# Vivere diversamente è un crimine

*Persecuzione, cosmovisione e resistenza del popolo Mapuche*

Scrivo questo testo da Barcellona, dove faccio un dottorato, ma il mio corpo e la mia memoria appartengono al *Wallmapu*, il territorio ancestrale del popolo mapuche, che lo stato cileno chiama «La Araucanía», e che oggi, in ampi settori, vive sotto un'occupazione di polizia permanente. Non fingo neutralità. Sono mapuche, meticcio e la mia pelle è del colore della terra. E questa in Cile continua ad essere una condizione che ha delle conseguenze.

La prima cosa da capire è questa: il popolo mapuche non viene perseguitato perché violento. Viene perseguitato perché è diverso. La distinzione più profonda, quella che lo Stato non tollera, è fondamentalmente ontologica: abbiamo un modo diverso di comprendere la vita, la natura, il tempo, la comunità e la relazione tra gli esseri viventi. Questa differenza si chiama «cosmovisione». E questa visione del mondo, per l'ordine coloniale che ha governato il Cile dal 1818, rappresenta una minaccia che dev'essere gestita ed eliminata.

Per il popolo mapuche, la *mapu* – la terra, il territorio – non è una risorsa né una proprietà. È un'entità viva, una rete di relazioni tra gli esseri umani, gli animali, le piante, l'acqua e le forze spirituali. Questa comprensione non è una metafora. È un modo di stare al mondo che ha le sue regole, le sue istituzioni, la sua pedagogia. El *azmapu*, l'insieme dei principi che regolano la vita comunitaria, disciplina l'uso del territorio, come si prendono le decisioni collettive, Non è folklore. È governo.

Lo stato cileno ha costruito la sua legittimità affermando esattamente il contrario. La nazione cilena nacque negando che esistessero altre forme di vita valide per organizzare la vita sociale. La chiamata «pacificazione de la Araucanía» – nome che lo stato diede all'invasione militare del *Wallmapu* tra il 1861 e il 1883 – non fu solo una conquista territoriale. Fu un tentativo sistematico di distruggere un sistema di vita completo. Le terre vennero usurpate tramite il titolo di *merced*, un meccanismo legale che ridusse migliaia di famiglie a frazioni minime di ciò che abitavano prima. I saperi, le pratiche, le lingue, le spiritualità furono dichiarate non valide, primitive, superstizioni che dovevano scomparire perché noi mapuche potessimo, nella logica del colonizzatore, «progredire». Questo vocabolario della civilizzazione, ancora circola. Semplicemente ha cambiato veste.

Questa pratica non è terminata nel secolo XIX. È solo stata aggiornata.

Ancora oggi, interi settori di alcune regioni del *Wallmapu* sono militarizzati. Il governo cileno gestisce questo territorio come La Araucanía, Los Ríos, Los Lagos e dal 2021 ha applicato a intermittenza lo Stato di Eccezione costituzionale, che permette lo spiegamento di forze militari nelle zone civili. Non in tutto il territorio, ma in comunità concrete, con nomi e famiglie che vivono lì. Alcune di queste comunità convivono con blocchi stradali, elicotteri che sorvolano i loro territori, perquisizioni notturne. I bambini e le bambine crescono vedendo carabinieri con pistole. Ci sono famiglie che non escono di casa quando cala il buio. Lo dico senza voler drammatizzare, perché è semplicemente quel che succede. Non è una cosa da poco.

C'è anche la Legge Antiterrorista. Questa legge, creata durante la dittatura di Pinochet (1973-1990) e mai abrogata, è stata applicata in maniera sistematica contro membri e leaders della comunità mapuche che difendono le loro terre. Quello che lo stato chiama terrorismo, nella maggior parte dei casi è la resistenza di comunità che da decenni reclamano la restituzione dei territori sottratti. Non stiamo parlando di una legge che si applica in casi estremi o eccezionali: stiamo parlando di uno strumento che lo Stato attiva ogni volta che la richiesta mapuche diventa troppo visibile, troppo organizzata, troppo scomoda. Abbiamo visto *machi* – autorità spirituali e curatrici, figure centrali nella vita comunitaria – processate sotto questa legge. Il caso della *machi* Francisca Linconao, che è stata accusata, assolta e di nuovo accusata per anni mentre la sua comunità la aspettava, rivela qualcosa che va al di là di un processo giudiziario: è la dichiarazione che una donna, la cui autorità proviene dalla terra e dal sapere ancestrale, non trova posto nell'ordinamento giuridico cileno. Abbiamo anche visto molti *longko* – autorità politiche di ogni comunità – incarcerati per anni senza processo, senza condanna, senza certezze, sostenuti solo dalle loro famiglie e dalla memoria collettiva del loro popolo. Con l'applicazione di questa legge, basta un'accusa per distruggere una vita.

Ciò che è in gioco, ed è questo che mi sembra importante spiegare qui, non è solo la terra in termini materiali. È in discussione la stessa legittimità di un altro modo di esistere. Quando lo Stato applica la legge antiterrorista a chi difende il bosco nativo perché il bosco è sacro, quel che fa è dichiarare che la sacralità del bosco è una credenza irrazionale e che quindi, chi agisce con questa convinzione, agisce fuori dalla ragione. La ragione legittima, secondo questo schema, è quella del capitale della foresta: quella delle imprese che piantano pini ed eucalipti su scala industriale nelle terre che noi mapuche consideriamo parte del nostro territorio. Ed è la ragione che lo Stato protegge con le sue armi. Lo Stato decide chi ha diritto di relazionarsi con la terra e in che termini.

