Nicolas de Condorcet. Sulla necessità dell'istruzione pubblica
L’Illuminismo non sembra godere di buona fama, oggi: un po’ a causa della diffusa riluttanza a esercitare autonomamente la propria ragione — preferendo delegare ad altri la responsabilità morale o la fatica di pensare — e un po’ a causa di un’immagine monolitica dei Lumi, come un’epoca di cieco ottimismo e razionalismo sfrenato. Non che questi aspetti mancassero in alcuni philosophes e idéologues: nel tesserne l’elogio è bene non cadere a propria volta nella mancanza di spirito critico, che proprio l’Illuminismo eresse a guida. D’altro canto rispetto alla vulgata le voci di quei filosofi furono molto più varie e contrastanti, non soltanto sui fini ma anche sui mezzi da utilizzare per giungervi.
In tal senso Nicolas de Condorcet (1743-1794) è forse la figura più affascinante del tardo Illuminismo: certo è quella che ci parla meglio, per così dire, e conserva un’indelebile attualità. Membro dell’Académie royale des sciences, matematico, pedagogo, economista, curatore delle opere complete di Voltaire e dei Pensieri di Pascal, Condorcet ha il rarissimo dono di una mente universale che tuttavia non resta prigioniera di sé e anzi si mette al servizio della società. Possiede un ottimismo contagioso perché abbastanza temperato: ci invita a riconoscere i progressi dell’umanità senza languire nel compiacimento o dare per scontata l’evoluzione verso il meglio. Non è un caso che la sua bozza di Costituzione ne prevedesse la revisione ogni vent’anni, a mo’ di garanzia contro l’imposizione di principi eterni; come nota Durante (2009), questo riformismo «si radica nella particolare visione del futuro a cui rimase sempre fedele e che, invece di rinviare e disperdere in maniera indefinita l’attuazione di un disegno globale di trasformazione dell’esistente, ne percorreva le tappe attraverso puntuali proposte e interventi tesi a dissolvere lo spazio tra la proclamazione formale dell’eguaglianza e la sua completa realizzazione». La fiducia di Condorcet nello sviluppo è figlia della sua fiducia nell’educazione quale motore di sviluppo morale e sociale; e in particolare nell’educazione libera da ingerenze politiche.
L’unicità di Condorcet si può misurare ancor meglio accostandolo a figure simili. A differenza di moltissimi rivoluzionari, ad esempio, non smarrisce il sentimento d’umanità ed empatia: basti leggere la lettera-testamento alla figlia Eliza, capolavoro di equilibrio tra la profondità dei temi etici e lo stile rilucente d’amore paterno (De Luise e Farinetti, 2014). A differenza di altri illuministi francesi considera il sentimento un ingrediente fondamentale per la moralità; ed estende i diritti reclamati dai Lumi ai gruppi sociali tradizionalmente esclusi. Se emancipazione doveva essere, che lo fosse dunque per tutti: non soltanto per subalterni e poveri ma anche per gli schiavi neri delle colonie — la cui presenza era un imbarazzo evidente per i rivoluzionari — e per le donne. (Al proposito fu certamente fruttuoso il costante dialogo del filosofo con la moglie Sophie de Grouchy, lei stessa intellettuale e ottima traduttrice).
Infine, a differenza di troppi intellettuali in genere, lavorò concretamente per lo sviluppo della libertà e dell’eguaglianza. Fu rappresentante parigino dell’Assemblea e quindi segretario della medesima; vicino ai Girondini, criticò con veemenza i cambiamenti portati alla sua bozza di Costituzione per giungere alla versione montagnarda (che peraltro non sarebbe comunque entrata in vigore). Le proteste — e più in generale l’inimicizia con Robespierre — gli costarono l’accusa formale di tradimento, che avrebbe portato senz’altro alla ghigliottina. Si nascose per mesi in Rue des Fossoyeurs, presso Madame Vernet, dove completò fra l’altro l’Esquisse d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain: alla fine venne comunque catturato e messo in prigione, dove morì — a quanto pare suicida, ma in ogni caso vittima del proto-Terrore. Koyré (1948) scrive che un’intera epoca scomparve con lui, e per una volta non è un luogo comune.
