La filosofia e il carcere. Esperienze e riflessioni con molto tempo e poco spazio a disposizione
Premessa
Prima di ogni descrizione di esperienze così implicanti e considerevoli realizzate all’interno dei sistemi penitenziari vorrei condividere una perplessità, un dubbio. Un movimento forse ingenuo che intende interrogare il concetto di carcere in generale e il nostro rapporto con la visione di mondo che tale istituzione totale porta con sé in particolare. Immagino che nella mente e nel cuore di ogni anarchico, di ogni libertario, di ogni soggetto con un briciolo di umanità, innanzi a un sistema che per definizione privi la libertà ad altri uomini e donne, si facciano avanti diverse tensioni e diverse reazioni. C’è chi pensa che la cosa migliore da fare sia allontanarsi nel modo più netto dal problema, dal fenomeno, da tale luogo. Non solo sperare di non averci a che fare in quanto soggetti potenzialmente incarcerabili (inutile che sia io qui in questa rivista a ricordare quanti episodi incredibili in questo senso vi siano da raccontare), ma anche e soprattutto come cittadini che non intendono, con la loro azione e i loro pensieri fornire conforto ed energia a un sistema che in ultima istanza privi, a prescindere dall’azione commessa, altri soggetti del bene forse più prezioso ovvero della libertà. Chiudere qualcuno in una cella dove ci sono sbarre e poco spazio a disposizione, dove tutto sembra disumano non può e non deve essere ritenuto qualcosa a cui abituarsi, qualcosa su cui non riflettere radicalmente. Detto ciò, forse premessa necessaria e non certo capace di dipanare la matassa, sono a mettere in luce qualcosa di implicante che dentro le mura del carcere è avvenuto tanto tempo fa e anche e soprattutto che sta avvenendo ora, in modo ben più definito e strutturato. Qualcosa che ha a che fare proprio con la filosofia. Troviamo conforto nelle celeberrime righe conclusive de Le Città invisibili di Calvino quando Polo indica una strada possibile. Percorso impervio, faticoso, impegnativo ovvero riconoscere nell’inferno ciò che inferno non è. Anche nel carcere si tratta di provare a individuare ciò che, pur fra le sbarre, in celle poco ridotte, carcere non è. Vale davvero la pena leggere e rileggere le righe quasi come un esercizio, una pratica mobilitante e al tempo stesso autoeducante:
«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto da non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio»1.
1 Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano 2002, p.164.
La filosofia all’Istituto Penale per minori Beccaria di Milano
Iniziamo con alcuni accenni riferiti a un progetto che ho avuto la possibilità di realizzare presso l’Istituto penale per minori Cesare Beccaria di Milano. Stiamo parlando di oltre vent’anni fa e mi permetto di riportare questa esperienza, che mi vedeva coinvolto direttamente come operatore, soprattutto perché rappresentava il primo intervento educativo presso la struttura penitenziaria per minori di Milano caratterizzato da un approccio filosofico. C’era allora e ancora oggi c’è chi ritiene che la filosofia si possa incontrare solo in determinati e definiti contesti: scuole superiori dove risulta essere presente come materia di studio, nei licei con due o tre ore settimanali negli ultimi tre anni e naturalmente nelle Università. Ecco le residenze abituali della filosofia, luoghi rispettabili, raccomandabili, seri. C’era allora e c’è ancora chi sfida questa convinzione che ruota intorno all’esclusività di questi luoghi come unici territori della divulgazione del sapere filosofico, immaginando una pluralità di spazi disponibili alla condivisione dell’esperienza filosofica. Ecco che divengono possibili ulteriori contesti per pensare insieme, luoghi estremi, come le carceri appunto. Con questa visione parlavamo di «estremismo filosofico» quando avevamo realizzato quella esperienza, quasi una provocazione, una sfida coraggiosa di cui avevo avuto modo di lasciare traccia in un contributo per la rivista FilosoFare2 e di cui qui andiamo a ripercorrere alcuni passaggi. Ricordo che in quelle circostanze avevamo pochi alleati, molta freddezza. Per fortuna qualche amico. Dalle pagine del portale di Filosofia Fuori Le Mura ricavammo un prezioso incoraggiamento: «Semmai la filosofia sia stata un privilegio è il momento che diventi