title: "Guardare alle cause della povertà per ribellarsi, già troppo si è atteso"
date: "2025-06-01"
autori:
  - "Guido Candela"
numero: "11"
sezione: "Approfondimenti"
pagina: 62
permalink: "https://semisottolaneve.net/articoli/11-cause-della-poverta/"
content: "\n… mi possono arrestare: ma non tradirò mai i poveri, gli indifesi, gli oppressi: non aggiungerò al disprezzo con cui sono trattati dai potenti l'oblio od il disinteresse dei cristiani […] riprendo la mia libertà totale, la mia «permanente franchigia» di uomo che non ha mai chiesto di essere dove è e mi sento libero, «anarchico», a Dio solo soggetto! *(Giorgio La Pira, Lettera a Amintore Fanfani, 27 novembre 1953, in Deidda e Montanari, 2023).*\n\n**1.**\n\nLa povertà è la manifestazione esplicita della disuguaglianza, due facce della stessa medaglia: «La povertà e la disuguaglianza incidono negativamente sulla salute, l'istruzione, la coesione sociale, la stabilità politica ed economica» (Acocella 2023, p. 91). La povertà è facile da riconoscere – salta agli occhi – ma è complessa da misurare.\n\nSi definisce povera una persona che ha un reddito inferiore a un certo valore; a livello internazionale (un valore medio mondiale) si considera la soglia di 2,15 dollari al giorno per persona, in Italia dal 2022 la soglia per una famiglia di due componenti è di 1.150 euro al mese. In questo caso si parla di *povertà assoluta* poiché non si fa riferimento al reddito comparato degli altri. Mentre si definisce *povertà relativa* quella che guarda all'intera distribuzione dei redditi, misurata tramite indici analitici (solitamente la percentuale del reddito complessivo detenuta dal 10% più povero *versus* quella detenuta dal 10% più ricco) oppure da indici sintetici, fra i quali il più usato è il coefficiente di Gini. La povertà relativa non coincide necessariamente con quella assoluta.\n\nUn indicatore rilevante nello sviluppo e nel ciclo economico di un paese è la quota di persone a rischio di povertà (il cosiddetto *tasso di povertà*) che è quella percentuale di popolazione che ha un reddito inferiore al 60% del reddito mediano. È quindi una misura mobile che varia con il reddito medio e mediano, cioè quel reddito che divide in due la distribuzione ordinata in senso crescente dei redditi.\n\nLa misura della povertà è diversa a seconda del reddito cui si fa riferimento: il reddito lordo; il reddito disponibile, al netto di oneri e tasse; il reddito prima o dopo i trasferimenti pubblici, il sostegno dello Stato a favore delle famiglie. Confrontare la distribuzione dei redditi prima e dopo i trasferimenti consente di valutare l'efficacia della politica pubblica, poiché i tassi di povertà effettivi possono muoversi in direzioni diverse, aumentare o diminuire, a seconda dell'efficacia e della modalità con cui il governo attua i trasferimenti (Acocella 2023, p. 102 e sgg.).\n\nInfine, la diseguaglianza può essere riferita al reddito, il guadagno mensile della persona, oppure al patrimonio, il fondo di «roba», di cespiti finanziari e di moneta di proprietà della persona. Sono due nozioni di povertà diverse ma fortemente correlate: la persona che ha poco reddito, ha anche limitate proprietà patrimoniali, se non è non catturata da un'incoerente tensione al consumo imitativo, che induce lei o lui a indebitarsi e ad «arrangiarsi» per disporre di roba che consenta un atteggiamento ostentativo.\n\nCome si dà una misura della povertà, altrettanto si dà una misura della ricchezza, spesso usata come riferimento al top dei mercati dell'arte: gli *Hight Net Worth Individual* (HNWI), sono persone che hanno un patrimonio netto disponibile «liquido» di un milione di dollari; i very-HNWI hanno una disponibilità di almeno cinque milioni di dollari; gli ultra-HNWI possiedono una ricchezza disponibile di oltre 30 milioni di dollari.\n\n#### 2.\n\nNel mondo fra gli Stati e negli Stati fra le persone permangono sacche di estrema povertà e importanti diseguaglianze perché i poveri sono impediti o non sono motivati nel ribellarsi: «Che i ricchi sappiano almeno che i poveri sono alla loro porta e fanno la posta agli avanzi dei loro festini» (Paolo VI, enciclica *Populorum Progressio*, 1967, n. 83). Ciò accade perché: i) le democrazie illiberali (Mulieri 2024), le oligarchie e le dittature laiche o religiose rendono i poveri in «servitù volontaria» (de La Boëtie 2014); ii) le democrazie liberali narrano delle *tall tales*, dei racconti esagerati di eventi reali che si ispirano a «particolari» teorie economiche oppure a specifiche pratiche politiche, che Joseph E. Stiglitz (2024), premio Nobel per l'economia nel 2001, riferisce a Friedrich von Hayek e Milton Friedman oppure a Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Queste narrazioni sono parabole che sostengono come la ricchezza di pochi sia nell'interesse di tutti, a prescindere dell'eventuale filantropia dei magnati o per effetto dei trasferimenti pubblici che gli Stati sviluppati possono permettersi, come *welfare state* o reddito di cittadinanza. Sono racconti che portano «la gente alla rassegnazione passiva che fa tanto comodo a quelli che hanno in mano il potere e i quattrini» (Mazzi 2023, p. 155).