# Voci dal mondo. Dialogo con Giuseppina Casarin


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*Giuseppina «Beppa» Casarin è attiva da anni nella ricerca sulla tradizione orale con Luisa Ronchini, Alberto D'Amico, Gualtiero Bertelli con cui ha maturato una profonda conoscenza del canto popolare veneto. Poi con Rachele Colombo e Sandra Mangini è stata impegnata in ricerche sull'emancipazione femminile e l'emigrazione di ieri e di oggi. Attualmente sta collaborato come autrice delle musiche del «Bestiario idrico» di Marco Paolini. Insegna Musica nelle Scuole Medie e Canto popolare al Conservatorio Pollini di Padova.*

*Dal 2008 dirigi il coro «Voci dal mondo», gruppo vocale multietnico, com'è nato?*

L'idea non è arrivata da me ma dal lavoro sulle politiche sociali per il Comune di Venezia dell'operatrice Roberta Zanovello che agli inizi degli anni 2000 ha pensato di avviare un progetto per combattere il senso di insicurezza e disagio presenti nell'area urbana intorno alla stazione di Mestre. Con lei si è pensato che un coro fosse l'iniziativa giusta per mettere insieme persone provenienti da diverse zone del mondo anche perché trasformava i migranti in cantanti cioè in persone che con le loro voci facilitavano la convivenza.

*E il repertorio come si è costruito?*

Mettendo insieme canzoni e canti che rappresentavano la loro identità, provenienti dei loro paesi di origine, soprattutto dell'Est Europa. Fin da subito il gruppo era formato da italiani e da immigrati, soprattutto donne, perché quella prima ondata di migranti era formata in gran misura da badanti provenienti da Moldavia, Romania, Ucraina, che quindi proponevano canti della tradizione orale importanti per trasmettere una particolare modalità dello stile vocale esecutivo. Un metodo praticato sulla memoria individuale che si è mantenuto vivo.

*Il vostro modello ricorda l'esperienza dell'Orchestra di Piazza Vittorio celebre coro multietnico nato nel quartiere del Colle Oppio di Roma, conosce quell'esperienza e se sì vi ha ispirato?*

Lo conosco bene e certamente mi ha ispirato soprattutto per la capacità di far convivere linguaggi molto diversi fra loro anche se nel loro caso si trattava di interpreti e musicisti per lo più professionisti mentre i nostri sono cantanti popolari. Ma è stato molto importante l'esempio dell'Orchestra come modello di convivenza esecutiva e per l'ascolto degli altri, una pratica che ci ha permesso di andare oltre l'esotismo che certe volte caratterizza l'approccio verso territori musicali diversi dal nostro.

*Il vostro è stato anche un progetto orientato verso ragioni sociali per affrontare l'emergenza della convivenza fra immigrati e le comunità italiane?*

Certamente, uno dei nostri progetti più importanti è quello avviato nel periodo del *lockdown* per conoscere le emergenze emerse dagli immigrati nella rotta balcanica, in particolare quella sanitaria, mentre la composizione dell'Orchestra di Piazza Vittorio è soprattutto formata nell'area mediterranea noi abbiamo deciso di andare incontro al flusso di immigrati recuperando gli strumenti musicali abbandonati durante i viaggi per poi raggiungere Sarajevo dove abbiamo dato vita a un grande incontro dove abbiamo utilizzato quegli strumenti perduti. Ci siamo resi conto subito che si trattava di un gesto che avvicinava le persone perché recuperava qualcosa che richiamava le loro radici e quindi la loro identità. Anzi direi di più che questo recupero di identità voleva dire ritrovare anche l'umanità della persona e trasformava la musica in uno strumento di sopravvivenza.

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*Il progetto "Alla ricerca di Simurg" è stato l'approdo di questo percorso?*

In un certo senso sì, perché riprendendo questo poema di origine persiana ne abbiamo utilizzato la storia come metafora di un lungo cammino degli uomini verso un luogo immaginario dove trovare una soluzione per la loro vita. Nel lago sulla montagna gli uomini avrebbero incontrato il re che avrebbe risolto ogni problema ma l'immagine del lago come specchio svelava che gli uomini in realtà avrebbero rivisto il loro volto. Ancora una metafora del fatto che gli uomini avrebbero dovuto risolvere da soli i loro problemi.

*Consideri la tua anche una ricerca sulla memoria non condivisa, visto che il progetto trae ispirazione da un poema persiano?*

Assolutamente no perché dove cantiamo tutti capiscono che si tratta di un progetto che parla dell'umano e della sua gioia perché sul palco non c'è l'emigrante ma un cantante che presenta una bella canzone con una bella voce che tutti possono condividere. Infatti nel Veneto l'abbiamo presentato ovunque senza problemi.

*A proposito di questo l'origine del gruppo arriva dall'area di Mestre ma quanto è stato complicato muoversi in una terra in cui la politica normalmente non è molto sensibile ai problemi degli immigrati?*

In effetti a Venezia non siamo riusciti a presentarlo da nessuna parte tranne che nello spazio di Emergency e in una parrocchia legata a Migrantes. Siamo rammaricati perché intendevamo mettere insieme la nostra esperienza con quella dello SPRAR di zona ma è stato impossibile e questo ha mandato in fumo il lavoro sull'area di Mestre da cui eravamo partiti che aveva dato una buona rinascita. Invece poi il quartiere è precipitato nuovamente nel degrado.

*Hai un lungo trascorso nella musica popolare come interprete e ricercatrice, con questo progetto del coro sei riuscita a proseguire questo percorso rilanciando la funzionalità sociale e politica della musica?*

Certamente anche perché questo tipo di esperienza ci spinge a metterci all'ascolto degli altri, cosa che arricchisce dal punto di vista culturale, politico e religioso. Poi il lavoro in una dimensione creativa aiuta a trovare soluzioni anche per situazioni più problematiche, come far interagire sul palco persone non-vedenti o con sindrome down

*Quali saranno i prossimi appuntamenti?*

Stiamo lavorando a costruire una rete di cori multietnici e progetti in luoghi diversi per condividere un orizzonte comune, in particolare a Treviso e a Valdagno dove lanceremo i nostri *Stormi sonori*, incontri dove metterci in relazione con il suono, i corpi e le voci degli altri.

