L'accoglienza come stile di vita

Sezione: Esperienze

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«Ospitare, accogliere, aprire la casa sono sempre stati nelle mie corde: mi dà energia e gioia. In più, accogliere persone che vengono da altri paesi significa dire sì alla vita, in quanto quelle persone sono portatrici di sogni e progetti, ma anche di grandi sofferenze. Da ottobre del 2023 è entrata in famiglia Feven, studentessa che aveva vinto una borsa di studio all’Università di Venezia e per questo, nonostante fosse incinta di 7 mesi, è partita dall’Etiopia lasciando un marito che aveva appena sposato. Con l’entrata di Feven a casa, ero diventata una minoranza bianca perché stavo già ospitando un giovane rifugiato eritreo sempre tramite Refugees Welcome. Precedentemente ho avuto altre esperienze di accoglienza: due ragazzi che in quanto diventati maggiorenni erano usciti dalla tutela del Comune e avevano bisogno di una casa. Il primo è stato un ragazzo albanese che è rimasto un mese, il secondo un ragazzo pakistano con cui ho convissuto per undici mesi. Successivamente una mia ex studentessa bengalese delle scuole serali come iniziativa personale. Per l’accoglienza di Feven, oltre a quelle che ho scritto sopra, ci sono altre due motivazioni. La prima riguarda la mia storia personale: sono stata una madre sola fin dall’inizio della mia prima e unica gravidanza, così quando ho saputo che c’era una giovane donna in un paese di cui non conosceva nemmeno la lingua e senza nessun supporto morale e affettivo, mi sono detta che non avrei potuto lasciarla da sola. La seconda motivazione è legata all’illusione di contribuire, anche se in piccolissima parte, a rendere più umano un mondo che non ha più compassione per i piccoli, vedi la strage di bambini a Gaza e negli altri conflitti.

La convivenza sta andando a gonfie vele, la realtà ha superato qualsiasi aspettativa: meglio di così non può andare. Fra noi si è creata una bellissima armonia e in più ho la gioia di vedere Afkin, la bambina, crescere. Da qualche giorno ha iniziato a camminare e a dire qualche parola tra cui “nonna”, che sarei io, e lo scrivo con molto orgoglio. Ci tengo a evidenziare un’altra conseguenza dell’accoglienza di Feven e di Afkin: il fatto che ha rinforzato vecchie amicizie e ne ha fatto nascere di nuove: attorno a noi si è creata una rete informale di solidarietà fatta da amiche nuove e vecchie, vicine di casa che ci sostengono nella fatica di accudire una bambina di poco più di un anno. È un fiorire inaspettato di bontà e generosità.

L’associazione Refugees Welcome, mi ha messo in contatto con Feven, ha dato anche un contributo economico notevole, ma il “lavoro” di cura, di sostegno, di disbrigo della burocrazia rimane a carico della famiglia accogliente. In sintesi, dal mio punto di vista, è una bellissima esperienza dove l’arricchimento umano di cui gode chi ospita supera di gran lungo le fatiche che ci sono».

Questo è quanto ci racconta Giovanna e questo è ciò di cui si occupa l’associazione Refugees Welcome.

Ma facciamo un passo indietro per capire come la questione dell’immigrazione e la sua gestione segnano profondamente la vita delle persone, fanno la differenza tra la vita e la morte, tra l’accoglienza e l’inclusione da una parte e il respingimento dall’altra; tra la realizzazione dei desideri e l’impossibilità di realizzarli; tra il soddisfacimento dei bisogni e dei sogni e il crollo delle illusioni.

Partirei da un presupposto fondamentale: le Nazioni Unite riconoscono tra i Diritti Umani universali non-derogabili la libertà di movimento:

Articolo 13. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Il diritto fondamentale ad abitare la Terra-casa comune di «tutti i membri della famiglia umana». La libertà di movimento è condizione indispensabile per il libero sviluppo della persona.

E ancora all’Articolo 12 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, concluso a New York il 16 dicembre 1966, si specifica ulteriormente e arricchisce il contenuto dell’articolo 13 della Dichiarazione universale, in particolare stabilendo che la libertà dentro uno stato è «dell’individuo che vi si trovi legalmente», e che tale diritto non può essere oggetto di restrizioni tranne quelle che, previste dalla legge e compatibilmente con tutti gli altri diritti fondamentali, siano necessarie per proteggere la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico, la sanità o la moralità pubbliche, nonché gli altrui diritti e libertà.