\n\nIl modello dello sgocciolamento sostiene che le risorse di capitale e la libera iniziativa, concesse ai «bravi ragazzi» della borghesia per realizzare investimenti e innovazioni a fronte di un rischio personale (Schumpeter 2002), causano uno sviluppo economico che inevitabilmente e automaticamente si riversa a cascata, sgocciola da un sacco bucato (*trickle down*), fino a lambire positivamente ogni strato della popolazione. Facendo leva sulla dinamica della concorrenza e del mercato, sull'efficienza, sulla produttività e sulla libera sovranità dei consumatori, l'azione dei bravi ragazzi, pur motivata dall'interesse personale, coinvolge tutti perché tutti ne traggono vantaggio, seppure in modalità e quantità differenti.\n\nIl modello dell'alta marea percorre lo stesso concetto ricorrendo alla parabola di una marea che lambisce tutte le barche, sia le navi dei ricchi, sia gli scafi della classe media, sia i piccoli \"gusci\" dei più poveri: «l'alta marea solleva tutte le barche, anche le più piccole» (John F. Kennedy in Sorensen 2008, p. 227). L'alta marea è metafora dello sviluppo economico che solleva tutte le barche, non lasciandone indietro nessuna e se anche volesse discriminare tra le imbarcazioni, una marea che non incontri chiuse naturali o artificiali non potrebbe farlo.\n\nIl modello della torta, con una logica vicina a quella della marea, guarda al «sovrappiù» del sistema economico – il di più che si ottiene oltre il reintegro dei beni consumati nella produzione – come una torta da spartirsi fra chi ha concorso a produrla. Il taglio della torta può generare fette più grandi e fette più piccole, per alcuni solo briciole; ma i possibili conflitti sublimano in accondiscendenza se la torta crescendo avvantaggia tutti. Cosicché ogni fetta possa aumentare senza che altra diminuisca, e chi ha briciole possa aspirare ad avere una fetta. Se invece la torta non aumenta o si riduce i conflitti si esasperano, poiché alcuni possono avere di più solo se altri hanno di meno.\n\nQuesti tre modelli narrano storie diverse ma tutte con lo stesso «lieto fine», lo sviluppo economico diluisce ogni diversità distributiva, sospendendo i conflitti: «volevano fornire un argomento morale a favore del capitalismo, un ragionamento in grado di difendere le disuguaglianze di reddito, ridotte per gli standard moderni ma comunque tali che molte persone le consideravano già moralmente scandalose» (Stiglitz 2024, p. 39).\n\nLa teoria del secchio bucato, invece, va direttamente al cuore del problema denunciando l'inefficienza di ogni atto redistributivo del reddito: «I soldi devono essere portati dal ricco al povero in un secchio bucato. Una parte di essi semplicemente svanisce nel trasferimento» (Okun 1990). Secondo questa teoria l'atto redistributivo, in particolare quello attuato forzatamente col trasferimento pubblico, sarebbe in contraddizione con l'efficienza, poiché diminuisce l'incentivo ad assumere rischi e a investire, bloccando quello sviluppo economico guidato dei ricchi capace di generare un vantaggio seppur diverso per ognuno, donna o uomo che sia.\n\nI modelli fondati sullo sviluppo contrastano, però, con un'analisi empirica che ha contrapposto alla loro narrazione l'osservazione delle realtà: il modello dell'elefante. Un modello empirico che denuncia la crescente diseguaglianza globale (Lakner - Milanovic 2016), misurando la crescita dei redditi mondiali in una distribuzione divisa in percentili. Il modello individua quattro zone: la coda dell'elefante è formata dai poveri con una crescita di reddito vicina allo zero; il torso mostra lo sviluppo più consistente dei redditi con un picco verso il centro (la mediana) della distribuzione; la base della proboscide indica una classe di profonda stagnazione; infine la proboscide, che si eleva verso l'alto, è il percentile più ricco della popolazione, che gode di una crescita forte del reddito: sono gli HNWI. Si tratta di un'evidenza che misura un vantaggio nello sviluppo goduto prevalentemente dalla classe media e dai super ricchi. Inoltre, rigorose analisi storiche condotte da Stiglitz e da Paul Krugman, poi confermate da Thomas Piketty e Anthony B. Atkinson, hanno rilevato che le forti disuguaglianze nella distribuzione del reddito hanno un effetto negativo sulle capacità di crescita di una comunità, esiste cioè una relazione inversa tra sviluppo e uguaglianza.\n\nPoiché questi modelli non trovano reale corrispondenza, potremmo ricorrere all'esercizio intellettuale proposto Mark Twain, che dal 1863 al 1895 modificò storie edificanti con lieto fine, reinventando il loro finale. Infatti, avversati dall'osservazione empirica, i tre modelli si presentano veramente come delle tall tales, per cui merita irriderne le conclusioni: non è vero che «tutti vissero felici e contenti» toccati da uno sviluppo «buono». Proviamo allora a ripercorre l'idea di Mark Twain.\n\nIl modello dello sgocciolamento non dice di colui, di colei o di coloro che hanno il controllo del sacco. Se col tempo, proprio per il suo uso, i buchi da cui sgocciola la ricchezza tendono a occludersi (come fa il calcare depositandosi nel braccio della doccia) coloro che possiedono il sacco – se non costretti dalla ribellione dei poveri – potrebbero non avere motivo di fare manutenzione, cosicché il finale della storia diviene ben diverso da quello narrato: se da un lato aumenta la ricchezza dall'altro senza manutenzione dei fori sempre meno sgocciola di ciò che i ricchi producono. Il più rimane per loro.