un diritto, quello per ognuno di potersi chiedere del senso del proprio esistere e vivere, delle proprie scelte e azioni. Sarà come il diritto di un privilegio necessario. Se poi la filosofia si occupa di questioni ultime ed estreme è sui luoghi estremi e ultimi che deve essere portata per sentire se ha qualcosa da dire o se non debba essere invece abbandonata come un giocattolo rotto. E’ il momento in cui l’autodisciplina degli studi si apra alle vicissitudini»3. Negli scritti di Giuseppe Ferraro ulteriori stimoli: «lo spazio della filosofia in carcere è educativo, etico. Il fine è dar luogo ad una comunità dialogica, non per rifare la storia della filosofia, ma per passarsi la parola lungo un cammino di ricerca»4. Le attività presso l’Istituto penale per minori di Milano, in realtà, non erano iniziate con l’idea di sviluppare un percorso di natura filosofica. Il progetto pensato e realizzato dal circolo Gattonero-Gattobianco dell’associazione Arciragazzi5, nella sua fase iniziale, attorno al 2001, intendeva coinvolgere i giovani detenuti all’esterno della struttura, evidentemente nei momenti di permesso concessi dal magistrato, con l’obiettivo di condividere esperienze significative di socializzazione. Venivano organizzate escursioni, attività ludiche, attività laboratoriali di natura artistica e creativa6. In buona sostanza si pensava di far incontrare i giovani detenuti, spesso provenienti da culture diverse, con gli abituali frequentatori dei circoli Arciragazzi al fine di creare momenti di confronto e di scambio. L’idea di fondo era quella di permettere, facilitare relazioni fra coetanei. Non solo, si cercava uno sguardo diverso sulla città e sul modo con il quale era stata fin a quel punto abitata, con l’intenzione di scoprire nuove possibilità, valorizzare i talenti non del tutto espressi, mettere in gioco i desideri, in qualche modo evadere (termine rischioso dato il contesto di cui parliamo) da certi stereotipi. Tutto questo lavoro avveniva all’esterno della struttura e solo raramente il gruppo di educatori, anzi sedicenti educatori, del progetto in questione (chi vi scrive, Emilia Covello, Stefano Fascioli, Antonio Monzeglio, Umberto Grigolini) entrava dentro le mura della struttura per trascorrere del tempo con i ragazzi e le ragazze. Scriviamo sedicenti educatori perché in realtà nessuno dei soggetti sopra nominati possedeva il titolo di educatore. Tutti laureati in filosofia con l’eccezione di Antonio Monzeglio, laureato in scienze politiche. Rimane il dato che alcuni interventi di rilievo educativo venissero svolti da soggetti non precisamente definibili educatori, ma da uomini e donne che, evidentemente, desideravano sviluppare un percorso, avere una prossimità con certe realtà. Potremmo anche dire che in carcere prima della filosofia entrarono i laureati e le laureate in filosofia. A partire dal 2005, in conseguenza di alcuni episodi7 avvenuti sia all’interno sia all’esterno della struttura carceraria il magistrato ha negato la possibilità a molti giovani detenuti di partecipare a progetti che trovavano sviluppo all’esterno delle mura. Ci siamo trovati costretti a ripensare le linee del nostro intervento. Che fare? Soprattutto, che pensare? La risposta fu proprio nella direzione del pensare. Provare a pensare insieme ai ragazzi. Lavorammo ispirati dalla proposta di Lipman, dal movimento educativo della philosophy for children8. Del resto non potevamo più uscire dalla struttura, non si poteva più andare in montagna, realizzare attività laboratoriali nei centri sociali della città, frequentare il Teatro della Cooperativa di Niguarda. Non rimaneva che condividere, con i giovani ospiti del Carcere minorile milanese, due antiche categorie filosofiche ossia il tempo (parecchio) e lo spazio (ristretto). L’esperienza del Beccaria, ripensandola a distanza di diversi anni, mostra entusiasmo e forse anche una certa dose di improvvisazione tuttavia rimane un percorso di particolare valore anche in termini di autoformazione per chi vi scrive e per chi ha avuto la possibilità di viverla.
2 Pierpaolo Casarin, Estremismo filosofico: l’esperienza nel carcere minorile Cesare Beccaria di Milano, in Alessandro Volpone (a cura di), FilosoFare. Cura e orientamento al valore, «Quaderni di pratica filosofia», n. 2, Liguori editore, Napoli 2009, pp. 147-162.
