{"title":"Considerazioni su Ellul","date":"2026-06-01","autori":["Francesco Spagna"],"numero":"14","sezione":"Approfondimenti","pagina":44,"permalink":"https://semisottolaneve.net/articoli/14-considerazioni-su-ellul/","content":"*(Poveri) cristi di oscure speranze*\n\nNon credo che ne avrebbe a male, Jacques Ellul, se sapesse che chi scrive, da veneto qual è, confonde spesso invocazione e imprecazione. Non ci proviamo neanche a tentare di convincere un'accolita di mangiapreti, anticristi e povericristi a noi simili che il Cristo teologico di Jacques Ellul[^1] – teologo anarchico, ispiratore di Ivan Illich – è simbolo di libertà, portatore di libertà, liberatore. Essere «in Cristo» significherebbe dunque essere liberi, in libertà. Ambito ambìto e oscuramente sperato da ogni essere umano afflitto dalle comuni vicissitudini esistenziali. A proposito, la speranza come «virtù teologale» (che termine ostico), secondo Ellul si collega alla libertà. Speranza di libertà, accidenti. Quando imprechiamo, «cristonando», per gli accidenti che ci accadono nella vita e che sostanzialmente limitano le nostre libertà, torniamo «in Cristo». Oppure quando esprimiamo il nostro più vibrato rammarico per lo scandalo della morte. Essendo la morte il più grave e radicale limite alla nostra libertà di andarcene a spasso e vedere il mondo. Che non passi per «oscura speranza» quella di poter continuare a vedere la luce. «In Cristo, nostro Signore, amen»… Ma noi non eravamo quelli del «Né dio, né padroni»? – se lo chiede lo stesso Ellul, nel titolo di un suo contributo (e nell'estratto che abbiamo qui tradotto, elenca tutti quegli aspetti «di Chiesa» che a una sensibilità anarchica risultano repellenti). Come riconoscere un Signore, quale Signore? A meno che il Signore (o Signora) non sia, appunto, la Libertà, la nostra fede (e qui risuonano due canzoni, non una…). Jacques Ellul, teologo anarchico, a noi Cristi di oscure speranze, tende una meravigliosa trappola. Cadiamoci, seriamente.\n\n*Cristi di oscure speranze* è un'espressione tratta da un verso del poeta Apollinaire, riportata dall'antropologo Claude Lévi-Strauss. Inizialmente nell'opera *Tristi tropici*, per indicare feticci e amuleti di altri popoli, di religioni sconosciute, raccolti dagli antropologi. Poi usata come titolo per una celebre intervista all'anziano studioso, condotta da Silvia Ronchey e Giuseppe Scaraffia (Lévi-Strauss 2008). La riprendiamo in modo strumentale, oggi che ci ritroviamo feticci di noi stessi e stranieri a noi stessi, in un reale desertificato non solo di fedi e ideali ma anche del senso stesso. Discutere sulla teologia anarchica di Ellul, del modo simbolico di intendere il Cristo, della sua *Etica della libertà*, presupporrebbe un posizionamento preliminare, sull'avere o meno la fede, sul credere in Cristo, ma questo posizionamento oggi sembra sfuggire in una sorta di nebbia, in un limbo nichilistico di perdita di senso, venato dalle risposte delle chat bot. Considerato che patiamo questo limbo nichilistico-tecnologico come una condizione oppressiva, e oppressiva perché disperante, ecco che con l'accenno al nesso libertà/speranza, nella teologia di Ellul, qualcosa si snebbia. Ci sembra valga la pena di cogliere questa sfida, o provare questa avventura dalla prospettiva di Ellul: perché in questa nebbiosa palude nichilistica, sostanzialmente non ci vogliamo stare. Per cui al di là di posizionamenti *d'antan*, nel limbo secolare-postsecolare plus I.A., per un'etica della libertà che possa ridare forza alla nostra carne e al nostro spirito, al nostro pensiero, alla rettitudine e integrità delle nostre pratiche e delle nostre relazioni, ci giochiamo tutto. Un «tutto per tutto» che il nichilismo non si aspettava?