title: "(Non) visioni dal carcere femminile"
date: "2025-06-01"
autori:
  - "Mariangela Mombelli"
  - "Enrico Ruggeri"
numero: "11"
sezione: "Percorsi di visione"
pagina: 133
permalink: "https://semisottolaneve.net/articoli/11-non-visioni-dal-carcere-femminile/"
content: "\n![](/numeri/immagini/11/_page_133_Picture_0.jpeg)\n\n\nIl cinema carcerario è un genere che si è sviluppato sostanzialmente intorno a due filoni di movimento: uno centripeto, focalizzato al racconto delle condizioni di vita dentro il carcere, l'altro centrifugo, centrato sull'idea della fuga o dell'abbattimento delle barriere. In entrambi i casi, la narrazione cinematografica si è occupata quasi esclusivamente del mondo maschile, un mondo criminale e violento che mette necessariamente ai margini una possibile narrazione al femminile. Anche in materia di carcere quella delle donne è una storia minore, che non vale la pena raccontare. Ci è sembrato quindi importante, per il nostro percorso di visioni, partire proprio dall'analisi di questa lacuna di genere, piuttosto frequente in un'industria cinematografica che ancora vede le registe rappresentate per meno del dieci per cento rispetto ai registi.\n\nLa storia del carcere femminile nel nostro Paese nasce con gli istituti correttivi religiosi, dove donne che avevano commesso reati venivano rinchiuse insieme a quelle che, allontanandosi dai parametri di madre, moglie e casalinga erano considerate peccatrici o comunque «diverse». La correzione, più che la punizione, veniva affidata alle suore, un modello che è rimasto invariato fino al 1975 quando, con la riforma del Codice Penitenziario, sono state aperte delle sezioni femminili all'interno delle carceri, introdotte nuove figure professionali, anch'esse femminili, e le suore sono state man mano allontanate.\n\nIl sistema di moralizzazione delle donne, tuttavia, non è stata una peculiarità nostrana. Ce lo mostra in maniera brutale il regista scozzese Peter Mullan nel film *Magdalene*, Leone d'Oro per il miglior film alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2002. Ambientata nel 1964, la pellicola narra la vicenda di tre ragazze rinchiuse in una «Magdalene». Così venivano chiamati gli istituti cattolici sorti nel Regno Unito e in Irlanda nel diciannovesimo secolo, e poi diffusi anche negli Stati Uniti, in Canada e in Australia, dove venivano recluse, per espiare le loro colpe, le donne considerate indegne di vivere nella collettività, e quindi meritevoli di subire un duro trattamento a causa della loro condotta di vita *sregolata*. Si tratta di donne rifiutate dalle famiglie perché colpevoli di aspettare un figlio al di fuori del matrimonio, di aver abbandonato il tetto coniugale, o ritenute pericolose perché troppo avvenenti, o troppo intelligenti: in pratica tutte coloro che venivano considerate deviate dalla società cristiana perbenista dell'epoca, e che pertanto andavano corrette. Dentro le mura del convento/carcere si nascondevano in realtà delle vere e proprie lavanderie industriali (in Irlanda venivano chiamate *Magdalene Laundries*) dove le donne lavoravano ore e ore con le mani nude nell'acqua bollente, fornendo manodopera gratuita che portava ingenti e illeciti guadagni ai conventi. Se violavano le regole del silenzio o facevano amicizia tra loro, venivano punite e picchiate, e alcune di loro erano addirittura condotte in manicomio senza alcuna spiegazione, come succede a una delle protagoniste del film che, ritenuta instabile a seguito delle molestie ricevute da un prete, viene rinchiusa arbitrariamente dalle suore in un ospedale psichiatrico, dove morirà dopo qualche anno. Alle residenze-prigioni delle «Magdalene», rimaste aperte fino al 1996, ci riportano anche altri due film, entrambi tratti da fatti realmente accaduti. *Philomena* (2013) del regista inglese Stephen Frears. Coniugando tragedia e commedia, il film narra le vicende di Philomena che, rinchiusa dalla famiglia in una «Magdalene» perché rimasta incinta adolescente, è alla disperata ricerca del figlio partorito nel convento-carcere. *Piccole cose come queste* (2024) del regista belga Tim Mielants, riporta invece lo sguardo di un uomo che, scoprendo alcuni segreti su un convento del villaggio irlandese in cui vive, si confronta con il proprio passato traumatico. Il film non documenta la vicenda delle *Magdalene Houses*, ma si interroga su una questione morale: molti irlandesi erano infatti al corrente di ciò che succedeva all'interno dei conventi, ma decisero di far finta di non sapere. Bill, il protagonista del film, sceglie di fare la differenza disobbedendo a quel codice del silenzio, che troppo spesso accompagna il male.