\n\nIl modello dell'alta marea non dice che la marea spesso arriva con irruenza, cosicché solleva le navi dei più ricchi ma crea un'onda che getta «le più piccole sugli scogli» (Dentico 2020, p. 91). Quindi anche questa narrazione vede un diverso finale: solo le navi dei ricchi si alzano con la marea e rimangono padrone del mare, alcuni restano attaccati ai rottami galleggianti delle loro piccole barche (sono i poveri), mentre altri sono costretti a trovare rifugio a terra (sono gli scarti). Né i ricchi hanno interesse – se non costretti dalla ribellione dei poveri – a usare della loro ricchezza per investire in barriere che regolino l'arrivo della marea.\n\nIl modello della torta non dice chi ha la proprietà del coltello con cui si tagliano le fette, dunque non vi è motivo di pensare che col crescere della torta il coltello rimanga nelle stesse mani, né che il vecchio o nuovo proprietario voglia – se non costretto dalla ribellione dei poveri – mantenere le precedenti partizioni (confermandone l'angolo al centro): cosicché il crescere del sovrappiù potrebbe acuire e non evitare i conflitti.\n\nAnche la teoria del secchio bucato merita un diverso finale. Chi ha la proprietà del secchio? Se è dei ricchi, costoro – se non costretti dalla ribellione dei poveri – non hanno alcun interesse a stagnarlo per evitare le perdite, poiché queste sono la giustificazione della secolarizzazione della loro ricchezza; se invece il secchio fosse dei poveri questi avrebbero interesse a stagnarlo, purché siano lasciate loro le risorse per finanziare il restauro. Allora anche questa teoria potrebbe avere un duplice finale *à la* Twain: i ricchi vogliono tenere i poveri in povertà affinché questi non abbiano le risorse per acquistare un buon secchio o per aggiustare i buchi del vecchio. La teoria del secchio bucato è in palese contraddizione con l'economia del Noi che invece, in quanto economia di comunità, può ridistribuire senza sprechi: è la logica dell'Io che sostiene alla radice l'ipotesi del secchio bucato (Candela 2021).\n\nIn estrema sintesi i tre modelli e la teoria hanno un grave difetto logico, frutto di un'eccessiva semplificazione della realtà, un'ipotesi omessa che, se inserita, modificherebbe la loro conclusione. Non sono definiti tutti i titoli di proprietà. Ecco perché non sono in grado di dare evidenza al ruolo di colui, di colei o di coloro che possono controllare il sacco, il flusso della marea, il coltello o il secchio, avendone la proprietà o avendone semplicemente il potere di farlo. Cionondimeno, il genio di Mark Twain insegna che, una volta ammessa la mutabilità dei racconti, i loro finali possono essere molti. Allora proviamo ad andar oltre. Immaginiamo che, una volta ascoltato il narratore, uno dei «presenti», Jean-Jacques, suggerisca che, se non lo facessero i ricchi, la manutenzione del sacco o del secchio, il controllo della marea o del coltello potrebbe essere delegato a un *super partes* – che Jean-Jacques identifica nello Stato – cosicché il lieto finale sarebbe di nuovo *agibile*. Tuttavia, si dovrà avere fiducia che lo Stato sia per sempre «benevolente», capace di tutelare i poveri, ma allorché fosse «di parte», dalla parte dei ricchi, la distopia del nostro diverso finale si confermerebbe. Dunque, dal punto di vista libertario, tutto si riassume nella conclusione che queste analisi economiche non possono né vedere né riconoscere il dominio come causa di povertà. Un errore che Nicola Acocella non commette quando, dopo avere osservato i dati dello sviluppo e della diseguaglianza, afferma: «Le diseguaglianze tendono a riprodursi nel tempo, in quanto generano un elemento conservatore specialmente nell'atteggiamento dei più ricchi, i quali hanno normalmente le leve del potere» (Acocella 2023, p. 113).\n\nMa se ci fosse un «passante», Michail, che udendo il racconto si fermasse chiedendo al narratore: perché limitarsi a modificare solo il finale e non mettere in discussione anche le premesse? È proprio necessario che nella storia vi sia un sacco contenitore, dei natanti di tanta diversa dimensione, un secchio come diaframma fra ricchi e poveri, o una torta tagliata in fette e non distribuita secondo i bisogni? Cambiamo le premesse – suggerisce Michail – e proviamo a narrare ben altri racconti in cui non prevalga l'egoismo ma il mutuo appoggio, la solidarietà, l'etica della cooperazione (com'è nell'utopia di Piëtr Kropotkin, di Enrico Malatesta, di Gustav Landauer), il dono non lo scambio mercantile (com'è nella speranza di Francesco) e una «finanza che fa vivere i poveri [e non quella] che li divora» (Bruni 2024, p. 120)... e otterremmo finali ben più lieti.\n\n**3**.\n\nI nostri finali *à la* Mark Twain e la proposta del passante, oltre a fornire le ragioni per comprendere la povertà e la tendenza dei ricchi a sostenere dinamiche anti-egualitarie, suggeriscono l'opportunità di cambiare il punto di vista: considerare le cause della povertà e della disuguaglianza, puntando direttamente al cuore del problema. La facciamo ponendo la nostra attenzione dalla fine del 1800, in altre parole trascurando quel mondo del passato (non totalmente passato) che generava (ma genera tuttora) povertà con la sottomissione, la servitù, la schiavitù, il saccheggio e la distruzione.