Sur la nécessité de l’instruction publique è l’ultimo contributo di Condorcet attorno al tema dell’educazione: fu pubblicato nel gennaio 1793 sulla Chronique du mois ou Les Cahiers patriotiques e allegato alla seduta della Convenzione del 3 luglio 1793. Poco più di un anno prima aveva presentato all’Assemblea nazionale un progetto di completa riorganizzazione della scuola pubblica, dove lo scopo era trasparente già dall’incipit: «Offrire a tutti gli individui della specie umana i mezzi per provvedere ai propri bisogni, garantire il proprio benessere, conoscere ed esercitare i propri diritti, comprendere e adempiere ai propri doveri». Più in generale questo breve saggio riassume con alcune modifiche le idee già espresse nei Cinq mémoires sur l’instruction publique, in primo luogo la necessità di eliminare ogni subordinazione tra esperti e incolti. E non si tratta solo di colmare un deficit di conoscenze: l’istruzione pubblica — che come scrive ancora Durante deve «basarsi sull’informazione e sulla critica più che sulla ‘religione civile’ e sulla ‘militanza’» — ha un ruolo liberatorio in senso assai più ampio, è palestra di pensiero indipendente e dignità individuale. Condorcet diffida delle teorie proto-utilitariste che pensano di calcolare la felicità collettiva e amministrarla, riducendo ancora una volta le persone in uno stato di minorità o spogliandole dei loro diritti naturali: è convinto che una buona società si nutra del conflitto tra opinioni, pertanto l’istruzione deve educare in tal senso e non a un’uniformità di vedute.
Infine due parole sulla mia versione, condotta sull’originale nel settimo volume delle Œuvres (1847). Lo stile di Condorcet è un modello di chiarezza argomentativa, in ossequio alla tradizione illuministica, benché qui la sintassi risulti talvolta un po’ irta; ne ho tenuto conto con qualche piccola modifica. Ho scelto di tradurre lumières in certi casi con «lumi» e in altri con «conoscenze»: sia per garantire una migliore aderenza al contesto sia perché il termine francese ha una portata molto vasta, con sfumature che la diversità di resa in italiano aiuta a rappresentare. Lo stesso vale per hommes: dati l’universalismo e il femminismo di Condorcet, mi è parso naturale utilizzare il più neutro «persone».
All’inizio del quindicesimo secolo l’Europa intera, immersa nell’ignoranza, gemeva sotto il gioco dell’aristocrazia nobiliare e della tirannia sacerdotale: da allora i progressi verso la libertà hanno seguito in ogni nazione i progressi dei lumi, con la costanza che annuncia, tra due fatti, un legame necessario fondato sulle leggi eterne della natura.
Pertanto, in base a queste stesse leggi, non possiamo occuparci dell’ignoranza senza occuparci della servitù.
Un popolo illuminato affida i propri interessi a persone istruite, ma un popolo ignorante cade inevitabilmente preda degli ingannatori, i quali — sia lusingandolo sia opprimendolo — lo rendono strumento dei loro progetti e vittima dei loro interessi personali.
Persino quando la libertà è rispettata nelle apparenze e conservata nella lettera della legge, la prosperità pubblica non esige forse che il popolo sia in grado di riconoscere chi può mantenerla? E può dirsi veramente libera la persona che, nella vita comune, finisce per carenza di lumi in uno stato di dipendenza altrui?
