Autocostruzione a Monaco
ESPERIENZE Alberto Franchini Autocostruzione a Monaco
Introduzione
La giornalista di Nature, Katharine Sanderson, ha scritto che l’ambiente costruito offre un’enorme opportunità per passare a un’economia circolare, poiché «gli edifici e l’industria delle costruzioni sono i maggiori consumatori di materie prime al mondo e contribuiscono al 25-40% delle emissioni globali di anidride carbonica» (Sanderson 2022). Con economia circolare si intende un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e dei prodotti esistenti il più a lungo possibile.
Sebbene centri il cuore della questione, Sanderson si limita a discutere di soluzioni high-tech ed evita di parlare di soluzioni low-tech. Queste ultime hanno il vantaggio di essere disponibili senza dover ricorrere a nuovi prodotti dalla tecnologia sofisticata che necessitano di una grossa concentrazione di capitali e di una complessa logistica che contribuisce anch’essa alle emissioni di CO2. Nel suo articolo e in molti altri dedicati a come costruire in modo più sostenibile non si parla nemmeno di quelle esperienze auto-organizzate che nel corso del Novecento hanno messo in pratica i principi dell’economia circolare (e del mutuo appoggio), prima che il concetto ricevesse un’attenzione da parte di importanti istituzioni, come ad esempio la Commissione europea.
Da alcuni anni sto studiando esperienze di autocostruzione auto organizzate nella ex-Repubblica Federale Tedesca, in cui famiglie in cerca di casa e architetti, spesso all’inizio della loro carriera, lavorano insieme per costruire utilizzando in modo più razionale le risorse. Questa ricerca corre in parallelo con la mia attività didattica e il coinvolgimento degli studenti della TU di Monaco (Technische Universität München) con i quali abbiamo riportato alla luce molte esperienze analoghe in altri paesi europei (Germania, Austria, Svizzera, Paesi Bassi, Regno Unito e Scandinavia) che hanno un notevole interesse per aiutarci ad affrontare le sfide del presente. Gli esempi riscoperti utilizzano approcci creativi basati sulle comunità locali, per affrontare le sfide ecologiche e sociali poste dalla crescita globale. La maggior parte di queste esperienze si distribuiscono tra gli anni Settanta e Ottanta, in contesti sociali con relativo benessere economico, capacità organizzative, fiducia reciproca e una consapevolezza riguardante la questione ambientale.
Residenza Collettiva a Monaco di Baviera
Mi concentrerò qui sull’analisi di un caso studio particolarmente significativo per mostrare questo approccio e le conseguenze sugli abitanti: l’edificio per sei famiglie nella Neubibergerstraße n. 28- 30 (1975-1978) a Monaco di Baviera, progettato da Doris (nome da nubile, Gröschel) e Ralph Thut. L’intero processo sarà analizzato in base alle diverse fasi del progetto, quali: l’acquisto del terreno; la fase di pianificazione; la valutazione delle esigenze espresse dai residenti; la bozza del progetto; la fase di costruzione; la fase di occupazione; la manutenzione e le modifiche. L’occupazione e le modifiche sono particolarmente importanti perché rivelano come il concetto di vita comunitaria si evolve e si modifica nel corso del tempo e come funzionano le strutture di autogoverno.
Intorno al 1968
Nel 1968 Doris e Ralph Thut incontrarono tre studenti di ingegneria, Lorenz Brandl, Peter Mülbauer e Sigfried Lederer, dell’Università Tecnica di Monaco. Ignari del loro futuro comune, si riunivano a leggere e discutere Il Capitale di Karl Marx con il vago obiettivo di scrivere un libro, che alla fine non si concretizzò, ma divenne per i Thut una pietra miliare per lo sviluppo di un loro pensiero teorico e pratico. Anche se vicini alla rivolta studentesca, i Thut, essendo stranieri (lei viennese e lui grigionese), preferirono rimanere distanti dalle proteste perché temevano l’espulsione dalla Germania. Tuttavia, portarono alcune delle idee del ‘68 nella professione, come il fai da te, l’auto-organizzazione, il mutuo soccorso, l’edilizia circolare e l’utilizzo dell’energia solare. La crisi climatica ebbe grande eco in quella che è stata definita New Left – il vasto movimento politico emerso dalla controcultura degli anni Sessanta e proseguito per tutti gli anni Settanta (Thompson 1997) – soprattutto dopo la pubblicazione di successo del primo incontro del Club di Roma, dal titolo: The Limits of Growth (Meadows et al. 1972 – trad it: I limiti dello sviluppo).