\n\n**a) Il capitale del XIX secolo**. Ai decenni di fine Ottocento data l'ascesa, in Europa e negli Stati Uniti d'America, di un nuovo modo di produrre e consumare, il capitalismo. Un'ascesa che si erge su un precedente lungo inizio, perché il capitalismo aveva bisogno, come dimostra Karl Marx (2024), sia di una accumulazione primaria, concentrata nelle mani dei ricchi, i «capitalisti», sia di un «esercito industriale di riserva», disoccupati affamati disposti al lavoro «sotto padrone» effetto della recinzione delle terre e dell'impedimento all'uso libero dei beni comuni, i «proletari». In quel tempo, che partendo dal Settecento si colloca fra l'Ottocento e il Novecento, il capitalismo fu violento, maestro sia nel generare ricchezza concentrata in poche mani sia nel causare povertà e morte. Il procedere del capitalismo, dal suo inizio alla sua ascesa, è ben descritto dallo storico ed economista Maurice Dobb, guardando prevalentemente all'Inghilterra ma volgendo lo sguardo anche ad altri paesi: «Il processo di differenziazione dava luogo, da un lato, allo sviluppo di uno strato di 'padroni', dall'altro, allo sviluppo di un'offerta di lavoratori poveri, se non effettivamente privati di ogni proprietà, disponibili per l'impiego salariato. Nei secoli seguenti le recinzioni [eseguite anche in maniera diretta e violenta] e la concentrazione delle proprietà terriere avrebbero completato il processo che privava della proprietà lo strato più povero della popolazione, separandoli dai mezzi di produzione e creando un proletariato» (Dobb 1962, p. 158). In realtà, ricorda Dobb, c'erano anche «vagabondi e mendicanti», ma il loro numero non era così elevato perché una parte di loro che cercò di installarsi sui terreni comuni rivendicando la propria libertà, con la trasformazione delle terre comuni in proprietà private fu cacciata; laddove ciò non bastò «gli imprenditori ricorsero al reclutamento coatto di mano d'opera» (Ibidem, p. 168), come avvenne in Inghilterra nelle miniere. Questo processo ha richiesto molto tempo finché il XIX secolo vide completata la transizione del sistema economico in un capitalismo pienamente sviluppato «insieme con la formazione di una classe diseredata di potenziali operai salariati» (Idem, p. 175).\n\nTuttavia, dal 1848 in Europa «Il 'popolo senza pane' si alza in piedi da Vienna a Parigi, da Milano a Palermo ed entra nella storia, dando vita a una sollevazione transnazionale di carattere sociale. Una rivoluzione che percorre l'Europa e si scaglia contro apparati statali vecchi e nuovi, ottenendo risultati notevoli» (Ateneo libertario, 2020, p. 13). È con l'enciclica *Rerum novarum* di Leone XIII (1891) che il linguaggio socialista si affaccia alla Chiesa cattolica, ma solamente come riferimento a una microlingua politica ed economica che ebbe il solo effetto di dare evidenza al lavoro povero (Candela e Mussoni 2024). Se inizialmente i risultati del Quarantotto dell'Ottocento furono effimeri, nel Novecento si consolidarono per effetto della nascita delle organizzazioni dei lavoratori, del diffondersi di idee socialiste, libertarie, anarchiche e comunitariste (Senta 2015 e 2024). Guardando all'esperienza di questo lungo tempo di lotte e di rivendicazioni, dobbiamo riflettere sul fatto che non è la proprietà del capitale cui i lavoratori devono puntare per eliminare la miseria (come sostiene Marx e come accade dopo la Rivoluzione di Ottobre 1917 in Russia) ma alla proprietà del prodotto (come sostiene Proudhon: Candela 2014; Candela - Mussoni 2024), che si realizza: i) con le cooperative di produzione, di lavoro e di consumo, come teorizzano Gustav Landauer e Martin Buber (Radici, 2024); ii) con la gestione comunitaria dei beni comuni (Ostrom 2006; Jourdain 2024); iii) con le imprese «civili» (Becchetti, Bruni e Zamagni 2014); iv) col diffondersi dell'autogestione anarchica (Candela e Senta 2017; Candela 2021). Gli anarchici hanno avuto un importante ruolo nel sostenere queste rivendicazioni, scrivendo una storia che è spesso trascurata (Ateneo libertario, 2020). Una bella e interessante riduzione artistica di questi due momenti del capitalismo dell'Ottocento e del Novecento può essere percepita paragonando il film *Compagni* di Mario Monicelli (1963), in cui si narra della richiesta, soffocata nel sangue, di pane delle prime organizzazioni del lavoro nell'Ottocento, con il film *Bread and Roses* di Ken Loach (2000) dove si dà visione di un Novecento in cui i lavoratori lottano per ottenere oltre il pane anche un mazzo di fiori, per l'appunto di rose.\n\n**b) La guerra.