# Tempi postmoderni


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Quale attività più universale del lavoro? Quale problema più vasto e più ricco di interferenze con tutti gli altri problemi di quello del lavoro? Leggi economiche, leggi fisiologiche, leggi psichiche: quasi tutta la società e quasi tutto l'uomo sono in gioco in quest'attività, che ancor oggi è una pena, ma che domani diventerà la suprema delle dignità umane (C. Berneri, *Il lavoro attraente*, 1934).

Se da un lato il cinema stimola riflessioni sulle dinamiche culturali e politiche che determinano i cambiamenti sociali, dall'altro – nel corso della sua storia novecentesca – è stato ed è ancora oggi uno strumento potente in grado di modellare opinioni, valori e comportamenti. Da qui l'importanza di questa nuova rubrica, che nasce con lo scopo di proporre «percorsi di visione» su tematiche e aspetti di una società sempre più complessa e in continua trasformazione e che intende suggerire la visione di film che possano aiutare e stimolare la riflessione su tali tematiche. La prima analisi che proponiamo riguarda il lavoro come principio fondante della società che, mutato nelle sue forme e nel suo significato, sembra non rappresentare più, per molte persone, un elemento centrale e identitario della propria vita.

Il mondo del lavoro, dei lavoratori e delle lavoratrici, ha sempre ispirato pellicole, fin dagli esordi del cinematografo. Il primo film, quello che convenzionalmente indica la nascita del cinema, venne proiettato a Parigi dai fratelli Lumière il 28 dicembre 1895, e si intitolava proprio *L'Uscita dalle Officine Lumière a Lione*. Il film, della durata di cinquanta secondi, mostrava semplicemente gli operai che uscivano dalla fabbrica – ora diventata un museo a Lione – attraverso immagini fotografiche dei fratelli Lumière. Il cinema, già all'esordio, rifletteva su se stesso, o meglio sui suoi mezzi di produzione, e se a questo aggiungiamo che per assistere alla proiezione lo spettatore, per la prima volta, doveva pagare un biglietto da un franco, è straordinario notare come il cinema – considerata la settima arte – nasca proprio come fonte di profitto e «industria» cinematografica, e la proiezione dell'uscita degli operai dalle fabbriche sembrava fatta apposta per rappresentarla.

Nel corso del Novecento la macchina da presa è entrata sempre più nella realtà del lavoro, assumendo i toni della commedia, della denuncia, della riflessione drammatica affrontata anche, a volte, con taglio comico, ma sempre riflettendo la vita delle persone, spinte a immedesimarsi nella narrazione. Questo è stato lo scopo principale del cinema di un regista politico impegnato nella rivoluzione d'Ottobre come Sergej Ėjzenštejn, che sperimentò il cosiddetto «montaggio intellettuale» proprio con il suo primo film incentrato sul mondo del lavoro, *Sciopero* (1925).

È attorno agli anni Trenta, però, che escono al cinema due film particolarmente significativi, *Metropolis* (Fritz Lang, 1927) e *Tempi moderni* (Charlie Chaplin, 1936), che di fatto segnano l'ingresso del tema del lavoro nel mondo del cinema. Visionario e fortemente drammatico il primo, denuncia tragicomica il secondo, rappresentano due facce della stessa medaglia: la fabbrica ford-taylorista dominata dal robot, che sia quello fantascientifico di *Metropolis* o l'uomo-macchina di *Tempi moderni*. In entrambe le pellicole i lavoratori vengono trattati come automi, costretti a ritmi di lavoro esasperati, senza garanzie e diritti, fino alla totale alienazione.

Un filo rosso che, in tema di lavoro, corre lungo tutto il Novecento, ma che qui non intendiamo dipanare e nemmeno riavvolgere con una narrazione. La nostra «scelta di campo» guarda al presente, al contemporaneo, o meglio ancora al post-moderno. Facciamo quindi un salto temporale dai *Tempi moderni* ai «Tempi post-moderni», per un viaggio che, pur non avendo la pretesa di essere esaustivo e nemmeno fedelmente cronologico, vuole riflettere sul cinema che negli ultimi vent'anni ha messo il tema del lavoro e le sue contraddizioni al centro della propria produzione.

