Dalle sezioni

Editoriale alla sezione

Editoriale

In questo momento storico nel quale appare piuttosto evidente che stiamo passando da una fase di graduale decadenza a una vera e propria caduta in uno scenario di guerra, autoritarismo, totalitarismo tecnologico e violenza, le risorse del nostro linguaggio e del nostro pensiero si fanno particolarmente preziose. Finita è non solo la fase della lamentazione ma anche quella dell’appello urgente a intervenire per fermare processi distruttivi. Finita è, purtroppo, anche la fase del monito impellente a “svegliarsi”, che il nostro caro Edgar Morin lanciò alcuni anni orsono. Svegli o meno, le macerie si accumulano a macerie, nel pieno della bufera della storia.

Editoriale

Illustrazione dall'articolo «Editoriale»

Se abbiamo modo di osservare con calma la natura, troviamo sempre beneficio nella sensazione di armonia che suscita l’equilibrio tra così tanti diversi elementi. Il volo di uno stormo di uccelli, che prende tante forme diverse e in cui sembrano giocare, ci incanta e ci lascia stupiti. Sembra incredibile come tutto funzioni in modo così armonioso, come tutti gli elementi del gruppo sappiano cosa fare, senza che ci sia un controllo centralizzato, un leader che decida e dia degli ordini. I movimenti di alcuni gruppi di animali possono sembrare delle coreografie di danza, evoluzioni sincronizzate: si tratta di quelli che vengono definiti comportamenti collettivi, comportamenti sociali con più di un interattore nei quali gli individui si aggregano in maniera non casuale e compiono movimenti coordinati basati su un processo di auto-organizzazione.

Editoriale

Illustrazione dall'articolo «Editoriale»

Ottant’anni fa il mondo tragicamente conosceva gli esiti reali della bomba atomica. Quello che apparve da subito come il male assoluto dell’impiego dell’energia atomica in ambito militare sconvolse il mondo intero e ancora oggi rappresenta un monito non cancellabile per ogni coscienza libera e civile.

Ma in questo mondo così veloce, che cancella il passato e non immagina il futuro, che vive solo in un presente immediato, rapido, consumistico in ogni aspetto della vita quotidiana, sembra proprio che la storia non sia proprio magistra vitae. Si stima infatti che nel 2025 siano attivi ben 56 conflitti armati che coinvolgono 92 paesi del mondo. Gli orrori e le tragedie che producono le guerre continuano ad alimentare il nostro presente continuo. Quando Kurt Vonnegut diceva che «gli esseri umani sono scimpanzé che quando si ubriacano di potere perdono il controllo» affermava una verità inconfutabile. Come non comprendere lo scoramento, il pessimismo, la disperazione perfino, che trova sempre più diffusione tra noi abitanti di questo mondo così minaccioso? Gaza, Uganda, Sudan, Ucraina, Siria, Trump e Putin, il governo Netanyahu e Hamas, e l’elenco può continuare, sconvolgono giustamente le nostre vite, ci sbattono in faccia ogni giorno l’orrore in modi diversi ma uguali negli esiti tragici. Abbiamo davanti agli occhi le immagini terrificanti di ciò che è accaduto e sta accadendo, del dolore, della morte, della distruzione. Niente e nessuno è risparmiato da queste sconvolgenti tragedie. Soprattutto vittime innocenti, donne e bambini, che pagano con la morte le follie della violenza, delle guerre, della barbarie causate dalla bramosia di potere e dalla ferocia del dominio.

Esperienze alla sezione

Echo Roots

Il progetto Echo Roots ha portato un gruppo di giovani a fare un trekking in alta montagna durante l’estate 2025, con degli obiettivi precisi di riconnessione con la natura e di riflessione sul rapporto con gli altri.

