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Stranieri in patria

Lo spatriato

Lo hanno portato via
dal luogo della sua lingua.
Lo hanno scaricato male
in terra straniera.
Ora, non sa più dove sia
la sua tribù. È perduto.
Chiede. Brancola. Urla.
Peggio che se fosse muto.

(Giorgio Caproni, Il franco cacciatore)

Che la metodologia e i principi ispiratori della «Scuola Frisoun» di Nonantola, scuola di italiano per stranieri in provincia di Modena, siano coerenti alla cultura e alle esperienze anarchiche che questa rivista cerca di scovare e promuovere è tutto da verificare. Se prendessi Giovanni Gentile e Alexander Neill come rappresentanti di due estremi opposti tra un metodo di insegnamento libresco, frontale e autoritario da una parte e un metodo attivo, libertario e sperimentale dall’altro, la «Scuola Frisoun», friggione in dialetto modenese, si collocherebbe sì e no a metà. Forse solo sul piano dell’antiautoritarismo sconfinerebbe nella metà buona: la presenza di studenti di tutte le età, dall’adolescenza alla terza età, l’assenza di voti, test, certificazioni, ma soprattutto l’assenza di obbligo nella frequenza non dà ragione ai miei studenti di provocare o rompere le scatole durante le lezioni e di conseguenza a me e alle mie colleghe di dover ricorrere a metodi autoritari.

Ma vediamo se nel racconto di un’esperienza in atto qualche principio libertario che informa la «Scuola Frisoun» si riesce a farlo saltar fuori.

Partire dalle condizioni date

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Partiamo dalle condizioni materiali della scuola e dal contesto in cui è inserita. Per un progetto di intervento culturale e sociale, partire dalle condizioni date, farci i conti fino in fondo, mi sembra un primo fondamentale principio anarchico. A patto ovviamente che tra le condizioni date si considerino anche quelle che un gruppo riesce a inventare e sperimentare.

Come in tutta la provincia di Modena, anche Nonantola ha una percentuale di stranieri che supera il dieci per cento della popolazione: circa millesettecento residenti stranieri su una popolazione complessiva di circa sedicimila persone. Come dappertutto, i dati reali potrebbero essere più alti, considerando il numero di chi non ha la residenza, di chi è accolto in centri di accoglienza, di chi infine soggiorna senza regolare permesso. Di chi insomma non rientra nel novero degli stranieri presenti sul territorio. D’altro canto, dal conteggio complessivo dei residenti stranieri, andrebbero tolti quelli che nel frattempo hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Un numero in costante crescita. Insomma, come la sociologia anarchica ci insegna, un conto è la mappa, un conto è il territorio. Un conto sono le statistiche, un conto gli esseri umani presi alla spicciolata.

Si tratta per Nonantola di un’immigrazione di lungo corso: i primi e più consistenti arrivi datano a partire dagli anni Ottanta, quando il tessuto produttivo, in particolar modo metalmeccanico, attirava molti giovani lavoratori, soprattutto dal Ghana e dal Maghreb. Con l’«incendio» del Nord Africa nel 2011, dovuto alle rivolte in Egitto, Libia e Tunisia, anche a Nonantola sono iniziati ad arrivare i cosiddetti migranti forzati (profughi, richiedenti asilo e rifugiati). Da allora le ricorrenti crisi geopolitiche determinate dai sempre più numerosi teatri di guerra o dai Paesi sulla via della bancarotta a causa di un sistema economico finanziario che non sembra più compatibile con la vita umana, generano sommovimenti di uomini, donne e ragazzini i cui «schizzi» arrivano anche nelle province sperdute come Nonantola.

I corsi di lingua che in questo momento riusciamo a offrire ai nostri studenti sono cinque, dal livello analfabeti a quello intermedio: non usiamo intenzionalmente i livelli definiti dal Quadro comune europeo di riferimento per le lingue (A1, A2, B1, ecc.) perché nel tempo abbiamo verificato che i nostri studenti raramente «stanno comodi» dentro a quel tipo di tassonomia. Oltre ai corsi di lingua abbiamo un gruppo socio-educativo rivolto agli adolescenti stranieri (neoarrivati, di lungo corso o di seconda generazione) e un corso propedeutico per la scuola guida.