** La guerra del passato, che vedeva in armi paesi confinanti, è divenuta la guerra del presente: un conflitto dove le «nuove armi» (missili e droni) coinvolgono sia paesi confinanti sia paesi lontani. Mentre le guerre del passato creavano morte prevalentemente fra militari e in più fra i civili, le guerre del presente creano morte fra i militari ma di più fra i civili (Strada, 2022). Inoltre, vi sono paesi che impegnano la loro terra nella guerra e altri in cui la loro terra non è toccata. Se si riflette sul fatto che tutti perdono nella guerra e non ci sono più spazi di ricchezza per il paese vincitore (come accadeva nelle guerre di conquista e di saccheggio), si impone comunque una distinzione fra paesi con la propria terra in guerra e paesi senza la propria terra in guerra. Il paese senza la propria terra in guerra aumenta la produzione di armamenti e il relativo indotto, generando ricchezza e reddito per coloro che sono interessati e cointeressati in queste produzioni, capitalisti e lavoratori. Mentre, il paese con la propria terra in guerra soffre di una devastazione che genera povertà immediata e perdurante, una povertà che non si risolve neppure con la ricostruzione, anche dopo molti anni.\n\nGli anarchici si sono sempre schierati contro le guerre, «azione di uno Stato contro un altro» (Landauer, 2023, p. 135), perché generano potere, miseria e corruzione. Per impedire le guerre Landauer propose, nel 1911, l'azione diretta più «classica» dell'anarchia, lo sciopero generale. La guerra è il più vile degli sprechi e lo spreco si basa sul lavoro di altri: «se vogliamo impedire ogni guerra, tutti noi, cioè la popolazione attiva, dobbiamo cessare ogni attività [… ] se ogni uomo, ogni donna, ogni bambino […] scendono in sciopero, allora non sarà più possibile nessuna guerra» (ibidem, pp. 136-137).\n\n**c) Il capitale del XXI secolo.** Thomas Piketty nel suo libro *Il capitale nel XXI secolo* (2018, ma è del 2014), utilizzando una grande quantità di dati di venti paesi, delinea le caratteristiche di un capitalismo che, sfruttando il suo isomorfismo, si presenta come «nuovo» nel XXI secolo. Infatti, il capitalismo nel XX secolo non ha sofferto delle contraddizioni su cui Marx fondava la predizione di una «fine apocalittica» – caduta tendenziale del tasso di profitto, immiserimento crescente della classe operaia, crisi di sovraproduzione – anzi la storia ha visto ciò che Marx non aveva previsto: i «Trenta gloriosi», gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta del Novecento, che hanno generato prospettive ottimistiche di crescita e di diffusione della ricchezza. Tuttavia anche il capitalismo di questo secolo trova, secondo Piketty e il suo gruppo di ricerca, la sua contraddizione in un tasso di profitto che si mantiene maggiore del tasso di crescita naturale (demografica e tecnologica): un disequilibrio che conferma la tendenza del capitalismo a generare diseguaglianze causando dinamiche anti-egualitarie; disuguaglianze che si riscontrano sia all'interno del lavoro sia nella distribuzione del patrimonio. Infatti, le serie pluriennali di Piketty riconoscono due tendenze: nella distribuzione crescente del reddito da lavoro l'ultimo 10% dei lavoratori più ricchi guadagna il 45% del reddito complessivo; nella distribuzione crescente dei patrimoni l'ultimo 10% dei proprietari più ricchi possiede il 90% del patrimonio complessivo (Piketty 2018, pp. 247-248). Il capitalismo contemporaneo è dunque una società profondamente diseguale che va oltre la contrapposizione fra le due classi del marxismo, capitalisti e lavoratori, poiché grandi diseguaglianze si manifestano anche all'interno del lavoro. Sia per Piketty sia per Stiglitz (2024) sono ineguaglianze tali da minare in profondo l'equilibrio sociale e la democrazia stessa, ma le soluzioni da loro indicate sono: per Piketty, il ricorso a regole che regolino il mercato e alla redistribuzione realizzata tramite imposte sul reddito, sul patrimonio e sulle eredità (Piketty 2020); per Stiglitz, servirsi di un «pacchetto di politiche che comprendono regolamentazioni, prezzi e investimenti pubblici» (Stiglitz 2024, p. 69). Comunque entrambi allineati sulla «fiducia» di uno Stato benevolente.\n\nNel capitalismo di questo secolo non sono mutate solo le relazioni industriali e sociali, diverse da quell'imprenditore intraprendente nel produrre beni reali del capitalismo del 1900; il nuovo capitalismo si è rivolto alla «esaltazione» del debito (Graeber 2024), della moneta e della finanza, spingendo verso forme estreme di consumismo: «Lo spirito del capitalismo vincente del XXI secolo non è più quello calvinista che ha ispirato il capitalismo del XX secolo. Con il passaggio di millennio ha vinto, inaspettatamente, lo spirito [della roba] non più investita e accumulata, ma solo consumata […] È proprio il consumo, infatti, il protagonista dell'economia globale di oggi, non più il la-\n\n**All'interno degli Stati, i prezzi e salari si sono livellati verso il basso, SVANTAGGIANDO in particolare i lavoratori non qualificati esposti alla competizione dei lavoratori immigrati, in una «guerra» fra poveri per ottenere una qualsiasi occupazione**\n\nvoro (tantomeno il lavoro dell'imprenditore)» (Bruni 2024, p. 48).\n\nI due film che narrano questa trasformazione del capitalismo sono *Too Big to Fall* di Curtis Hanson (2011) e *The Wolf of Wall Street* di Martin Scorsese (2013): le loro narrazioni sono ben diverse da quelle dei film di Monicelli e di Loach.