«Echo Roots è nato da un’idea semplice, quasi istintiva: condividere con altri e altre giovani quello che per noi, negli ultimi anni, è diventato un luogo interiore prima ancora che geografico — la montagna». Queste le parole delle due ragazze venticinquenni che hanno ideato e organizzato il progetto, entrambe con una passione per il trekking e un passato nello scoutismo, che hanno insegnato loro «quanto fosse potente, per il corpo e per la mente, il gesto essenziale del vivere la montagna. Camminare, fare fatica, dormire in tenda dopo una giornata di lavoro, svegliarsi presto con l’aria fresca e un sentiero davanti. Scoprire che basta un panino al formaggio guardando le cime per spazzare via stanchezza e malumori. Odori, rumori, vento, suoni: tutto così naturale, così semplice. In un mondo che sembra non bastare mai, la natura ci riportava all’essenzialità1».

Parata strampalata

Quartiere Isola di Milano, 2017: un gruppo di persone, adulti e bambini, sorregge animali di cartone, grossi e colorati, fissati su dei lunghi bastoni, mentre danzano e cantano. Sono partiti dal proprio bosco, voluto e sudato, e si dirigono verso un altro bosco, nuovissimo e scintillante, per mangiarne i frutti. Il primo è «Isola Pepe Verde», il secondo il «Bosco Verticale» (sì, quello di Boeri): a separarli un’idea diversa di città, di comunità, di territorio. È la prima Parata Strampalata, una pratica ibrida che tiene insieme cose diverse: l’immaginazione come spazio generativo, l’arte come strumento di resistenza, l’attivazione della comunità come serbatoio di risposte agli attacchi del capitalismo all’abitare e al vivere. Ma anche il potere dell’«entusiasmo immotivato» (così lo chiama Ruggge, fomentatore delle Parate) e la forza della gioia collettiva, in opposizione alle tante politiche territoriali orientate a generare profitto man mano che erodono le comunità. Così anche a Milano: il quartiere Isola era passato nel giro di dieci anni da quartiere popoloso e separato (un’isola, appunto) a epicentro della gentrificazione: un quartiere svenduto (per la gioia di palazzinari e mafie varie) e una comunità privata del suo potere di autodeterminazione.

Stranieri in patria

Lo spatriato

Lo hanno portato via
dal luogo della sua lingua.
Lo hanno scaricato male
in terra straniera.
Ora, non sa più dove sia
la sua tribù. È perduto.
Chiede. Brancola. Urla.
Peggio che se fosse muto.

(Giorgio Caproni, Il franco cacciatore)

Che la metodologia e i principi ispiratori della «Scuola Frisoun» di Nonantola, scuola di italiano per stranieri in provincia di Modena, siano coerenti alla cultura e alle esperienze anarchiche che questa rivista cerca di scovare e promuovere è tutto da verificare. Se prendessi Giovanni Gentile e Alexander Neill come rappresentanti di due estremi opposti tra un metodo di insegnamento libresco, frontale e autoritario da una parte e un metodo attivo, libertario e sperimentale dall’altro, la «Scuola Frisoun», friggione in dialetto modenese, si collocherebbe sì e no a metà. Forse solo sul piano dell’antiautoritarismo sconfinerebbe nella metà buona: la presenza di studenti di tutte le età, dall’adolescenza alla terza età, l’assenza di voti, test, certificazioni, ma soprattutto l’assenza di obbligo nella frequenza non dà ragione ai miei studenti di provocare o rompere le scatole durante le lezioni e di conseguenza a me e alle mie colleghe di dover ricorrere a metodi autoritari.

Approfondimenti alla sezione

Condorcet. Sulla necessità dell'istruzione pubblica

L’Illuminismo non sembra godere di buona fama, oggi: un po’ a causa della diffusa riluttanza a esercitare autonomamente la propria ragione — preferendo delegare ad altri la responsabilità morale o la fatica di pensare — e un po’ a causa di un’immagine monolitica dei Lumi, come un’epoca di cieco ottimismo e razionalismo sfrenato. Non che questi aspetti mancassero in alcuni philosophes e idéologues: nel tesserne l’elogio è bene non cadere a propria volta nella mancanza di spirito critico, che proprio l’Illuminismo eresse a guida. D’altro canto rispetto alla vulgata le voci di quei filosofi furono molto più varie e contrastanti, non soltanto sui fini ma anche sui mezzi da utilizzare per giungervi.