Baugruppe
Per dare una spinta alla loro carriera che stentava a partire, nel 1974, i Thut decisero di costruire e progettare un edificio di abitazione collettiva, come processo di autorealizzazione. Cercarono persone che si unissero a loro ma non fu facile. Alcuni studenti della Hochschule für Fernsehen und Film (Università della Televisione e del Cinema), che inizialmente si erano uniti al gruppo, se ne andarono dopo un po’ perché non volevano vivere fuori città, dove era più probabile trovare un lotto di terreno a un prezzo accessibile. Per questo motivo, ripresero i contatti con gli amici conosciuti nel circolo di lettura marxista. Il gruppo di costruzione (Baugruppe) era ora formato dai Thut, Lorenz Brandl e Ulrike Krakau, Christa e Siegfried Lederer, Rocque e Dorothea Lobo e Peter Mühlbauer. Al termine della fase di progettazione, il gruppo si rese conto che la costruzione di un’ulteriore unità abitativa avrebbe abbassato il costo di costruzione. Venne quindi aggiunta al progetto una sesta casa, venduta a Ursula e Jürgen Renner, i quali non parteciparono alla fase di progettazione. Uno dei motivi per cui il gruppo funzionò bene riguarda il fatto che appartenevano allo stesso gruppo sociale. Erano persone giovani, in prevalenza laureate, tra i quali tre ingegneri, un medico e un’insegnante.

Il gruppo di abitanti al lavoro. Archivio Thut.
Christopher Alexander
Nella primavera del 1975, i Thut si recarono in California per incontrare alcuni amici e cercare ispirazione. Durante questo viaggio, entrarono in contatto con alcune comunità hippie, visitarono alcuni villaggi nativi americani Hopi e il cottage di Etna Street, progettato e costruito a Berkeley da Christopher Alexander. Alexander era un architetto specializzato in un tipo di progettazione incentrata sull’essere umano; il suo libro A Pattern Language ebbe una grande influenza in diversi campi e in particolare nell’informatica (Alexander et al. 1977). Con il cottage, costruito nel 1973, Alexander tentò per la prima volta di sviluppare un sistema costruttivo organico e non convenzionale, che permettesse agli utenti di progettare i propri edifici e, in seguito, di ampliarli, modificarli e ripararli. Mentre il cottage di Alexander in Etna Street e i successivi esperimenti miravano a sviluppare «un processo di produzione in loco», i Thut all’epoca erano interessati a un sistema costruttivo che sfruttasse i materiali facilmente reperibili sul mercato e li utilizzasse «così come sono stati fabbricati», senza ulteriori lavorazioni, per ridurne i costi. Nonostante queste differenze, Alexander e i Thut erano interessati a responsabilizzare gli utenti nel processo di progettazione.
Walter Segal
Per trovare un precedente più preciso, dobbiamo considerare il metodo di Walter Segal, come menzionato in seguito da Jon Broome e Brian Richardson, collaboratori di Segal (Broome e Richardson 1991). Il metodo Segal non era un vero e proprio sistema costruttivo, ma suggeriva «come costruire» con materiali disponibili sul mercato, utilizzati nelle loro dimensioni originali, senza tagliarli. Si tratta quindi di un metodo che permette di utilizzare le risorse già disponibili in un modo efficiente, riducendo gli sprechi. Nella sua versione più comune, questo metodo si basava su semplici pannelli e pali in legno. Si trattava di una

rigorosa semplificazione dell’intero processo costruttivo, inclusa la progettazione, la documentazione e le procedure in cantiere. Walter Segal, architetto britannico nato a Berlino, dimostrò per la prima volta il valore di questo approccio nel 1962, con la casetta costruita nel suo giardino come edificio temporaneo destinato a ospitare la sua famiglia durante la ristrutturazione di una casa in mattoni a Highgate, Londra (Grahame e Mckean 2021). Con questo metodo, persone senza esperienza potevano costruire la propria casa da sole, fatta eccezione per il sollevamento della struttura portante.