Ma questo diritto che è universale non è garantito a tutti anzi è negato a troppi, quindi è un privilegio per pochi. Certamente al diritto di emigrare fa da contraltare l’idea che bisogna essere «liberi di scegliere se migrare o restare». Rivendichiamo anche il diritto a non emigrare: «La scelta di non emigrare, ossia la possibilità di vivere in pace e con dignità nella propria terra». Certo un obiettivo lontano ma possibile sarebbe quello di garantire libertà di scelta se emigrare o restare, ma molto spesso le condizioni di molti paesi sono tali per cui partire, andar via, diventa una necessità, pena la propria incolumità che potrebbe essere minacciata. A volte emigrare non è una scelta libera ma l’unica scelta possibile per la sopravvivenza: conflitti, disastri naturali, l’impossibilità di vivere una vita degna e prospera nella propria terra di origine, costringono milioni di persone a partire. Il più delle volte i migranti scappano per povertà, per paura, per disperazione.

Aggiungo però che spesso si cerca un futuro migliore per sé, non solo per sfuggire a guerre o persecuzioni, ma per perseguire il miraggio di una vita migliore in base al proprio talento o alle proprie inclinazioni, per uno sviluppo integrale della persona che il proprio paese d’origine potrebbe non garantire.

Se, quindi, esiste questo diritto universale a emigrare deve esistere un nostro dovere ad accogliere. Questo dovrebbe essere l’obiettivo di un paese con una visione inclusiva e aperta all’accoglienza.

Ed è questo l’obiettivo di Refugees Welcome, rendere il nostro paese accogliente, creando le condizioni per bypassare le leggi che negli ultimi anni lo hanno reso sempre più respingente e arroccato. Inoltre, come dice Amos Oz, «mettersi nei panni di…» è una buona pratica. Proviamo ad immaginarci nei panni di chi deve andar via perché la sua vita potrebbe esser in pericolo, o chi sceglie di lasciare la propria casa, la propria terra in cerca della realizzazione di sogni che sarebbe impossibile nel paese nativo.

Pensiamo al dramma di chi parte e intraprende il suo viaggio verso una vita migliore. Ognuno di loro ha un duplice vissuto tragico, quello che lo ha spinto a partire e ad abbandonare la sua famiglia, la sua cultura e il suo mondo, in fuga da guerre o lotte tribali per ritrovarsi in un mondo a lui del tutto ignoto. Un vissuto tragico che sta nel viaggio sempre doloroso, interminabile e irto di pericoli, vessazioni, umiliazioni, sia quello per mare attraverso il Mediterraneo o il game attraverso la rotta balcanica, con la paura di non farcela, ma con la determinazione e il coraggio di chi vuole a tutti i costi farcela. Viaggi che li espongono a rischi terribili: o essere inghiottiti dal mare o essere arrestati, o respinti. Viaggi che possono durare anni, costretti a lavorare per pagare o gli scafisti o chi ti riporta oltre confine, o spesso incarcerati perché clandestini. Spesso partono giovanissimi, minorenni.

Prendere atto di questo e avvicinarsi a chi arriva, accoglierlo diventa un imperativo categorico, un dovere di umanità e solidarietà. Senza lasciare fuori nessuno. Ovunque decidano di costruire il loro futuro si spera che ci sia sempre una comunità pronta ad accogliere, proteggere, promuovere e integrare tutti, senza lasciare fuori nessuno. Parliamo di fratellanza e di amicizia sociale. Ma questo non solo in un approccio cristiano, accogliere è un impegno soprattutto in una visione laica, direi semplicemente umana.

Per non girarsi dall’altra parte!

All’indifferenza bisogna rispondere prendendo posizione, dire da che parte stai, essere «partigiani».

Una scelta di buone pratiche, di antirazzismo, di resistenza all’indifferenza.

Una scelta di coerenza ideologica, di azioni concrete, coerenti con un’idea di società plurale e in vista della creazione di una rete di solidarietà.

Sappiamo che molto spesso i cambiamenti nella società non vengono dall’alto, dalle leggi, ma viceversa sono i cambiamenti nella società, nelle pratiche quotidiane che impongono una trasformazione, e una legislazione che prenda atto delle trasformazioni in atto nel tessuto sociale e cambi in maniera radicale l’approccio alla questione immigrazione-integrazione-accoglienza.

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In tale prospettiva Refugees Welcome si colloca, nella volontà di cambiamento di un modello di accoglienza che, allo stato attuale, non sempre è funzionale all’integrazione e all’inclusione. Infatti l’accoglienza in famiglia come percorso di integrazione è un modello di accoglienza diffusa, dal basso grazie al quale l’inclusione è assicurata.