Considerazioni su Ellul

Non credo che ne avrebbe a male, Jacques Ellul, se sapesse che chi scrive, da veneto qual è, confonde spesso invocazione e imprecazione. Non ci proviamo neanche a tentare di convincere un’accolita di mangiapreti, anticristi e povericristi a noi simili che il Cristo teologico di Jacques Ellul1 – teologo anarchico, ispiratore di Ivan Illich – è simbolo di libertà, portatore di libertà, liberatore. Essere «in Cristo» significherebbe dunque essere liberi, in libertà. Ambito ambìto e oscuramente sperato da ogni essere umano afflitto dalle comuni vicissitudini esistenziali. A proposito, la speranza come «virtù teologale» (che termine ostico), secondo Ellul si collega alla libertà. Speranza di libertà, accidenti. Quando imprechiamo, «cristonando», per gli accidenti che ci accadono nella vita e che sostanzialmente limitano le nostre libertà, torniamo «in Cristo». Oppure quando esprimiamo il nostro più vibrato rammarico per lo scandalo della morte. Essendo la morte il più grave e radicale limite alla nostra libertà di andarcene a spasso e vedere il mondo. Che non passi per «oscura speranza» quella di poter continuare a vedere la luce. «In Cristo, nostro Signore, amen»… Ma noi non eravamo quelli del «Né dio, né padroni»? – se lo chiede lo stesso Ellul, nel titolo di un suo contributo (e nell’estratto che abbiamo qui tradotto, elenca tutti quegli aspetti «di Chiesa» che a una sensibilità anarchica risultano repellenti). Come riconoscere un Signore, quale Signore? A meno che il Signore (o Signora) non sia, appunto, la Libertà, la nostra fede (e qui risuonano due canzoni, non una…). Jacques Ellul, teologo anarchico, a noi Cristi di oscure speranze, tende una meravigliosa trappola. Cadiamoci, seriamente.

La strana sovversione del Cristianesimo

Vorrei qui affrontare una domanda per me irresolubile, profondamente radicata in me, e per la sua stranezza storica suscettibile di gettare una luce non dogmatica su «cos’è l’essere umano?». La formulazione della domanda è semplice, nel complesso: come mai lo sviluppo della società cristiana e della Chiesa abbia dato origine a una cultura, a un insieme istituzionale e a mentalità esattamente opposte a tutto ciò che la Bibbia e il Vangelo ci proclamano? Lasciamo perdere i malintesi. La questione non corrisponde affatto alla formula di Loisy, che considero assurda, che dichiara «ci aspettavamo il Regno dei Cieli, invece arrivò la Chiesa»1. Non c’è nulla che dimostri che i discepoli di Gesù si aspettassero una realizzazione immediata del Regno di Dio, nulla se non un’esegesi assolutamente parziale che rifiuta, in periodi successivi, i testi dei Vangeli che annunciano una lunga attesa prima di questo Regno. Allo stesso modo, il mio problema non corrisponde a un’opposizione semplicistica tra un «ideale» e la sua «realizzazione», né, ancora, a un’opposizione altrettanto semplicistica tra lo spirituale (sempre ripreso dai movimenti spirituali e millenaristi) e l’istituzionale. Infine, ciò non ha nulla a che fare nemmeno con il Gran Inquisitore di Dostoevskij. Si tratta di prendere consapevolezza che, a partire dal Messaggio biblico evangelico, è stata costruita una società e si è prodotto un tipo di essere umano che ne è esattamente l’opposto.

Conversazioni alla sezione

Anarchici in Iran

Quando hai parlato con Freedom l’ultima volta, le proteste in Iran si stavano diffondendo e intensificando rapidamente, ma la repressione nei loro confronti era in aumento. Puoi descrivere cosa è successo da allora e cosa ha fatto il tuo collettivo?

Dalla nostra ultima intervista, la situazione in Iran è cambiata in modo violento e senza precedenti. Le proteste diffuse in molte città sono state represse con estrema violenza. Le forze di sicurezza hanno attaccato i manifestanti con munizioni vere; migliaia di persone sono rimaste uccise o ferite e decine sono state arrestate. Un clima di forte tensione si è diffuso in tutto il Paese. Vi sono inoltre segnalazioni e prove documentate che indicano come, nelle attuali condizioni di guerra, alcuni detenuti siano rinchiusi in luoghi esposti ai bombardamenti aerei e vengano di fatto utilizzati come scudi umani.