3 Il portale Filosofia Fuori Le Mura mira ad una pratica di dislocazione della filosofia nelle scuole, per le strade, tra i giovani, nei centri di accoglienza, nelle carceri, negli ospedali. (filosofiafuorilemura.it).
4 Giuseppe Ferraro, L’innocenza della verità, Filema Editore, Napoli 2008, p. 26.
5 Arciragazzi è un’associazione educativa nazionale fondata da Carlo Paglierini nel 1981 con l’obiettivo di valorizzare e consolidare il protagonismo sociale dei ragazzi e delle ragazze. Ha sedi in molte regioni italiane con diversi circoli e diecimila soci. Arciragazzi comitato milanese opera sul territorio dal 1983 e da allora ha attivato una significativa rete di relazioni con il sistema dei servizi socio-educativi e del tempo libero. L’associazione Arciragazzi, in virtù dell’impegno e delle attività dei suoi circoli è da sempre attiva come ente del terzo settore alla costruzione di un nuovo sistema di protezione sociale, con particolare attenzione alle forme di prevenzione e di contrasto del disagio giovanile e dell’emarginazione sociale, e più in generale alla promozione dei diritti dei ragazzi. A partire dalla primavera 2001 Arciragazzi promuove e sviluppa in modo continuativo, utilizzando finanziamenti pubblici e privati, progetti rivolti ai giovani detenuti presso l’IPM Cesare Beccaria.
6 Presso il circolo Arciragazzi Il Cerchio di Via Rovetta a Milano, è stato possibile realizzare un murales grazie alla preziosa collaborazione della maestra di arte Margarita Clement. Presso il Teatro della Cooperativa è stato promosso un avvicinamento al teatro con la supervisione del regista Renato Sarti. Attività legate allo sviluppo delle competenze informatiche sono state suggerite e sviluppate con grande abilità da Antonella Eberlin.

7 Tensioni all’interno della struttura e un’evasione di un detenuto nel corso di un’attività esterna.
8 Cfr.: Matthew Lipman, Il prisma dei perché, Liguori editore, Napoli, 2004.

Progetto Carcere. Università degli studi di Milano
Di tutt’altro rilievo, per quantità e qualità, l’esperienza progettata e realizzata dall’Università degli studi di Milano nel corso degli ultimi anni. Ne descriveremo alcuni aspetti anche e soprattutto grazie ad alcune riflessioni che ho avuto il piacere di condividere con Stefano Simonetta, Lucrezia Sperolini, Lucia Manzoni e Giada Collauto, rispettivamente professore e coordinatore dell’intero progetto, Phd student all’Università di Westminster e studentesse di Filosofia e Beni culturali dell’Università di Milano. Il loro contributo è risultato davvero prezioso9 e mi ha permesso di raggiungere una, mi auguro sufficiente, consapevolezza intorno alla fisionomia di tale esperienza.
9 Il lavoro di ricerca di Lucrezia Sperolini trova ulteriore articolazione in un contributo che ha trovato spazio nel numero 14 del 2023 della rivista Open Access di filosofia e cultura Nóema diretta da Rossella Fabbrichesi, professoressa di Filosofia teoretica del Dipartimento di Filosofia. Le riflessioni di Stefano Simonetta provengono sia da colloqui informali che ho avuto il piacere di condividere con lui sia da alcuni passaggi dell’intervista che Simonetta ha rilasciato a Ornella Sgroi nel fascicolo del Corriere della Sera del 4 febbraio 2025 dedicato all’Università di Milano in occasione dei suoi cento anni. Con Lucia Manzoni e Giada Collauto ho avuto modo di instaurare delle conversazioni informali e poi ho chiesto loro una breve riflessione scritta che ho riportato integralmente.
