Coltivare comunità, riprendersi i territori, fomentare la gioia
Una chiacchierata con Ruggge sulla Parata Strampalata
Quartiere Isola di Milano, 2017: un gruppo di persone, adulti e bambini, sorregge animali di cartone, grossi e colorati, fissati su dei lunghi bastoni, mentre danzano e cantano. Sono partiti dal proprio bosco, voluto e sudato, e si dirigono verso un altro bosco, nuovissimo e scintillante, per mangiarne i frutti. Il primo è «Isola Pepe Verde», il secondo il «Bosco Verticale» (sì, quello di Boeri): a separarli un’idea diversa di città, di comunità, di territorio. È la prima Parata Strampalata, una pratica ibrida che tiene insieme cose diverse: l’immaginazione come spazio generativo, l’arte come strumento di resistenza, l’attivazione della comunità come serbatoio di risposte agli attacchi del capitalismo all’abitare e al vivere. Ma anche il potere dell’«entusiasmo immotivato» (così lo chiama Ruggge, fomentatore delle Parate) e la forza della gioia collettiva, in opposizione alle tante politiche territoriali orientate a generare profitto man mano che erodono le comunità. Così anche a Milano: il quartiere Isola era passato nel giro di dieci anni da quartiere popoloso e separato (un’isola, appunto) a epicentro della gentrificazione: un quartiere svenduto (per la gioia di palazzinari e mafie varie) e una comunità privata del suo potere di autodeterminazione.
Tra le espropriazioni una è particolarmente dolorosa: il parco del quartiere, chiamato «Bosco di Gioia», viene raso al suolo. Al suo posto, a contare come verde pubblico, è il «Bosco Verticale» che, di fatto, pubblico non è. Il comitato di quartiere allora, formato da vecchi abitanti, artigiani e vari collettivi, decide di creare un nuovo bosco urbano a Isola: occupano un parcheggio abusivo, spaccano l’asfalto e piantumano piante a rapida crescita. Il progetto sembra una follia, in un primo momento anche allo stesso Ruggge. Ma il quartiere è ostinato: «c’era questa signora anziana, Carmela, che coi piedi a bagno in una bacinella d’acqua per avere un po’ di fresco discuteva in calabrese stretto con la polizia e li mandava via dicendo che quello era il loro unico spazio verde, che non davano fastidio a nessuno e che volevano essere lasciati in pace». La resistenza funziona e nasce Isola Pepe Verde. Ruggge, intanto diventato anche lui parte attiva del progetto, organizza insieme a Elena, la libraia del quartiere, doposcuola e laboratori pomeridiani: «eravamo arrivati ad avere trenta bambini tutti i pomeriggi, era il periodo di Salvini che parlava dell’invasione, e tu come puoi spiegare ai bambini quelle cose lì? Siamo partiti dagli animali, dalla terra come spazio in cui ci possiamo muovere […]. Nasce tutto da lì, da me e da Elena di Isola libri e da una cricca di amici che ci ha sempre aiutato, sempre sostenuto». Proprio dalle riflessioni coi bambini nasce l’idea della parata: gli uccelli, scesi dal cielo al rientro dalla migrazione invernale in Africa, al posto del «Bosco di Gioia» (il parco espropriato) trovavano il palazzo della Regione. Non sapendo dove andare si rifugiano allora al nuovo bosco, «Isola Pepe Verde», e decidono poi di andare a mangiare i frutti del «Bosco Verticale».