Una difesa di dottorato anarchica che non ha mai avuto luogo

🇬🇧 Questo articolo è disponibile anche in inglese. Read the original English version: A Viva Voce That Never Happened.

Due anarchiche parlano. Come insetti che si risvegliano nelle loro realtà kafkiane, non riescono a capire bene chi siano – non ci sono mai riuscite – ma non per mancanza di tentativi. Una ha trascorso quasi vent’anni nel mondo accademico, navigando, o meglio, sfuggendo al labirinto disciplinare ben oltre gli anni del dottorato. L’altra ha appena difeso la sua tesi dottorale. Parlano la stessa lingua – una lingua che è frutto di anni trascorsi cercando di non ‘conformarsi’, ovvero il tempo trascorso sdraiate sulla schiena, come lo scarafaggio di Kafka, a fissare il soffitto, incapaci di muoversi o respirare. Entrambe condividono l’amore per le lettere – ma senza scopi precisi, sono ragni che predano vibrazioni. Una ha una formazione filosofica, eppure rifiuta l’etichetta di «filosofa»; l’altra, forgiata dallo scetticismo verso ogni disciplina, si addentra apertamente nello spazio del pensiero anarchico – uno spazio che si apre e si chiude non per capriccio ma su un piano di permanenza nelle 390 pagine della sua tesi dottorale: The Myth of the Political: An Anarchist Reading of the Narratives of Subjectivities of Resistance in Rural Nepal [Il mito del politico: una lettura anarchica delle narrazioni di soggettività resistenti nel Nepal rurale]. Le sue parole vengono ora discusse da una commissione di valutazione internazionale che si riunisce inevitabilmente su Zoom.

Conversazione con Pietro Babina

Illustrazione dall'articolo «Conversazione con Pietro Babina»

Conversazione con Pietro Babina a cura della Redazione

Nel gennaio 2025 all’Arena del Sole di Bologna si sono tenute le rappresentazioni dello spettacolo S&B. Sole e Baleno (una favola anarchica) di Pietro Babina (testo) e Alberto Fiori (musica) con Pietro, Alberto e Serena Abrami.

Come è noto ad alcuni nostri lettori, negli anni ‘90 del Novecento, a seguito di alcuni attentati, avvenuti in Val Susa, contro i primi cantieri del treno ad alta velocità, sono arrestati tre giovani attivisti Maria Soledad Rosas (Sole), Edoardo Massari (Baleno) e Silvano Pellissero, che abitano la Casa di Collegno, squat chiuso dalle autorità, le quali attaccano anche altre due case occupate: l’Asilo è sgomberato mentre all’Alcova l’operazione non riesce. Sole, Baleno e Silvano si dichiarano estranei alle accuse.

Internazionale alla sezione

Creando una comunità anarchica

Questo articolo analizza le implicazioni derivanti dall’offrire agli studenti formati in un’università neoliberista l’esperienza di creare relazioni anarchiche attraverso il CCC (Centro comunitario di Canicab) dello Yucatán, in Messico. L’obiettivo qui non è quello di discutere i tentativi di resistenza al neoliberismo; la sua portata è più modesta. Dato che la resistenza al neoliberismo si manifesta sia all’interno sia all’esterno delle istituzioni educative, in particolare quelle dell’istruzione superiore, la ricerca risponde a recenti esperienze nelle quali accademici e studenti dell’istruzione superiore hanno messo in atto una resistenza anarchica al neoliberismo. Consapevole che non tutte le forme di resistenza al neoliberismo nelle istituzioni di istruzione superiore sono anarchiche per carattere, ispirazione o filosofia (Tett & Hamilton 2019).

Una lettera d'amore al futuro

Illustrazione dall'articolo «Una lettera d'amore al futuro»

La tempesta sta arrivando. In alcuni luoghi l’acqua si sta alzando, in altri sta finendo. La situazione attuale dei rifugiati è solo un assaggio di ciò che potrebbe diventare una volta che vedremo i risultati dei semi che abbiamo seminato con la perdita delle zone umide, il cambiamento climatico, l’urbanizzazione e l’estrazione di combustibili fossili.