Confrontandosi con il nostro tempo e la nostra società, *La legge del mercato* (Stéphane Brizé, 2015) mette in scena il rapporto tra l'individuo e il mondo del lavoro, senza alcuna manipolazione cinematografica ma raccontando gli effetti del disagio sulla vita del protagonista Thierry, interpretato da uno straordinario Vincent Lindon. Disoccupato da 20 anni, con 51 anni sulle spalle e 500 euro al mese di sussidio, Thierry cerca di resistere per cavarsela in un contesto sociale che solo apparentemente sembra disposto a sostenere chi è davvero in difficoltà. Spinto dal desiderio di far proseguire gli studi al figlio disabile e dalla necessità di sanare un debito con la banca, Thierry sceglie fin da subito di non condividere la propria lotta con i compagni di lavoro, accettando un impiego sottopagato e lontano dalle proprie competenze specifiche. Diventa sorvegliante di un supermercato dove i piccoli furti, sintomo di una crisi economica sempre più dilagante, sono all'ordine del giorno e pongono Thierry davanti al dilemma morale di denunciare i colleghi autori dei taccheggi. Inseguendo la logica del profitto, la legge del mercato relega i lavoratori ai margini, privandoli non solo della libertà economica ma anche etica. Il protagonista viene continuamente «pedinato» dalla macchina da presa, che si sofferma sul suo vivere quotidiano con lunghi piani sequenza, quasi a chiedere a chi guarda di «sospendere l'incredulità» e osservare la realtà per quella che è. Un cinema quasi documentaristico, *cinéma vérité*, come dicono i francesi. *La legge del mercato* è il primo capitolo di una trilogia che il regista Stéphane Brizé dedica al mondo del lavoro, cui seguono *In guerra* (2018) e *Un altro mondo*  (2022), collocandosi a pieno titolo in quel cinema sociale e militante di cui i fratelli Dardenne, autori del nostro prossimo suggerimento di visione, sono tra i maggiori interpreti.

*Due giorni, una notte* (Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2014) è la storia del drammatico weekend di Sandra, interpretata da Marion Cotillard, operaia e madre di famiglia sotto minaccia di licenziamento, costretta a bussare alle porte dei colleghi per convincerli a rinunciare al bonus aziendale e mantenere così il suo posto di lavoro. La vicenda, che si svolge in un'anonima periferia belga, avrebbe potuto essere ambientata ovunque: è il racconto di una guerra tra poveri in un mercato del lavoro sempre più selvaggio e disumano, dove troppo spesso salvare se stessi vuol dire colpire l'altro. La macchina da presa si incolla alla protagonista e non l'abbandona mai, per due giorni e una notte la segue nella sua via crucis al confine, oggi sempre più labile, tra la difesa di un diritto e l'elemosina. Il cinema dei Dardenne si caratterizza, generalmente, per il crudo realismo della narrazione e questo film non fa eccezione: la trasformazione e l'evoluzione dei personaggi, e delle situazioni in cui sono inseriti, verso il lieto fine – ben distante dal buonismo di stampo hollywoodiano – risultano necessarie per suggerirci che in questa guerra tutti-contro-tutti la lotta solitaria non dà sbocchi e che, per salvare se stessi, occorre guardarsi l'un l'altro e generare solidarietà.