Da qui l’idea di mettere gli uccelli di cartone su lunghe stecche: «siamo partiti dai disegni dei bambini che venivano poi sviluppati in tre dimensioni insieme agli adulti: era necessario che ci fossero anche loro e che smettessero di pensare che questa cosa era solo per piccoli». Riprendendo e rovesciando lo storico manifesto del Sessantotto milanese Assalto al cielo, la Parata viene chiamata Dal cielo alle strade, ed è frutto di un mese di lavoro collettivo fatto «senza soldi, solo esclusivamente con rifiuti. Che senso ha andare a comprare dei cartoncini colorati quando noi quotidianamente usiamo della carta? Possiamo veramente vivere di scarti. Lì a Pepe Verde facevamo i giri al mercato, prendevamo tutte le carte della frutta, delle melanzane e dell’uva, è viola, è bellissima, abbiamo un sacco di materiale, noi quasi non ci rendiamo conto, mi fa veramente specie che non ci rendiamo conto di quanta ricchezza abbiamo e quanto poco la sfruttiamo e come non siamo neanche capaci di vivere senza sprecare tutto questo».
A questa Parata ne seguono altre a «Pepe Verde». Dopo il rifiuto del comitato di quartiere di vendere l’intero lotto ed essere stati chiamati per questo pesci fuor d’acqua, il quartiere rivendica la definizione come atto di ribellione con la parata «Pesci fuor d’acqua» e con lo slogan Non abboccheremo al vostro amo! La terza parata è «Diventeremo Giganti»: di nuovo il Comune vuole cancellare la realtà di «Pepe Verde» stavolta sostenendo che lo spazio (uno spazio verde!) è invaso dagli insetti e va sgomberato.

Anche questa volta la riflessione parte coi bambini: perché gli insetti devono essere scacciati? Cosa fanno gli insetti per il mondo e quindi anche per l’uomo? Hanno anche loro dei diritti, come le persone? Ne nasce un’internazionale situazionista degli insetti che produce un manifesto: «I Diritti Inalienabili degli Insetti». Ma come possono fare gli insetti che sono così piccoli a fare dimostrazione di resistenza, a rivendicare di poter esistere? «Diventare giganti, è la loro unica soluzione, e questo lo disse un bambino, ed è diventato il titolo della parata, che poi è una metafora: diventiamo giganti e invadiamo gli spazi». La quarta parata è «Non ci siamo estinti» e nasce in seguito a una richiesta di sfratto da parte del Comune, sfratto che avrebbe cancellato il collettivo e tutte le attività create con gli abitanti del quartiere nel periodo Covid. Vengono quindi costruiti e portati in parata dei grandi dinosauri di cartone che cantano, ballano, gioiscono perché ci sono, esistono, e non vogliono estinguersi.

Altre due esperienze mi sembra interessante raccontare. Specie Migranti, a Jesi, «partita dal murales di Lisa Gelli e Nic Alessandrini che hanno fatto nelle scuole del quartiere Barbarossa di Jesi, un quartiere ad alto tasso di popolazione migrante e quindi di diverse etnie. Hanno chiesto a ogni bambino di portare a scuola un tessuto tipico della propria comunità di appartenenza originaria per creare vestiti misti, meticci, bastardi, nel senso positivo del termine, coi quali avrebbero vestito gli uccelli giganti che avevano dipinto sui muri del quartiere Barbarossa. I nostri animali migranti sarebbero partiti dal quartiere Barbarossa per fare un assalto nel centro di Jesi ed entrare nella pinacoteca». Nelle Parate c’è sempre un ragionamento sugli spazi da attraversare e occupare: «è il margine che supera il limite, autoimposto o imposto, del fatto che sei fuori, che sei nel tuo ghetto, che poi non è un ghetto perché poi il quartiere è bellissimo […]».

Anche in questo caso la realizzazione degli uccelli è stata trans-generazionale e trans-culturale: «le stoffe che venivano ricucite dalle signore anziane che erano le sferruzzine…le signore cucinavano sempre per i monelli (bambini in dialetto jesino) e la maggior parte di monelli che venivano erano arabi»; un’idea di autodeterminazione e difesa del territorio, quindi, non come esclusione, inclusione o, ahinoi, integrazione, ma come riconoscimento dell’esistenza di tutti e partecipazione.

L’ultima Parata che vorrei citare è stata in Trentino: «Mi invitò Giulia del Masetto, un rifugio, a lavorare con i bimbi per creare una Parata. Il tema erano le paure […] io pensavo di arrivare nel territorio montano e trovare la paura dell’orso, invece avevano paura delle macchine, perché stavano espropriando i terreni per fare la A31. Se fossero cominciati i lavori i bambini sapevano che avrebbero sventrato la montagna e distrutto la valle che abitavano, espropriando terreni per creare dei fottuti svincoli, per il trasporto su ruote, per una cosa che ha senso?