Ho visto tutto ciò anche nella scuola, e non solo al sud. L'ho visto in città, nella *waria*, che è dove vive oggi la maggioranza del nostro popolo. Prima del dottorato ho lavorato come insegnante di scuola elementare in Cile. E prima di essere maestro, sono stato studente mapuche in quelle stesse aule. L'ho vissuto da entrambi i lati della cattedra: l'inadeguatezza di vedere che ciò che sei non compare in nessun libro, e poi l'impotenza di non sapere bene cosa fare a questo proposito quando diventi tu quello che insegna. I bambini e le bambine mapuche entrano nelle aule e trovano un programma di studi che non li nomina, o che li nomina al passato, come se il popolo mapuche fosse una storia conclusa e non una presenza viva e contestataria. Le loro famiglie parlano mapuzungún in casa, fanno *nguillatún* nella comunità[^1], organizzano la vita quotidiana con logiche molto distinte da quelle che la scuola riconosce. E la scuola, invece di considerare questi saperi come delle conoscenze valide e con una potenza pedagogica reale, li ignora e li riduce a un'esposizione di artigianato nel «giorno dei popoli indigeni»[^2]. Una maestra che ho conosciuto a La Auracanía mi raccontò che quando i bambini le parlavano della loro relazione con il *newen* – la forza vitale che muove gli esseri – lei non sapeva cosa fare. Non è previsto nel programma di studi mi disse. Aveva ragione. La colonialità[^3] non ha bisogno di cannoni. Basta il programma di studi.

D'altronde quando penso come spiegare tutto questo dall'Europa mi chiedo: come viene intesa qui la persecuzione di un popolo la cui differenza più profonda non è razziale né linguistica bensì onto-epistemologica? In Italia, in Spagna, il dibattito sui popoli indigeni tende ad essere ridotto a immagini di *ponchos* o alla retorica benintenzionata del multiculturalismo. Ma quello che accade nel *Wallmapu* è più complesso e più urgente. È una persecuzione attiva di un modo di conoscere il mondo che risulta incompatibile con l'estrattivismo, con l'accumulazione di terre in poche mani, con la logica della proprietà privata che sono, per noi, eredità collettiva e non trasferibile.

È anche incompatibile, diciamolo pure, con il cosiddetto capitalismo verde. Alcune delle imprese forestali che hanno devastato il *Wallmapu* per decenni, ora si presentano con certificazioni «sostenibili». La sostenibilità del mercato non comprende la domanda mapuche sulla relazione etica con la terra. Comprende carbonio, comprende la biodiversità calcolata in indici economici, comprende le obbligazioni verdi per investitori europei.

Ma non prevede il *küme mongen* – il «buen vivir» mapuche –, che non è un indicatore di produttività, bensì un modo di capire che vivere bene significa che viva bene anche tutto ciò che vive intorno a noi. Non è quotato in borsa, e proprio per questo dà fastidio.

Intraprendere una nuova relazione con il popolo mapuche – sia dallo Stato cileno che dalla comunità internazionale – esige riconoscere qualcosa di scomodo: la persecuzione che viviamo non è un eccesso e nemmeno una anomalia del sistema. È la sua logica. Un ordine costruito perché risulti legittima solo una maniera di abitare il mondo: necessariamente perseguirà quelli che vivono con una logica differente. Questo siamo. Un tentativo di essere un'altra cosa. E questo, per chi ha l'interesse che il mondo non cambi, risulta intollerabile.

Intanto il popolo mapuche non solo resiste. Produce conoscenza. Si prende cura di territori che senza la nostra presenza sarebbero spariti da decenni a causa della monocoltura forestale. Educa i suoi figli e le sue figlie con una pedagogia che il mondo accademico sta iniziando, molto lentamente, a prendere sul serio. Le pratiche culturali ancestrali – gli incontri comunitari, le cerimonie, le sue forme di trasmettere il sapere tra generazioni, i grandi giochi collettivi che articolano valori etici e relazioni con il territorio – non sono reliquie. Sono forme vive di governo orizzontale, la costruzione di comunità, di etica condivisa. Il fatto che esistano, che vengano messe in pratica, che alcune scuole e comunità abbiano il coraggio di elevarle a conoscenza pedagogica con una propria validità, è già di per sé un atto politico.

Anche il fatto che io debba raccontare tutto questo dalle pagine di una rivista italiana – dato che in Cile continua ad essere pericoloso parlarne a voce alta, e poiché lo Stato preferisce che queste conversazioni non avvengano negli spazi che controlla – ci dice qualcosa sul mondo in cui viviamo. I semi sotto la neve non chiedono permesso. Sono lì. Sono sempre stati lì.

*Carlos Sandino Aucan Melin Vera è un pedagogo mapuche, insegnante di scuola elementare formato nella UMCE (Cile) con un master in ricerca educativa presso la UAB (Spagna). Attualmente svolge il suo dottorato nell'Universitat Autònoma de Barcelona, con una ricerca sui saperi del popolo mapuche e il programma di studi cileno.*

[^1]: I due termini indicano il linguaggio nativo e la principale cerimonia religiosa mapuche (n.d.r.).
[^2]: Festività introdotta in anni recenti in Cile, che è stata fissata intorno al 21 giugno, solstizio d'estate.
[^3]: Se il colonialismo è la pratica di conquista, assoggettamento e sfruttamento, la colonialità ha dimostrato di essere più duratura e profonda come sistema di potere, e questo in particolare poiché si fonda sulla giustificazione del ruolo dei colonizzatori come organizzatori razionali del mondo e portatori di un ordine superiore (https://www.filosofiadelogu.eu/2022/vocabolario-decoloniale-colonialita/).

