{"title":"Seminare chiarezza","date":"2025-06-01","autori":["Giorgio Fontana"],"numero":"11","sezione":"Approfondimenti","pagina":45,"permalink":"https://semisottolaneve.net/articoli/11-seminare-chiarezza/","content":"\n\n![](/numeri/immagini/11/_page_45_Picture_0.jpeg)\n\n\n#### 1.\n\nSemi sotto la neve, benissimo. Ma quali? La gramigna non vale quanto il frumento, è un'ovvietà e ciò nonostante occorre ribadirlo: ragionare proprio su quanto a noi appare scontato, ritornare ai fondamentali, evitare l'incantesimo di immagini così belle ed efficaci come l'embrione della pianta che attende sotto la fredda coltre, invisibile ma vivo. Tra le tante possibilità di semina ne suggerisco dunque una: chiarezza.\n\nL'idea non è mia. La prendo dall'editoriale di *Volontà* del luglio 1948, dove si tirano le somme dei primi due anni di lavoro, mentre «il distacco tra popoli e Stati non è mai stato evidente come oggi, per chi osa guardare la verità». Erano i tempi dei blocchi contrapposti e della Guerra fredda, ma la situazione è poi tanto diversa oggi? «Tutto è malcerto», prosegue il corsivo. «E non è solo malcerto per noi, spettatori e vittime del gioco. Anche chi lo fa non sa affatto dove andrà a finire: sa solo che si batte – come una belva affamata, ma senza la scusa della fame, e in pretesa d'umano – per vincere, contro altri che anch'essi si battono per vincere e basta». Non sembra un pezzo scritto oggi?\n\nCriticando «la facile via delle fantasie intellettuali» e facendo piazza pulita dei «problemi grandiosi», sorge una nuova consapevolezza: «la bellezza non è più di palcoscenico, che basta guardarla: va cercata e creata nello stesso tempo, che è tanto più difficile, ma tanto più concreto. E solo così ci si trova alla statura vera dell'uomo, in contatto con i nostri veri problemi. Si pensa per lavorare e per amare, si lavora si ama si lotta, si costruisce». E dunque:\n\n*Vogliamo aiutare i nostri compagni di servitù, a battersi quando si battono per sé: il che include aiutarli ad orientarsi, a capire, soprattutto quando illudendosi di battersi per sé si battono in realtà contro i loro stessi fratelli, a favore dei comuni nemici, che accade assai sovente e bisogna aver coraggio di denunziarlo. Vogliamo quindi, prima di tutto, insistere nel dire la verità, rifiutando le tattiche i compromessi, vogliamo eccitare al dubbio, alla rinascita dello spirito critico, denunziando l'errore profondo dei dogmi delle tesi definitive.*\n\nL'editoriale, non firmato ma intriso tutto dello spirito di Giovanna Caleffi, chiudeva con una «duplice parola d'ordine» ben evidenziata: «*Rompere barriere, seminare chiarezza*» — appunto. Proviamo a sviluppare questi spunti, adattandoli allo scenario contemporaneo.\n\n#### 2.\n\nRompere barriere può significare innanzitutto aprirsi a una discussione schietta ma autentica, evitando il proverbiale dialogo fra sordi. E qui incontriamo subito una difficoltà. C'è da tempo un automatismo per cui appare sufficiente restituire il proprio vissuto come se per magia attivasse qualche cambiamento: rendendo chi ascolta più consapevole, o empatico, o disposto ad agire. Ma è troppo facile. Mi pare anzi che tale spinta continua a raccontarsi e rovesciare emozioni su chi ascolta – siano essi dieci o centomila – implichi il triste fraintendimento di una bella parola: il *pubblico* non è più il contraltare del privato, bensì appunto un parco di ascoltatori passivi. Un'audience.\n\nCi sono molte ragioni alla base di un simile narcisismo di massa e della disperazione che comporta, ma non è mio scopo affrontarle. Mi limito a osservare come i problemi sociali rischino di essere ridotti all'orizzonte dell'io: e il lessico individuale è tanto inoppugnabile quanto sterile, perché non consente di avviare una conversazione su basi comuni. Specie quando si tratta di temi dolorosi: l'ostensione retorica del trauma è la fine del dialogo, erge barriere ancora più alte fra le singole persone. Alla nuda testimonianza di un dolore o di un'esperienza si può reagire solo con la compassione, o l'indifferenza, o con un'altra testimonianza di pari grado; non è nemmeno l'inizio del lavoro che serve, cioè dare forma e senso a questo coacervo.