Un progetto che dalla sua nascita, nel 2015/2016, grazie appunto all’iniziativa di Stefano Simonetta, professore di storia della filosofia medioevale e prorettore delegato ai Servizi agli studenti e al diritto allo studio, ha saputo coinvolgere duecentocinquanta studenti. L’università milanese svolge, dal 2016 per ogni anno accademico, all’interno delle case di reclusione di Opera e Bollate, dei moduli didattici che prevedono la partecipazione congiunta di studenti e studentesse dall’esterno e di persone ristrette. I moduli e i laboratori rappresentano non solo una fondamentale occasione di studio e approfondimento per i soggetti in condizione di detenzione, che non possono seguire le lezioni universitarie all’esterno, ma forniscono anche un’opportunità arricchente sul piano umano, culturale e personale per studenti e studentesse che sono chiamati in causa nel progetto. Stefano Simonetta sottolinea il fatto che tale progettualità abbia reso possibile l’iscrizione gratuita all’Università per i soggetti in esecuzione penale interna o esterna fino al conseguimento della laurea anche oltre il momento della conclusione della pena. Si tratta di una modalità finalizzata al mantenimento dell’interesse per lo studio anche una volta concluso il periodo di detenzione. Inizialmente molti detenuti sembrano iscriversi per avere qualche attività da svolgere in carcere, attenuando così la fatica della condizione a cui sono sottoposti, strada facendo la situazione sembra cambiare e prevale la passione e l’interesse reale per lo studio che viene proseguito anche all’esterno della struttura penitenziaria una volta conclusa la pena. A motivare ulteriormente è il fatto, prosegue Simonetta, che i docenti dell’Università vanno in carcere a fare lezione per offrire agli «studenti ristretti» l’esperienza dell’aula, promuovendo classi miste con iscritti esterni liberi che scelgono questi corsi. Al centro del progetto si colloca la rete dei tutor costituita da 220 figure. Studenti universitari che, con cadenza settimanale, si recano in carcere per studiare insieme a studenti ristretti dello stesso corso di laurea, o di corsi affini, scegliendo insieme gli esami, portando loro i libri e i materiali necessari e creando le condizioni per un confronto continuo. Ogni detenuto può condividere il percorso di studi insieme a un tutor. Si tratta di un’esperienza molto importante che non solo favorisce lo studio, ma permette a tutte le figure coinvolte nell’attività di vivere una dimensione relazionale molto significativa. La posta in gioco del progetto è certamente, conclude Stefano Simonetta, la possibilità per i soggetti detenuti di comprendere la potenzialità trasformatrice ed emancipatrice dello studio e della ricerca.
Ci pare interessante leggere alcune testimonianze dei soggetti in gioco. Prima le parole di un detenuto e poi quelle di due tutor, Lucia Manzoni e Giada Collauto. Da un passaggio della lettera personale di L. gentilmente trasmessa da Lucrezia Sperolini:
Pochi sanno che gli studenti “interni” hanno molte restrizioni e limitazioni che si traducono in difficoltà aggiuntive nello studio in generale. A volte difficoltà facilmente superabili, a volte difficoltà che scoraggiano il proseguo degli studi. I tutor giocano un ruolo importante in tutto questo e non parlo solo del portare i libri allo studente, aiutarlo a prepararsi e fare le prove d’esame. A volte subiscono anche loro queste difficoltà e limitazioni e solo una ferrea pazienza e un credo illimitato nella missione che svolgono può dargli forza e convinzione nel proseguire. Spesso, dinnanzi all’impotenza del loro assistito detenuto, sono loro stessi che si adoperano per abbattere/affievolire queste difficoltà aggiuntive per ottimizzare il tempo a loro disposizione e migliorarne il luogo e il percorso di studio, facendosi portavoce delle problematiche, da illustratori, da mediatori e da risolutori laddove possibile. Altre volte il contesto e la condizione dello “studente assistito”, gli chiede anche una bontà d’animo che delinea il rapporto umano, quindi il loro sostegno supera il confine dello studio senza mai perdere di vista l’obiettivo maestro. Trovano sempre parole giuste da spendere per ravvivare e alimentare la voglia di studiare nei “loro” studenti. Sono pazienti, ascoltano, stimolano, condividono. Loro sono la prima linea anche nell’agevolare e garantire, all’interno del carcere, il sacrosanto diritto all’istruzione dei detenuti. In un luogo “sterile” in fatto di interazioni e scambi culturali, loro se ne fanno portatori e stimolatori.
