Charles Fourier
Friedrich Engels gli ha reso omaggio come geniale utopista e precursore del socialismo. André Breton, scorgendo in lui un umorista sotto mentite spoglie, lo ha incluso nella sua Antologia dello humour nero. Se avesse potuto spingersi in avanti nel tempo di oltre un secolo, Charles Fourier avrebbe apprezzato questi riconoscimenti, dato che per tutta la vita è stato un pensatore marginale e solitario. Avrebbe anche visto che la fantasiosa promiscuità sessuale immaginata nel suo Il nuovo mondo amoroso si era in parte realizzata nella controcultura degli anni Sessanta.
Ha scritto così tanto, e sugli argomenti più disparati, che ognuno può ritagliarsi il suo Fourier come anticipatore di qualcosa. A noi interessa considerarlo nelle vesti di utopista dell’architettura sociale. Nel suo Trattato dell’associazione domestica agricola (1822), Fourier delinea la teoria del falansterio, un edificio grande abbastanza (più di Versailles, precisa) da poter ospitare milleseicento persone, con stalle e coltivazioni condivise. Nel corpo centrale ci sono sale per i pasti, la lettura, lo studio, oltre che – aggiunge, nel suo bizzarro stile enciclopedico – per «il tempio, la torre di comando, il telegrafo, i piccioni viaggiatori, il carillon da cerimonia, l’osservatorio, il cortile d’inverno, guarnito da piante resinose». I laboratori artigianali sono in un’ala separata, per evitare la diffusione di rumori molesti, mentre in un altro settore del palazzo si trovano sale da ballo, centri ricreativi e saloni per le relazioni pubbliche. Quanto agli alloggi privati, vanno distribuiti in modo tale che, su ogni piano, quelli lussuosi stiano accanto ai più modesti, allo scopo di incoraggiare la mescolanza tra le classi sociali. Fourier continua disciplinando in modo dettagliato l’economia del falansterio e le regole della cucina, con speciale riferimento alla scelta dei polli e dei meloni, che dovevano stargli particolarmente a cuore. Sono anche previste competizioni gastronomiche piuttosto simili a quelle che imperversano oggi sui nostri schermi televisivi. Riguardo alla vita sessuale, vige per tutti la più assoluta libertà di scelta in merito al genere e al numero dei partner, con facoltà di mantenere diverse relazioni nello stesso tempo, e ciò al fine di incoraggiare l’armonia nell’ambito della comunità. La famiglia, naturalmente, va abolita. Per buona creanza, le persone anziane e quelle sessualmente meno appetibili andrebbero comunque gratificate di qualche attenzione.
Non si sa se Fourier credesse davvero ai suoi progetti di riforma sociale. La prosa stravagante suggerisce che intendesse scrivere una sorta di satira, come la Modesta proposta di Swift. Non è mancato, tuttavia, chi ha dato credito alle sue speculazioni, e talvolta con esiti positivi. Uno dei primi falansteri apparsi nel mondo reale è quello di Jean Baptiste Godin, un industriale appassionato di sociologia. A Guise, nell’alta Francia, tra il 1859 e il 1870, Godin costruì un falansterio per quattrocento famiglie di operai, basato sulla produzione industriale più che sull’agricoltura. L’esperimento, pare, andò benissimo, e le industrie funzionavano a gonfie vele. Non abbiamo notizie sulla vita in comune degli operai, ma è improbabile che si dedicassero al sesso libero e alle sfide culinarie. Un altro tentativo, meno riuscito, è quello della Colonia Hugues, fondata nel 1857 in Argentina da Jean Joseph Durando, soprannominato El Loco. La comune era destinata ad accogliere immigrati europei, e dal vecchio continente ne giunsero diverse centinaia. A causa di pesanti attriti con la chiesa cattolica, allarmata dal fatto che il Loco sosteneva di essere in contatto diretto con Dio, ben presto il falansterio si sciolse e i suoi seguaci si dispersero. Non andò meglio alla Brook Farm, fondata nel 1841 a West Roxbury, nel Massachusetts, da George Ripley e dalla moglie Sophia. I membri erano per lo più scrittori e intellettuali, poco propensi a dedicarsi a lavori come zappare la terra e mungere le vacche. Tra loro c’era anche Nathaniel Hawthorne, il quale - nel romanzo The Blithedale Romance, dedicato all’esperienza - scrive che «ci eravamo cullati in visioni compiaciute della spiritualizzazione del lavoro, ma le zolle di terra che noi lavoravamo e rivoltavamo continuamente non si sublimavano mai nel pensiero… Il nostro lavoro non simboleggiava niente e ci lasciava mentalmente inerti nella penombra della sera. L’attività mentale è incompatibile con l’attività fisica intensa». Nel 1846 una parte degli edifici fu distrutta da un incendio, e poco dopo, con sollievo degli intellettuali prestati all’agricoltura, il falansterio chiuse i battenti. L’unico a ricavarne qualcosa fu Hawthorne, che con The Blithedale Romance vendette migliaia di copie.