\n\nAnche perché sotto l'apparente democrazia delle emozioni resta comunque una disparità narrativa. Il mercato delle storie è diseguale: la testimonianza di chi è già noto troverà sempre più sponda e interesse: e in cambio di cosa, poi? Due giorni di apprezzamento superficiale, due giorni di polemiche, fine. Allora si rilancia: sempre più traumi, sempre più polemiche a seguire; del resto abbiamo un sistema giornalistico ed editoriale che corteggia tali reazioni perché il metodo «funziona» — o così pare. Ma per funzionare la macchina necessita continuamente di benzina narrativa: e così qualsiasi argomento, da un lutto familiare a Gaza, diventa uno spunto per riscuotere dividendi sociali. Ancora una volta non si rompe alcuna barriera, al più si arruolano sostenitori o avversari irriducibili. È la logica schmittiana dell'amico/ nemico che tanto piace alla società dello spettacolo: darsele di santa ragione mentre altri plaudono o si danno di gomito o passano alla rissa successiva. Una caricatura del conflitto.\n\nPerché il problema è quando tale pratica della testimonianza senza filtri viene rivendicata — anche con un certo orgoglio quale attività critica o politica. Se persino gli intellettuali si usano senza pudore come prodotto indiscriminato e ultima spiaggia per contare qualcosa, allora il rischio è enorme: abdicare a una forma di responsabilità legata tradizionalmente a quel ruolo. Il privilegio della parola pubblica implica un dovere preciso, e *seminare chiarezza* è uno dei modi per interpretare questo dovere. In *Punto di fuga* di Peter Weiss, un pittore amico dell'io narrante afferma:\n\nUn nome deve essere menzionato di continuo, […] altrimenti viene dimenticato in questa competizione incessante, in questo susseguirsi di talenti». Il tutto in un paese «dove non c'erano discussioni e prese di posizione sulle questioni estetiche, ma solo malevolenza e tacita condanna.\n\n\n\nMa a farne le spese è proprio il vigore dell'arte in gioco, la capacità creativa dell'amico. Nel libro di Weiss l'oggetto di questa severa critica è la Svezia dei primi anni Quaranta: nuovamente, l'Italia contemporanea appare tanto diversa? La denuncia ridotta a sfogo, la repulsione verso la prudenza e l'approfondimento a mente fredda, lo scarso senso del contesto, il vittimismo: sono gli stessi mezzi dei nostri avversari, e ogni libertario sa che mezzi dubbi corrompono anche il più nobile dei fini.\n\n**3.**\n\nSeminiamo chiarezza, invece. Diffidando innanzitutto delle affermazioni insieme perentorie e vaghe: dove la prima caratteristica darà alla prosa il vigore di chi usa le parole come magli, mentre la seconda consentirà in ogni caso di sfuggire alle obiezioni; e se qualcuno non ha inteso è colpa sua o del suo analfabetismo di ritorno. Uno stile del discorso classista ma trasversale a qualsiasi ideologia.\n\nLa chiarezza è invece cifra di dirittura etica. Non significa rimuovere la complessità di un problema, bensì affrontarla con pazienza; mostrare apertamente i propri limiti, allargare lo sguardo, avere il coraggio di esporsi. Una lingua chiara obbedisce alla medesima norma indicata da Popper per distinguere le teorie scientifiche dalla pseudo-scienza: è falsificabile. Non teme di offrirsi alle critiche perché crede nel dialogo e nel conflitto autentici — nel rompere le barriere, appunto — e si prende la briga di argomentare, poiché ha in perenne sospetto l'autorità. Non è allora un caso che autori e autrici del campo libertario abbiano sempre preferito stili nitidi: bastano cinque righe di Malatesta per rendersene conto.\n\nMa, proprio perché occorre rompere le barriere, è forse meglio ricorrere a un nome più universalmente apprezzato: Primo Levi. In *Dello scrivere oscuro* leggiamo ad esempio: «parlare al prossimo in una lingua che egli non può capire può essere malvezzo di alcuni rivoluzionari, ma non è affatto uno strumento rivoluzionario: è invece un antico artificio repressivo, noto a tutte le chiese, vizio tipico della nostra classe politica, fondamento di tutti gli imperi coloniali»; e ancora, con una nettezza che combina splendidamente stile e morale: «chi non sa comunicare, o comunica male, in un codice che è solo suo o di pochi, è infelice e spande infelicità intorno a sé. Se comunica male deliberatamente, è un malvagio, o almeno una persona scortese, perché obbliga i suoi fruitori alla fatica, all'angoscia e alla noia».