title: "Andrea Caffi"
date: "2026-02-01"
autori:
  - "Nicola Del Corno"
numero: "13"
sezione: "Radici"
pagina: 121
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content: "\nDi Andrea Caffi sono state date molte definizioni: per Gaetano Salvemini era «l'uomo più straordinario e lo spirito più eletto» che avesse mai conosciuto, opinione condivisa anche da Nicola Chiaromonte che lo definì «il più savio e il più giusto» di quei tempi; secondo Alberto Moravia, che fu suo amico, era «un hippy ante litteram, in lui c'era un'anticipazione di molte cose che poi sono diventate comuni negli anni '60 e '70». Gino Bianco, uno dei suoi biografi, lo ha presentato come «un eremita socievole», apparente ossimoro che però bene rivela l'intima natura del personaggio. La più incisiva delle descrizioni fu probabilmente quella che ne diede Daria Malaguzzi Banfi quando lo raffigurò come «un rivoluzionario che non voleva né sangue, né violenza, né disordine».\n\nNato a Pietroburgo il primo maggio del 1887 da genitori italiani (il padre lavorava come costumista presso il Teatro imperiale), Caffi frequentò nella città natale la scuola riformata, dove ebbe modo di rapportarsi con coetanei di diverse nazionalità e di ceti sociali differenti. La sua adesione al socialismo giunse molto presto: dopo una visita con i suoi compagni di scuola alle officine Putilov dove prese visione delle pessime condizioni di lavoro degli operai. Più che sui testi sacri del marxismo, il suo avvicinamento al socialismo avvenne tramite la conoscenza diretta delle condizioni di vita dei ceti subalterni, mediata ideologicamente da retaggi del populismo russo della seconda metà dell'800, Aleksandr Herzen *in primis*.\n\n![](/numeri/immagini/13/_page_123_Picture_0.jpeg)\n\nVisse in prima persona la rivoluzione del 1905 su posizioni mensceviche di municipalizzazioni delle terre e di garanzie democratiche, conoscendo le galere zariste da cui uscì per intervento dell'ambasciatore italiano, dato che era cittadino del nostro paese. In seguito al fallimento della rivoluzione si trasferì all'estero, prima a Berlino dove si iscrisse all'Università rimanendo affascinato dalle lezioni di Georg Simmel; spinto dal suo animo inquieto iniziò poi a girovagare, spesso a piedi e in maniera randagia, attraverso l'Europa passando per l'Italia (nel 1911 si recò a Rapallo per conoscere personalmente l'anarchico Pëtr Kropotkin che allora dimorava nella cittadina ligure) fino a raggiungere Parigi, città che reputava congeniale alla poliedricità dei suoi interessi. Nella capitale francese lo colse lo scoppio della Prima guerra mondiale a cui decise immediatamente di prendere parte – quando ancora l'Italia era su posizioni neutraliste – arruolandosi nella Legione straniera, agli ordini del generale Peppino Garibaldi, non per una propria vocazione bellicista, ma convinto che il futuro del socialismo e della democrazia europea dipendesse dal definitivo crollo degli imperi autoritari dell'Europa centrale. Ferito in battaglia nelle Argonne, rispose successivamente alla chiamata alle armi in Italia, andando a combattere in Trentino, dove venne nuovamente ferito.\n\nGrazie alla sua conoscenza della lingua e del contesto russo, venne inviato nel luglio del 1919 dal *Corriere della Sera* per descrivere ai propri lettori ciò che stava accadendo in quel paese, ancora in pieno fermento rivoluzionario. Arrivato ad Odessa, via Costantinopoli, Caffi decise però di rimettere l'incarico e di trasferirsi a Mosca per vivere in prima persona, e libero da impegni e condizionamenti di sorta, la creazione del nuovo ordine sociale e politico. Nella patria natale Caffi incontrò i suoi vecchi amici e compagni di lotta, parteggiò naturalmente per i menscevichi ed i libertari, sulle cui possibilità di orientare la futura vita politica russa nutriva però realisticamente forti dubbi.\n\nIncaricato, data la sua ottima conoscenza di più lingue, di compilare per l'Internazionale comunista un bollettino contenente una rassegna stampa estera, inserì spesso ritagli di stampa estera tesi a suscitare motivi di dubbio e perplessità sulle scelte compiute dal potere sovietico. Inoltre, a contatto con la delegazione italiana socialista guidata da Giacinto Menotti Serrati per partecipare al II Congresso della III Internazionale nell'estate del 1920, fu accusato di aver fatto pressioni sui socialisti italiani perché non aderissero all'Internazionale, e messo in carcere da cui venne liberato per intervento di Angelica Balabanoff.