Veniamo ora a un altro falansterio, decisamente più riuscito. Philip Hubert era nato a Parigi, dove aveva partecipato con il padre alla cosiddetta «Rivoluzione di luglio» del 1830. Anche il padre, come lui, era un architetto appassionato di Fourier. Nel 1849 la famiglia si trasferì in America, e il giovane Philip entrò in contatto con artisti e poeti sopravvissuti al fallimento della Brook Farm. Insieme concepirono il progetto di un falansterio dedicato esclusivamente ad attività creative, senza alcun obbligo di svolgere lavori manuali. Nel 1883 Philip acquistò un edificio a New York, sulla Ventitreesima Strada, e lo ristrutturò in stile gotico vittoriano. L’idea iniziale di ospitare una congregazione di artisti fu ben presto scartata, e si pensò di ricavarne ottanta unità abitative per altrettante famiglie, da acquistarsi mediante azioni emesse dalla comunità. Su ogni piano c’erano appartamenti di prezzi e dimensioni diverse, secondo le indicazioni di Fourier, e tutti gli inquilini potevano condividere la sala da pranzo, i saloni affrescati e la grande terrazza sul tetto. Nel 1905 il palazzo diventò un albergo, e in seguito fu rilevato da un gruppo di imprenditori. Sotto la direzione di Stanley Bard, un esperto di arte e letteratura, sempre pronto a chiudere un occhio quando un ospite non riusciva a pagare il conto, l’hotel Chelsea si trasformò in una leggenda. Per ogni artista in trasferta a New York era inevitabile fermarsi al Chelsea, spesso anche per lunghi periodi. Nelle sue stanze hanno soggiornato Mark Twain, Edgar Lee Masters, Thomas Wolfe, Dylan Thomas, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Arthur Miller, Harry Smith, Andy Warhol, Arthur Clarke, Bob Dylan, Patti Smith e infiniti altri ospiti illustri: come dire, le migliori menti creative dell’ultimo secolo e di quello precedente. Può darsi che nell’architettura del Chelsea sia rimasta impressa una traccia dell’utopistico progetto di Philip Hubert e dei reduci della Brook Farm, come una matrice invisibile che abbia ricondotto l’edificio alla sua destinazione originaria di comunità di artisti controcorrente. Lungo un percorso tortuoso e accidentato, le teorie di Fourier si sono incarnate in un luogo che appartiene alla mitologia letteraria del nostro tempo.
Bibliografia
Fourier C., Teoria dei quattro movimenti e Il nuovo mondo amoroso, Einaudi, Torino, 1971.
Fourier C., Teoria dei quattro movimenti e altri scritti, Utet, Torino, 1972.
Fourier C., Il nuovo mondo amoroso, SE, Milano, 2019.
Beecher J., Fourier. Il visionario e il suo mondo, a cura di R. Massari, Massari, Bolsena (VT), 2008.