\n\n**d) La globalizzazione**. La globalizzazione è il passaggio a scala mondiale, realizzato da istituzioni private, delle interrelazioni sia fra Stati nazionali sia fra persone di diversa nazionalità, implementato tramite la mobilità dei beni, dei capitali finanziari, delle idee e delle comunicazioni (Held et al, 1999). La Prima globalizzazione anticipa la Prima guerra mondiale, mentre la Seconda globalizzazione inizia dopo il 1970 con caratteri molto diversi dalla prima, per effetto di un progresso tecnico che ha ridotto i costi di trasporto e ha consentito la crescita di un'economia digitale. Tuttavia, pur portando all'efficienza, effetto della delocalizzazione, della specializzazione produttiva, della mobilità dei fattori produttivi e dell'immediatezza delle comunicazioni, la globalizzazione può «non accompagnarsi ad una accresciuta concorrenza: le maggiori interrelazioni possono anche portare alla monopolizzazione dei mercati» (Acocella 2023, p. 116); gli effetti positivi della globalizzazione, se ci sono stati, si sono limitati al breve periodo.\n\nDunque, la seconda globalizzazione neoliberista – «liberista» in quanto richiede uno Stato il più possibile minimale, «neo» in quanto assume una posizione non dissimile dalla dottrina del *laissez faire* (Stiglitz 2024, p. 30) – dopo gli iniziali effetti positivi legati alla nuova \"energia\" del mercato ha manifestato importati mutamenti nella distribuzione del reddito e della ricchezza. All'interno degli Stati, i prezzi e salari (non i profitti e le rendite di monopolio che sono aumentati) si sono livellati verso il basso, svantaggiando in particolare i lavoratori non qualificati esposti alla competizione dei lavoratori immigrati, in una «guerra» fra poveri per ottenere una qualsiasi occupazione. Inoltre, la globalizzazione ha avuto importanti effetti nella distribuzione del reddito fra i gli Stati: se ha permesso ad alcuni paesi di emergere dal sottosviluppo, però «non ha contribuito a frenare il processo di marginalizzazione che ha caratterizzato negli ultimi decenni una parte dei paesi meno sviluppati, ma, talvolta, potrebbe averlo rafforzato, per numerose ragioni» (vedi: Acocella 2023, p. 140 e sgg.).\n\nÈ la globalizzazione che ha reso «liquida» la società occidentale del XXI secolo. Zygmunt Bauman indica esplicitamente il lavoro come uno degli elementi della vita che ha subito le più profonde trasformazioni passando dalla società solida alla società liquida (Bauman 2006 e 2014; Bauman e Leoncini 2017). Così com'è mutata la percezione della felicità – afferma il sociologo – il lavoro è passato dallo «stato del lavoro» alla «ricerca del lavoro». Nella società solida, fare lo stesso lavoro per lungo tempo era considerato una connessione di eccellenza, di affidabilità e di efficienza, nella società liquida chi fa lo stesso lavoro per tanto tempo è considerato un lavoratore immobile, impaurito dai cambiamenti, quindi inefficiente. La vita liquida è caratterizzata dal dinamismo nel tempo, nello spazio e nei luoghi. Nella vita liquida «tutto è possibile, ma nulla può essere fatto con certezza» (Leoncini 2023, p. 33), conseguentemente la persona è alla ricerca costante e incessante di nuove connessioni, altre opportunità di lavoro che possano creare maggiori guadagni. Però, ogni connessione è costantemente messa in discussione, perché deve affrontare interferenze che distruggono le opportunità di ieri e aprono le opportunità di oggi. Il cambiamento del lavoro, che nella società solida era ritenuto un inciampo necessario ma temporaneo per il tempo dovuto per passare a nuove stabilità, nella società liquida diviene una prova di vitalità. Questo cambiamento modifica sostanzialmente modi e comportamenti del lavoro, richiede nuove abilità, competenze, capacità e il lavoratore deve comunque essere rapido, pronto all'azione e disposto ad affrontare errori non solo successi. Nella società liquida la partita non è mai finita, anche in termini lavorativi tutto può essere stravolto in pochissimo tempo proprio perché il guadagno sembra alla portata in ogni dove e in ogni momento, ma nulla si può afferrare con certezza (Leoncini 2023): si cerca l'ultima tendenza premiata dal mercato. Tuttavia, il premio è provvisorio e nell'inseguirlo si può vincere o sbagliare. Chi vince ottiene piccoli o grandi guadagni, generando un'ampia differenza fra i redditi da lavoro, ma chi perde diviene un «esubero» (Bauman\n\n2006), uno scarto della «economia che uccide» (Francesco, esortazione apostolica, Evangelii Gaudium, n. 53, 2013; Tornielli e Galeazzi 2015; Candela - Mussoni 2024). Il dramma della disoccupazione della Società solida diviene la tragedia della società liquida. Essere «in esubero» significa essere in sovrannumero, non necessario, inutile, un esubero che trasforma la donna o l'uomo in pattume, in una parola: un «rifiuto» (Bauman 2005). Gli anarchici hanno sempre denunciato i danni della globalizzazione neoliberista, fin dal Wall Street Movement e dell'impegno come attivista e come studioso di David Graeber (Graeber et al., 2022). Ciò che gli anarchici cercano è la globalizzazione della libertà: «nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà» (Pietro Gori, *Stornelli d'esilio*, 1895).