Parliamo di inclusione. Un tempo si parlava di tolleranza, ma le parole dicono la realtà: «tollerare», inizialmente sembrava un termine accettabile, presto ci si è resi conto che il termine aveva un retrogusto di accettazione dell’altro, poi si è passati al concetto di «accoglienza», poi al termine «inclusione» che però nel suo etimo ha, ancora, un concetto di chiusura. Forse il termine più adeguato è quello di inter-azione, agire insieme, concetto che consente di trasformare un paradigma e muoversi collettivamente, di superare la polarizzazione e la dicotomia tra noi e coloro che devono essere tollerati o accettati o integrati, ma rimanda a un noi con loro, per camminare insieme in un percorso di crescita collettiva.

Dinanzi alla fotografia delle strutturali criticità all’interno del sistema di accoglienza non ci possiamo fermare alla denuncia, bisogna passare a una proposta collettiva, dal basso, essere in prima linea: ci chiama in causa a livello di responsabilità individuali.

Il volontariato esiste laddove ci sono buchi e carenze nello stato e svolge un ruolo di supplenza finalizzato alla creazione di una rete di solidarietà.

Quindi l’obiettivo di Refugees Welcome che è l’accoglienza di rifugiati all’interno di famiglie di qualunque tipologia, dalla famiglia con figli ai single, alle famiglie arcobaleno, consente di dare prospettive, opportunità, possibilità di costruirsi una vita autonoma in linea con i desideri di chi viene ospitato, per migliorare la condizione di partenza. Costruiamo un ponte tra le comunità di accoglienza e la vita in autonomia. Laddove non arrivano le istituzioni arriva la società civile. Noi svolgiamo un ruolo di supplenza laddove le istituzioni sganciano e chiudono il sostegno al ragazzo o alla ragazza, una volta concluso il progetto, spesso noncuranti delle loro reali condizioni. Spesso non sono del tutto autonomi economicamente, non riescono a trovare alloggi che per loro sembrano preclusi, non sono in grado di procedere nel loro percorso in autonomia. L’ideale sarebbe un’accoglienza integrata tra enti locali e terzo settore.

Ma qual è il valore aggiunto dell’accoglienza domestica?

Mettersi al loro fianco, aiutarli nel nuovo percorso di vita e a farli sentire parte di una comunità, dare prospettive, opportunità, possibilità di costruirsi una vita autonoma in linea con i loro desideri di migliorare la condizione di partenza. Certamente l’accoglienza ha fatto la differenza nella vita di Feven:

«Mi sento incredibilmente fortunata e benedetta per la gentilezza che ha cambiato la mia vita quando sono arrivata in Italia. Arrivare in un nuovo paese mentre ero incinta non è stato facile, e una delle sfide più grandi che ho affrontato è stata trovare un posto dove vivere. In un momento in cui tutto sembrava incerto, ho avuto la fortuna di incontrare qualcuno che non solo mi ha offerto una casa, ma mi ha dato qualcosa di ancora più prezioso: una famiglia. Sono venuta in Italia perché ho ricevuto una borsa di studio e, sebbene sapessi di essere incinta in quel momento, non volevo perdere questa opportunità. Mi aspettavo che non sarebbe stato facile, ma la realtà che ho affrontato è stata ben oltre ciò che avrei potuto immaginare.

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I pagamenti della mia borsa di studio erano in ritardo e molte persone non erano disposte ad affittare una casa a una donna incinta. È stato un periodo incredibilmente difficile: ho esaurito tutti i miei risparmi e mi sentivo completamente persa. Finalmente, attraverso un’assistente sociale che ho contattato, sono stata presentata all’Associazione Refugees Welcome. Grazie a loro, ho incontrato Giovanna, che era disposta a ospitarmi e non ha voluto lasciarmi sola in un momento così difficile. In lei ho trovato più di una persona che mi accoglieva a casa sua; ho trovato una madre, una famiglia e una fonte di conforto e forza. Il suo calore e la sua generosità mi hanno dato la stabilità di cui avevo bisogno per proseguire i miei studi. Grazie al suo sostegno, ora sono vicina a concludere il mio percorso di studi, un traguardo che una volta sembrava così lontano e difficile. Anche i membri dell’Associazione Refugees Welcome sono diventati per me come una famiglia. La loro gentilezza e il loro supporto hanno trasformato il mio percorso in modi che non avrei mai potuto immaginare. Sarò sempre grata per l’amore e il sostegno che mi hanno accompagnata in uno dei momenti più difficili della mia vita. È un promemoria che, anche nei momenti più duri, ci sono persone disposte ad aprire il loro cuore e la loro casa, e la loro gentilezza può cambiare tutto».

