Prospettive di pace in Medio Oriente. Il caso siriano
Il tema della pace in Medio Oriente viene spesso affrontato, nei circoli arabi e occidentali, dal punto di vista del conflitto israelo-palestinese e della questione palestinese, trascurando le questioni interne ai Paesi mediorientali, i quali hanno vissuto lotte che ostacolano il raggiungimento della pace al loro interno. In questo articolo ho scelto di parlare della Siria, dalla fondazione dell’entità statale nel 1920 fino a oggi, soprattutto considerando che attualmente stiamo assistendo a massacri settari contro le minoranze religiose.
Questo articolo viene scritto in un momento molto grave, in cui circa 3800 civili appartenenti alla minoranza drusa sono stati uccisi, considerando il periodo compreso tra il 15 luglio 2025 ed oggi, da parte del regime di al-Qaeda in Siria. Sembra che i genocidi contro le minoranze e i conflitti settari tra le autorità e ampi segmenti della popolazione siriana siano legati non solo alla natura dei regimi al potere nel Paese, ma anche alla modalità con cui questo Paese è stato fondato e si è formato più di cento anni fa. Questo è ciò che l’articolo cercherà di analizzare e approfondire.
1. Le fatiche siriane prima della nascita
Nel suo libro Storia internazionale dal 1919 ad oggi (il Mulino, Bologna, 2015) lo studioso Antonio Varsori afferma che:
gran parte dei nuovi Stati nati dalla crisi degli imperi centrali e della Russia zarista si rivelò debole ed era anche minata dalla presenza di consistenti minoranze etniche, spesso in contrapposizione con il potere centrale.
Mi permetto di prendere in prestito l’affermazione di Varsori, relativa alla sua analisi della crisi italo-jugoslava dopo la Prima guerra mondiale e alla nascita di alcuni nuovi Stati in seguito alla disintegrazione degli imperi sconfitti, e di applicarla alla realtà del Levante arabo dopo il crollo dell’Impero ottomano.
La Siria e il Libano facevano allora parte dell’Impero ottomano, composto da una molteplicità di etnie, nazionalità e religioni. Fino alla fine del XIX secolo, i politici e gli intellettuali della regione non manifestavano tendenze separatiste nei confronti dei turchi su base nazionalista araba, sebbene il sistema ottomano fosse fortemente centralizzato.
Con il contatto con l’Europa e la modernità europea nel XIX secolo, la diffusione dell’istruzione moderna, la fondazione di università e la nascita della stampa e dei giornali moderni, cominciò a svilupparsi una coscienza nazionalista araba. Tuttavia, essa non era ancora organizzata, né strutturata in formazioni politiche coerenti, sebbene fosse influenzata dall’ascesa dei nazionalismi europei.
Dopo il colpo di Stato degli ufficiali ottomani – i membri del Comitato dell’Unione e del Progresso – nel 1908 in Turchia, molti politici e intellettuali arabi avanzarono richieste affinché le loro regioni rimanessero all’interno dell’Impero ottomano, ma con una politica decentralizzata. Tuttavia, gli ufficiali dell’Unione e del Progresso erano nazionalisti turchi e sciovinisti; le loro politiche, ostili alle richieste arabe dell’epoca, favorirono la crescita del nazionalismo arabo e l’aumento delle rivendicazioni per una maggiore autonomia, fino ad arrivare alla richiesta di piena indipendenza dai turchi.
2. Siria e Libano: una nascita ambigua e problematica
Dopo che il principe Faysal entrò per la prima volta a Damasco nel 1918, fu proclamato re in seguito all’indipendenza della Siria nel 1920. Lo Stato di Faysal era una monarchia parlamentare rappresentativa e decentrata, in cui la Siria godeva di una vita politica relativamente libera, caratterizzata dalla possibilità di costituire partiti, organizzazioni, associazioni e giornali. Tuttavia, questo Stato ebbe vita breve: durò solo pochi mesi, fino all’ingresso delle forze francesi in Siria e in Libano.
La nascita degli Stati nel Levante dopo la Prima guerra mondiale fu simile, nei meccanismi di formazione e nella mancata considerazione delle specificità civili, etniche e culturali dei gruppi locali, alla creazione degli Stati in Europa. Un esempio emblematico fu la dichiarazione del generale francese Gouraud nel 1920 riguardo alla fondazione dello Stato del Grande Libano. Questa proclamazione incontrò l’opposizione della maggioranza musulmana presente nella regione, che la respinse apertamente. Vi furono movimenti contrari alla nuova entità statale, non solo tra i musulmani, ma anche tra alcuni cristiani cattolici e ortodossi di orientamento nazionalista arabo, come accadde a Tripoli, la cui popolazione si sentiva più legata alla Siria che al nuovo Stato libanese. Molti musulmani libanesi rifiutarono di partecipare alla gestione politica del Paese, e ciò portò a proteste e manifestazioni popolari.