Lì nasce la parata degli «spaventa Auto», che poi abbiamo piantato dove doveva passare l’autostrada, dove stavano cominciando i lavori per il cantiere che poi si è fermato, noi abbiamo fatto la parata dal Masetto fino a giù e li abbiamo piantati lì come se fossero una specie di barriera, come fossero dei custodi, o spiriti o creature che stanno difendendo il territorio».

Durante la nostra chiacchierata mi trovo a citare Maria Lai: mi colpisce che gli elementi principali della sua arte, materiali poveri, recupero del gioco, esperienza collettiva, siano fondativi anche della Parata. Diceva Maria Lai: «Giocavo con grande serietà, a un certo punto i miei giochi li hanno chiamati arte»: anche Ruggge mi racconta che da piccolo giocava quasi solo a inventare e costruire col cartone. In entrambi i casi, poi, c’è un potere che si genera nelle persone quando sostituiscono alla relazione passiva con l’arte, guardarla, fruirne, una relazione attiva di creazione. Il rapporto dell’arte coi movimenti politici e di protesta è dovuto, forse, anche a questo: l’arte, come il gioco, ha a che fare con la potenza, cioè con la sensazione di poter fare, e con l’agentività, la possibilità di poter fare. Nella nostra chiacchierata, questo ci porta ad approfondire anche un’altra questione: la parentela stretta della Parata col Carnevale e più in generale coi riti collettivi legati alla danza e all’espressione della gioia.

Nel libro Storia della gioia collettiva (elèuthera), Barbara Ehrenreich fa un’analisi storica e filosofica dei riti collettivi, documentandone l’evoluzione e la progressiva, se non scomparsa, riduzione. La sociologa ricorda la natura ambigua della gioia collettiva: se da una parte questa può essere usata per tenere sotto controllo il popolo (l’antichissima politica del panem et circenses), dall’altra il contenuto sovversivo della collettività che si unisce in celebrazioni di gioia, musica, danza e maschere, è noto da sempre al potere, che da sempre, infatti, tenta di contenerlo e ridurlo. Rivendicare questo potere, recuperarlo, agirlo, mi sembra un passaggio fondamentale per la militanza politica in ottica comunitaria: creare spazi di immaginazione nuovi e collettivi per creare nuove pratiche di resistenza, sperimentazione e costruzione. Le Parate Strampalate nascono così: a un problema specifico di un territorio questo risponde facendo comunità attraverso l’arte e la manifestazione di una gioia ribelle.
Ruggge è un lievito che permette ai vari ingredienti di crescere, invadere lo spazio: «qualcuno mi ha detto che costruisco dispositivi per la gioia collettiva, mi sembra una cosa super pomposa […] dall’altro lato la Parata è molto legata al concetto di maschera e di rito, la Parata è quello, è un rito collettivo dove non sei solo spettatore, anzi, sei il fautore di quello che stai mettendo in scena, cioè sei tu in prima persona che hai costruito il rito collettivo». Le Parate sono esperienze che nascono da conflitti esistenti sul territorio che hanno bisogno di manifestare risposte collettive e autoprodotte, in modo problematizzante, ma anche artistico, performativo, incarnato. Tengono insieme l’espressione della rabbia per problemi reali e la gioia del sentirsi parte di una forza generatrice di soluzioni creative; cercano di riappropriarsi dei territori attraverso il recupero dell’agentività personale e collettiva. Per Ruggge: «la parata non ha solo un fine di protesta, perché non è solo quello, è anche quello, ma è anche riprendersi degli spazi che troppo spesso sono vetrine e ristorantifici, perché le città sono diventate quello; è la necessità di riappropriarsi di quello che ci stanno togliendo da sotto le scarpe, che è tutto, il diritto all’abitare, a sentirsi parte del proprio territorio, il diritto a condividere, il diritto relazionale, il diritto al cibo (cosa vuol dire brevettare le sementi, di chi sono le risorse? eccetera). Il capitalismo ci sta schiacciando piano piano perché è scintillante, è comodo, è subito, è quello che è venuto male dello slogan ‘tutto e subito’ del Sessantotto. Ma qualcosa si può fare. C’è una frase di una canzone dei Negazione, Un amaro sorriso, in cui mi rispecchio molto: ribelli al nostro destino, piccola minaccia in un tempo sbagliato. Mi sembra molto calzante per un manipolo di bambini e bambine che si riprendono le strade e il quartiere: una piccola minaccia, insomma».
