Educazione e diritto alla casa: una lotta trasversale a Barcellona

Sezione: Esperienze

Il 20 giugno 2025, alle ore 9:00, studenti, famiglie e insegnanti si radunano davanti a sette scuole nei quartieri di Vallcarca, Penitents e La Salut, nella città di Barcellona. L’obiettivo è fermare la scuola «per il diritto all’istruzione e alla casa». Tredici bambini sono minacciati da una nuova campagna di sfratti che il Comune intende eseguire il 2 luglio, una volta terminato l’anno scolastico.

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Dopo lo sgombero dell’insediamento Rom che per dieci anni ha ospitato circa venticinque persone nel cuore del quartiere di Vallcarca, ora è il momento di sfrattare i residenti che occupano alcune delle case abbandonate, in seguito al processo di sviluppo urbano speculativo avviato nel 2002. Il macabro «Piano di Sistemazione» della nuova Amministrazione Comunale di Barcellona («socialista») mira a portare a termine il lungo processo di espulsione dei

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residenti di Vallcarca, con l’obiettivo di trasformare un quartiere popolare in un nuovo quartiere trendy ed esclusivo, del marchio Barcellona1 . Per anni, imprese immobiliari senza scrupoli hanno acquistato vecchi edifici e terreni, cessato contratti di affitto e fatto mobbing ai residenti che vivevano lì da generazioni, pensando solo agli enormi profitti che il redditizio settore della compravendita garantiva da decenni. Se le crisi economiche degli ultimi quindici anni avevano finora impedito la costruzione di attici e loft per expats2 e altri privilegiati senza legami con il quartiere, ora sembra che la bolla immobiliare torni a gonfiarsi.

Nel frattempo, tuttavia, spazi di resistenza e confronto si sono sviluppati e intrecciati in un quartiere che si è difeso occupando, disobbedendo ai molteplici regolamenti comunali che disciplinano lo spazio pubblico, auto-organizzandosi e lottando per gli spazi

1 La città di Barcellona, pioniera nell’Europa meridionale nella gentrificazione e nell’attrarre overtourism, viene spesso paragonata dai suoi abitanti ad un marchio registrato, a qualcosa da vendere.

2 "Expat" (abbreviazione di “expatriate”) indica una persona che vive e lavora temporaneamente o permanentemente in un Paese diverso dal proprio, spesso per motivi professionali e con un certo livello di qualifica, distinguendosi dall’immigrato genericamente inteso per una connotazione più “privilegiata” legata al lavoro e al reddito più elevato.

sociali e comunitari. E nonostante le discrepanze e differenze politiche e strategiche dei diversi gruppi ed entità che lo compongono, è cresciuta una comunità di lotta composta da gruppi anarchici, atenei, circoli di quartiere e associazioni di famiglie legate alle scuole. In questa lotta, le AFA (Associacions de Famílies d’Alumnes) hanno avuto e vogliono avere un ruolo importante nella difesa del diritto all’alloggio per i bambini; e da qualche anno si osserva quanti bambini siano costretti ad abbandonare forzatamente la scuola a causa di sfratti, espulsioni, risoluzione ingiustificata dei contratti di affitto, ecc. Si tratta di una mobilità forzata, cioè di un allontanamento delle classi popolari dal quartiere, dallo spazio in cui sono cresciuti i bambini e le bambine, che impedisce loro di continuare a far parte della comunità educativa e del relativo tessuto sociale, cosa che ha conseguenze molto gravi sia nel processo di apprendimento che in termini di equità e giustizia sociale.

Secondo un recente studio sulla popolazione infantile a Barcellona3 , la mancanza di garanzie di accesso a un alloggio dignitoso è la prima causa dell’aumento della disuguaglianza e della povertà nelle famiglie con bambini. Inoltre, l’intensificazione della disuguaglianza ha una componente razzista, poiché otto bambini poveri su dieci a Barcellona sono nati da genitori di origine straniera e - va tenuto presente - il 70% vive in famiglie con entrambi i genitori (la maggioranza, quindi, non è composta da famiglie monogenitoriali). Secondo il rapporto stesso, il pregiudizio razzista della povertà non ha tanto a che vedere con le caratteristiche sociodemografiche ed economiche ma è piuttosto legato alla discriminazione, ovvero alle difficoltà e alla violenza che accompagnano i processi di inclusione sociale nella popolazione di origine migrante. Di fronte a questa realtà, tuttavia, ci sono anche insegnanti e professori che si organizzano per difendere l’infanzia e il diritto a crescere, vivere e apprendere in modo dignitoso e giusto, equo ed egualitario. Si tratta della Piattaforma Docents0804 , nata nel 2024 a Barcellona e ispirata dall’auto-organizzazione del collettivo Docents 17190 della città di Salt (Girona), il primo collettivo di insegnanti che ha alzato la voce contro l’ondata di sfratti che ha gravemente colpito studenti e comunità educativa, incrementando la segregazione scolastica, la violazione dei diritti e la sofferenza per la popolazione più precaria. La Piattaforma Docents080 si definisce «uno spazio di incidenza sociale e politica per garantire che tutti gli studenti possano apprendere nelle stesse condizioni» e si batte per raggiungere tre obiettivi principali: sensibilizzare e fare luce sulle situazioni di insicurezza residenziale che colpiscono bambini e adolescenti nei centri educativi; agire per denunciare questa ingiustizia sociale, perché garantire i diritti e accompagnare i minori è anche compito della scuola; creare reti comunitarie che colleghino scuole, famiglie ed associazioni per rispondere a queste situazioni, incidendo sulle istituzioni pubbliche competenti5 .

