Parliamo di democrazia. Democrazia reale

La democrazia rappresentativa riproduce sistemi di potere oppressivi. La democrazia può assumere molte forme, ma per lottare per essa dobbiamo prima sapere di cosa stiamo parlando.
Il governo del popolo è il popolo. È lì che si trova il potere: nel popolo. E i leader del popolo non sono tutti al governo. Sono ovunque.
Winona LaDuke, White Earth Ojibwe
Negli Stati Uniti ci viene insegnato da bambini che viviamo in una democrazia e che questa democrazia ci assicura la libertà. Poi ci viene detto di alzarci in piedi, mettere la mano sul cuore e giurare fedeltà alla bandiera. In quarta elementare ho scoperto cosa succede quando non lo fai. Mi fu ordinato di andare in corridoio e mi venne chiesto dall’insegnante: perché non dicevo il giuramento? Ho tremato e sono rimasta in silenzio di fronte alla rabbia del mio insegnante. Quando chiesi consiglio a mia madre attivista, lei mi suggerì che sarebbe stato più facile cambiare silenziosamente alcune parole – «giustizia e libertà per alcuni» – invece che affrontare le sanzioni per aver disobbedito al mio insegnante.
Questa è stata una prima lezione su ciò che la vera democrazia americana rappresenta: una combinazione tossica di rituali patriottici forzati; aspirazioni degne ma mai raggiunte; un compromesso dei nostri ideali sotto la pressione del potere; cinismo; delusione; e, infine, debolezza, rozzezza o non partecipazione.
Per la maggior parte di noi, la democrazia è poco più che un voto periodico per far sì che qualcun altro prenda decisioni al posto nostro. In questa democrazia rappresentativa, ci viene detto che il nostro più grande dovere patriottico è quello di votare. Che si vinca o si perda, ci si aspetta che accettiamo che gli eletti e gli altri funzionari governativi facciano del loro meglio per rappresentarci. Ma vediamo sempre che rappresentano solo i loro interessi, quelli delle aziende e quelli di persone che sono ancora più ricche di loro. L’enorme disuguaglianza prodotta dall’accumulo privato di ricchezza del sistema capitalista viene riprodotta attraverso questa cosiddetta democrazia. La nostra soluzione, ci viene detto, è quella di eleggere candidati migliori e/o di marciare in proteste autorizzate per attirare la loro attenzione. Ci viene anche detto di partecipare a varie audizioni sponsorizzate dal governo e a riunioni comunitarie in stile Parks and Rec (sitcom americana di satira politica NdT), dove le persone possono esprimere la loro rabbia e proporre idee - solo come valvola di sfogo.
Il popolo non ha un vero potere decisionale. Alla fine, gli eletti e i loro consiglieri tecnocratici sono gli unici ritenuti capaci di decisioni giuste e sagge e sono considerati eroici per aver «fatto la cosa giusta». Anche i referendum – noti anche come «quesiti elettorali» – ci permettono solo di esprimere le nostre preferenze politiche, senza portare a nessun cambiamento fondamentale. È tempo di parlare di democrazia, non solo nel nostro Paese, ma anche nelle nostre organizzazioni, nelle nostre comunità e persino nelle nostre famiglie. Possiamo parlare della superficialità o della corruzione della democrazia negli Stati Uniti, in Messico e in Canada. Ma dovremmo anche parlare di come costruire il nuovo nel guscio del vecchio. Come possiamo costruire processi democratici significativi ed equi che creino effettivamente libertà per tutti?
Parliamo di democrazia come mezzo per raggiungere la libertà dalla gerarchia e dall’oppressione.
Parliamo di democrazia come processo per superare la violenza, la distruzione dell’ambiente e tutti i problemi che ci affliggono. Parliamo di democrazia come «fine» che non finisce mai – un processo sempre incompleto, ma che assicura un’ampia e profonda discussione per prendere buone decisioni.
Cos’è la democrazia? Niente su di noi, senza di noi.
(Slogan del Disability Right Movement)
La democrazia non può essere un luogo dove chiunque ha voce, ma nessuno ha responsabilità.