Standard Buch
Per progettare senza aver ancora trovato un lotto e coinvolgendo i futuri abitanti, i Thut svilupparono due strumenti di progettazione specifici: lo Standard Buch e il Regie Buch.
I Thuts iniziarono a sviluppare lo Standard Buch nel 1975. Questo «libro» era concepito come una raccolta di disegni che rappresentavano il sistema costruttivo e i materiali da costruzione (legno, cartongesso, lana minerale, onduline…), insieme ai relativi costi. In questo modo, la costruzione poteva iniziare senza aver già definito nel dettaglio le singole case a schiera.
Questo «libro» conteneva sezioni semplificate, principalmente verticali o orizzontali, rappresentate su singoli fogli, pensate per spiegare ai futuri abitanti (non addetti ai lavori) come costruire. Si trattava di una sorta di manuale di istruzioni, simile a quello che riceviamo per costruire un mobile Ikea.
Regie Büch
Mentre il gruppo non era ancora definito del tutto e il lotto non era ancora stato trovato, la coppia di architetti chiese a ciascun futuro abitante, ignaro della tecnica costruttiva scelta, di compilare un Regie Buch per esprimere i propri bisogni, idee e desideri riguardo alla loro abitazione e alla loro idea di convivenza con i vicini. Era importante indicare chiaramente quanto o quanto poco ciascuno desiderasse confrontarsi con l’altro, che fosse in cucina o semplicemente in cantina, e quali abitudini desiderasse mantenere. I quaderni conservati nell’archivio dei Thut sono pieni di annotazioni manoscritte, ritagli di giornali e riviste, schizzi e scarabocchi. Non importava se alcune delle idee fossero irrealizzabili, lo scopo del Regie Buch era quello di creare le condizioni per una intensa comunicazione. Si tratta di una parte fondamentale del processo di progettazione, perché registrano il contributo degli abitanti all’intero progetto, ma devono essere visti anche come strumenti di sollecitazione per favorire un contributo proficuo alla discussione.
Ricerca del lotto
Trovare un lotto non era facile e il budget era molto limitato. Dopo un lungo periodo, Ralph Thut incontrò un agente immobiliare che desiderava realizzare un progetto su un lotto di 3000 metri quadrati. Questo terreno però era regolamentato dalla Staffelbauordnung, codice edilizio che limitava la costruzione di un solo piano terra e di un primo piano. Questo rendeva poco attraente qualsiasi progetto speculativo, ma era ottimale per il gruppo guidato dai Thut. Essi affittarono il terreno con un contratto di locazione dal proprietario, che viveva nelle vicinanze. Il contratto di locazione rappresentò una grande opportunità per il gruppo, poiché non dovette spendere soldi per acquistare la proprietà. Nel 1979, dopo la morte del proprietario, il lotto fu acquistato a un prezzo equo, grazie alla mediazione del signor Brandl. Dopo la costruzione e l’occupazione, il gruppo edilizio si è costituito in un’associazione di proprietari di case ai sensi della legge tedesca sui condomini (Wohnungseigentümergesetz) e il lotto è diventato una proprietà condivisa, insieme alla veranda, alla terrazza in legno e agli spazi al piano interrato: una sala comune, i locali tecnici e la falegnameria, già operativi durante la costruzione.
Terza fase di progettazione
Dopo la stesura dello Standard Buch e del Regie Buch, è stato necessario verificare le esigenze e i sogni dei futuri inquilini in base alle possibilità offerte dal lotto, alle tecniche e ai costi di costruzione. Questa fase ha evidenziato una forte interazione tra committenti e architetti nella progettazione del singolo alloggio, con gli architetti che hanno esercitato la loro influenza in base alle diverse competenze progettuali degli inquilini. È stato necessario un incontro settimanale per 3 anni per la condivisione di tutte le informazioni necessarie alle decisioni progettuali da adottare.