Non si formano allora, inevitabilmente, due classi di cittadini? E chi potrebbe sostenere che esiste fra loro l’eguaglianza proclamata dalla natura, usando a pretesto che non è la forza bensì l’astuzia a esercitare il dominio? Crediamo che la libertà possa sopravvivere a lungo, anche nelle leggi? Quanto è facile annientarla attraverso istituzioni che dovrebbero in apparenza conservarla? Quanti esempi abbiamo di popoli che si sono creduti liberi, persino quando gemevano sotto la schiavitù? Certo, la libertà non può morire; ma ciò avviene unicamente perché il progresso dei lumi ne garantisce la durata eterna. E la storia intera attesta con quanto scarso successo le istituzioni apparentemente meglio armonizzate abbiano protetto la libertà dei popoli, se privi di conoscenze in grado di difenderli dall’ipocrisia dei tiranni che sanno indossare la maschera della popolarità o della giustizia. Dire che al popolo basta sapere di voler essere libero, significa confessare che lo si vuole ingannare per comandarlo. Significa degradarlo sotto la vana finzione di un rispetto perfido.
Il mantenimento della libertà e della legalità esige dunque un certo rapporto fra l’istruzione dei cittadini che possono riceverne meno e il sapere delle persone più illuminate, nello stesso paese e nella stessa epoca. Allo stesso modo esige una certa proporzione fra le conoscenze delle persone e i loro bisogni.
Occorre dunque che l’istruzione del popolo possa seguire i progressi delle arti e delle conoscenze generali; e siccome la maggioranza degli individui della specie umana può consacrare all’istruzione soltanto pochi anni, e un’attenzione relativamente più scarsa rispetto a quella di cui sono capaci le persone superiori, occorre anche che i metodi di insegnamento si perfezionino, in modo che lo stesso tempo e la stessa attenzione siano sufficienti ad acquisire conoscenze più vaste, man mano che diventano necessarie.
Perciò la cura che il governo deve porre nell’istruzione del popolo non può separarsi da quella dedicata a un’istruzione più ampia: altrimenti il talento si consacrerà in fretta e interamente all’arte di governare le persone e ingannarle; e gli ambiziosi, sbarazzatisi della scomoda censura degli illuminati, troveranno presto il modo di eludere le deboli barriere imposte loro dall’istruzione, o finiranno per corromperla. I pregiudizi che quasi ovunque restano l’unica forma di istruzione della maggioranza non sono opera della natura bensì dell’ambizione che, ingannando l’ignorante semplicità dei padri, si arroga il diritto di abbandonare le nuove generazioni all’abbrutimento e all’errore.
Un’eguaglianza completa fra gli spiriti è una chimera; ma se l’istruzione pubblica è diffusa e generale, se abbraccia l’universalità delle conoscenze, allora la diseguaglianza favorisce l’umanità, la quale approfitta delle opere dei geni. Se al contrario l’istruzione è priva di valore, debole, mal diretta, allora la diseguaglianza favorisce soltanto i ciarlatani di ogni genere, che cercano di ingannare le persone su tutti i loro interessi.
Ecco perché abbiamo voluto rendere l’istruzione pubblica indipendente da qualsiasi altro potere che non fosse quello dell’opinione, e sottometterla soltanto all’autorità della reputazione. Abbiamo intuito che qualsiasi potere cui fosse subordinata avrebbe cercato di usarla per scopi estranei al suo vero fine: cioè una distribuzione più eguale delle conoscenze e il loro progresso.
Abbiamo detto che era sufficiente istituire, a spese della nazione, scuole primarie; senz’altro acconsentiremo che siano aperte anche scuole di marina, artiglieria e arte militare, poiché non vorremo certo che questi posti siano occupati solo dai figli dei ricchi. Senza dubbio tale istruzione è il solo mezzo per fare a meno di un grande esercito in tempo di pace, visto che è sempre pericoloso per la libertà. Non servirebbe inoltre qualche tipo d’istruzione per diffondere nelle campagne veterinari di valore, ostetriche più competenti, chirurghi meno ignoranti? Non è forse necessaria, quand’anche solo per allontanare i ciarlatani più pericolosi? Ma se vogliamo docenti in questi diversi istituti occorre che anche per loro esista un percorso formativo. Oserete lasciarlo al caso? Penserete che sia un modo per risparmiare danaro? Non lo è; perché se non pagate i professori che formeranno i maestri delle primarie e i docenti di diverso genere, sarete obbligati a pagare di più questi ultimi.