Ecco le riflessioni di Lucia Manzoni, tutor del progetto e studentessa di filosofia:
Ho pensato di rileggere le lettere scritte dal mio studente A. per poter trasporre in maniera fedele quella che è stata la mia esperienza come volontaria. E ho concluso che l’unico reale motivo per cui volevo farlo era quello di dare spazio a un’esigenza documentaristica, quasi a valore di testimonianza. Di testimonianze ce n’è un gran bisogno a mio parere. Soprattutto in realtà che vengono costantemente rimosse dal nostro vivere quotidiano. Tuttavia non credo che sarebbe la cosa più giusta da fare. Per quello che concerne me, infatti, devo dire, che ciò che ha avuto maggiore significato non può essere ricondotto a un prendere atto o un portare con sé come traccia indelebile. Certo, anche quello è avvenuto. Ma ora che ci penso con attenzione, mi sembra che io non abbia portato via con me nulla. Ciò che intendo dire è che non si è trattato mai di un prendere e riporre da qualche parte. La mia esperienza nel carcere di Opera è stata più simile a un “incorporare”. È come se avessi fatto esperienza di una vita che non avrei mai visto altrimenti. Non nel senso che l’ho vissuta. Quello no, non accade. Ma nel senso che l’ho attraversata, l’ho incontrata, qualche volta respinta, non sempre capita. Però mi è arrivata direttamente incontro, senza fingersi diversa. E io, in maniera un po’ goffa, ho cercato di essere pronta a dialogare con lei. È davvero difficile dire cosa di quella vita abbia filtrato o se io abbia filtrato qualcosa. Mi ricordo distintamente le sorprese che conoscere questa vita ha portato con me tra cui la profonda sensibilità e intelligenza di chi l’aveva subita. Non solo questo. Anche il calore, l’apertura la curiosità disinteressata, nonostante la consapevolezza che io sarei stata solo di passaggio. Che cosa porta con sé tutto questo? Nulla perché è l’“in sé” dell’entrare in una vita completamente ignota e estranea che permette un’acquisizione non circoscrivibile. Ho in me il segno di ore senza tempo passate in un luogo dimenticato in cui, eppure, c’è tanta vita che vuole vivere. E spero che, nell’incontro costante con essa, ci saranno più corpi attraversati e meno vite che assumono l’arduo compito di essere anche testimonianza. Una testimonianza fatta di vivida sofferenza e speranza sempre più evanescente.
Alcune riflessioni di Giada Collauto, studentessa di Beni culturali sempre impegnata come tutor nel progetto:
La mia esperienza presso il carcere - casa circondariale - di Bollate è durata cinque anni, dal 2019 al 2024. Ho seguito tre studenti, due dei quali hanno abbandonato lo studio, cosa che inizialmente ho vissuto quasi come una sconfitta personale. In base a ciò che ho visto e le soggettività con cui sono entrata in contatto, direi che la scelta di iscriversi ad un corso di laurea quando si hanno attorno mura carcerarie non è dovuta a possibili opportunità lavorative una volta fuori, ma più alla voglia di ri-scoprirsi umani, appassionati di qualcosa. Questo è tanto più vero se consideriamo che molti studenti hanno davanti ancora tanti anni di reclusione, e alcuni dei corsi di laurea più frequentati siano quelli afferenti a studi umanistici. È il caso di tutti e tre gli studenti che ho seguito, che hanno scelto l’indirizzo di Beni Culturali perché volevano approfondire e riscoprire l’interesse per la storia, la letteratura e le arti figurative che magari avevano in gioventù. Ho visto questi ragazzi mossi da curiosità. Non c’è un fine “utile” in questo senso, ma l’aver frequentato un corso di laurea ti dà la possibilità di essere visto in modo diverso una volta fuori. Quel che ho visto più di tutto è stato il desiderio di confronto con l’esterno, la volontà di farsi conoscere al di là del reato commesso, e di dimostrarlo a noi tutor e a sé stessi. Iscriversi all’università in carcere è anche un modo per passare il tempo, è innegabile: tante volte, programmando il prossimo incontro con uno studente, questo mi ha risposto che sarei potuta venire in qualunque momento, che lui tanto non avrebbe avuto altro da fare. Ci sono state delle indubbie difficoltà, una buona parte degli studenti ha origini straniere e ha difficoltà con la lingua e la comprensione dei libri di testo. C’è chi ha conseguito il diploma superiore presso il carcere, o chi molti anni prima, e il supporto da parte del tutor è anche quello di accompagnare lo studente nell’imparare a imparare, nell’acquisizione di un metodo di studio.