\n\n*Anarchia e cristianesimo* (Ellul 2021) è un libro rapido e divulgativo, che parte con una stranezza di fondo: sembra non curarsi di essere convincente, forse proprio non vuole essere convincente. Finché si arriva a capire, procedendo nella lettura, che la sua teodicea – la teoria sull'origine del male – è un'elaborazione di tutto rispetto, rara nel suo coraggio e nella sua chiarezza. Si capisce cioè che la teologia anarchica di Ellul è, sul piano teologico, di grande rilievo. Questo, crediamo, possa poter tradursi in un invito a interpretare questa teodicea dal versante anarchico, non teologico. Interrogarci sul perché, come esseri umani, costruiamo sistemi di rappresentazione e di visione del mondo talmente raffinati, quali quelli religiosi, per emancipare noi stessi nella libertà, per poi tradirli punto punto, altrettanto sistematicamente, nell'oppressione delle Chiese e delle discipline di fede compulsive. Un dispendio davvero enorme e piuttosto incomprensibile. Un paradosso umano che alla fine ci rende schiavi di noi stessi. Risolvibile in chiave dialettica, se un'etica della libertà prende coscienza di se stessa.\n\nL'agile sintesi di *Anarchia e cristianesimo*, originariamente pubblicata nel 1988, riprendeva una ponderosa opera teologica, *Ethique de la liberté*, pubblicata in tre volumi a partire dal 1973.\n\nQuello che per Jacques Ellul appare assolutamente evidente, è che questa etica della libertà sia passata attraverso la figura di Cristo. Possiamo pensarla in senso storico o metastorico, il significato non cambia. Ellul afferma con forza, nella seconda riga dell'introduzione a *Ethique de la liberté* (Ellul 1973, p. 9):\n\n*ce qui nous est acquis en Christ, c'èst la libertè* («ciò che abbiamo in Cristo è la libertà». A questa recisa affermazione (che si appoggia sulle Lettere di Paolo) Ellul fa seguire una riflessione contraddittoria (intrigante, messa così, all'inizio): se ciò che abbiamo ricevuto attraverso Cristo è la libertà, perché allora tirare in ballo un'etica? Un sistema di regole e di valori? Se l'essere umano è libero, è libero e basta, che bisogno avrebbe di un'etica che attenterebbe alla sua stessa libertà? Ellul sembra qui voler sabotare, anarchicamente, la sua stessa opera, già nell'introduzione.\n\n*La libertè est le visage étique de l'esperance.* Con questa espressione di estrema sintesi, molto poetica (che evoca la filosofia di Ricoeur, e anche quella di Lévinas) si apre la seconda parte dell'introduzione (p. 11): «la libertà è il volto etico della speranza». Non possiamo qui seguire questo nesso libertà/speranza nell'approfondimento teologico-filosofico compiuto da Ellul: teniamolo semplicemente come indizio, e possibile via d'uscita alla condizione asfittica che ci troviamo a vivere. «Speranza» non sappiamo cos'è, è una parola avvolta – come Ellul ci fa capire – in una nube di luoghi comuni. In negativo, però, sappiamo che quando ci viene tolta entriamo in una condizione di oppressione. Il fatto, incontrovertibile, che «la libertà esprime la speranza e che colui che spera si comporta come essere umano libero».\n\nProcedendo verso le conclusioni di questo testo: «l'esistenza della speranza in noi è una realtà che modifica da subito la nostra condotta e il nostro entourage» (p. 15); «la speranza è una trasformazione dell'essere in rapporto agli altri e con gli altri»; «la libertà deve tradursi nell'attribuzione di un senso. Ma ciò è impossibile se non vi è speranza» (p. 17). Al finale: «Ogni condotta di potere, di controllo, di rigidità è una contro-speranza. Là dove la speranza è viva, là sono svalorizzati gli strumenti del potere, che siano quelli dello Stato, quelli scientifici, ecclesiastici, economici, psicologici… e una via si apre alla libertà, essa stessa controbattuta, negata, imbrigliata fintanto che i mezzi del potere si sviluppano. Così, nell'unità della Rivelazione, il dono della speranza corrisponde alla vita nella libertà. Così l'etica della libertà si disegna con la sua incertezza e il suo paradosso» (p. 18).