Nello spazio di tempo di una settimana, invece, corre la vita di un'altra donna, Julie (Laure Calamy), protagonista di *Full Time - Al cento per cento* (Eric Gravel, 2022). Julie corre, letteralmente. Non si ferma mai, schizza da una parte all'altra di Parigi per tenere insieme la sua vita. Corre a prendere il treno ogni mattina per andare al lavoro come capo cameriera in un hotel di lusso, corre a prendere la metro e recuperare i figli dalla vicina, corre a fare la spesa, corre a cercare un impiego più remunerativo. Corre, fino a quando uno sciopero nazionale dei mezzi di trasporto fa saltare il gioco di incastri su cui si basa la sua quotidianità e la porta a perdere il posto di lavoro. Costretta a fermarsi, Julie trasforma il momento di crisi in un'occasione per ripartire da sé. Visto fuori dal contesto, il film ha la stessa tensione di un thriller con una donna braccata e in fuga. A inseguire la protagonista, però, non ci sono spie o terroristi bensì il quotidiano in un dramma sociale comune alle molte Julie ricattabili e costrette a lavori precari e sottopagati. *Full time - Al Cento per Cento* è una radiografia del nostro tempo che sottomette e annienta bisogni e sentimenti nel nome di un essere umano disumanizzato, divenuto ingranaggio del sistema. Come lo è Ricky, il protagonista di *Sorry We Missed You* (Ken Loach, 2019) che, disoccupato e senza diplomi né qualifiche professionali, accetta al volo un lavoro come autista indipendente per una ditta di consegne a domicilio. Per acquistare il furgone, convince la moglie a vendere l'unica auto di famiglia e inizia la sua corsa a ritmi indiavolati scanditi da tempi e da scadenze dettate da uno scanner digitale. Diventare imprenditori di se stessi non implica diminuire i tempi di lavoro, ma aumentare i rischi e i problemi che finiscono per compromettere la solida unità familiare di Ricky. Bersaglio della denuncia di Ken Loach, che non ha mai fatto segreto delle sue idee manifestandole in un concreto impegno politico e nella militanza culturale, è la *gig economy*, il regime di libero mercato in cui i lavoratori assumono le stesse mansioni di un lavoratore dipendente, ma anche i rischi e le responsabilità di un libero professionista. Situazione diffusa tra i fattorini di Deliveroo, i corrieri indipendenti di Amazon e molte altre realtà, il *gig working* declina la mobilità sociale a vantaggio delle corporazioni invece che dei lavoratori di cui il protagonista del film è la perfetta esemplificazione.

Anche Issa, il giovane protagonista senegalese del film *Anywhere Anytime* di Milad Tangshir (2024) – alla sua prima prova come regista – è alle prese con la propria sopravvivenza nel mondo drogato della *gig economy*. Il film scandisce il ritmo della povertà: alla continua ricerca di un'occupazione, Issa acquista a fatica una bici usata per poter lavorare «a chiamata» come *rider* per le consegne a domicilio. Le cose per lui si complicano quando, durante una consegna, la bicicletta gli viene rubata. Inizia quindi un inseguimento – un pedinamento quasi zavattiniano – alla disperata ricerca della bici sottratta, che in una condizione di estrema vulnerabilità può fare la differenza tra salvarsi e non farcela. La bicicletta rappresenta, per Issa, l'unica possibilità che ha di poter lavorare, e qui il riferimento al capolavoro del 1948 di Vittorio De Sica *Ladri di biciclette* diventa oltremodo evidente, anche se non è mai scontato, poiché la sensibilità del regista riesce ad attualizzare la storia e a renderla se possibile ancora più cruda. Un neorealismo postmoderno che non intende concedere nulla a niente e a nessuno, tantomeno a un finale falsamente consolatorio. *Anywhere Anytime*, la scritta sullo zaino giallo del protagonista rider, diventa la metafora dell'ipocrisia della società sul mondo del lavoro sommerso e clandestino.

Infine, ci piace suggerire la visione di due pellicole italiane, tra le poche a dare ancora voce alla rabbia operaia: *Palazzina Laf* (Michele Riondino, 2023) che racconta il mobbing nel reparto lager dell'Ilva di Taranto, e *La fabbrica dei tedeschi* (Mimmo Calopresti, 2008) che racconta la tragedia della Thyssen-Krupp Acciai Speciali di Terni, dove sette operai persero la vita.

Il lavoro, così come si desume da questo nostro primo percorso di visioni cinematografiche, non sembra essere diventato «la suprema delle attività umane», come auspicato da Camillo Berneri. Piuttosto, è rimasto «una pena», e senza neppure l'aspettativa di un finale consolatorio. Tra tutti i diritti umani, quelli di chi lavora sono tra i più violati al mondo a partire da quello a riunirsi in sindacati e a negoziare collettivamente, senza il quale è difficile immaginare che si possano proteggere il diritto a un salario minimo adeguato, alla salute e alla sicurezza sul lavoro o a ragionevoli orari di lavoro. La dialettica tra capitale e lavoro non è mai stata, almeno potenzialmente, paritaria e mai lo sarà, ed è innegabile che esista un chiaro legame tra il rispetto dei diritti dei lavoratori e la forza di qualsiasi democrazia. *Mala tempora currunt*.

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Anywhere anytime

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Due giorni, una notte

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Full time - Al cento per cento

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L'uscita dalle officine Lumière a Lione

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La fabbrica dei tedeschi

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La legge del mercato

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Metropolis

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Palazzina LAF

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Sciopero

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Sorry We Missed You

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Tempi moderni