Astra Taylor
In tournée con il suo recente film, What is Democracy? l’attivista di Occupy Wall Street Astra Taylor ha spiegato perché ha scelto di non intitolare il film come il popolare canto di Occupy «This is what democracy looks like» («Questo è l’aspetto della democrazia»). Ha scelto la domanda, invece della risposta, perché non esiste una formula o un criterio definitivo per definire qualcosa «democrazia». La democrazia può assomigliare a una protesta di strada in cui chiunque guida un coro. Può sembrare un’assemblea sindacale che vota per lo sciopero. Può sembrare un lungo discorso di un anziano che spiega i valori fondanti della comunità. Può trattarsi di una «assemblea delle assemblee» in cui i delegati locali si riuniscono per stabilire le principali strategie di movimento. In un certo senso, lo sappiamo quando la vediamo e lo sappiamo quando la sentiamo. Soprattutto, sappiamo quando non è giusta e possiamo fare qualcosa.
Democrazia significa letteralmente governo del popolo, ma chi è il popolo e come governa deve essere determinato dal popolo stesso. Nonostante la risonanza di questa idea, la storia non ha molto da raccontare sui governi chiamati democrazie. Secondo i nostri standard di emancipazione popolare, la maggior parte delle democrazie presenta difetti evidenti, come l’esclusione della maggior parte delle persone dal «governo del popolo». Questi difetti sono insiti nelle regole, nelle costituzioni e nei processi di queste democrazie. Il sistema di democrazia inaugurato dagli antichi greci consentiva solo ai cittadini maschi – non schiavi – di deliberare sui problemi della città. Negli Stati Uniti, dopo una violenta rivoluzione per stabilire un sistema di autogoverno, i padri fondatori furono ispirati a mantenere il vincolo di partecipazione ateniese del «cittadino maschio libero». Tuttavia, hanno ignorato l’antico processo greco di selezione casuale a sorte, istituendo invece un sistema repubblicano di elezione delle élite per prendere decisioni a nome della popolazione. Secondo David Graeber in The Democracy Project, questo sistema fu esplicitamente progettato per sopprimere i sentimenti rivoluzionari popolari sulla democrazia, in particolare per ridurre l’influenza della Confederazione Haudenosaunee – nota anche come Confederazione Irochese – e dei pirati marinari in visita che gestivano le loro comunità attraverso processi altamente partecipativi e inclusivi.
Si potrebbe obiettare che la democrazia si è evoluta nel tempo diventando più democratica grazie alla rappresentanza delle donne e di altre categorie precedentemente escluse. Popolazioni indigene, immigrati naturalizzati e neri sono stati eletti a tutti i livelli di governo. Tuttavia, risulta che i non ricchi – il 98% – sono ancora quasi del tutto esclusi dal processo decisionale, a parte per la scelta dei ricchi che decideranno per loro.
In Europa, i sistemi parlamentari hanno permesso la rappresentanza di partiti politici di sinistra che promettono un rifiuto radicale del neoliberismo, interventi sul cambiamento climatico e persino la fine del patriarcato. Molti di noi sono stati entusiasti quando una coalizione di questi partiti ha preso il potere in Grecia nel 2015. Tuttavia, chi contava che Syriza in Grecia o Podemos in Spagna fossero in grado – o disposti – a contrastare le pressioni delle élite finanziarie globali è rimasto deluso.
Questa distanza tra l’obiettivo e la realtà della democrazia è ciò che agli occhi di molti ha determinato il fallimento. In generale, gli esempi storici di formulazioni statali della democrazia sembrano limitare la partecipazione di alcuni o addirittura della maggior parte della popolazione – per presunte ragioni tecniche o di merito – a favore del mantenimento del potere da parte dei potenti. Yanis Varoufakis ama raccontare la storia di una manifestante greca durante la rivolta del 2011 che fu bloccata mentre cercava di entrare nelle sale del governo. La guardia la fermò per chiederle: «Chi pensi di essere?, al che lei rispose: Chi devo essere?».
Come possiamo rendere reale la democrazia?
L’istituzionalizzazione di una democrazia radicale, in cui tutti abbiano voce in capitolo, è quindi essenziale per creare un cambiamento duraturo. Solo la democrazia reale ha il potenziale per sfidare contemporaneamente le ingiustizie del nostro tempo e assemblare i mattoni di una società liberata.
The Symbiosis Research Collective
Potremmo iniziare a rispondere a questa domanda su cosa sia veramente la democrazia ponendoci alcune domande preliminari: Perché desideriamo la democrazia? Quali sono le qualità che fanno della democrazia la forma di governo ideale? Quali valori sono intrinseci alla nostra visione di democrazia? In che modo l’impegno per la democrazia può influenzare il nostro comportamento quotidiano? Per molti di noi, l’opportunità di discutere di tali questioni è allo stesso tempo scomoda e liberatoria, una sensazione che potremmo definire «democratica». Non otterremo risposte cercandole nella Costituzione o con qualsiasi altro processo che non sia la discussione tra di noi. Ecco quindi alcuni temi o «elementi democratici» da inserire nel dibattito:
Autogoverno/autonomia: come può la partecipazione essere più del diritto di essere ascoltati? Come può essere un modo effettivo per influenzare le decisioni relative alla propria vita e agli affari comuni?
