La ribellione dei quattro elementi. Fuoco, acqua, terra e aria contro l'Antropocene

Scriviamo queste righe a una settimana dalla disastrosa alluvione della Dana a Valencia che ha causato oltre duecento vittime, e a un paio di settimane di distanza dall’ennesima alluvione che ha colpito Emilia-Romagna, Piemonte, Liguria, Toscana, Calabria e Sicilia a ottobre 2024. Avremmo potuto scriverle a settembre dello stesso anno o a maggio dell’anno precedente. Il punto di partenza sarebbe stato lo stesso: non stiamo attraversando crisi sporadiche con picchi emergenziali, siamo all’interno di una crisi sistemica. Non è cambiamento climatico – perché il clima è sempre cambiato – ma è riscaldamento globale. Tutti i fenomeni estremi a cui stiamo assistendo sono frutto diretto o indiretto di una temperatura media sulla Terra che sta crescendo sempre di più. Già a novembre Copernicus ha annunciato che il 2024 è stato l’anno più caldo della storia. Il primo ad avere una temperatura media superiore a 1,5°C rispetto al periodo pre-industriale. Quel limite che negli Accordi di Parigi del 2015 ci si era detto di non superare. Non è cambiamento climatico, è crisi climatica. Il riscaldamento globale ha scatenato la «ribellione dei quattro elementi». Il fuoco sta assumendo una forza distruttrice e una capacità di rigenerarsi senza precedenti, l’acqua sta trovando nuovi modi per evadere da dove è stata costretta dalla spinta costruttrice dell’uomo e sta scomparendo dai luoghi più caldi, la terra sempre più edificata sta franando per riprendersi i propri spazi e l’aria è diventata sempre più irrespirabile.
Come il fuoco sta cambiando e sta incrementando la propria forza distruttrice a causa delle condizioni climatiche, è già stato affrontato dal giornalista canadese John Vaillant nel recente volume L’età del fuoco. Una storia vera da un mondo sempre più caldo (Iperborea, 2024), dove racconta il più grande incendio mai avvenuto. Era il 3 maggio 2016 e a Fort McMurray, Alberta, Canada faceva molto caldo e il tasso di umidità era fra i più bassi mai registrati; è bastata una scintilla per scatenare un incendio incontrollabile. Ciò che ha contribuito al diffondersi delle fiamme è stato anche il luogo in cui è scoppiato. Fort McMurray è una città nata sull’estrazione del bitume. Attività che nasce dal fuoco e che non si può fermare neanche col fuoco alle porte. È la rappresentazione plastica di quello che l’autore chiama Petrocene, l’era geologica dominata dalla corsa dell’Homo flagrans, dirompente quanto un’eruzione vulcanica, all’energia-a-tutti-i-costi.
Per raccontare come l’acqua sta tornando a fluire e a uscire dagli spazi in cui è stata costretta, per avere idea della forza distruttrice dell’elemento da sempre associato alla vita, bisogna guardare alle due alluvioni che hanno colpito l’Emilia-Romagna in primavera 2023 e autunno 2024 e ancor di più all’alluvione di Valencia di fine 2024. Tutti i principali enti di ricerca che si occupano di gestione del territorio, dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) al CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), sono concordi nel dire che l’evento è stato accentuato dalla non adeguata gestione del territorio a livello regionale, e in particolar modo da non essere intervenuti sulle problematicità del dissesto idrogeologico e sulla legislazione sul consumo di suolo. L’Emilia-Romagna è la terza regione d’Italia per consumo di suolo con circa 658 ettari cementificati in un solo anno e l'80% di questa superficie riguarda aree a pericolosità idraulica.
Questa situazione si è evidenziata ancora di più nella città di Bologna a ottobre 2024. È passato tristemente alle cronache il torrente Ravone che taglia da sud a nord alcune zone prospicenti al centro città. Fino al 1932 aveva un corso completamente scoperto che la furia costruttivista dell’epoca ha deciso di tombare a seguito di un «furioso uragano» che aveva allagato numerose case. Questa scelta, che all’epoca sembrava la soluzione migliore, ha fatto da «pentola a pressione» che non è riuscita a contenere le acque.
È invece ancora presto per analizzare i dati precisi relativi alla Dana (Depresion aislada en niveles altos, «depressione isolata ad alta quota») che ha colpito Valencia. C’è un’unica certezza: ciò che genera questi fenomeni è una massa di area fredda che si scontra con le temperature troppe elevate del suolo e del mare; quando è scoppiata la Dana le temperature delle acque del Mediterraneo erano di 5-6 gradi superiori rispetto alla media. Con il riscaldamento globale in atto ci sono ragioni per temere che le precipitazioni saranno più rare, ma molto più intense, proprio perché dipendenti da temperature più alte. Quindi l’acqua continuerà a ribellarsi in primavera e in autunno e il fuoco approfitterà delle temperature più elevate nei mesi estivi.