Infine, per supportare il lavoro di ricerca, informazione e formazione sui temi dell’immigrazione, dell’educazione e dell’organizzazione del lavoro sociale che la «Scuola Frisoun» si sforza di affiancare alla didattica (ogni sforzo di rieducazione non sostenuto da una ricerca e da una rivolta, scriveva Fernand Deligny, puzza di acqua benedetta ristagnante), con il contributo della benemerita della Chiesa Valdese e dei progetti finanziati con il loro OttoXmille, da quattro anni pubblichiamo un almanacco di paese che abbiamo chiamato «Touki Bouki» (v. https://toukibouki.it ), dal titolo di uno dei capolavori del regista senegalese, dalla visione indubbiamente anarchica, Djibril Diop Mambéty. A proposito di princìpi anarchici: nell’ultimo numero speciale di «Touki Bouki», quello che a dicembre di ogni anno confezioniamo pensando a insegnanti, educatori e operatori sociali, abbiamo ripubblicato – con il titolo Programma di educazione incidentale – un testo bellissimo e pressoché sconosciuto di Paul Goodman, che ci sembra una delle sintesi teoriche più efficaci del pensiero pedagogico anarchico del Novecento. È possibile scaricare il pdf a questo indirizzo: toukibouki.it/giornale-touki-bouki.

Per esaurire gli aspetti materiali, penso che una delle caratteristiche peculiari della «Scuola Frisoun» sia una commistione molto poco esplorata tra pubblico e associazionismo. In un’epoca in cui gli enti locali appaltano al privato sociale quasi tutti i servizi che comportano relazioni dirette con i propri cittadini (e quel poco che conservano lo gestiscono quasi totalmente attraverso portali e piattaforme online), a Nonantola resiste, per ora, una scuola di italiano per adulti e minori stranieri, gestita direttamente dal «Centro intercultura del Comune» (la responsabile di servizio programma e gestisce una parte delle lezioni!) in collaborazione con l’associazione di promozione sociale di cui faccio parte («Giunchiglia-11», dal nome di uno dei personaggi di Comica finale di Kurt Vonnegut). Se il Comune garantisce la dimensione di servizio pubblico, l’associazione aggiunge quegli elementi di militanza, di sperimentazione e di critica senza i quali le istituzioni pubbliche lasciate a loro stesse, su questo ci torneremo più avanti, diventano a lungo andare strumenti di alienazione anziché di liberazione.

Infine, la «Scuola Frisoun» non sarebbe quello che è se non si nutrisse dell’incontro e dello scambio – informale, dal basso e fuori da qualsiasi canale istituzionale – con gruppi e operatori attivi in diverse città d’Italia, con i quali porta avanti un percorso comune di ricerca, formazione e critica nell’ambito del lavoro sociale ed educativo. In particolare con l’associazione Asnada di Milano, «Else edizioni» di Roma, il «Centro di documentazione di Pistoia», il «Centro Educazione e Studi sulla Discriminazione» e l’associazione Hamelin di Bologna. Queste e altre associazioni hanno poi un punto di riferimento teorico-politico comune nell’area della rivista di educazione e intervento sociale «Gli asini», senza la quale questi scambi non sarebbero nati.

Detto ciò, non ho idea di quanto questa situazione potrà durare: sul fronte pubblico, perché le amministrazioni comunali pensano che nel mercato elettorale gli stranieri non costituiscano una merce particolarmente redditizia (cosa peraltro tutta da dimostrare, se si considera il voto dei giovani); sul fronte associativo, perché la riforma del terzo settore e la trasformazione dell’associazionismo in «impresa sociale», attraverso un appesantimento burocratico ormai insostenibile, stanno spazzando via tutti i piccoli gruppi, i soli che, a determinate condizioni, possano interpretare il lavoro educativo e sociale anche in chiave politica e critica.

Chi sono i nostri studenti

Secondo la definizione di Caproni, siamo tutti degli «spatriati», non solo le persone che lasciano la propria terra e provano a ricostruire legami, spazi di vita, progetti in un contesto linguistico e culturale molto diverso da quello in cui sono nate e cresciute. Esperienza fondamentale del nostro tempo è quella del cambiamento, un cambiamento che abbraccia ogni cosa e penetra ovunque. Questa esperienza può essere vissuta in maniera difensiva, tecnocratica, isterica e alla fine violenta – è questa la postura che sembra aver preso l’Occidente in questi ultimi anni – oppure con curiosa radicalità, partecipazione, apertura al nuovo, piacere della sfida che ogni cambiamento comporta. E dalla periferia e da una piccola realtà di provincia come la «Scuola Frisoun», certi cambiamenti si vedono altrettanto bene, per certi versi meglio, che dal «centro».