Colin Ward: un'ambigua eredità

Illustrazione dall'articolo «Colin Ward: un'ambigua eredità»

Colin Ward: un’ambigua eredità

Non ricordo esattamente quando mi sono imbattuto per la prima volta in uno scritto di Colin Ward, ma so per certo che è stato uno dei primi anarchici di cui ho letto qualcosa e di questa fortunata coincidenza temporale sarò sempre grato. Detto altrimenti, sono contento sia stato l’approccio particolare di Ward ad avermi inizialmente avvicinato all’anarchismo: non solo ha contribuito a dare forma al mio pensiero, ma ha anche caratterizzato il mio rapporto con la cultura anarchica, rapporto che ben presto avrebbe orientato la mia vita e quella di molti altri in giro per il mondo. Pochi anni dopo il mio incontro con il pensiero di Ward, l’anarchismo si affermò infatti come tratto distintivo nel panorama dei movimenti sociali radicali; e tuttavia si trattava di un anarchismo la cui visione risultava impoverita dall’apparente mancanza di interesse per uno dei suoi migliori esponenti. Vorrei cogliere questa occasione per onorare il lascito di Colin, in modo forse un po’ paradossale, rilevando quanto la sua influenza sulla prassi anarchica contemporanea sembri essersi affievolita nonostante il suo nome sia ancora piuttosto conosciuto. Lo dico volutamente in modo un po’ vago e generico, non per esagerare l’importanza di Ward né per essere ingenerosamente sprezzante nei confronti degli anarchici contemporanei, ma per affermare la necessità di un rinnovato impegno nei confronti di Ward e della sua opera.

Radici alla sezione

Charles Fourier

Friedrich Engels gli ha reso omaggio come geniale utopista e precursore del socialismo. André Breton, scorgendo in lui un umorista sotto mentite spoglie, lo ha incluso nella sua Antologia dello humour nero. Se avesse potuto spingersi in avanti nel tempo di oltre un secolo, Charles Fourier avrebbe apprezzato questi riconoscimenti, dato che per tutta la vita è stato un pensatore marginale e solitario. Avrebbe anche visto che la fantasiosa promiscuità sessuale immaginata nel suo Il nuovo mondo amoroso si era in parte realizzata nella controcultura degli anni Sessanta.

Virgilia D'Andrea

A vedere quel corpo minuto e il viso così pallido, con la fronte stretta e gli occhi castani, vivissimi, nessuno avrebbe immaginato la pericolosità sociale di questa donna secondo il potere politico: il suo nome era Virgilia D’Andrea. La nota prefettizia contenuta in un documento del 1919, stilato a Bologna, la definiva strumentalmente e falsamente un tipo violento per temperamento e volubile che «riscuote nell’opinione pubblica cattiva fama, avendo sempre mantenuta una condotta morale riprovevole».

Andrea Caffi

Di Andrea Caffi sono state date molte definizioni: per Gaetano Salvemini era «l’uomo più straordinario e lo spirito più eletto» che avesse mai conosciuto, opinione condivisa anche da Nicola Chiaromonte che lo definì «il più savio e il più giusto» di quei tempi; secondo Alberto Moravia, che fu suo amico, era «un hippy ante litteram, in lui c’era un’anticipazione di molte cose che poi sono diventate comuni negli anni ‘60 e ‘70». Gino Bianco, uno dei suoi biografi, lo ha presentato come «un eremita socievole», apparente ossimoro che però bene rivela l’intima natura del personaggio. La più incisiva delle descrizioni fu probabilmente quella che ne diede Daria Malaguzzi Banfi quando lo raffigurò come «un rivoluzionario che non voleva né sangue, né violenza, né disordine».