Sistema portante, dettaglio 1:20, 7.1977. Archivio Thut.
Energia solare
Lo spazio comune principale è una grande veranda che collega le sei case a schiera sul lato ovest. Oltre al suo fondamentale ruolo sociale e a quello complementare di ospitare le piante, la serra svolge anche un ruolo di regolazione climatica. In estate, grazie alla protezione solare esterna, la serra ombreggia il piano terra e parte del primo piano dall’esposizione diretta al sole. Inoltre, la ventilazione trasversale è migliorata grazie alle alette di ventilazione nella parte più alta della serra. La ventilazione trasversale è facilitata dal fatto che l’intero edificio è sollevato circa un metro da terra. Il tetto, concepito come tetto freddo, contribuisce inoltre a rimuovere l’aria calda indesiderata accumulata nella parte superiore della casa.
In inverno, alcuni spazi interstiziali (serra, intercapedine tra il terreno e il pavimento del primo piano, sottotetto) vengono chiusi tramite porte, alette e ante a ribalta per creare intercapedini termiche tra gli spazi interni ed esterni (Pufferzone).
I collettori solari integrati sul tetto sud previsti sin dall’inizio, vengono realizzati solamente in un momento successivo. Per questo motivo il tetto presenta un’inclinazione del 60%.
Permesso di costruire
Poiché l’edificio in Neubibergerstraße è stato probabilmente il primo a Monaco ad adottare una struttura in legno di oltre quaranta metri, è stato elaborato un progetto per un’autorizzazione speciale, insieme ai vigili del fuoco. Per rispettare la classe di resistenza al fuoco del 1976, i pilastri sono stati sovradimensionati di quattro volte. Inoltre, per evitare la propagazione dell’incendio da un’unità all’altra, i pilastri centrali di due unità sono rivestiti su entrambi i lati da una lastra di cartongesso e il foro è riempito con lana minerale.
La serra comprendeva l’intera facciata sud, senza alcuna via di fuga diretta verso l’esterno, pertanto non poteva ottenere il permesso di costruire. Il direttore della commissione edilizia locale, entusiasta della proposta innovativa dei giovani architetti, suggerì di progettare due cortili interni provvisori per suddividere la serra in tre sezioni. In questo modo, la serra avrebbe potuto essere approvata.
In cantiere
Le fondazioni puntuali e il seminterrato sono in calcestruzzo e sono stati realizzati, come raccontato dal Sig. Brandl in un’intervista condotta per questa ricerca, dal fratello del Sig. Lederer, che dirigeva una piccola impresa.
La struttura in legno fu realizzata da Merk, un’azienda specializzata di Aichach (nei pressi di Augusta), in due settimane; mentre il tetto, i soffitti, le pareti interne e le pareti esterne furono realizzati in seguito dagli architetti e dai futuri abitanti. Per semplificare ulteriormente il lavoro in cantiere, tutti gli elementi in legno dovevano essere rappresentati con misure precise e consegnati già tagliati dal carpentiere.
Dopo che la struttura portante fu sollevata e fissata dall’impresa edile, il gruppo di lavoro iniziò a lavorare in cantiere, inizialmente con l’aiuto del fratello di Lederer per le parti in calcestruzzo e poi da solo o con l’aiuto occasionale di amici e altre persone interessate. Quattro persone lavoravano costantemente in cantiere, le altre principalmente nei fine settimana, nei giorni festivi e, occasionalmente, la sera, dopo il lavoro. Il signor Brandl, a proposito della costruzione, ha detto: «è stato un periodo piacevole, ma anche stressante perché gli uomini dovevano coordinarsi tra loro e lavoravamo dodici ore al giorno». E la signora Brandl ha aggiunto: «dovevamo lavorare sette giorni su sette […]: la domenica facevamo le cose tranquille, non ci era permesso fare rumore con una sega o altro».
