Editoriale

In questo momento storico nel quale appare piuttosto evidente che stiamo passando da una fase di graduale decadenza a una vera e propria caduta in uno scenario di guerra, autoritarismo, totalitarismo tecnologico e violenza, le risorse del nostro linguaggio e del nostro pensiero si fanno particolarmente preziose. Finita è non solo la fase della lamentazione ma anche quella dell’appello urgente a intervenire per fermare processi distruttivi. Finita è, purtroppo, anche la fase del monito impellente a “svegliarsi”, che il nostro caro Edgar Morin lanciò alcuni anni orsono. Svegli o meno, le macerie si accumulano a macerie, nel pieno della bufera della storia.

Ogni volta che una guerra comincia, il suo disastro si compie a diversi livelli: umanitario, ambientale, economico, psicologico… Un sentimento oppressivo e disperante si abbatte sulla collettività, sulle generazioni che hanno dedicato la vita a combattere la guerra e il militarismo – la generazione, anziana, del Mai più! pronunciato all’indomani della seconda guerra mondiale – così come sulle generazioni più giovani, che dovrebbero avere il mondo davanti e invece sono oppresse da questi scenari apocalittici. Considerando la portata dei problemi del Pianeta, sul versante ecologico come su quello umanitario, la follia della guerra è a dir poco inconcepibile. Pianeta che ancora una volta, come negli anni Sessanta, scorgiamo dallo spazio, in tutta la sua bellezza, la «Terra vista dalla Luna».

Se siamo entrati in una nuova epoca, nella quale il mondo appare «fuori controllo», riprendendo il titolo di una lucida analisi di Thomas H. Eriksen, si profila all’orizzonte una delle risorse più antiche del pensiero anarchico: il mutuo appoggio, che Kropotkin teorizzò a inizio Novecento, la solidarietà umana come forza evolutiva, generatrice. Proliferano diversi segni (o semi) in questa direzione.

Nel presente numero troverete risorse per provare a invertire il sentimento oppressivo della guerra. Anche solo attraverso le «parate strampalate» che ci racconta Veronica Pacini, o la semplicità dei modi per sentirsi liberi e in armonia con la natura, tra le montagne che riverberano l’eco nella nostra interiorità, nell’articolo di Valeria Giacomoni. Troviamo conforto, nel senso pieno di questa parola, nella bellezza e nella sintesi del pensiero di uno studioso e attivista mapuche, o nella voce degli anarchici iraniani. Scopriamo, grazie a Fabio Lombardi, che le celebri canzoni sul Chelsea Hotel di New York, sulle quali abbiamo sognato, sono legate da un filo ai falansteri ottocenteschi di Charles Fourier e ritroviamo, con Felice Liperi, poesia e anarchia mescolate in vecchie canzoni romantiche. Insistiamo sul fondamentale contributo del pensiero libertario all’educazione e delle speranze che essa continuamente apre, nelle esperienze contemporanee di una scuola per stranieri che ci riporta Luigi Monti, o ritornando ai Lumi settecenteschi di Condorcet, grazie a Giorgio Fontana. I riferimenti pedagogici controscolastici a Ivan Illich, il prete anarchico, ci collegano con un teologo di lui ispiratore, Jacques Ellul, che ha portato anarchia e cristianesimo all’incontro: squadernando il nostro atavico retaggio di atei e miscredenti. Troviamo anche conforto, credo, e divertimento, nel seguire le vicende del prof. Noh, accademico di origini maya, che in Messico ha coinvolto i suoi studenti nella formazione di una comunità anarchica. Si tratta di un prof. molto meticoloso (la bibliografia del suo contributo è talmente ampia che abbiamo dovuto espungerla, rimandandola a un link). Se volete provare i brividi alla Cronenberg lo potete fare grazie al contributo di Mariangela Mombelli ed Enrico Ruggeri. Una donna «da brivido», Virgilia D’Andrea, ce la racconta Francisco Soriano.

Concludiamo con il nostro ossimoro preferito, il «principe anarchico» Pëtr Kropotkin, nel capolavoro letterario delle sue Memorie, ripubblicate da elèuthera e qui recensite da Francesco Berti. Buona lettura!

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