{"title":"Dorothy Day (1897-1980)","date":"2025-02-01","autori":["Francesco Codello"],"numero":"10","sezione":"Radici","pagina":97,"permalink":"https://semisottolaneve.net/articoli/10-dorothy-day/","content":"\nPresentare un breve profilo di Dorothy Day significa soprattutto parlare della sua vita. Questa straordinaria donna, infatti, non ha mai voluto separare il suo pensiero dalla sua vita, che in lei diventa testimonianza continua e indelebile di valori professati ma, soprattutto, vissuti quotidianamente.\n\nNasce l'8 novembre del 1897 a Brooklin (New York), in una famiglia dalle forti tradizioni protestanti e patriottiche, padre giornalista sportivo e madre casalinga. Per esigenze di lavoro del padre si trasferisce a San Francisco e poi a Chicago. Nel 1914, all'età di 17 anni, all'inizio della prima guerra mondiale, vince una borsa di studio all'Università dell'Illinois per studiare Lettere. Si dichiara atea e si rende indipendente dalla famiglia. Matura l'adesione al movimento socialista. Due anni dopo abbandona l'Università e si trasferisce a New York cominciando il suo lavoro di giornalista nei giornali di sinistra «The Liberator», «The Masses» e «The Call» diventando una attivista a tutto tondo nel movimento sindacale e socialista. Nel 1917 finisce per la prima volta in prigione (decine saranno le carcerazioni successive) per una protesta a favore del diritto di voto alle donne, ma sarà liberata dopo una decina di giorni grazie a uno sciopero della fame di gruppo. Scoppia la Rivoluzione russa e l'anno seguente finisce\n\n![](/numeri/immagini/10/_page_99_Picture_0.jpeg)\n\nla prima guerra mondiale e Day segue corsi di infermiera nell'ospedale Kings County di Brooklyn. Si sposa nel 1918, resta incinta ma abortisce per evitare di separarsi dal compagno, peró poi divorzia l'anno seguente. Da una relazione successiva nasce sua figlia Tamar nel 1926. A partire da quest'anno inizia il processo della sua conversione al cattolicesimo, che sfocia nella richiesta del battesimo per sé e per la figlia. Nel 1933 incontra Peter Maurin (1881-1949) col quale inizierà una collaborazione intensa e dal quale sarà influenzata culturalmente e spiritualmente abbracciando la filosofia personalistica di Mounier e Maritain. Nel 1922, all'età di 25 anni, scrive il romanzo autobiografico *The Eleventh Virgin* dal quale sarà tratto un film di successo e lei riceverà cinquemila dollari coi quali acquisterà una piccola casetta sulla spiaggia di *Staten Island*. Nel 1933 con Maurin condivide le simpatie per l'IWW (sindacato rivoluzionario libertario) e fonda il periodico «The Catholic Worker» organo dell'omonimo movimento sociale (*The Catholic Worker Movement*) creato da questa coppia di radicali libertari americani.\n\nIl giornale ha evidenti affinità anarchiche ma è di esplicito orientamento cristiano, si schiera in difesa dei diseredati e dei poveri. Sia lei, sia Maurin scrivono appassionatamente a favore dei diritti delle donne, della necessità che l'amore sia libero dallo sfruttamento e dall'oppressione dell'urgenza del controllo delle nascite. In pieno clima guerrafondaio degli anni '30, si impegna tenacemente per sostenere una nuova collocazione neutrale e pacifista che sposi le pratiche attive della nonviolenza, l'amore operoso, la lotta all'economia di sfruttamento capitalistico e al sentimento nazionalistico. Day e Maurin fondano numerose case di accoglienza in diverse città statunitensi per garantire ospitalità concreta agli impoveriti dalle crisi del sistema economico e sociale e per dare speranze di rinascita ai diseredati. Queste «case di ospitalità» rappresentano lo sforzo maggiore del movimento e un esempio concreto di pratiche solidali e mutualistiche, in grado di contrastare la miseria e la sofferenza che gli ultimi patiscono a causa di un sistema sociale autoritario e corrotto dalle logiche del denaro. Queste case si diffondono a decine anche in Canada e in Gran Bretagna dando a Dorothy Day una visibilità e una notorietà internazionale.