Non solo: se sono stati educati in un’istituzione pubblica, se sappiamo ciò che è stato loro insegnato e quanto hanno dovuto apprendere, diventa più facile valutarli; se non lo sappiamo bisogna invece esaminare le loro conoscenze oltre alle loro capacità.
Temiamo le corporazioni dei sapienti! Ma se valutiamo con attenzione i rimproveri che abbiamo potuto muovere a quelle già esistite, vediamo che sono basati su fatti causati da un’intolleranza religiosa o politica che non c’è più, o da una specie di privilegio esclusivo maldestramente legato alle corporazioni stesse, o infine dai vecchi vizi di queste istituzioni, che ogni buono spirito percepisce e che è semplice evitare.
Per giudicare tali corporazioni sulla base dell’esperienza basta considerare innanzitutto quelle che hanno avuto come oggetto di studi le scienze matematiche e fisiche, considerate discipline speculative, perché sono le sole che hanno goduto fin qui di qualche indipendenza. Consultandone le pubblicazioni vedremo come, attirando verso le scienze persone la cui sorte mediocre non avrebbe permesso di dedicarvisi per intero, e facilitando agli altri la rapida diffusione dei loro lavori, queste corporazioni abbiano alimentato il progresso delle conoscenze.
In centotrenta anni di esistenza non possiamo citare una sola scoperta che non sia stata fatta da una persona legata a tali corporazioni, o da esse adottata; e tuttavia in nessuna epoca della storia le scienze sono state coltivate così diffusamente e con tanto successo.
Queste corporazioni non hanno formato le persone di genio i cui nomi onorano i loro elenchi; ma hanno dato loro il modo di sviluppare i propri talenti, di farsi conoscere, di acquisire quella prima reputazione che ha loro permesso di dedicarsi in seguito a lavori più importanti.
Prima dell’invenzione della stampa l’istruzione era molto costosa, e presso gli antichi fu una delle cause che contribuirono maggiormente a conservare lo spirito aristocratico dei sistemi di governo. Fortunatamente, nelle nazioni moderne, il medesimo spirito dominatore del clero (che tanti danni ha provocato) non potendo esercitarsi se non moltiplicando gli strumenti, è stato costretto a moltiplicare anche le scuole, e ad aprirle attraverso varie fondazioni alla classe più povera. Da allora, malgrado ogni precauzione presa per distruggere la ragione sotto un miscuglio di falsa scienza, vediamo persone superiori alla propria epoca sostenere i diritti della verità e, rivendicando per la Chiesa l’eguaglianza democratica, preparare gli spiriti a riconoscerne l’eterna giustizia in tutta la sua grandezza.
La stampa ha reso l’istruzione più semplice rendendola meno costosa, ma ha facilitato soltanto l’istruzione libresca: mentre quella che riceviamo attraverso l’osservazione e l’esperienza, quella che esige strumenti, macchine, esperienze, è ancora sopra le facoltà della grande maggioranza e tale resterà.