Quanto accadde in Libano si contrappone a ciò che avvenne in Siria, la quale fu inizialmente frammentata in quattro entità statali: lo Stato alawita, lo Stato druso, lo Stato di Aleppo e lo Stato di Damasco. Tuttavia, gli stessi francesi tornarono in seguito a unificare il Paese, rivelando una comprensione problematica della natura delle componenti sociali e della complessità della regione, emerse da oltre tredici secoli di dominio ottomano e islamico, e ora incluse forzatamente nel quadro dello Stato moderno. Questo avvenne nonostante la persistenza di strutture sociali tradizionali, come il sistema dei notabili (mullah) e i legami di parentela basati su etnia, religione o appartenenza settaria.
La Siria ottenne infine l’indipendenza nel 1946, avviando una nuova fase della sua storia nel secondo dopoguerra.
3. Il colpo di Stato militare come regola in Siria
Dalla guerra palestinese-israeliana del 1948 e dalla creazione dello Stato di Israele fino a oggi – dunque per oltre tre quarti di secolo – la Siria ha vissuto circa settant’anni segnati da colpi di Stato militari e da un governo prevalentemente di tipo militare. I grandi colpi di Stato iniziarono nel 1949, con quello guidato da Husni al-Za’im, seguito da quello di Sami al-Hinnawi e poi da Adib al-Shishakli, il cui regime cadde nel 1954. Dopo la sua fine, la Siria conobbe un brevissimo ritorno alla vita parlamentare. Nel 1958 fu proclamata l’unione siro-egiziana sotto la guida di Gamal Abdel Nasser. Durante questo periodo, la Siria subì forti repressioni e persecuzioni da parte del Mukhabarat (i servizi segreti), fino alla rottura dell’unità, avvenuta anch’essa tramite un colpo di Stato militare, guidato dall’ufficiale Abd al-Karim al-Nahlawi nel 1961. Dopo la separazione, il potere tornò temporaneamente a un governo civile.
Nel 1963 salì al potere in Siria il Partito Ba’th, che ha continuato a “governare” fino all'8 dicembre 2024, data che ha segnato la fine del dominio della dinastia Assad. Il regime baathista è stato caratterizzato da un governo autoritario e sanguinario, tanto nei rapporti interni – soprattutto durante i decenni di Hafez al-Assad e di suo figlio Bashar – quanto nelle relazioni con i Paesi vicini, in particolare con il Libano, attraverso l’intervento siriano nella guerra civile libanese a partire dal 1976.
La breve esperienza parlamentare vissuta dalla Siria nel corso di un secolo, se non fosse stata interrotta da ripetuti colpi di Stato, avrebbe potuto dare vita a dinamiche democratiche e a un’evoluzione graduale dello Stato. Avrebbe potuto contribuire alla costruzione di un ordinamento costituzionale capace di regolare le relazioni tra i diversi gruppi e orientamenti della società siriana. Tuttavia, i regimi instauratisi attraverso i golpe militari hanno bloccato ogni possibilità di sviluppo democratico. La repressione non si è limitata ai movimenti politici di opposizione, ma ha colpito anche le forme di espressione collettiva di gruppi non politici: nazionali, religiosi o appartenenti ad altre comunità identitarie.
4. L’era di Hafez e Bashar al-Assad
Il Partito Ba’th, arabo nazionalista, una volta al potere si fece portavoce degli slogan dell’unità araba, dell’antisemitismo, della liberazione della Palestina, del socialismo e dell’antimperialismo. Hafez al-Assad prese il potere nel 1970 con un colpo di Stato contro i suoi compagni di partito e, nel giro di pochi anni, iniziò a consolidare il suo regime attraverso la repressione, colpendo la stampa e i sindacati e arrestando gli oppositori, molti dei quali trascorsero lunghi anni in carcere, anche fino a venti anni.
La politica di Hafez al-Assad non si limitò alla sfera interna siriana, ma si rafforzò anche grazie a un doppio riavvicinamento con gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica nel contesto della Guerra Fredda. Ottenne il via libera da Israele e dagli Stati Uniti per intervenire in Libano nel 1976 con il pretesto di “difendere i cristiani” contro i gruppi palestinesi coinvolti nella guerra civile libanese. Inizialmente combatté contro queste organizzazioni e contro il “movimento nazionale”, ma successivamente si scontrò anche con i cristiani, contro i quali il regime commise numerosi massacri e assassinii, tra cui quello del presidente libanese Bashir Gemayel nel 1982.