\n\nL'annuale rapporto di Antigone sulle carceri italiane evidenzia che, a fine 2023, le donne detenute erano il 4,3% della popolazione carceraria totale. La percentuale raddoppia se consideriamo le persone che hanno commesso reati considerate socialmente pericolose, che per questo vengono recluse nelle Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS) che sono state aperte dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. In questo caso la percentuale delle donne in carcere arriva all'11%, un dato che meriterebbe un approfondimento e sul quale ci lasciamo interrogare dalla visione di *Ragazze interrotte*, di James Mangold (1999). Il film, ambientato alla vigilia degli anni '70, parte dal racconto di Susanna, una ragazza diagnosticata borderline in seguito a quelli che vengono definiti «comportamenti promiscui», associati a un apparente tentativo di suicidio. Un atto autolesionistico che probabilmente cerca di nascondere l'impossibilità di esprimere le proprie emozioni in una società pronta a puntare il dito, a giudicare e a punire quelle che considera deviazioni dalla norma tacciandole come follia.\n\nLa patologizzazione e la stigmatizzazione delle persone *pericolose* sono due facce della stessa medaglia: entrambe legittimano il potere di punire la loro devianza dalla normalità socialmente acquisita. Se si accetta l'idea che sia possibile trasformare una persona privandola della libertà, allora la repressione diventa una forma di correzione. In particolare, se la norma/normalità è di pertinenza maschile, la devianza femminile dalla stessa si colora giocoforza di patologia, e per le donne la punizione/rieducazione ha storicamente avuto l'obiettivo correzionale di piegarle al ruolo sessuale tradizionale. Una narrazione che perdura anche ai giorni nostri.\n\nLe detenute in Italia si trovano, nella stragrande maggioranza, in sezioni ricavate all'interno di istituti disegnati per gli uomini, in contesti che, per quanto apparentemente meno coercitivi, non sono attraversati da un pensiero che tenga conto delle differenze di genere. In maniera non dissimile a quanto avviene fuori del carcere, la donna che viene privata della libertà diventa una categoria residua, e ciò è quanto ritroviamo anche in ambito cinematografico, dove le pellicole che parlano della carcerazione femminile sono residuali rispetto alla narrazione filmografica sul carcere, confermando un dominio maschile nella dimensione pubblica del discorso. La specificità della condizione femminile in carcere sembra venire affrontata soprattutto in relazione alla condizione di maternità: sono donne, sono madri, aderenti quindi al ruolo biologico loro assegnatole.\n\nDi questo tratta *107 madri* (2021), un docufilm che il regista slovacco Peter Kerekes ha presentato al 78o Festival del Cinema di Venezia e che non è mai stato distribuito, né al cinema né nelle piattaforme di streaming. Il film, girato in presa diretta in un carcere femminile, racconta la storia di Lesya che, macchiatasi di un delitto passionale e per questo condannata a scontare sette anni in una delle strutture correzionali femminili di Odessa, ha appena dato alla luce il suo primo figlio e si ritrova a entrare in un reparto popolato di sole donne. Sono detenute, infermiere e guardie, donne di tutte le età, mogli e vedove, figlie, sorelle, donne incinte e donne con bambini. Un film femminile, più che carcerario, con cui il regista ci restituisce una visione molto tradizionale di quello che sembra essere la sola cosa che conta per una donna. Tuttavia le centosette madri trovano in quella maternità temporanea, ovvero prima che il bambino venga loro sottratto, la possibilità di dare un senso alla propria esistenza, e ciò le avvantaggia rispetto a quelle detenute che si ritrovano sole, senza una famiglia a cui pensare e in cui pensarsi una volta uscite da quella prigionia.\n\nAnche *Malqueridas* (2023) della regista cilena Tana Gilbert è un documentario, presentato anch'esso al Festival del Cinema di Venezia che, pur vincendo il Gran Premio della Settimana della Critica, non è mai uscito nelle sale cinematografiche in Italia, e non ha neppure trovato una distribuzione nelle piattaforme di streaming. Realizzato attraverso una serie di filmini raccolti con vecchi cellulari tenuti clandestinamente dalle carcerate stesse, affronta la condizione carceraria delle donne filtrandola attraverso il tema della maternità. Siamo in Cile, le *malqueridas* del titolo sono le «malvolute», donne recluse che scontano lunghe pene lontane dai loro affetti. I figli e le figlie crescono lontano da loro, ma rimangono sempre nei loro cuori. In prigione trovano l'affetto delle altre detenute che condividono la loro stessa esperienza e il sostegno reciproco tra queste donne diventa una forma di resistenza e di emancipazione.