3 Infàncies desiguals a la ciutat de Barcelona. Condicions de vida de la població infantil més enllà de la pandèmia. Maggio 2024. Consiglio comunale di Barcellona.

4 «080» si riferisce all’inizio dei codici postali dei quartieri di Barcellona.

5 Sul loro sito web è possibile trovare materiali, strumenti e report sull’argomento: https://sites.google.com/view/docents080/p%C3%A0gina-principal .

Si tratta, infatti, di proporre un profondo cambiamento nell’educazione, per definire quale ruolo debbano avere oggi i centri educativi, partendo dall’innegabile consapevolezza che il lavoro educativo ha una dimensione politica e sociale. Ovviamente non si tratta di una novità. La storia dell’educazione ci insegna che le correnti pedagogiche più critiche e volte all’emancipazione hanno sempre compreso che educazione e politica vanno di pari passo, che educazione ed emancipazione sono concetti inscindibili e che il compito dell’insegnante non si limita alla trasmissione di contenuti, ma si definisce proprio nella comprensione che il nucleo dell’apprendimento è mettere in discussione il potere, denunciare le ingiustizie e agire contro l’esclusione.

È tempo, quindi, di farlo ora! Come afferma la piattaforma Docents080, è tempo che i centri educativi diventino spazi in cui la comunità si riconosce e si difende, poiché “senza casa non c’è educazione”. Ed è paradossale che si debba rivendicare un’ovvietà come questa in un contesto (sia catalano che spagnolo) segnato dal basso rendimento scolastico degli studenti, che - questo sì - ha messo in allerta le amministrazioni educative. Ma come si può pretendere di migliorare la realtà educativa senza prendere in considerazione le condizioni materiali che rendono possibile l’atto educativo? Per sottolineare l’assurdità di questa domanda, una delle prime azioni della piattaforma Docents080 è stata redigere un report sulla realtà degli alunni e alunne di Barcellona, con l’obiettivo di sapere quanti bambini e adolescenti trovavano temporaneamente alloggio in pensioni in città; quante persone avevano subito uno sfratto durante l’anno scolastico 2024/25; e come l’insicurezza residenziale avesse influito sugli studenti a livello pedagogico, sociale e psicologico. Il rifiuto dell’amministrazione

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di fornire dati su una realtà così degradante e preoccupante, ma invisibile e messa a tacere, è stato un modo per impedire di costruire una lotta che sovvertisse questa realtà.

La piattaforma Docents080 ha quindi rotto il silenzio elaborando uno studio in risposta alla preoccupazione condivisa dall’intera comunità educativa che, giorno dopo giorno, vedeva come bambini e adolescenti venivano sfrattati, vivevano in alloggi precari o soffrivano situazioni di insicurezza residenziale che violano il loro diritto a crescere in un ambiente sicuro, dignitoso e stabile. Il rapporto, elaborato in collaborazione con l’Osservatorio DESCA (Rilevamento di situazioni abitative precarie e sfratti nei centri educativi di Barcellona), analizza l’impatto dell’insicurezza residenziale e degli sfratti su bambini e adolescenti nei centri educativi di Barcellona. Si basa sui dati di 46 scuole e rivela che ci sono un totale di 215 bambini interessati da procedimenti di sfratto e 180 bambini ricollocati in pensioni. Il 96% delle scuole presenti nel rapporto identifica bambini che vivono in alloggi precari, l'85% dei centri rileva cambiamenti di indirizzo tra gli studenti, il 61% ha studenti che alloggiano in pensioni e il 13% segnala casi di senzatetto.

Il 90% dei centri osserva un aumento significativo dello stress emotivo negli studenti colpiti da problemi abitativi, un aumento del nervosismo e della mancanza di concentrazione. Il 70%, inoltre, nota ripercussioni negative sul rendimento scolastico e sulla frequenza (assenteismo e ritardi). Si osservano anche effetti negativi sulle condizioni di vita, come la mancanza di igiene personale, ma desta particolare preoccupazione anche la mancanza di cibo (bambini che arrivano senza colazione) e di riposo.