\n\nRientrato nel giugno del 1923 nell'Italia fascista, trovò lavoro presso il Ministero degli Esteri quale redattore di un notiziario destinato alle rappresentanze all'estero, occupazione che abbandonò presto per non sentirsi complice con il neonato regime mussoliniano. Nel frattempo, aveva iniziato a scrivere su riviste antifasciste, sul *Quarto Stato* di Carlo Rosselli e di Pietro Nenni e su *Volontà* di Roberto Marvasi e Vincenzo Torraca, dove pubblicò *Cronache di dieci giornate* a proposito dell'assassinio di Matteotti. Fatto per questo oggetto delle attenzioni della polizia fascista, Caffi emigrò in Francia nel 1926, trovando occupazione fino al 1929 come precettore privato della famiglia del principe Gelasio Caetani a Versailles. Agli inizi degli anni Trenta, trasferitosi a Parigi, Caffi partecipò alla vita politica della colonia dei fuoriusciti politici, avvicinandosi a *Giustizia e Libertà*, e collaborando ai *Quaderni* del movimento rosselliano da una posizione autonoma, data la diversa interpretazione dei concetti di patria, nazione, partito politico. Inoltre, secondo Caffi, il fascismo non aveva nulla d'originale, era un segno esteriore di una malattia, principalmente culturale, che affliggeva la società, ormai sottomessa in tutto e per tutto alle logiche e alle dinamiche dello Stato. Per questo motivo non si poteva farla definitivamente finita con il fascismo solamente tramite vie insurrezionali e rivoluzionarie, ma soprattutto con un lavoro di lunga lena sulle coscienze degli italiani; questa posizione lo pose in contrasto con l'impegno militante e impaziente di Rosselli.\n\nA partire da questi anni, e per il resto della sua esistenza, Caffi rivendicò un pacifismo assoluto, convinto che dalla violenza, anche da quella rivolta contro i regimi totalitari, non potesse mai sgorgare nulla di costruttivo. Di questo periodo, e più precisamente del 1932, è il suo famoso attacco, portato dalle colonne dei *Quaderni di Giustizia e Libertà*, all'Unione Sovietica bolscevica e stalinista, definita quale «un grandioso meccanismo per la coercizione e lo sfruttamento degli individui soggetti».\n\nA metà degli anni trenta, consumata definitivamente la rottura con *GL*, Caffi si trasferì nel sud della Francia dove prese contatto con gli ambienti a lui più politicamente congeniali dell'anarchismo e del libertarismo federalista, pur non disdegnando di partecipare in prima persona al tentativo di ricostruire il partito socialista su posizioni differenti rispetto a Nenni e al suo avvicinamento all'Unione Sovietica.\n\nTerminata la guerra tornò a vivere a Parigi, l'amicizia con Albert Camus gli aprì la strada per collaborare con Gallimard senza che questo lavoro sicuro gli facesse cambiare il suo stile di vita di volontaria indigenza. Dal punto di vista dell'analisi politica collaborò, su invito di Chiaromonte, a *Politics*, rivista socialista ma non marxista, di New York diretta da Dwight Macdonald. Lontano da qualsiasi concessione a ogni tipo di comodità materiale, Caffi visse gli ultimi anni della sua vita dedicandosi a coltivare studi, interessi e amicizie. Morì il 22 luglio 1955 e fu sepolto presso il cimitero parigino di Père-Lachaise.\n\nNel cercare di caratterizzare in poche parole il socialismo libertario di Caffi occorre innanzitutto riconoscere quali siano stati i suoi «maestri» da lui più volte citati: quindi soprattutto Proudhon, e poi Owen, Tolstoj, Herzen, Kropotkin. Va inoltre ricordato come il suo socialismo si fosse formato non tanto sulla lettura dei classici, quanto dal contatto diretto con i problemi delle classi subalterne e dalla fascinazione giovanile esercitata dalle tendenze nichiliste di cui era permeata una certa *intelligencija* russa, secondo quanto confidò agli inizi degli anni Cinquanta a Chiaromonte. Come è stato sottolineato, risultò fondamentale per la formazione del suo pensiero politico il sentimento di *filia* verso il genere umano; e come da questo concetto di naturale empatia che lega le esistenze umane Caffi puntasse per un definitivo superamento dello Stato e delle sue logiche gerarchiche e di dominio. Il suo socialismo era caratterizzato etimologicamente per il continuo riferirsi al termine «società», ossia all'insieme di quei rapporti umani definibili come «spontanei e gratuiti, nel senso che hanno almeno l'apparenza della libertà nella scelta delle relazioni, nella loro durata, nella loro rottura» a prescindere da ogni istituzione statuita.\n\n## Alcuni scritti di Andrea Caffi\n\nCritica della violenza, a cura di N. Chiaromonte, Bompiani, Milano, 1966. Scritti politici, a cura di G. Bianco, La Nuova Italia, Firenze, 1970.\n\nScritti scelti di un socialista libertario, a cura di S. Spreafico, Biblion, Milano, 2008. «Cosa sperare?» Il carteggio tra Andrea Caffi e Nicola Chiaromonte: un dialogo sulla rivoluzione (1932-1955), a cura di M. Bresciani, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2012.\n\nLa dottrina fascista, o il fascismo nella storia superiore del pensiero, a cura di A. Castelli, Biblion, Milano, 2022.\n\n## Alcuni scritti su Andrea Caffi\n\nLandi G. (a cura di), Andrea Caffi: un socialista libertario, Edizioni Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 1996.\n\nCastelli A., Il socialismo liberale di Andrea Caffi, in «Storia in Lombardia», 16 (1996), pp. 129-167.\n\nLa scelta federalista di Andrea Caffi, in «Il Politico», 62 (1997), pp. 583-616. Bianco G., Socialismo e libertà. L'avventura umana di Andrea Caffi, Jouvence, Roma, 2006.\n\nBresciani M., La rivoluzione perduta. Andrea Caffi nell'Europa del Novecento, Il Mulino, Bologna, 2009.\n"