Recensioni alla sezione

Pëtr Kropotkin, Memorie di un rivoluzionario

In virtù dell’elaborazione di un anarchismo spiccatamente propositivo, per la sua concezione del mutuo appoggio che spinge a valorizzare, nella società esistente, le esperienze di libertà, solidarietà e cooperazione che, in qualche modo, anticipano e prefigurano la società socialista libertaria alla quale aspiriamo, Kropotkin è autore particolarmente caro a questa rivista. Ben venga, dunque, questa ottima riedizione della sua autobiografia, le Memorie di un rivoluzionario, che elèuthera propone coraggiosamente al pubblico italiano: un libro di oltre 600 pagine, che tuttavia si lascia attraversare con piacere, tanto intenso è il ritmo narrativo e così avvincente risulta la lettura.

Quattro letture libertarie

Illustrazione dall'articolo «Quattro letture libertarie»

Berti Giampietro, Il principe e l’anarchia. Per una lettura anarchica di Machiavelli alla luce di una lettura machiavelliana dell’anarchismo**, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2023.**

L’obiettivo dell’opera è quello di indagare il problema della libertà nel confronto tra Niccolò Machiavelli (1469-1527), massima espressione del realismo, e l’anarchismo, massima espressione dell’utopia. Se la concezione del pensatore fiorentino, lungi dall’abbracciare caratteri ideologici e velleità di trasformazione del mondo, riflette un essere, l’anarchismo, invece, realizzandosi storicamente in un’ideologia diretta al rovesciamento rivoluzionario, incarna un dover essere destinato a subire dei cambiamenti – che investono, tuttavia, la sua strumentazione logico-concettuale, ma non i suoi obiettivi fondamentali. Come Berti subito precisa, le due concezioni prese in esame non incontrano alcuna possibilità di mediazione, neppure sul terreno di studio della libertà. In effetti, se per Machiavelli quest’ultima è inestricabilmente legata all’esistenza del potere, per l’anarchismo è connessa, al contrario, alla sua abolizione.

Parlando di economia, anarchia e cattolicesimo

Illustrazione dall'articolo «Parlando di economia, anarchia e cattolicesimo»

Il mio libro «Economia e persona tra pensiero libertario e pensiero cristiano» (FrancoAngeli, 2024) propone un confronto fra pensieri, quello libertario-anarchico e quello della teologia sociale della Chiesa cattolica. Pensieri che possono essere lontani o vicini tra loro nel trattare della persona e dell’economia, ma che sono comunque accomunati dal coprire posizioni minoritarie nell’economia, nella politica e nella religione. Pensieri che invece meriterebbero entrambi maggiore attenzione, sia essa di approvazione oppure di critica. Comunque non dovrebbero essere ignorati.

Musica alla sezione

La canzone d'autore fra melodia e poesia

Fra richiami poetici e surrealismo onirico alla Magritte, l’immagine di un ombrello sui muri di Napoli annuncia un dialogo aperto fra poesia e melodia. Lo propone nel 1917 Armando Gill, il primo cantautore italiano, per lanciare il suo brano Come pioveva. Un’idea promozionale, futurista o surrealista, che ottiene un grande successo perché incarna la fantasia rappresentata dalle gocce di pioggia che cadono sulla passione di due innamorati che però l’ombrello non riesce a riparare. Straordinario uomo di spettacolo Gill, nome d’arte di Michele Testa, era già cosciente del ruolo che aveva inventato presentandosi così: Come pioveva: canzone con parole di Armando, musica di Gill, cantate da sé medesimo. Un intreccio tra cultura, canzone e modernità che anticipa il futuro messaggio degli chansonnier nel quale i versi diventano molto importanti, in modo particolare se poetici. Come nel lavoro di interpreti, penso a Yves Montand, capace di unire interpretazioni di grande significato politico con testi come Je me souviens, firmato dal poeta Louis Aragon. E così anche Georges Brassens fondamentale per la capacità di costruire un rapporto stretto fra la musica e la poesia di grandi autori come Villon, Aragon, Hugo, Verlaine ed esemplificata da titoli come La légende de la nonne (Hugo), Colombine (Verlaine), Le passante (Pol), Le vérger du roi Louis (de Banville). Anche nella scena americana si faceva largo una generazione di songwriter che usa la musica per raccontare anche in forme poetiche la società in questa fase di crisi. Lo prova un folksinger come Bob Dylan, utilizzando melodia e ritmo per raccontare storie con testi dalle evidenti forme poetiche, a partire dai titoli della prima stagione come With God on our Side, Blowin’ in the Wind, Girl from the North Country, Don’t think twice, it’s all right, Masters of War, Like a Rolling Stone. In altri casi gli artisti hanno trasferito in modo diretto e cosciente l’attenzione verso la nuova canzone, come nel caso di Leonard Cohen con brani come Joan of Arc, Sisters of Mercy, Hallelujah, Bird on the Wire, Suzanne, The Partisan nei quali i versi delle canzoni hanno l’intensità di sguardi poetici, tanto da proporsi anche in autonomia dalla musica a cui sono legati. Una scelta non casuale perché Cohen avvia la carriera come poeta per costruire solo in seguito una carriera di cantautore. Ma anche nel rock sono molto ampi gli esempi di gruppi o musicisti che hanno messo in primo piano la poesia rispetto alla musica, vedi la band The Doors che per iniziativa del cantante Jim Morrison trasforma i testi delle canzoni in vere e proprie opere, come An american prayer dove lunghi tratti di spoken words si alternano a riferimenti espliciti alla poesia, senza dimenticare la celebre performance The End nel primo album del gruppo che si propone come drammatico epitaffio in un universo dominato dalla morte.