\n\nIn tema di carcerazione, ciò che sembra continuare a mancare è una tutela delle soggettività femminili al plurale, nelle diverse dimensioni della vita in cui le donne si esprimono e continueranno a esprimersi, nonostante e dopo il carcere. Al tema del reinserimento nella società è dedicato il film *La seconda vita* (2024) che il regista Vito Palmieri ha presentato al Bif\u0026st 2024 (Bari International Film Festival). Anna è una giovane donna che tenta di ricostruire la propria esistenza dopo anni di carcere. La sua ricerca di un nuovo posto nella società corre lungo due fili: uno positivo rappresentato dall'incontro con Antonio, l'unico che potrebbe realmente «ripararla» offrendole una occasione per reinventarsi, l'altro negativo delineato dalla condanna morale, che Anna non riesce a scrollarsi di dosso, perpetuata dal chiacchiericcio giudicante della gente del paese. Girato a Peccioli, piccolo comune toscano, il film in prima battuta mette in luce l'apparente bontà e intimità tra gli abitanti del luogo, ma subito dopo denuncia il falso buonismo e il pregiudizio presenti proprio in una comunità ristretta. Il problema del dopo-carcere è cruciale per chiunque, perché presuppone il dover rimontare la china col fardello di un'impronta pesante, ma anche qui la donna subisce una stigmatizzazione maggiore rispetto all'uomo, quasi avesse mancato di rispondere al ruolo di moglie e madre che la società le assegna, al di là del reato commesso. A ciò si deve anche che la donna, spesso detenuta per microcriminalità di strada, rompa il legame con la propria famiglia di provenienza ben più frequentemente di quanto non accada per gli uomini – colpevoli solo di aver infranto, in alcuni casi con onore, il penale – rendendo ancora più in salita il percorso di reinserimento.\n\nSe il fine della pena è quello di reintegrare le persone nella società, la loro vita affettiva dovrebbe essere il più possibile simile alla vita fuori del carcere, mantenendo e tutelando le relazioni con quell'esterno al quale, alla fine della detenzione, faranno ritorno. Il diritto all'affettività e alla sessualità per una persona detenuta sono fondamentali quanto il diritto alla salute. Su questo fronte il nostro Paese è terribilmente indietro: è datata solo febbraio 2024 la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il divieto assoluto di affettività in carcere. Qualcosa sembra pertanto muoversi nel garantire momenti di intimità all'interno degli spazi detentivi affinché le persone recluse possano esercitare il loro diritto alla sessualità non solo al di fuori del carcere, durante le uscite in permesso. Oltretutto, poiché i permessi sono connessi alla premialità, anche la sessualità, nei fatti è stata fin qui trattata alla stregua di un premio, a cui, tra l'altro non possono accedere le persone in custodia cautelare. Al tema dell'affettività tra le sbarre ci riporta *Fiore* (2016) di Claudio Giovannesi. Daphne, minorenne, viene arrestata per aver tentato di rubare un telefonino nella stazione in cui dormiva. Nel carcere minorile dove viene rinchiusa si innamora di Josh, un altro giovane rapinatore. Essendo impossibile per ragazzi e ragazze incontrarsi in questo contesto, la relazione tra i due viene vissuta solo attraverso gli sguardi, le brevi conversazioni attraverso le sbarre e le lettere clandestine. La mancanza di libertà è mancanza di amore. Mediante la figura della protagonista, il regista mostra il ventaglio di emozioni che attraversano un'adolescente reclusa: l'orgoglio di chi lotta, nonostante tutto, per preservare la propria dignità, l'amore per un suo coetaneo, la speranza di una fuga finale e, soprattutto, la rabbia di chi è relegata ai margini della società, con una madre di cui nulla si sa e un padre appena uscito di galera, quasi a voler significare che il carcere è ereditario.\n\nIl numero limitato di presenze femminili fa sì che, nella gestione degli istituti penitenziari le risorse economiche, il personale e le attività proposte vengano convogliate sulla parte maschile, numericamente più ponderante. Il mondo del cinema si è allineato perfettamente a questa tendenza: i film che affrontano il tema della carcerazione femminile sono quantitativamente pochi e troppo spesso non trovano canali di distribuzione, né nelle sale cinematografiche, né sulle piattaforme di streaming. Sono film invisibili, come alcuni di quelli che vi abbiamo proposto in questo percorso di (non) visioni, con cui abbiamo comunque voluto dare visibilità a coloro che sono condannate a essere le marginali dei marginali del sistema carcerario.\n\n#### Inquadra il QR-code per vedere spezzoni e trailer dei film citati:\n\n![](/numeri/immagini/11/_page_141_Picture_1.jpeg)\n\nMagdalene\n\n![](/numeri/immagini/11/_page_141_Picture_3.jpeg)\n\nPhilomena\n\n![](/numeri/immagini/11/_page_141_Picture_4.jpeg)\n\nPiccole cose come queste\n\n![](/numeri/immagini/11/_page_141_Picture_5.jpeg)\n\n\nRagazze interrotte\n\n\n![](/numeri/immagini/11/_page_141_Picture_10.jpeg)\n\n107 Madri\n\n![](/numeri/immagini/11/_page_141_Picture_12.jpeg)\n\nMalqueridas\n\n![](/numeri/immagini/11/_page_141_Picture_13.jpeg)\n\nLa seconda vita\n\n![](/numeri/immagini/11/_page_141_Picture_14.jpeg)\n\nFiore\n"