All’inizio degli anni Novanta, le forze di Assad combatterono a fianco degli americani nella Guerra del Golfo dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, nonostante il regime fosse formalmente antiamericano. Dopo la Guerra del Golfo, la Siria partecipò alla Conferenza di pace di Madrid, precedendo la firma degli Accordi di Oslo tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e Israele. Nel frattempo, Siria e Iran iniziarono a opporsi all’accordo sostenendo Hamas e altre milizie palestinesi estremiste.
In sostanza, il regime di Assad giocò la carta dell’arabismo, della causa palestinese e dell’antimperialismo, sfruttando le condizioni internazionali per rafforzare il proprio potere in Siria e nella regione. Questo avveniva in un contesto in cui ai siriani veniva impedito di esprimere la propria visione del Paese e dei gruppi che lo compongono, a causa di un regime che propagandava slogan ampiamente generalizzanti e sovranazionali, come quelli rivolti al mondo arabo o al socialismo.
Hafez al-Assad morì nel 2000. Per la prima volta nella storia della regione, il potere fu trasferito al figlio Bashar con un colpo di Stato “bianco”, trasformando di fatto la Siria da repubblica a regno ereditario.
Bashar al-Assad proseguì la politica repressiva del padre, fatta di intimidazione ed esclusione, opprimendo sia i siriani sia i libanesi. Continuò a utilizzare la questione palestinese come leva politica e rafforzò le alleanze con l’Iran e con le organizzazioni da esso sostenute, come la milizia libanese Hezbollah, il Movimento Amal e diverse organizzazioni palestinesi radicali.
Con la rivolta dei popoli siriani del 2011, la repressione si intensificò, sfociando in uccisioni dirette da parte del regime contro i ribelli. Di conseguenza, lo Stato e l’autorità centrale iniziarono a indebolirsi, mentre emersero in misura crescente tendenze settarie ed etniche tra i vari gruppi siriani. Il Paese si divise effettivamente in diverse aree: le zone sotto il controllo dell’opposizione armata, prevalentemente sunnite; le aree controllate dal regime, che comprendono popolazioni miste di alawiti e altre minoranze, inclusi grandi centri urbani come Damasco, Aleppo, Homs e Hama; le zone fuori dal controllo diretto del regime ma non controllate dall’opposizione armata islamista, come la regione drusa nel Sud; infine, le aree nel Nord-Est sotto il controllo delle forze curde e le zone occupate dall’ISIS.
5. La caduta di Assad: i jihadisti al governo
Dopo l’attacco a Israele del 7 ottobre 2023, è emersa chiaramente la decisione regionale di porre fine all’influenza iraniana nei Paesi della regione, in particolare in Libano e Siria. Per questo motivo si è deciso di colpire militarmente Hezbollah in Libano e di permettere la caduta del regime di Bashar al-Assad, dopo aver chiuso un occhio per anni. Le milizie islamiste sono riuscite a raggiungere Damasco e a rovesciare Assad. I 55 anni di governo della dinastia Assad sono terminati con la fuga di Bashar e l’ascesa al potere di Al Sharaa (nome di battaglia Al-Jolani), ex militante di Al-Qaeda in Iraq, combattente per l’ISIS e altri gruppi terroristici estremisti, nonché leader di una delle milizie più sanguinarie della Siria.
Egli ha iniziato monopolizzando il potere a favore di un regime islamista radicale e ha commesso due massacri in qualche mese dall’ascesa al potere, colpendo le minoranze alawite e druse e uccidendo in entrambi i casi migliaia di civili, tra cui donne e bambini.
La città di As-Swayda, abitata dai drusi, è assediata fino al momento in cui viene scritto questo testo, dopo un massacro atroce compiuto contro civili, uomini, donne, bambini e anziani: esecuzioni sommarie, lancio di persone dai balconi e loro uccisione, arsioni di cadaveri e altre atrocità commesse contro una minoranza pacifica, semplicemente perché è una minoranza. Nel frattempo, Al-Jolani – che era ricercato e inserito dagli Stati Uniti nelle liste del terrorismo a causa dei suoi crimini – dialoga con la comunità internazionale, riceve promesse di legittimità regionale e internazionale, negozia con Israele e incontra Trump, mentre oggi mette in atto le stesse dinamiche che il regime di Assad ha praticato attraverso il suo accordo con le potenze internazionali, distruggendo il Paese e le persone.