\n\nSì, questo discorso sulle forme di «controsperanza» è una critica potente, che affonda nel profondo delle logiche di dominio e di controllo, che smaschera la fragile disumanità di queste logiche, le rende aliene da ciò che «umano» reputiamo.\n\nCerto che l'umanità ci appare spesso una parola «piena di vento» come diceva Sciascia, e così la speranza. Quante volte le nostre speranze vengono disilluse, quante volte il nostro senso di umanità «va a farsi benedire». Ma, sempre esposti al rischio di perdere queste parole nel loro vento, ed essere risucchiati nella tempesta – come il celebre angelo della Storia di Walter Benjamin – finiamo il più delle volte per ricadere in una ostinata speranza, anche quando si rivela palesemente stupida, inutile, ingenua…\n\nPer uscire da questo finale luogo comune (la speranza «ultima a morire»), associamole il coraggio. Si potrebbe così tentare di rispondere alla domanda cruciale posta da Ellul nell'estratto tradotto: come è stato possibile che le Chiese abbiano così drammaticamente e sistematicamente tradito il messaggio cristiano originario? Una domanda alla quale lo stesso Ellul vacilla e, provando a rispondervi, nella seconda parte di quell'articolo sulla «strana sovversione» mette in campo, sul piano teologico, l'ipotesi di una diabolica perversione. Non lo seguiamo, su questo punto. Crediamo che forse sia mancato il coraggio di misurarsi con una smisurata idea di libertà, prendendosene tutte le conseguenze.\n\n### Bibliografia\n\nEllul J., *Anarchia e cristianesimo*, prefazione di M. Franzinelli, elèuthera, Milano, 2021.\n\nEllul J., *Ethique de la liberté,* vol. 1, Editions Labor et fides, Genève 1973.\n\nEllul J., «L'étrange subversion du Christianisme», pp. 275-293 in: Coppieters de Gibson D. (a cura di), *Qu'est-ce que l'homme*, Presses universitaires Saint-Louis Bruxelles, Bruxelles, 1982 (Open Edition Books 2019).\n\nIllich Ivan, «Omaggio a Jacques Ellul», pp. 147-156 in: *La perdita dei sensi*, L.E.F., Firenze, 2009.\n\nLévi-Strauss C., *Cristi di oscure speranze. Intervista di Silvia Ronchey e Giuseppe Scaraffia*, Nottetempo, Roma, 2008.\n\nTraduciamo, a seguire, un estratto da un articolo di Jacques Ellul, un testo di taglio teologico ma che introduce i temi che saranno esposti nel volume *Anarchia e cristianesimo* (1988-2021). La domanda che Ellul pone su come sia potuta accadere la sovversione (o deviazione) dai principi originali del messaggio cristiano, è un'interessante prospettiva nella riflessione generale sulla condizione umana nel pensiero anarchico e – in senso propositivo – apre un'interlocuzione tra l'ambito cristiano e quello libertario.\n\n[^1]: Jacques Ellul (1912 – 1994) nasce in Francia da una famiglia cosmopolita, di impostazione laica dal versante paterno, cristiana protestante da quello materno. Studia diritto e aderisce al movimento culturale del personalismo. La conversione al cristianesimo avvenne in seguito a un'esperienza mistica, all'inizio degli anni Trenta. Durante la Seconda Guerra mondiale partecipò alla Resistenza. Fu consulente del Consiglio Ecumenico delle Chiese francesi. Scrisse saggi di taglio sociologico sul potere della tecnologia, a partire dagli anni Cinquanta (Il sistema tecnico, 2009) e si dedicò alla teologia cristiana negli anni Settanta e Ottanta (La sovversione del cristianesimo, 2012).\n"}