La ribellione dell’acqua porta con sé anche la ribellione della terra. Strettamente collegati ai fenomeni alluvionali troviamo anche i fenomeni franosi che interessano da anni ampie fasce dell’Appennino dalla Liguria alla Calabria. Secondo l’ISPRA, dal 2016 al 2023 sono stati più di 620.000 gli eventi franosi che interessano il 94% dei comuni del territorio italiano. Nel 2023 nelle sole province orientali dell’Emilia e della Romagna i fenomeni franosi sono stati 80.000. Sintomo di una terra che si ribella alla continua speculazione e incuria dei terreni; come scriveva già nel 2015 la geografa Paola Bonora in Fermiamo il consumo di suolo. Il territorio tra speculazione, incuria e degrado (Il Mulino, 2015) il consumo di suolo è un prodotto della finanziarizzazione immobiliare e della rendita, di una pianificazione territoriale debole e compromessa, di ambiguità legislativa, e in più di speculazione, corruzione, opere inutili.
Altro fenomeno che testimonia la ribellione di terra e acqua è l’aridificazione. È più corretto parlare di aridificazione che di siccità perché come sottolineava nel 2020 il giornalista austriaco Bob Berwyn di Inside Climate News «la siccità implica il ritorno dell’acqua». Mentre ormai in molte zone siccitose l’acqua è scomparsa. L’aridificazione è la porta di accesso alla desertificazione. In Italia la regione più colpita da questo fenomeno è la Sicilia che a febbraio 2024 aveva già dichiarato lo stato di emergenza per siccità, ampliatosi in estate quanto la popolazione della provincia di Agrigento è stata costretta a razionare il proprio consumo di acqua fino al 45%. Con impatti inimmaginabili sulla vita delle persone.
L’ultimo elemento che si ribella, meno evidente perché invisibile, è l’aria. Gli Accordi di Parigi, firmati nel 2015 da 194 paesi che miravano a limitare il riscaldamento globale al di sotto di 2°C e a proseguire gli sforzi per circoscriverlo a 1,5°C al fine di evitare le conseguenze catastrofiche, sono stati prontamente disattesi. Secondo i dati di Copernicus, osservatorio climatico dell’Unione Europea, la temperatura media globale nel periodo marzo 2023-febbraio 2024 è stata costantemente superiore agli 1,5°C che avevamo promesso di non superare. Febbraio è stato a livello mondiale più caldo di 1,77°C rispetto alla media del periodo 1991-2020. Se possibile in Italia la situazione è stata ancora peggiore: +2,19°C. Pochi mesi dopo abbiamo vissuto una delle estati più calde della storia, seguita da due alluvioni, a dimostrazione degli stretti legami fra i quattro elementi.
Prima di trarre le nostre conclusioni è necessario ricordare storicamente da dove deriva la teoria dei quattro elementi. È stato Empedocle, filosofo greco del V secolo a.C., a teorizzare che le forme della materia si basano su quattro elementi e che tutti gli oggetti materiali sono composti dalla combinazione di essi. La mutazione degli oggetti materiali avverrebbe attraverso la riorganizzazione degli elementi.
Come abbiamo visto, nell’Antropocene stiamo vivendo un periodo di forte squilibrio sistemico dei quattro elementi naturali causato dalle attività umane conseguenti alla rivoluzione industriale.
È ormai acclarato che il riscaldamento globale è causato dalle attività umane che determinano il rilascio nell’atmosfera di gas serra. Alcune delle attività umane che contribuiscono a incrementare le temperature sono la deforestazione indiscriminata, l’allevamento intensivo e l’uso di combustibili fossili.
La ribellione dei quattro elementi non è altro che la manifestazione più evidente di come la natura stia reagendo all’era dell’Antropocene. Il fuoco divora territori sempre più vasti, nutrendosi del calore di un’atmosfera sempre più calda. L’acqua infrange gli argini artificiali che abbiamo costruito, riappropriandosi degli spazi che le abbiamo sottratto. La terra frana sotto il peso della nostra incontrollata urbanizzazione. L’aria, invisibile ma onnipresente, continua a scaldarsi oltre ogni previsione e oltre ogni soglia di sicurezza che la politica si era imposta.
La ribellione degli elementi mostra che è l’intero sistema a essere in crisi, e solo un cambiamento altrettanto sistemico potrà darci una speranza di futuro. Non è più tempo di mezze misure o di compromessi: o cambiamo radicalmente il nostro rapporto con il pianeta, o sarà il pianeta stesso a imporci questo cambiamento, con conseguenze che possiamo solo iniziare a immaginare.
Come abbiamo visto fuoco, acqua, terra e aria trovano modi e percorsi per mutare, sopravvivere e rigenerarsi. Non è in discussione la vita del pianeta, come si modificherà la vita degli esseri viventi in un pianeta sempre più caldo. Le scelte scellerate dell’essere umano hanno generato questa situazione. Se in passato abbiamo imparato a padroneggiare (o quasi) i quattro elementi, è giunto il momento di imparare a padroneggiare noi stessi. Abbiamo due strade che si possono intersecare: mitigazione e adattamento. Nel primo caso significa fare di tutto per ridurre l’emissione di gas serra nell’atmosfera, nel secondo significa anticipare gli effetti avversi del riscaldamento globale, mettendo in campo azioni che prevengano o diminuiscano i danni. La mitigazione è lontana da venire, perché dipende in maniera diretta dalle scelte di pubbliche amministrazioni sempre più reazionarie e negazioniste e di corporation globali il cui obiettivo continua a essere la massimizzazione dei profitti. L’adattamento è invece qualcosa che può essere messo in campo anche e soprattutto da comunità locali orizzontali che individuino i rischi e anticipino i possibili effetti, prendendosi cura dei propri territori. È il momento di agire. Ora.