\n\nDa sempre contro la guerra, Dorothy Day indice con i militanti del movimento numerose manifestazioni antimilitariste, molte delle quali terminano con il fermo poliziesco di decine di persone. Nel 1955, dopo essere stata arrestata, divide la cella con Judith Malina, attrice del *Living Theatre* anch'ella presente alla manifestazione incriminata. Secondo la testimonianza di Judit Malina, Dorothy era anarchica a tutto tondo, anche se quest'anarchismo era di fatto e per definizione coniugato con un cattolicesimo profondo e integrale: «Dorothy si rifiutava di fare distinzioni fra i poveri, gli ubriaconi, i miserabili, i disoccupati che arrivavano per un piatto di minestra e la gente che la minestra la cucinava […]. Ho visto Dorothy incontrare queste persone senza speranza in un modo così incredibile, semplice e diretto, che mi ha fatto imparare moltissimo della vita, del sistema delle classi, dei nostri obblighi gli uni verso gli altri, e di me stessa». Malina testimonia inoltre come Dorothy mostrasse alle detenute un modo diverso di rapportarsi col potere dell'autorità: mostrando resistenza ma senza un atteggiamento di odio […]. Conosceva assai bene i principi di base dell'anarchismo classico». Infatti Day aveva letto molto Tolstoj e apprezzato il suo cristianesimo libertario, aveva studiato e commentato testi come *Il mutuo appoggio* e *Campi, fabbriche, officine* di Kropotkin, ma conosceva anche Bakunin ed Emma Goldman e molti altri militanti anarchici. Scrive nella sua autobiografia a questo proposito: «Io ero in bilico tra socialismo, sindacalismo (IWW) e anarchia. Quando leggevo Tolstoj ero anarchica, Ferrer con le sue scuole, Kropotkin con le sue comuni agricole, l'IWW con la sua solidarietà e i suoi sindacati mi attiravano ugualmente […] Il socialismo era troppo dottrinario; non capivo Marx».\n\nNonostante ciò ha sempre rifiutato l'etichetta di anarchica, preferendo essere definita cristiana, cattolica e «personalista».\n\nBenché la sua devozione alla Chiesa cattolica fosse forte, non ha mai voluto imporre la sua fede agli altri, né mai sono mancate le critiche alla stessa istituzione ecclesiastica. Dopo la vittoria di Francisco Franco nella guerra civile spagnola, suscitando sdegno negli ambienti cattolici americani, si schiera, in opposizione alla posizione ufficiale della gerarchia cattolica, apertamente contro la dittatura franchista; altra polemica la avrà con il cardinale Francis Spellman, che voleva imporle la sostituzione della testata del suo giornale, cosa che lei sempre rifiutò. Coerente con i suoi valori e testimoniando con la vita la sua devozione agli ultimi, attraverserà da protagonista critica i movimenti di contestazione della fine degli anni Sessanta e non cesserà mai di garantire il suo impegno per la causa dell'emancipazione umana.\n\nHa speso la sua vita sostenendo sempre in modo concreto la causa dei poveri e degli sfruttati girando in lungo e in largo gli Stati Uniti, l'Europa, e molti altri paesi (Russia compresa). Le case che hanno accolto migliaia di diseredati sono state tutte fondate e sostenute dalla militanza degli attivisti, finanziate esclusivamente con donazioni e sottoscrizioni, la sua intera vita è stata vissuta all'insegna della sobrietà senza concedersi nessun lusso né agio particolare. Il suo impegno è sempre stato caratterizzato da un approccio radicalmente non violento e pacifista e si è accompagnato con continue azioni antimilitariste e internazionaliste.