{"title":"Stig Dagerman (1923-1954)","date":"2025-02-01","autori":["Fulvio Ferrari"],"numero":"10","sezione":"Radici","pagina":93,"permalink":"https://semisottolaneve.net/articoli/10-stig-dagerman/","content":"\n![](/numeri/immagini/10/_page_93_Picture_0.jpeg)\n\nC'è un motivo, anzi, ci sono molti motivi se Stig Dagerman è ancora oggi, a settant'anni dalla sua morte, un autore letto, tradotto, discusso in tutto il mondo (una scelta di suoi testi è stata pubblicata l'anno scorso in lingua araba). Narratore, giornalista, militante anarchico, Dagerman ha mantenuto per tutta la sua breve vita uno sguardo lucido e critico sulla società, sull'arte e su sé stesso, mettendo a nudo nodi che, irrisolti, conservano tutta la loro urgenza e la loro complessità. Nato nel 1923, anarchico Dagerman lo è stato fin dall'adolescenza, quando ha cominciato a frequentare insieme al padre operaio il circolo anarco-sindacalista di Stoccolma, e la sua abilità nella scrittura ha fatto sì che entrasse ben presto a far parte della redazione del giornale dei giovani anarchici *Storm* («Tempesta») e che, poco più tardi, cominciasse una collaborazione con il quotidiano del movimento, *Arbetaren* («Il lavoratore»), durata fino alla morte.\n\nLa svolta nella sua vita di scrittore è arrivata nel 1945 con la pubblicazione del suo primo romanzo, *Il serpente*: poco più che ventenne, Dagerman si trova al centro della scena letteraria svedese, acclamato come portavoce di una nuova generazione. Il successo, però, non gli ispira nessun facile ottimismo: in un breve saggio di quello stesso 1945, intitolato *Lo scrittore e la coscienza*, Dagerman affronta tutta la contraddittorietà del suo ruolo sociale. In quanto artista, lo scrittore è moralmente tenuto a cercare la verità e la verità non si lascia indagare con un linguaggio «facile», banalizzante. D'altro canto lo scrittore, pur nella sua libertà, non può esimersi dallo schierarsi nella lotta sociale: «perché nessuno è tanto 'libero' da potersi esimere dal prendere posizione nella lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori». Da queste convinzioni nasce il paradosso di una letteratura che si dà come scopo la liberazione di una classe sociale che non è in grado di leggerla. Dagerman non dà risposte facili, la sua risposta è che bisogna accettare di muoversi nel «bosco dei paradossi».\n\nAnche il suo anarchismo, del resto, è inteso in un senso originale. Sia chiaro, Dagerman non è un anarchico da salotto, la sua adesione al movimento è militante e fino alla fine continua a collaborare con i giornali libertari e a partecipare alle manifestazioni di piazza. Il suo anarchismo, però, è un anarchismo disincantato, privo di qualsiasi colorazione di messianesimo sociale. Già nel romanzo *Il serpente*, il personaggio Scriver, evidente proiezione letteraria dell'autore, dà voce al suo pessimismo esistenziale: «Io aspiro alla giustizia sociale, cioè, a un sistema in cui non ci sia più la tratta degli schiavi, in cui sia considerata una cosa contro natura che si debba essere riconoscenti a un datore di lavoro, a una banca o a una lotteria perché ti garantiscono il diritto di vivere. […] Per l'armonia, invece, non chiedo assolutamente nessuno spazio, in quel sistema. La serena felicità, purtroppo, ha dimostrato una certa tendenza a degenerare in rutti e indigestioni».\n\nNel saggio *Il mio punto di vista sull'anarchismo*, del 1946, da un lato afferma che l'esperienza catalana ha storicamente dimostrato la possibilità di realizzare una società coerente con gli ideali anarchici, ma dall'altro lato riconosce la sconfitta internazionale del movimento e la necessità di un lungo lavoro culturale prima di poter porre di nuovo la questione della costruzione di una società libertaria: «In quanto anarchico (e in quanto pessimista, nella misura in cui è consapevole che il suo contributo potrà forse avere solo un significato simbolico), lo scrittore può intanto attribuirsi in buona\n\n![](/numeri/immagini/10/_page_96_Picture_0.jpeg)\n\ncoscienza il modesto ruolo del lombrico nel terriccio della cultura che altrimenti si disseccherebbe nell'aridità delle convenzioni. Essere il politico dell'impossibile in un mondo dove sono troppi i politici del possibile è, nonostante tutto, un ruolo che personalmente mi può soddisfare come essere sociale, come individuo e come autore del *Serpente*».\n\nLa consapevolezza del paradosso e della sconfitta non induce Dagerman alla passività, anzi: negli anni tra il 1945 e il 1949 scrive i suoi capolavori, sempre sperimentando nuovi stili e nuove tecniche, attento soprattutto alla lezione di Kafka e di Faulkner, oltre che dei grandi autori svedesi del Novecento. Continua anche la sua attività militante, scrivendo poesie satiriche per l'*Arbetaren* e impegnandosi nella lotta contro il franchismo e il dispotismo stalinista. L'acutezza del suo sguardo gli permette poi di individuare una linea di tendenza che porta dalla società del bisogno a una società dell'angoscia e dell'impotenza.\n\nForse proprio l'angoscia, una lunga crisi creativa e l'ansia di prestazione sono la chiave per capire le ragioni del suo suicidio, nel novembre del 1954. Un suicidio che nulla toglie all'attualità del suo pensiero e all'urgenza delle questioni che ha posto nella sua opera.\n\n#### Bibliografia:\n\nDagerman S., Il serpente, Iperborea, Milano, 2021.\n\n- La politica dell'impossibile, Iperborea, Milano, 2016.\n- Autunno tedesco, Iperborea, Milano, 2018.\n- Bambino bruciato, Iperborea, Milano, 1994.\n- Il nostro bisogno di consolazione, Iperborea, Milano, 1991.\n\nFontana G., Letteratura senza aggettivi, «Rivista anarchica», 50, 440, febbraio 2020.\n\nRiva A., Il tormento di Stig Dagerman, il politico dell'impossibile, «Domani», 26 febbraio 2021.\n\nRossetti I., Stig Dagerman. Il cuore intelligente, FVE, Milano, 2021.\n"}