La flessibilità del carico di lavoro è stata un grande vantaggio, soprattutto per chi non poteva dedicare la stessa quantità di tempo al cantiere. Questa flessibilità è stata possibile perché i partecipanti annotavano le ore di lavoro e venivano pagati di conseguenza. A proposito di questo periodo, Ursula Renner ricorda: «non volevamo davvero [partecipare], perché all’epoca ero incinta e pensavo che i soldi fossero troppi per me. Lavoravo a tempo pieno e [pensavo che fosse troppo] costruire una casa. Non avevo tempo. E poi Doris Thut mi convinse che avrei dovuto essere coinvolta ora più che mai, e qui con la casa e il bambino in giardino e così via. E gliene sarò sempre grata, è stato molto positivo per la mia vita».
Riutilizzo e finanziamento
Il signor Brandl rivela che la sua unità abitativa è stata realizzata utilizzando il più possibile materiali riciclati per ridurre i costi. Ha rimosso termosifoni, porte, cucina e bagno dalla casa di suo fratello, che stava per essere demolita, e ha fatto in modo di conservarli in una fattoria vicina per il tempo necessario. L’edificio nel suo insieme fu finanziato principalmente grazie a contratti di risparmio edilizio (Bausparverträge) (stipulati dai genitori), crediti bancari della Stadtsparkasse München e risorse proprie.
Occupazione e modifiche
I Brandl furono i primi a trasferirsi, nell’Unità 3, il 15 luglio 1978, quando l’edificio non era ancora terminato. Da allora, hanno apportato numerose modifiche, rifatto l’isolamento e cambiato le finestre, da soli e con qualche aiuto di professionisti esterni. La modifica più significativa rispetto alla disposizione originale è la divisione della casa in due appartamenti (uno dei quali è abitato da uno dei figli), visibile all’esterno grazie all’aggiunta di una scala a chiocciola in acciaio.
Molti eventi hanno influenzato anche la vita delle altre famiglie, determinando la trasformazione di molte unità: i Thut hanno trasferito il loro ufficio (Unità 1); tre uomini sono morti e due se ne sono andati dopo la separazione; due figli con le loro famiglie si sono trasferiti nella casa.
Inoltre, i Lobo hanno acquistato la casa di Mühlbauer (Unità 2), dopo la sua morte, e vi si sono trasferiti, lasciando la loro casa (Unità 5) alla figlia con la sua famiglia. Il piano terra dell’Unità 2 era utilizzato dalla signora Lobo per lezioni di yoga e ora dalla figlia come spazio espositivo.
Secondo tutti gli intervistati, i bambini erano un collante per la comunità. Una volta cresciuti, le interazioni tra gli abitanti sono diminuite. L’invecchiamento degli abitanti originari, la crescita dei figli e l’arrivo di nuovi inquilini ebbero conseguenze sulla comunità, soprattutto nell’occupazione degli spazi comuni, che alla fine portarono alla divisione della serra. Nel frattempo, alcune relazioni sociali si consolidarono nel corso degli anni, a volte anche al di fuori dei limiti fisici del lotto. Ad esempio, il signor Leder che non vive più lì ha contatti con la signora Renner e Christa Lederer. Ursula Renner e i Brandl, anche se non svolgono più attività insieme nello spazio condiviso, dopo tutti questi anni affittano ancora insieme una casa per le vacanze in montagna.

Residenze di Neubibergerstraße. Foto di Wolfgang Gröschel (anni ‘80). Archivio Thut.