Inoltre, come dice Feven, è un’opportunità anche per conoscere più velocemente il contesto sociale e culturale del paese ospitante e creare più facilmente una rete di rapporti sociali, migliorare la conoscenza della lingua, consentire uno scambio interculturale, ma soprattutto un sostegno al raggiungimento dei loro progetti di vita e delle loro aspirazioni. Ospitare in casa un rifugiato è un’esperienza profonda di scambio e condivisione che fa bene a tutti. Conoscersi, guardarsi in faccia, relazionarsi in un rapporto ravvicinato consente di conoscere la persona per ciò che è, liberandola da pregiudizi e stereotipi.

L’accoglienza fa bene a tutti è uno degli slogan di Refugees Welcome. Come ci racconta Linda, «L’idea di ospitare un rifugiato era già nei nostri progetti durante la malattia di mio marito. Così quando il male se l’è portato via, per me è rimasto un sogno da realizzare. Gli amici di Refugees Welcome mi hanno supportato in questo e mi hanno fatto incontrare Muhammad, ragazzo pakistano di 21 anni, in cerca di “tranquillità e di un luogo accogliente dove poter studiare”. Queste sono state le richieste di quel ragazzo infreddolito barricato dentro al suo piumino, che abbiamo incontrato una fredda mattina nebbiosa a San Donà di Piave. Dal cappuccio uscivano solo i suoi grandi occhi neri che raccontavano di lui, della sua dolcezza e della sua forza.

È stato a casa con me 17 mesi. Mi ha ridato l’energia per ricominciare a vivere. Ha condiviso con i miei figli le gioie della famiglia. Ha imparato la lingua, è andato alla scuola serale, ha preso la patente e si è comprato un’auto, la sua “Ferrari rossa”, come la chiama lui. Ora abita da solo in un appartamento in affitto. Ci sentiamo spesso e ci vediamo con piacere, assieme al resto della famiglia allargata, che lo considera membro a tutti gli effetti». È il racconto di Linda che con grande slancio ha deciso di accogliere Muhammad nella sua casa. Un’esperienza di accoglienza straordinaria, tra le più riuscite, che ha consentito a Muhammad di realizzarsi lontano dal suo paese.

Ma oltre all’obiettivo finalizzato all’accoglienza del singolo per fare la differenza per la persona accolta, tutti insieme possiamo fare la differenza per una nuova idea di rapporto col migrante.

Refugees Welcome si prefigge, infatti, finalità di più elevato profilo.

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Innanzitutto l’idea di promuovere una cultura dei diritti, per tutelarli decostruendo una politica di privilegi. Provare a produrre un cambiamento, pensare che un nuovo modello di accoglienza sia possibile per consentire l’inclusione e che l’interazione venga garantita. Altra finalità è quella di cambiare la percezione della realtà del fenomeno migratorio che certe politiche sciagurate hanno mistificato e ingigantito sia nei numeri sia nella qualità, trasformando ogni essere umano in un clandestino delinquente, dannoso per la nostra sicurezza! Altra finalità è decostruire pregiudizi e stereotipi, liberare dalla paura dell’altro e del diverso, valorizzare la diversità per creare un’abitudine alla diversità.

Diventiamo protagonisti di un cambiamento di paradigma.

Refugees Welcome Italia ETS è un’associazione che fa parte del network internazionale nato nel 2014 a Berlino e che si è diffusa in 15 paesi del mondo! Nel dicembre del 2015 è nata anche in Italia, strutturata in gruppi territoriali. Oggi è in 30 città in Italia, 17 regioni coinvolte, 400 convivenze attivate, più di 200 attivisti.

È un’associazione che si occupa di accoglienza in famiglia diretta e dal basso.

Cosa puoi fare tu?

Basta andare a questo link refugees-welcome.it/cosa-puoi-fare-tu che invia alla piattaforma in cui iscriversi sia per chiedere ospitalità, che per offrire ospitalità a casa, sia per diventare un mentore e affiancare un rifugiato nel suo percorso verso l’autonomia, sia per chi sceglie di collaborare con l’associazione come attivista. Spesso i rifugiati vengono iscritti dagli operatori quando un ragazzo/a deve uscire dalla comunità di seconda accoglienza ma non è ancora autonomo anche se ha completato il suo iter sul piano burocratico. L’inserimento nella famiglia avviene al termine di un percorso con un protocollo preciso finalizzato alla conoscenza reciproca, alla valutazione di idoneità e di compatibilità al fine di garantire una convivenza che sia più efficace e felice possibile. Inoltre la famiglia verrà seguita da un tutor in modo che questa non venga mai lasciata sola nel periodo dell’accoglienza fino all’autonomia del/della ragazzo/a ma possa sempre far conto sugli attivisti e sulla comunità dell’associazione per affrontare e risolvere i problemi laddove questi potrebbero sorgere.