\n\nDwight Macdonald nel numero del 4/10/1952 del «New Yorker» così descrive la figura complessa di Dorothy: «Comunica una forza morale composta di apertura, sincerità, serietà e umorismo […] Il suo temperamento unisce sentimento mistico e praticità in un modo non comune nel mondo di tutti i giorni […] Miss Day combina le funzioni di direttrice – l'allegra allegria, la capacità di far emergere i timidi, l'abile intrattenimento degli indisciplinati e persino la raccolta fondi – con quelle di una madre affettuosa e vigile». Soffre per l'uccisione dei coniugi Rosemberg, come aveva patito la morte sulla sedia elettrica di Sacco e Vanzetti. Per difendere i neri dalle violenze razziste subisce un attentato in occasione della sua visita alla colonia comunitaria cristiana chiamata «Koinonia» ad Americus in Georgia. Si batte contro gli ordigni nucleari e gli intenti bellicistici da parte di ogni tipo di regime politico. Assieme al movimento dei *Catholic Worker* partecipa alle proteste contro tutte le guerre: il conflitto cino-giapponese, la guerra d'Etiopia, in Spagna, la seconda guerra mondiale, quella in Corea, in Algeria e in Vietnam. Scrive continuamente nel giornale di ciò che vede e vive: le lotte per la giustizia sociale, le comuni agricole fondate dal movimento, gli esperimenti e le pratiche di vita evangelica, la difesa dei diritti civili, la non violenza attiva e il rinnovamento della Chiesa. Ovunque ci sia bisogno della sua presenza fisica e morale lei c'è. A Roma nei giorni del Concilio indetto da papa Giovanni digiuna e prega confidando in particolare nella condanna di ogni guerra e violenza. Amore, solidarietà, comunità: tre parole chiave per capire fino in fondo la portata del messaggio di Dorothy Day e a chi le chiede dei suoi piani futuri ripete, come un mantra, la sintesi estrema del suo pensiero che ispira la sua militanza: «Continuare a lavorare per una società dove sia più facile essere buoni». Nonostante sia diventata un personaggio pubblico frequentemente citata nei grandi organi di informazione conserva sempre la sua vocazione di povertà e di semplicità. Queste caratteristiche straordinarie possono ben sopportare le contraddizioni che talvolta Day ha espresso rispetto alla sessualità, all'adesione alla Chiesa come istituzione, ecc. Va ricordato che i suoi interlocutori privilegiati all'interno del cattolicesimo saranno dissidenti come il pensatore gandhiano Lanza del Vasto, Hélder Camara, fratello Roger di Taizé, madre Teresa di Calcutta, solo per citare i principali. In Italia sarà con Danilo Dolci, Ignazio Silone e sua moglie Darina, in prima fila nella lotta contro la mafia e l'oppressione della disuguaglianza sociale ed economica. Solidarizzerà con il dissenso sovietico e collaborerà anche con Joan Baez in un simposio antimilitarista e pacifista. L'ultimo arresto lo subisce all'età di 75 anni e lo considera un periodo di «riposo» dalle frenetiche attività militanti. L'ultimo intervento pubblico è del 1976: per lei diventa l'ennesima occasione di schierarsi contro la bomba atomica proprio nell'anniversario della bomba di Hiroshima e di riaffermare il suo pacifismo e il suo antimilitarismo. Nel suo conclusivo scritto pubblico esalta la bellezza della natura, l'amore di Dio, la necessità di perdonare, l'augurio al mondo di più misericordia e più felicità: «Abbiamo bisogno di rispetto per la terra. Tutto viene da lei».\n\nDorothy Day, morta a New York il 29 novembre del 1980, è stata sepolta nel *Resurrection Cemetery* di Staten Island, a pochi isolati da dove si trovava il suo cottage vicino al mare. Per suo volere la Chiesa sarà una chiesa dei poveri e non la cattedrale. Fino alla fine fedele al vecchio slogan mutuato dall'IWW: «Costruire il nuovo dentro la struttura del vecchio». Agire ora, qui, concretamente per edificare fin da subito il mondo nel quale desidereremmo vivere.\n\n#### Bibliografia suggerita per approfondire\n\nDay D., Una lunga solitudine. Autobiografia, Jaca Book, Milano, 2002.\n\nForest J., Dorothy Day. Una biografia, Jaca Book, Milano, 2011.\n\nForcades T., Per amore della giustizia. Dorothy Day e Simone Weil, Castelvecchi, Roma, 2021.\n\nGaleotti G., «Siamo una rivoluzione». Vita di Dorothy Day, Jaca Book, Milano, 2021.\n\nMiller W. D., Dorothy Day e il Catholic Worker Movement, Jaca Book, Milano, 1981.\n\nMoreel B., I compagni Catholic Workers, in: «A-Rivista anarchica», 36, 322, Milano, dicembre 2006-gennaio 2007.\n\nValenti C., Conversazioni con Judith Malina, Elèuthera, Milano, 1995.\n"}