6. Federalismo per la Siria
Infine, ciò che questi anni dolorosi e crudeli della storia siriana ci mostrano è che il Paese è sempre stato governato da regimi violenti e crudeli, portatori di ideologie nazionaliste arabe e islamiste intollerabili per l’entità siriana, nata come un’entità fragile, frutto di un accordo internazionale e, in molti casi, considerata un errore storico. Oggi, dopo anni di guerra civile sotto Assad e i suoi massacri, la Siria rischia di entrare in una seconda guerra civile basata sull’identità settaria e religiosa, sotto il governo di un’autorità barbara, sanguinaria e terrificante, nata dal grembo di Al-Qaeda.
In un suo importante saggio, Confederalismo democratico, il leader curdo Abdullah Öcalan scrive:
Gli stati-nazione in fondo sono il prodotto di ogni sorta di guerra interna ed esterna. Nessuno degli stati-nazione esistenti si è creato da solo. Hanno invariabilmente un primato nelle guerre. Questo processo non è limitato alla fase della loro fondazione, ma piuttosto si costruisce sulla militarizzazione dell’intera società. La leadership civile dello stato è solo un accessorio dell’apparato militare.
Queste parole riassumono gran parte della storia e della formazione della Siria, e aprono la porta alla discussione sul federalismo e sulle possibilità attuali di questo Paese.
Il federalismo ha una cattiva reputazione in Medio Oriente, a causa di malintesi o di cattive intenzioni legate all’amore per il dispotismo e ai crimini di genocidio, e alla difesa dello Stato centrale come strumento di oppressione e repressione nei confronti dei popoli della regione e dei popoli all’interno dello stesso Paese.
Molti ritengono che federalismo significhi divisione o secessione, mentre, secondo le definizioni scientifiche e i modelli federali applicati nel mondo, significa mantenere l’unità degli enti. Questi enti – Siria, Libano, Iraq e altri nel mondo arabo – non sono nati fondamentalmente «da soli o pacificamente, ma tutti hanno avuto la priorità nelle guerre, e questo processo non si limita solo alla fase di fondazione», come osserva Öcalan, il quale insiste sul fatto che gli Stati nazionali oggi rappresentano un vero ostacolo a qualsiasi sviluppo sociale.
Le proposte federaliste in Siria e in Medio Oriente sono relativamente nuove, considerando l’età di questi paesi, e sono iniziate principalmente dopo le rivolte dei popoli siriani nel 2011. Sono state sempre contrastate sia dal regime di Assad, sia dai suoi oppositori e ribelli, il che indica che le radici islamiche, nazionaliste e persino di sinistra di molti oppositori di Assad non hanno impedito loro di accordarsi con lui, preparando mediaticamente e politicamente i genocidi successivi in nome dello Stato centrale e della lotta alla secessione.
Oggi, l’autorità di Al-Jolani ha commesso due genocidi terribili contro le minoranze alawite e druse, nel silenzio quasi totale della maggioranza sunnita, e con il sostegno di alcuni partiti “di sinistra” fedeli ad Al Qaeda a Damasco e alle milizie religiose formatesi dopo il 2011.
Vi è attualmente una grande solidarietà tra alawiti, drusi e curdi, tutti soggetti a genocidi e ingiustizie nella regione, e si intensificano le richieste di diritto all’autodeterminazione, incluso il referendum per la secessione dalla Siria, specialmente da parte dei drusi dopo tutto ciò che hanno subito.
Il diritto all’autodeterminazione dovrebbe essere un diritto garantito, soprattutto in condizioni come queste, indipendentemente dai suoi risultati o dalla possibilità di realizzarlo, in un Paese in cui gli Stati regionali e le grandi potenze mondiali giocano un ruolo così rilevante.
Che i drusi abbiano successo o meno, è certo che lo Stato centrale sta vivendo oggi il suo periodo di agonia in Siria. A esso potrebbe seguire un crollo totale e la fine di ogni possibilità di sopravvivenza, a causa della frammentazione, del terrore e delle continue guerre civili. Esiste, tuttavia, oggi una corrente di intellettuali e politici siriani, per lo più appartenenti alla generazione più giovane, soprattutto coloro che vivono in Europa, che hanno vissuto in Occidente e hanno adottato valori democratici e liberali, laici, che lascia sperare in un esito diverso. Questo movimento sta lentamente crescendo e propone idee molto progressiste riguardo alla forma della Siria e alla sua futura mappa politica, senza illusioni sullo Stato centralizzato, il panarabismo, l’Islam o altro. Tale movimento avanza proposte politiche legate alla dissoluzione dello Stato che ha governato la Siria solo con violenza e sangue, all’instaurazione del federalismo, al rispetto della vita umana, allontanandosi così dalle ideologie unitarie. Si intravede la possibilità di un Medio Oriente federale, di una federazione che comprenda arabi, curdi, ebrei, palestinesi e ogni altra componente ed etnia.