Nel momento in cui stendo queste note, le persone iscritte alla «Scuola Frisoun» nell’anno scolastico in corso sono 230: 122 donne e 108 uomini, di cui 48 minorenni. 31 le nazionalità presenti. Le più rappresentate: Marocco, Tunisia, Bangladesh, Ghana e Pakistan, ma anche Ucraina, Cina, Nigeria e, quest’anno per la prima volta, diverse studentesse georgiane. Se qualcuno volesse farsi un’idea più precisa, a questo indirizzo può trovare i rapporti di fine progetto degli ultimi anni, rapporti che ci sforziamo di redigere sempre con molta cura: https://giunchiglia-11.it/la-scuola-frisoun/report-scuola-frisoun/

Se dalla crisi del 2008 e fino alla pandemia i problemi principali dei nostri studenti erano quelli della disoccupazione e del riconoscimento di uno status giuridico che garantisse loro doveri e diritti certi, adesso, senza che questi problemi siano realmente superati, i nodi conflittuali che osserviamo più frequentemente alla «Scuola Frisoun» sono da un lato l’estrema difficoltà a trovare affitti dignitosi e a prezzi proporzionati allo stipendio, dall’altro l’improvvisa accelerazione della burocrazia digitale delle istituzioni pubbliche, che genera l’esclusione di fasce sempre più ampie di popolazione e uno spreco impressionante di tempo, intelligenza e umanità (oltre che di capacità di organizzare buoni servizi) in chi si trova da una parte e dall’altra del pc (o più spesso del telefono). A questo aggiungerei l’evidente affanno di una scuola dell’obbligo che, nel suo complesso, nega a un numero sempre maggiore di studenti stranieri un effettivo diritto all’istruzione. E lo fa in modi nascosti e subdoli: inserendo i ragazzini stranieri neoarrivati in una classe, a volte due, inferiore rispetto all’età; orientandoli sistematicamente verso istituti professionali senza tener conto di doti, desideri, capacità effettive di ognuno; escludendoli alle scuole medie ed espellendoli alle superiori; rifiutandogli l’iscrizione se sono neoarrivati e falciandoli in grandi quantità in fase di scrutini.

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Un perverso gioco di incastri

In tempi e spazi che mi impongo diversi da quelli didattici, insieme alle colleghe e a qualche amico, provo a offrire qualche risposta agli squilibri, ai conflitti, alle piccole e grandi oppressioni che gli studenti portano quotidianamente a scuola. Quello che mi muove non è principalmente l’indignazione per le ingiustizie di matrice indubbiamente razzista che spesso subiscono, ma la mia insofferenza di fronte all’irrazionalità delle procedure istituzionali e delle pratiche di intervento sociale in cui si trovano inseriti. Per la precisione la cosa che mi manda più spesso fuori dai gangheri sono i giri a vuoto, da un ufficio all’altro (sindacati, servizi sociali, patronati, centri per l’impiego, centri stranieri, cooperative) che vedo fare ad alcuni miei studenti per ottenere risposte, informazioni, contributi al reddito o altre forme di supporto. Giri che evidentemente si verificano in misura inversamente proporzionale agli strumenti di reale integrazione e di autentico sostegno che i servizi, pubblici o del privato sociale, sono in grado di mettere in campo per loro.

Dal Covid in poi è evidente l’accelerazione impressionante di quella che potremmo chiamare «tecnoburocrazia»: la tendenza delle nostre istituzioni a spostare sempre più massicciamente sul Web i propri servizi ma anche le relazioni personali di cui i servizi necessiterebbero per poter funzionare dignitosamente. La «tecnoburocrazia» sta diventando il nuovo volto dei servizi pubblici – scolastici, sociali, sanitari, previdenziali – i quali stanno abbandonando del tutto non dico il lavoro di comunità, che non hanno mai fatto proprio, non dico il lavoro sul campo, che non fanno più da diversi anni, ma adesso perfino l’incontro diretto, in carne e ossa, con le persone. Questo comporta che l’accessibilità ai servizi pubblici, che in ragione di ciò stanno perdendo quel poco di dimensione pubblica che era rimasto loro, si stia assottigliando sempre di più e che per alcune categorie di persone, in particolare coloro che hanno scarse competenze linguistiche e digitali, risulti pressoché preclusa.

Un’immagine che uso spesso in questi anni per spiegare il tipo di lavoro che tentiamo di portare avanti alla «Scuola Frisoun» nel tempo libero dalla didattica, è quella del vecchio gioco degli incastri, quelle scatole di legno con buchi di diverse forme in cui i bambini devono inserire tasselli colorati di forme corrispondenti e farli così entrare dentro la scatola. Il lavoro di «integrazione» che ci sforziamo di portare avanti consiste nel modellare e comprimere i bisogni delle persone che incontriamo in modo che rientrino dentro buchi che via via si fanno sempre più stretti e deformi.

Mi rendo conto che questo agitarsi, mio e di qualche compagno di strada, per provocare piccoli miglioramenti o per sbloccare situazioni di stallo nella vita di alcune delle persone che incontro a scuola, sia di natura poco più che riformistica e che la sua dimensione politica si riduca al massimo ad azioni di pressione su assessorati, servizi sociali e sanitari, prefetture, scuole, cooperative, consolati, per citare le organizzazioni con cui ho più spesso a che fare, affinché le loro procedure non taglino completamente fuori i miei studenti e i loro servizi si ricontattino con la realtà delle persone. Persone in carne, ossa e spirito.