Come si può constatare, la realtà è estremamente preoccupante, mentre è evidente la mancanza di risposta ufficiale da parte delle scuole. Si prova a intervenire in modo informale, causando un sovraccarico di lavoro sul personale che si mette in gioco in maniera individuale, senza protocolli da seguire, senza una formazione specifica né risorse umane sufficienti. Tutto ciò dipinge una realtà allarmante e spesso invisibile, in cui l’insicurezza residenziale colpisce sistematicamente e strutturalmente gli studenti di Barcellona, compromettendo il loro diritto all’istruzione e a crescere con dignità; e si osserva come l’amministrazione riproduca e strutturalmente perpetri violenza contro i bambini

– soprattutto contro i figli dei lavoratori di origine migrante e dei residenti nei quartieri popolari - attraverso la violazione del diritto all’alloggio, che diventa anche una violazione del diritto all’istruzione.

Fortunatamente, ci sono insegnanti, scuole e famiglie che si organizzano per affrontare l’ingiustizia al di fuori delle istituzioni, nonostante le pressioni, gli ostacoli e le linee guida dell’amministrazione scolastica che pretende di convertire l’educazione in un’attività neutrale, depoliticizzata e asettica. Spesso, quando viene annunciata una protesta o un’interruzione delle attività scolastiche per denunciare ingiustizie e problemi abitativi, gli insegnanti ricevono comunicazioni dall’amministrazione riguardo l’obbligo di rispettare l’orario di lezione imposto. Così, la violenza di Stato si riproduce anche attraverso l’istituzione scolastica che non solo non può cambiare la situazione, ma non può nemmeno denunciarla, mentre il governo di turno fa bella mostra della funzione sociale della scuola pubblica come strumento per ridurre le disuguaglianze e lavorare per l’equità.

Ma sappiamo già che il sistema educativo è stato progettato per mantenere l’ordine sociale e riprodurre la società gerarchica, e che lo Stato concepisce la scuola come un dispositivo disciplinare e un canale di trasmissione dell’ideologia dominante. La storia dell’educazione ci insegna che nel contesto catalano già all’inizio del XX secolo si sono levate le voci di insegnanti e pedagoghi libertari come Francisco Ferrer i Guàrdia (1859-1909), Teresa Mañé (1865- 1939), Joan Puig Elías (1898-1972), Félix Carrasquer (1905-1993); questi sono alcuni esempi dell’impegno degli insegnanti per la causa e la trasformazione sociale, ma potremmo nominarne molti altri a livello internazionale come Élise (1898-1983) e Céléstin (1896-1966) Freinet, che svolgono il loro lavoro principalmente in Francia; in America centrale e meridionale, Paulo Freire (Brasile, 1921-1997), Ivan Illich (Messico, 1926-2002) e Martín Almada (Paraguay, 1937-2024), che nel corso del XX secolo hanno fatto dell’atto educativo una lotta contro l’ingiustizia battendosi per l’uguaglianza e la libertà di tutti gli oppressi, gli ignorati e gli esclusi.

Per questo è essenziale abbattere i muri della scuola - visibili e invisibili - e comprendere il compito educativo oltre la scolarizzazione, così come concepire l’insegnante al di là della sua condizione di funzionario pubblico.

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In questo senso, Vallcarca è un esempio di organizzazione trasversale che sovverte la frammentazione delle lotte. Si tratta della difesa di un territorio e della rivendicazione di un quartiere popolare, dove le classi lavoratrici possano vivere bene, avere spazi di socializzazione condivisi e autogestiti, dove i bambini possano crescere e mettere radici. Per questo è necessario un coordinamento tra il sindacato per l’edilizia popolare, i gruppi di okupas e anarchici, le famiglie delle scuole di quartiere, i centri sociali, i gruppi che lavorano per promuovere la cultura popolare, i gruppi che lottano contro la turisticizzazione, ecc. Un quartiere dove i ricchi e gli expats sentano ostilità e rifiuto, mentre le classi lavoratrici si possano riappropriare di una città venduta alla speculazione di grandi lobby e fondi di investimento locali e internazionali, che agiscono senza limiti e impunemente, spinti dall’attuale capitalismo neoliberista. Sebbene sia spesso difficile attivare la comunità educativa per cause sociali e che gli insegnanti prendano posizione per denunciare le ingiustizie che colpiscono i loro studenti, è necessario rompere il silenzio, aprire spiragli e fermare la quotidianità scolastica, evitando così la normalizzazione dei gravi effetti della gentrificazione, della turisticizzazione e della speculazione che allontanano le famiglie dai loro quartieri e impediscono ai bambini di mettere radici e crescere nel contesto della comunità che li ha visti nascere.

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