2026 all’Arena del Sole si basa su un’opera di Sara Kane, drammaturga inglese degli anni Novanta dal titolo Psicosi delle 4:48. La Kane è stata un punto di riferimento, una ribelle, questo è l’ultimo pezzo che ha scritto, poi si è suicidata; tratta delle ultime ore in ospedale prima del suicidio, è un testo delirante, poetico, folle, con una scrittura potente, eterogenea, autobiografica, tra psicofarmaci, medici che non capiscono, deliri.

All’epoca andava molto di moda e io per questo non l’ho voluta affrontare per quanto non potessi non esserne attratto. Ora è molto meno rappresentata, quasi nulla, vuoi anche per quella strenua ricerca di quieto vivere che ossessiona la nostra attuale società, che al contrario negli anni Novanta era avida di sano conflitto, soprattutto in Italia dove ha avuto una storia importante con il Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino, e in particolare con Barbara Nativi grazie alla quale l’Italia è stato il primo paese che l’ha tradotta. Ultimamente ho visto a Berlino un allestimento di questo testo e mi ha incuriosito, così tornato a casa ho cercato il volume che giaceva da allora nella libreria e l’ho riletto, e ho avuto una illuminazione: la deriva psicotica su cui si basa tuto il testo sembra esattamente quello che sta accadendo alla nostra società, che non distingue più il vero dal falso, è super medicalizzata, è affannata alla ricerca del senso di vivere, sta tesaurizzando la propria coscienza e il proprio sapere nel mondo digitale, depositando lì il suo sapere per attingere poi da questo recipiente e non più da se stesso – oggi con l’IA sempre di più – e quindi c’è uno scollamento tra il sé e la macchina. La società è in un delirio totale: questo testo può raccontare molto bene, non semplicemente lo stato psicotico di una donna devastata dalla depressione, ma assurgendo a dimensione classica può raccontare la tragedia di un’intera collettività, della nostra società, che ha perso i punti di riferimento e non sa più di cosa fidarsi, è in cerca di amore e di senso, di verità. Farò quindi questo allestimento con l’attrice Petra Valentini e debutterà nell’aprile 2026 all’Arena del Sole e poi ci sarà una tournée e vedremo che seguito avrà. Quella di Sara Kane è sempre stata una scrittura molto politica, ha una scrittura dura, molto violenta e a suo modo è pervasa da uno spirito anarchico, anche se non mi risulta che la Kane abbia mai preso posizione a riguardo, il che non è in contraddizione, quanti lo sono senza saperlo?

Mentre concludiamo questa intervista continua e si amplia l’attacco dell’esercito israeliano nei confronti della popolazione palestinese…

È talmente terribile e palese quello che sta succedendo…. E si collega al discorso che facevano prima riguardo all’idea di Europa e di mondo che avevamo a Genova e che è naufragata. Anche Israele in un certo senso è un paese europeo, con certi principi, che ora vengono totalmente messi da parte, tanto che lo Stato israeliano reprime chi protesta tacciandolo di antisemitismo: è un paradosso folle, che rivela molto di questo sistema devastante, totalmente impregnato di ipocrisia, in cui siamo immersi. Affrontare la quotidianità con questo massacro in atto è difficile. Ho avuto lunghe discussioni con persone che non riescono o non vogliono (questo è un dilemma) fare «uno più uno», che non accettano nemmeno la definizione di genocidio, parola accettata oggi anche dai media ufficiali che a lungo l’hanno tenuta alla larga dai loro titoli. È una cosa incredibile vedere le manifestazioni pro Palestina attaccate e chi vuole la pace tra i due popoli messo in galera. La situazione è molto grave, non so cosa potremmo fare, ma è una delle cose per cui bisogna lottare in qualche forma. Ora è il momento in cui è necessario resistere. La resistenza vera si fa in momenti come questi, bisogna tenere la barra dritta sui principi che non sono modificabili: i diritti degli esseri umani e non solo degli esseri umani, sono immodificabili, non ci può essere nessun motivo per derogare da essi. Siamo in un brutto momento storico: Israele agisce con una spudoratezza sintomatica, agisce senza una opposizione perché la diga è crollata, i peggiori istinti umani si scatenano e fanno mostra di sé.

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