Voci dal mondo. Dialogo con Giuseppina Casarin

Illustrazione dall'articolo «Voci dal mondo. Dialogo con Giuseppina Casarin»

Giuseppina «Beppa» Casarin è attiva da anni nella ricerca sulla tradizione orale con Luisa Ronchini, Alberto D’Amico, Gualtiero Bertelli con cui ha maturato una profonda conoscenza del canto popolare veneto. Poi con Rachele Colombo e Sandra Mangini è stata impegnata in ricerche sull’emancipazione femminile e l’emigrazione di ieri e di oggi. Attualmente sta collaborato come autrice delle musiche del «Bestiario idrico» di Marco Paolini. Insegna Musica nelle Scuole Medie e Canto popolare al Conservatorio Pollini di Padova.

Sperimentare musica fra antagonismo e anarchia

Illustrazione dall'articolo «Sperimentare musica fra antagonismo e anarchia»

«I suoi convincimenti lo avevano portato ad applicare la lotta di classe anche nell’uso degli oggetti più comuni. Non arrivò in tempo a diversi concerti perché si rifiutava di salire a bordo di automobili, strumento che, affermava, rende schiavi del padrone. Autostrada, petrolio, economia, Fiat, Stato, quindi niente automobile. Era un pedone per scelta esistenziale»

Vocabolario Politico alla sezione

Anarchismo e democrazia

Illustrazione dall'articolo «Anarchismo e democrazia»

1. La posizione radicalmente antistatale dell’anarchismo

Il rapporto tra anarchismo e democrazia può essere ricostruito, teoricamente, a partire dalla concezione stessa di anarchia. Va tuttavia tenuto presente, sullo sfondo, l’articolato contesto storico-politico di riferimento in cui si è sviluppato il dibattito. L’anarchismo, come movimento politico e in quanto dottrina definita, auto-consapevole e riconoscibile, è sorto, in Europa, nella seconda metà del XIX secolo, in un periodo di forte espansione dell’economia capitalista e di assoluto dominio degli Stati nazionali, la cui organizzazione interna stava evolvendo verso forme più liberali, ma era ancora lontana dagli standard democratici conseguiti nel XX secolo, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale. In ambito anarchico e libertario, il dibattito teorico sulla democrazia, nel Novecento, ha invece ovviamente risentito della sconfitta del movimento anarchico nelle rivoluzioni, degli insuccessi della strategia insurrezionale, dell’esperienza dei totalitarismi e del consolidamento degli Stati democratici dopo la fine del nazifascismo. Infine, negli ultimi anni, il rapporto tra anarchismo e democrazia non può che essere ripensato alla luce della crisi di legittimità delle liberal-democrazie, dei processi di rinnovata verticalizzazione delle organizzazioni di potere in ambito pubblico e privato, del risorgere dei nazionalismi, in chiave populista, dell’evoluzione dell’economia globale.