\n\nChi detiene il privilegio della parola pubblica dovrebbe impegnarsi a seminare chiarezza affinché chiunque possa partecipare al discorso non come il fruitore di un oracolo intellettuale bensì come individuo in grado di dare un contributo. Perché a differenza dell'oscurità, del segno irriducibile e dunque *non seminabile* del singolo, il parlar chiaro sarà forse meno seducente; ma di certo è più generoso.\n\n#### 4.\n\nCosa dovrebbe allora fare chi oggi si pronuncia con qualche speranza di parlare a un pubblico più o meno vasto? Ecco, appunto: dovrebbe innanzitutto *fare* qualcosa, invece di cogliere ogni occasione di cronaca per intervenire alimentando il proprio capitale intellettuale. Altrimenti si ricade nella vecchia divisione del lavoro e nella sua versione impegnata: sporcati tu le mani mentre io mi occupo delle parole.\n\nNon mi si fraintenda: il «populismo del fare» ha creato una nefasta diffidenza verso la riflessione critica. Ma la necessità di pensiero è divenuta anche un alibi particolarmente sgradevole, frutto in fondo di privilegio, per cui la minima mossa – dalla frasetta sagace al meditabondo editoriale retorico, passando per l'intervista indignata – è spacciata come atto di coraggio o resistenza.\n\nQuanto diversa è invece l'esperienza di chi si impegna materialmente in un'attività di sindacalismo di base, boicottaggio, sciopero, occupazione, aiuto umanitario, volontariato, insegnamento, gestione di un circolo o di un gruppo di acquisto solidale o di una palestra popolare e così via. Diversa perché protegge dalle indebite generalizzazioni, dalle formule che somigliano più a comodi sortilegi che a suggerimenti concreti; e perché obbliga al confronto con gli altri, dentro e fuori la realtà in cui si agisce: insegna il valore della negoziazione e del conflitto autentici. Se democrazia non è una parola vuota, è in questi casi che si realizza compiutamente.\n\nAlla chiarezza nel parlare andrebbe dunque accostata un po' di parsimonia; e il tempo risparmiato, investito in atti concreti. C'è un'indulgenza estrema nei confronti delle parole, soprattutto da parte di chi le usa ogni giorno e trae da esse danaro o riconoscimento sociale. Si può dire tutto e tutto si dice, pensando che basti a tacitare la coscienza; ma non basta: occorre dunque rompere materialmente le barriere, mentre si semina chiarezza. A tal proposito vorrei attingere ancora da *Volontà*. Ecco quanto scrive Caleffi per il ventesimo anniversario dell'assassinio di suo marito, Camillo Berneri:\n\nEd egli ci ammonisce così, oggi, nella disperante passività che ci circonda da ogni lato, che la forza dei nostri nemici è fatta tutta della nostra debolezza, della nostra mancanza di iniziativa e di coraggio, della nostra rinuncia ad agire. Ci dice: non vi innamorate soltanto delle idee, che è un piacere sterile. Abbiate fede nell'azione: e tu nella tua azione, prima di tutto.\n\n«Disperante passività» è un'espressione che potremmo usare tranquillamente anche oggi. Ma più importante è l'argomento a seguire: limitarsi ad amare le idee conduce alla vanità, in entrambi i sensi della parola; dà linfa al proprio narcisismo e non realizza alcun effetto concreto. «Ma noi non siamo così, non ci riguarda», diranno lettori e lettrici di questa rivista. Ci riguarda, invece: se non altro per avere coscienza delle storture del discorso pubblico, e delle forme in cui anche noi – che immuni non siamo – possiamo sempre cascarci. Alla vanità opponiamo allora e appunto la volontà. Piergiorgio Bellocchio riassume tutto nel suo *Diario del Novecento*, così:\n\nLa prima preoccupazione di chi scrive, di chi si rivolge a un pubblico sconosciuto, indiscriminato, è – dovrebbe essere – di ridurre al minimo la fatale quota di equivoco. Dunque, parlare chiaro, scrivere chiaro. Ma il «paternalismo» che il padre-maestro trasmette al figlio-allievo non è composto solo di idee, opinioni, immagini. Non è solo l'opera. Del «patrimonio» fa parte anche, e non secondaria, il comportamento del padre-maestro, lo stile di vita: che può essere il miglior supporto morale e vitale del suo pensiero o può contraddirlo, o addirittura svilirlo, vanificarlo.\n"}