Il «Progetto Carcere» rappresenta l’esito di un accordo tra l’Università degli Studi di Milano e il PRAP (Provveditorato Regionale di Amministrazione Penitenziaria) della Lombardia, al fine di garantire l’esigibilità del diritto allo studio universitario all’interno delle carceri lombarde indicate come poli universitari penitenziari. Il diritto allo studio è mantenuto dalle persone che si trovano in una condizione di privazione della libertà e, scrive Lucrezia Sperolini, «dovrebbe essere tutelato dall’art. 15 dell’Ordinamento Penitenziario, che, nel comma 1, lo considera tra i principali strumenti di cui deve avvalersi il trattamento del condannato, con l’obiettivo di agevolarne gli opportuni contatti con il mondo esterno»10. Alla luce di questa situazione Lucrezia Sperolini mette in evidenza il significato profondo del compito di portare l’Università, intesa come istituzione ma anche come comunità di ricerca, all’interno delle carceri. Mi colpisce molto questa modo di intendere l’Università come comunità di ricerca, uno sguardo promettente. Il concetto di comunità di ricerca11 risulta essere centrale nella proposta della Philosophy for children di Lipman e Sharp, ereditato dal pensiero di Peirce e Dewey. Ricerca e comunità portano con sé istanze autocritiche e dimensioni pratiche. La comunità di ricerca non va intesa come processo fine a sé stesso, ma si mostra con un obiettivo da raggiungere, si tratta di un processo che si spinge fin dove conduce l’argomentazione. Lo scopo potrebbe essere il raggiungimento di sensibilità e consapevolezze critiche e autocritiche. Di rilievo nella visione della Philosophy for children-community proposta da Lipman risulta essere il pensiero caring. Una particolare cura attribuita sia al contenuto sia al processo condiviso. La cura alle modalità di questo processo risulta essere ciò che permette la creazione di un clima fertile, di una sensibilità spiccata che permette di generare apprendimento e legami virtuosi. Anche in carcere. Elemento di grande rilevanza risulta essere quello di rendere possibile la fruibilità di un diritto. In questa prospettiva Lucrezia Sperolini ci suggerisce alcune riflessioni di Luca Decembrotto dove si sottolinea quanto le opportunità di formazione universitaria «fornite in modo continuativo, accessibili, flessibili, garantite allo stesso livello di qualità di quelle offerte all’esterno, abbiano il loro fondamento nella democratizzazione, nell’uguaglianza e nell’inclusione»12. Se si riconosce e valorizza il ruolo dell’istruzione e dell’Università come possibili strumenti di lotta all’esclusione sociale di alcuni soggetti, non si può non sottolineare il valore etico e politico di un’idea di conoscenza come esperienza sociale, «attraverso cui sviluppare, oltre l’apprendimento delle nozioni, la possibilità di sperimentarsi e sperimentare la stessa collettività in senso liberante, democratico e tollerante»13, favorendo, tempi di confronto di segno opposto rispetto a quelli solitamente sperimentati in carcere. In questo modo, aggiunge Lucrezia Sperolini, «la presenza delle Università e degli studenti all’interno delle carceri diventa l’occasione per creare una dimensione collettiva di sapere che, contro le discipline normalizzanti e deresponsabilizzanti, possa portare avanti una dimensione di confronto, dialogo e riflessione critica»14. La posta in gioco sembra essere data dal riconoscersi in una comunità che avverta la necessità di trovare un equilibrio capace di determinare la possibilità di rispondere alla richiesta di sicurezza della società con l’idea che, scrive Simonetta, «la sicurezza collettiva si trovi nei diritti individuali e non nella loro contrazione»15.

10 Lucrezia Sperolini, La formazione filosofica come pratica di soggettivazione nel contesto penitenziario. Una riflessione attraverso Foucault, in «Rivista Noéma» n. 14 Anno 2023, pag. 80.
11 Cfr. Pierpaolo Casarin, Philosophy for children: tempi e spazi in divenire, in Propositi di filosofia 1, Pierpaolo Casarin, Silvia Bevilacqua (a cura di), Mimesis edizioni, Milano-Udine 2021.
12 Cfr. L. Decembrotto, Educazione, carcere e diritti, in Università e carcere. Il diritto allo studio tra vincoli e progettualità, in L. Decembrotto - V. Friso (a cura di), Guerini e Associati, Milano 2019, p, 79.
13 Ivi, p.83.
14 L. Sperolini, La formazione filosofica come pratica di soggettivazione nel contesto penitenziario. Una riflessione attraverso Foucault, in «Rivista Noéma» n. 14 Anno 2023, pag. 81.
15 S. Simonetta, Raccogliere la chiave gettata via. Lezioni di filosofia entro le mura delle carceri, in In cattedra. Il docente universitario in otto autoritratti, C. Cappelletto (a cura di), Raffaello Cortina Editore, Milano 2019, p. 312.