Violenza e nonviolenza

Illustrazione dall'articolo «Violenza e nonviolenza»

Alla ricerca di una definizione

Cosa dobbiamo intendere per violenza? Si può convenire sul fatto che la violenza è una «alterazione del corso naturale degli eventi, quando ne derivi distruzione e sofferenza» (Jervis 1998). Alterazione non casuale, ma volontaria: perché un’azione causa di un danno possa essere qualificata come violenta, è necessario che sia il frutto di una deliberata intenzione di provocare un’offesa da parte di colui che l’ha posta in essere. D’altro canto, invece, non è sempre vero che la violenza si esercita contro la volontà di chi la subisce: può darsi il caso di chi, ad esempio, esercita volontariamente la violenza contro se stesso (Stoppino 1991: 1221). Il campo semantico della parola violenza si è andato espandendo nel corso del tempo, per includere oggi, insieme a quelle fisiche, anche le forme di violenza psicologica, per certi aspetti più difficili da individuare e classificare. Ecco, allora, che la violenza può essere definita come «l’abuso della forza (rappresentata anche da sole parole o da sevizie morali, minacce, ricatti), come mezzo di costrizione, di oppressione, per obbligare cioè gli altri ad agire o cedere contro la propria volontà» (voce violenza dell’Enciclopedia on line della Treccani).

Percorsi di Visione alla sezione

Il corpo tecno-politico in David Cronenberg

Il corpo è realtà. Lo si legge sullo schermo di un vecchio televisore a tubo catodico durante la performance dell’artista Saul Tenser nel film Crimes of the Future di David Cronenberg, regista canadese la cui filmografia ci offre un percorso di visioni per una riflessione sulla tecnologia connessa al corpo umano, sull’evoluzione umana e sul modo in cui l’uomo ha progressivamente assunto il controllo di questo processo evolutivo, manipolando l’ambiente circostante e stabilendo codici di normalità che definiscono quale cambiamento è accettabile o quale invece va represso perché non conforme.

Cinema senza padrone

Illustrazione dall'articolo «Cinema senza padrone»

«L’anarchia è ordine senza potere», diceva Proudhon.

Anche il cinema, quando smette di essere spettacolo addomesticato e torna a essere gesto, può diventare un atto di diserzione dal dominio. Non solo un mezzo per raccontare storie diverse, ma un laboratorio per immaginare mondi possibili, dove le regole non sono dettate dall’alto, ma rimesse in discussione a ogni inquadratura.

Uno sguardo non indifferente

Illustrazione dall'articolo «Uno sguardo non indifferente»

Sono molte le atrocità nel mondo e moltissimi i pericoli. Ma di una cosa sono certo: il male peggiore è l’indifferenza. Elie Wiesel

Le parole di Elie Wiesel, sopravvissuto all’Olocausto e Premio Nobel per la pace, assumono un significato ancora più profondo in questi tempi complessi. L’indifferenza è quel distacco emotivo che, di fronte alle ingiustizie e alle sofferenze altrui, ci consente di voltare lo sguardo da un’altra parte, rivelandosi così una delle minacce più sottili alla nostra umanità. Paradossalmente, sono proprio la sovraesposizione mediatica e il consumo superficiale delle immagini, tipici del nostro tempo, a produrre un effetto anestetizzante sulle coscienze, rendendo abituale l’orrore. In questa cornice, il cinema, grazie allo «sguardo non indifferente» di alcuni registi e registe, ci costringe a guardare ciò che preferiremmo ignorare e a provare ciò che spesso scegliamo di non provare. L’indifferenza ha un raggio d’azione vastissimo e, spesso senza che ne siamo pienamente consapevoli, tocca gli aspetti più profondi del nostro vivere. Senza la pretesa di esaurire un tema tanto vasto e complesso, quello che vogliamo proporre è un percorso di visioni per esplorare come il cinema, può essere uno spazio di consapevolezza e responsabilità capace di porre domande scomode e sollecitare a un confronto autentico con le conseguenze dell’indifferenza, sia individuale che collettiva.