Più desiderate che le persone esercitino da sole una fetta più ampia dei loro diritti; più volete che, per allontanare ogni dominio della minoranza, una massa più estesa di cittadini possa occuparsi di un maggior numero di funzioni, più dovete cercare di diffondere l’istruzione: e dato che tutte le nostre leggi devono tendere a diminuire l’ineguaglianza delle sorti, non si deve più fare affidamento, per le spese necessarie al progresso dei lumi, sulle ricchezze individuali. Abbiamo visto che, nel piano presentato all’Assemblea legislativa, davamo troppo potere a una società erudita; ma all’epoca il potere esecutivo generale apparteneva a persone scelte dal re: era inevitabile che il ministero cercasse di unirsi alle amministrazioni dipartimentali, per ottenere una forza capace di bilanciare il potere legislativo. Era perciò importante, era necessario, impedire al governo non soltanto qualsiasi azione diretta sull’istruzione, bensì non lasciare ad esso alcuna influenza indiretta. L’abolizione della monarchia può dunque permettere di apportare certi cambiamenti utili a questa parte del piano, ma resta indispensabile conciliare due principi: che il governo non abbia mai influenza su quanto insegnato, e che una società erudita sia distratta il meno possibile dal suo autentico fine: ovvero la diffusione, il perfezionamento, il progresso delle conoscenze utili alle persone.
Se i cittadini meno abbienti hanno bisogno di un maestro che scriva loro le lettere, faccia loro i conti e giudichi l’esattezza delle loro imposte; se hanno bisogno di un agrimensore per conoscere l’estensione della loro terra; se per difendere una causa semplicissima hanno bisogno di un giurista, allora non solo questa classe numerosa e rispettabile è allontanata dalle funzioni pubbliche, ma il suo stesso diritto elettivo si riduce a nulla: poiché le stesse persone cui devono ricorrere senza posa negli affari personali acquisiranno un’autorità pericolosa sulle singole coscienze. Se i cittadini, quando citiamo loro un fatto, una legge, un esempio, e poi questo fatto, questa legge, quest’esempio sono in seguito contestati, non sanno come verificarli da soli, non li riduciamo forse a non avere né opinioni né volontà propria? E allora esercitano davvero i loro diritti? È questo che dovete garantire loro?
I rappresentanti del popolo crederanno di aver esaurito i propri doveri lasciando al popolo stesso il massimo esercizio dei diritti. Ma lui potrebbe ribattere: «Cosa avete fatto per me? Non vi ho scelti per garantirmi con un decreto i diritti che avevo già in precedenza, bensì per ricevere da voi i modi di esercitare tali diritti in modo utile alla mia libertà e alla mia felicità. Perché potessi esercitarli con ordine e conoscenze. Sono stato troppo tempo vittima degli errori di coloro che hanno usurpato il diritto di decidere in nome mio: adesso devo diventare vittima dei miei stessi errori? Non è proprio per evitare la scelta fra questi due estremi che vi ho convocati?».
Spesso alcuni cittadini fuorviati da vili criminali si ribellano contro le leggi; allora la giustizia e l’umanità ci invitano a usare le sole armi della ragione per richiamarli ai loro doveri. Perché dunque non desiderare che un’istruzione ben diretta li renda fin da subito più resistenti alla seduzione, meglio disposti alla voce della verità?
Quasi ovunque due classi hanno esercitato sul popolo un dominio da cui solo l’istruzione può preservare: le persone di legge e i preti. Questi si impadroniscono della sua coscienza, quelli dei suoi affari. Invano si dirà che le leggi possono essere abbastanza semplici da rendere inutile l’istruzione; le leggi primitive di ogni popolo erano semplici, erano scritte in un idioma che tutti capivano, e tuttavia i giuristi hanno tratto proprio da queste semplici leggi dei codici complicati, oscuri e scritti in uno stile incomprensibile a chiunque altro.
L’istruzione non è meno necessaria per salvare la coscienza dalle insidie dei sacerdoti. Anche la morale primitiva di ogni religione era molto semplice, abbastanza conforme alla morale naturale; ma in ogni religione i sacerdoti ne hanno fatto lo strumento della loro ambizione. Sarebbe quindi un tradimento nei confronti del popolo non fornirgli, con un’istruzione morale indipendente da qualsiasi religione particolare, una robusta difesa contro tale minaccia alla sua libertà e felicità.
Traduzione di Giorgio Fontana
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