\n\n**e) I cambiamenti climatici**. Sono movimenti lenti del clima sulla Terra, ma quando si fanno sentire provocano grandi mutazioni. Chi pensa al deserto sahariano non immagina un passato rigoglioso che pur si vede nella testimonianza degli wadi, solchi che si osservano in paesi aridi o nei deserti e che furono corsi d'acqua del passato, mentre oggi si riempiono, creando devastazioni, solo per le piogge eccezionali e transitorie, pericolose per gli uomini e inutili per l'agricoltura; proprio in Africa l'australopiteco, Lucy, trovò le condizioni favorevoli che diedero origine all'evoluzione degli ominidi, nella valle del fiume Awash nella regione dell'Afar in Etiopia, da lì migrando per riempire il mondo di *homo sapiens sapiens.*\n\nI cambiamenti climatici dell'antropocene stanno generando mutamenti che possono e potranno essere devastanti, creando sia nuovi deserti sia nuove alluvioni (Antonioli - Soto 2022). Sono cause di altra povertà: la sopravvivenza risulta impossibile sia per chi abita terre vieppiù aride, sia per chi abita terre destinate a essere sommerse. Ma sono anche fonte di ricchezza per coloro che, avendone i mezzi, sanno avvantaggiarsi delle nuove condizioni, sfruttando queste opportunità per merito o per fortuna. I cambiamenti climatici dell'antropocene non sono solo l'esito del succedersi naturale delle ere geologiche ma anche l'effetto del comportamento degli uomini. La deriva climatica è infatti da collegare sia alla sovrapproduzione (anche di armamenti) del capitalismo di mercato e del capitalismo di Stato, sia al consumismo diffuso del capitalismo di mercato, sia alla mobilità e al consumo energetico della globalizzazione – che inscatola informazione energivora nei *big data* – sia alle guerre che «infuocano» con le armi la Terra. Capitalismo, guerre e globalizzazione sono concause dell'emissione eccessiva di CO2, generando un effetto serra. Dunque, tutto si ricollega nel cambiamento climatico come causa della povertà. Gli anarchici si sono sempre attivati per la salvaguardia della Terra, sia nell'anarchismo recente di Murray Bookchin (2021), sia alle radici dell'anarchismo sia europeo, Élisée Reclus (2020) e Piëtr Kropotkin (2023) furono geografi di rilievo, sia americano, espresso dal vivere la natura di Henry David Thoreau (2021). Prescindendo – se si vuole – dall'anarco primitivismo di John Zerzan e dall'ecologia profonda di Arne Næss (Candela 2014, parte terza).\n\n#### 4.\n\nLa povertà è indicata come causa dei flussi migratori, ma i migranti possono avere diverse motivazioni che li inducono a passare le frontiere (2019):\n\n· Migranti in cerca di lavoro. Nel capitalismo del XIX erano principalmente i capitalisti che si muovevano nel mondo cercando di sfruttare spazi di consumo fuori di sé, rivolgendosi alle periferie dei paesi non capitalistici – come sostiene Rosa Luxemburg (2021) – mentre nel capitalismo del XXI secolo sono principalmente i lavoratori che dalle periferie dei paesi capitalisti si muovono nel mondo cercando occupazione là dove il capitale è disponibile e i capitalisti cercano il lavoro povero e non qualificato che manca loro.\n\n- · Migranti della globalizzazione. Le migrazioni sono rese possibili sia dalla diffusione globale e veloce delle comunicazioni, sia dalla grande mobilità della globalizzazione. L'informazione crea conoscenze, a volte vere ma sovente alterate dai media e dalle «favole» urbane, sulle opportunità di vita in ogni dove: «la spazzatura informativa [per cui] gli individui agiscono in base alla mis- o alla dis-informazione» (Stiglitz 2024, p. 53). La mobilità legale o illegale delle persone insegue queste opportunità, nella speranza di una vita diversa e migliore, come narra il film *Io Capitano* (2023) di Matteo Garrone. Tuttavia, l'informazione alterata e la mobilità illegale generano un'illusione senza speranza che porta uomini, donne e bambini al limite della sussistenza e alla morte, perché scartati dai mercati (Gilberti - Queirolo Palmas, 2024).\n- · Migranti in fuga dalla guerra. Sono migranti in cerca di sicurezza e di sopravvivenza, che portano seco poco o nulla di ciò che hanno, scappando per quanto sia possibile dalle ferite morali e materiali causate dalla guerra. La foto scattata da Nick Ut nel 1972 di Kim Phúc, la bambina che fugge nuda e piangente dai bombardamenti al napalm in Vietnam, è divenuta il simbolo degli orrori delle guerre. Migranti che migrano sperando nel cibo, nella salute e nel calore umano della solidarietà (Gatti 2023).\n- · I migranti climatici. Muta il clima e i nuovi poveri sono coloro che abitano terre non più fertili colpite dagli effetti di un clima devastante. Queste persone migrano perché la miopia economica e politica, continuando a non provvedere e non prevedere, ha tolto loro la possibilità di vita là dove vivevano.\n\nConfrontando le motivazioni delle migrazioni con le cause della povertà, ci accorgiamo della loro quasi perfetta coincidenza. Allora vorremmo concludere evitando la trappola logica del fermarsi alla causa prima piuttosto che risalire alla causa remota. Così pensando, pare evidente che le migrazioni, uno dei fatti caratterizzanti questo Millennio in tutti i continenti, non sono l'effetto della povertà – la causa prima – ma le cause remote sono da cercare nel post-capitalismo di un mercato che non fa sconti, nelle guerre diffuse della Terza guerra mondiale \"a pezzi\", nella globalizzazione neoliberista, nella deriva climatica.