I buchi che mi trovo più spesso a tappare mi portano a pensare che il problema principale in questo momento, se dovessi dirlo con uno slogan, è più istituzionale che politico. Quello che noto dal piccolo osservatorio della «Scuola Frisoun» è un’evidente tendenza delle persone allo sradicamento e delle comunità alla disgregazione dei legami. Nell’immaginario collettivo e nella retorica corrente, le istituzioni pubbliche rappresentano ancora uno degli argini organizzati più importanti contro la tendenza allo «sradicamento» delle persone e dei territori, uno degli elementi fondamentali per tentare di compensare squilibri determinati dalla natura, dal mercato, dalla società. Ma dovremmo ormai essere consapevoli del fatto che non lo sono di per sé. Lo diventano solo a condizione che chi le pensa, le organizza, le realizza, ne richiede i servizi pretenda (e contribuisca a costruire) alcuni requisiti di fondo: lavoro di prossimità; partecipazione della comunità; necessità del conflitto; collaborazione con le minoranze più attive. Senza questi requisiti le istituzioni rappresentano un fattore di conferma se non di accelerazione delle tendenze allo sradicamento in atto nella società, e le persone che vi transitano rischiano di uscirne disintegrate più che rafforzate nella loro autonomia.

C’è vita oltre le istituzioni

Fin qui la tesi. L’antitesi me la offre Ivan Illich, in un testo che parla di scuola ma le cui conclusioni, radicali e perturbanti, valgono per qualsiasi nostra istituzione. Un testo a cui torno con regolarità quando mi accorgo di lasciarmi prendere troppo la mano nel gioco di incastri che ho provato a descrivere in queste pagine, quando il risentimento per l’irrazionalità dei servizi pubblici mi annebbia la vista e mi impedisce di vedere tutta la vita che si muove al di fuori delle istituzioni e del nostro sistema organizzato. Si intitola L’impresa educativa attuale vista con gli occhi dell’emarginato e raccoglie un discorso tenuto a Chicago nel 1988 e raccolto successivamente in La perdita dei sensi (Libreria Editrice Fiorentina). In quell’occasione Illich suggerì di guardare al fenomeno della dispersione scolastica non «dal punto di vista degli accalappiacani, cioè i direttori didattici, le associazioni di genitori e insegnanti o i servizi educativi» ma da quello di coloro che hanno abbandonato la scuola e di provare a immaginarli non solo come falliti o espulsi dal sistema (a seconda che si consideri il problema da destra o da sinistra), ma anche come dei moderni refusenik, renitenti, disertori: «[…] le maggioranze povere hanno capito prima e più chiaramente degli esperti governativi che gli obiettivi dello sviluppo in termini di salute, educazione, igiene pubblica, trasporti o diritto alla casa sono stati definiti in maniera stupida e non possono diventare dei vantaggi per la maggioranza della gente».

Io non so se i miei studenti stranieri abbiano capito che per la maggior parte di loro le condizioni attraverso cui ottenere permessi di soggiorno, promozioni scolastiche, sussidi, case popolari rischiano di diventare a lungo andare alienanti. Così come non sono sicuro di riuscire ad accettare il fatto che sbattermi per comprimere i loro bisogni affinché rientrino nel gioco di incastri dei servizi offerti loro dalle nostre istituzioni sia tempo mal speso: ho diritto di stabilire io per loro se la vita sia meglio dentro la scatola o fuori? Io posso al massimo stabilirlo per me.

Certo quelli di loro che alla fine mi sembra stiano psicologicamente meglio, sono quelli che nella scatola provano ad entrarci, ma con un certo distacco, una certa ironia, magari bordeggiando al limite della legalità e senza convogliare tutte le energie e le spinte vitali entro quell’unico orizzonte.

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Tra la tesi dell’integrazione a tutti i costi e l’antitesi di un rifiuto più o meno consapevole del prezzo che le istituzioni chiedono in cambio dei loro servizi ho imparato a non cercare una sintesi. L’importante, suggeriva Foucault, è non utilizzare il pensiero per conferire a una pratica un valore di verità. Meglio continuare a sforzarsi di accalappiare ragazzini stranieri che la scuola tende a espellere o perdere pomeriggi nelle sale d’attesa dei servizi sociali semplicemente per il fatto che si è facilmente irritabili, senza però raccontarsi che la scuola è quel baluardo di istruzione, benessere e democrazia che continuiamo a millantare, che il permesso di soggiorno sia il presupposto alla piena cittadinanza, la presa in carico dei servizi sociali una via all’integrazione e all’autonomia.

Anzi, penso che fino a quando non impareremo a considerare le istituzioni pubbliche, ma anche le organizzazioni in cui militiamo, come accessorie, marginali, al limite ininfluenti nella vita delle persone è improbabile che riusciremo mai ad apportare loro qualche miglioramento.