Conclusioni
La presente analisi mostra come il risultato raggiunto a Monaco sia dovuto al concetto tecnico e spaziale degli architetti, ma anche al contributo degli abitanti. Il gruppo di persone coinvolte ha lavorato duramente, fatto sacrifici, riposto le proprie speranze in un futuro migliore e, soprattutto, desiderava che i propri figli crescessero in una comunità che condivideva simili ideali. Inoltre, ho cercato di sottolineare i contributi esterni specifici che sono confluiti nel risultato finale, come i vigili del fuoco e la commissione edilizia locale. Questi contributi esterni sono il risultato di un dialogo aperto instaurato dagli architetti e sono stati possibili perché è stato riconosciuto il concetto innovativo alla base di questo edificio. La stessa importanza nella definizione degli spazi è da attribuire al processo di abitazione, che nel tempo ha influenzato lo stato attuale della sostanza dell’edificio. Il progetto può essere considerato un successo, in quanto mantiene le sue promesse di flessibilità, non solo in termini di modifica degli spazi, ma anche in termini di pluralità di usi che offre agli abitanti, anche alle seconde generazioni.
Questo progetto non avrebbe potuto essere realizzato senza l’impegno e la determinazione delle persone coinvolte, ma neppure senza la loro visione di un mondo, critica nei confronti del sistema capitalistico. Questa è la ragione principale per cui è necessario preservarne il risultato edilizio. Ma come? A causa del processo sociale unico che sta alla base della costruzione, gli alloggi di Neubibergrerstraße necessitano di cure particolari e di uno specifico concetto di conservazione. Tutte le modifiche materiali corrispondono ai cambiamenti nella vita delle persone e dimostrano la flessibilità del progetto. Questa flessibilità non era legata solo al cantiere, ma è stata concepita anche per offrire la possibilità di modifiche nel tempo. Alcune famiglie hanno agito autonomamente, come i Brandl; mentre altre, come i Lobo o i Renner, si sono avvalse della consulenza dei Thuts. Questi due approcci hanno prodotto risultati diversi che devono essere valutati in relazione allo spirito originario del progetto.
Per preservare il concetto originale, soprattutto quando la generazione futura avrà preso possesso di tutti gli alloggi, è necessario un piano di conservazione che consideri innanzitutto lo Standard Buch originale. Migliorie tecniche e modifiche allo spazio fisico devono essere accettate purché rispettino il più possibile lo Standard Buch, con il suo concetto strutturale, la sua tecnica, la sua flessibilità planimetrica e le corrispondenti soluzioni di facciata differenziate, nonché le scelte estetiche (con materiali innovativi e soluzioni tecniche semplici).
Il processo di autocostruzione aperto fa parte delle idee progettuali poliedriche e non può essere trascurato in nessun tentativo di conservazione che si dica serio. Pertanto, dobbiamo interpretare questo edificio come avente una forma aperta, con principi strutturali e costruttivi chiari, ma con confini mutevoli tra i diversi ambienti (pareti divisorie; scale) e tra interno ed esterno (facciata; finestre). Da un lato, il piano di conservazione deve preservare le idee degli architetti, come espresso nello Standard Buch, dall’altro deve consentire la modifica da parte degli abitanti.
Per concludere, possiamo affermare più in generale che l’autocostruzione contribuisce alla consapevolezza della creazione dei propri spazi abitativi, al di là delle soluzioni standard e omologanti offerte dal mercato, e al di là degli effetti alienanti del sistema capitalistico che tende a produrre uomini capaci di fare un solo lavoro iperspecializzato. Una parte della comunità degli architetti ha denigrato questo esempio, definendolo impreciso e hobbistico, non capendo affatto il contenuto rivoluzionario di questa esperienza, nella quale i partecipanti assumono consapevolezza rispetto al loro modo di vivere in relazione agli altri. In aggiunta, l’autocostruzione consente l’auto-riparazione che permette di mantenere bassi i costi di manutenzione e di non dipendere dalle prestazioni di professionisti. In ultima analisi, l’autocostruzione determina un risultato estetico che è frutto del proprio lavoro manuale e pertanto più piacevole ed autentico.
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INTERVISTE
- Doris Thut, in conversazione con Elena Spatz, Zoe Kleinbongartz, Jonathan Hoff, Monaco di Baviera 17.12.2022.
- Lorenz Brandl, in conversazione con Shimizu Shunsuke, Monaco di Baviera 21.11.2023.
- Ursula Renner, in conversazione con Shimizu Shunsuke, Monaco di Baviera 24.11.2024.