\n\nIl dramma del secolo non sono le migrazioni, ma sono le stesse grandi cause che dal 1800 generano povertà, apparentemente inamovibili se non vi sarà ribellione a quella manifestazione del dominio che si riflette nelle democrazie illiberali, nelle dittature, nei modelli economici che continuano a sostenere che tutto si risolve con lo sviluppo economico, con il tasso di incremento del Prodotto Interno Lordo (PIL): un falso mito. Se volgiamo l'attenzione alle cause remote, potremmo concludere che né la carità dei ricchi, né l'aiuto di un capitale filantropico, né il portare il nostro sistema socio-economico «a casa loro», né il welfare dei paesi sviluppati – che pur ha alleviato alcuni mali sociali – potranno risolvere l'annoso problema della povertà e l'impellente problema delle migrazioni.\n\nLe cause remote della povertà e delle migrazioni sono da cercare nel fallimento di questa società nel perseguire una logica del Noi globale e universale, che comprenda le generazioni attuali e future, la flora e la fauna. Non sembrerebbe troppo difficile farlo se non si avesse paura di cambiare «fuggendo da un mondo» che forgia un'educazione fondata su false narrazioni e regole che «cercano di costruire tenacemente dei figli-burattini», incapaci di esprimersi con una «libertà indomita, irresponsabile, ingenua, rischiosa, imprudentissima, e stupenda» (Bruni 2024, p. 64). Ma forse non è poi così facile, se Luigino Bruni riferisce questa libertà al Pinocchio di Collodi. Eppure bisognerebbe iniziare da qui, perché la povertà è fuori e dentro ogni Stato, e subito, perché già troppo si è atteso.\n\n#### Bibliografia\n\nAcocella N., Le terribili quattro. La politica economica alla prova di crisi, stagnazione, povertà, globalizzazione, Luiss University Press, Roma, 2023.\n\nAntonioli M. e Soto A., Un nuovo regime climatico. L'antropocene e noi, «Semi sotto la neve», n. 2, 2022, pp. 47-52.\n\nAteneo Libertario, Una storia trascurata. Cronologia anarchica 1848-2012, La Fiaccola, Ragusa, 2020.\n\nBauman Z., La vita tra reale e virtuale, Egea, Milano, 2014.\n\nBauman Z., Vita liquida, Laterza, Bari, 2006.\n\nBauman Z. - Leoncini T., Nati liquidi, Sperling \u0026 Kupfer, Milano, 2017.\n\nBecchetti L. - Bruni L. - Zamagni S., Microeconomia. Un testo di economia civile, il Mulino, Bologna, 2014.\n\nBookchin M., Per una società ecologica, elèuthera, Milano, 2021.\n\nBruni L., Il campo dei miracoli. Viaggio economico nei capolavori della letteratura, Marsilio, Venezia, 2024.\n\nCandela G., Economia, stato, anarchia. Regole, proprietà e produzione fra dominio e libertà, elèuthera, Milano, 2014.\n\nCandela G., Verso un'economia comunitaria, elèuthera, Milano, 2021.\n\nCandela G. - Mussoni M., Economia e persona nel pensiero libertario e nel pensiero cristiano, Franco Angeli, Milano, 2024.\n\nCandela G. - Senta A., La pratica dell'autogestione, elèuthera, Milano 2017.\n\nDe La Boëtie E., Discorso della servitù volontaria, Feltrinelli, Milano 2014.\n\nDeidda B. - Montanari T. (a cura di), Disobbedienza profetica. La Firenze di Milani, Balducci, Brandani, La Pira, Mazzi, Turoldo, Santoro, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2023.\n\nDentico N., Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo, EMI, Bologna, 2020.\n\nDobb M., Alcune questioni di storia del capitalismo, «Statistica», anno XXII, n. 2, pp. 147-196, 1962.\n\nGatti R., Un giorno in mare, «Semi sotto la neve», n. 4, 2023, pp. 9-21.\n\nGilberti L. - Queirolo Palmas L., Boza! Diari dalla frontiera, elèuthera, Milano, 2024.\n\nGraeber D., Debito. I primi 5000 anni, Il Saggiatore, Milano, 2024.\n\nGraeber D., Belhai Kacem e Dubrovsky N., Dialoghi sull'anarchia, elèuthera, Milano, 2022.\n\nHeld D. - Mc Grew D. - Goldblatt D. - Perraton J., Global Transformation, Stanford University Press, Stanford, 1999.\n\nKhosravi S., Io sono confine, elèuthera, Milano, 2019.\n\nKropotkin P., Campi, fabbriche e officine, elèuthera, Milano, 2023.\n\nJourdain E., L'autogoverno dei beni comuni, elèuthera, Milano, 2024.\n\nLakner C. e Milanovic B., Global Income Distribution: From the Fall of the Berlin Wall to the Great Recession, in «The World Bank Economic Review», 30 (2), pp. 203-232, 2016.\n\nLandauer G., La comunità anarchica, elèuthera, Milano, 2023.\n\nLeoncini T., La società liquida. 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Profili di un'anarchia propositiva, supplemento al n. 9 di «Semi sotto la neve», Omaggio a Roberto, ottobre, 2024.\n\nReclus E., Storia di un ruscello, elèuthera, Milano, 2020.\n\nSchumpeter J., Teoria dello sviluppo economico, Etas libri, Milano, 2002.\n\nSenta A., Pane e rivoluzione. L'anarchia migrante, elèuthera, Milano, 2024.\n\nSenta A., Utopia e azione. Per una teoria dell'anarchismo in Italia, elèuthera, Milano, 2015.\n\nSorensen T., Conselor: A Life at the Edge of History, HarperCollins, New York, 2008.\n\nStiglitz J.E., La strada per la libertà. L'economia e la società giusta, Einaudi, Torino, 2024.\n\nStrada G., Una persona alla volta, Feltrinelli, Milano, 2022.\n\nThoreau H.D., Walden ovvero Vita nei boschi, Edizioni Crescere, Varese, 2021.\n\nTornielli A. e Galeazzi G., Papa Francesco. Questa economia uccide, PIEMME, Milano, 2015.\n"