Appartenenza e comunità: chi può pretendere di partecipare all’autogoverno e in quali momenti del processo? Quali sono i comportamenti che fanno sì che le persone vengano cacciate?
Voce, libertà individuale e creatività: come possono gli individui essere liberi di esprimere il proprio sé unico mentre lavorano con gli altri per creare nuove possibilità?
Ben-essere collettivo: come gli interessi individuali vengono bilanciati e controllati da ciò che è bene per la comunità?
Forza nella diversità: come appiattire le tradizionali gerarchie di potere per garantire decisioni migliori, più umane e una partecipazione inclusiva?
Deliberazione, discorso e discussione: come facilitiamo conversazioni produttive e rispettose?
Accordo/decisioni: attraverso quale processo vengono prese e registrate le decisioni? Quando e come possono essere riviste?
Educazione e saggezza: come possono i nuovi membri imparare da coloro che li hanno preceduti e diventare partecipanti sofisticati?
Dissenso: cosa succede quando non c’è un accordo universale? Quali diritti hanno gli individui? Quali sono le limitazioni a questi diritti?
Giustizia: quali sono gli standard per il comportamento nei confronti degli altri? Come si possono riparare i torti e come si rinforzano le regole?
Ognuno di questi aspetti dovrebbe essere preso in considerazione quando abbiamo, o cogliamo, l’opportunità di costituire una democrazia. Le risposte a queste domande dovrebbero tradursi in una documentazione fatta di norme e aspettative – ciò che alcuni potrebbero chiamare regole, statuti, primi principi, accordi comunitari, costituzioni o contratti sociali. Se tutti parlano contemporaneamente o dicono sempre le stesse cose o cose irrilevanti, si può ancora considerare una democrazia, ma non sarà né piacevole né efficace. Una struttura ben pensata e confrontata può prevenire la «tirannia della mancanza di struttura», il riemergere di schemi gerarchici e la confisca di riunioni e organizzazioni da parte di chi non è in grado di mettere da parte il proprio «io» per dare una possibilità al «noi».
La democrazia è notoriamente instabile. Quando scende il caos, la voce forte conquista il potere perché siamo tutti stufi e ci disgreghiamo invece di unirci. Oppure semplicemente non ci presentiamo.
Nelle nostre organizzazioni, spesso riproduciamo la gerarchia e il dominio, l’omologazione, la corruzione e la cooptazione. Spesso tralasciamo informazioni quando dovremmo essere trasparenti, ci mettiamo sulla difensiva invece di riflettere e tolleriamo gli abusi perché ci sembrano troppo difficili da affrontare. Nel tentativo di fare le cose per bene, a volte cementiamo processi che scoraggiano ed esauriscono i partecipanti e non riconosciamo la necessità di cambiare, crescere, riposare e divertirci. Dobbiamo riconoscere che siamo esseri umani con tendenze comportamentali, con norme culturali e atteggiamenti socializzati, con ferite e guarigioni diverse. Queste influenze possono essere esaminate e considerate sia come punti di forza che come potenziali sfide mentre tentiamo di costruire la fiducia e di realizzare un cambiamento positivo verso una società liberatoria. Le pratiche generose volte a riconciliare le differenze e a smascherare il sottile dominio possono essere sviluppate attraverso un impegno esplicito di responsabilità da parte dei membri della comunità democratica. Senza giustizia non possiamo pretendere di andare avanti.
I forum democratici sostenibili dipendono dall’organizzazione, dalla gestione del tempo e dalle regole. Importante anche capire come far rispettare le regole senza le consuete modalità coercitive. Le aspirazioni liberatorie sono spesso più facili da accettare – come la parità di tempo tra uomini e donne per parlare – che da realizzare.
Dobbiamo accettare che la costruzione della democrazia è un processo e che la valutazione, il feedback, il monitoraggio e la riflessione sono inevitabili. Questi processi sono essenziali, così come l’attenzione esplicita all’educazione politica o paideia – il processo di formazione e di evoluzione dei partecipanti per approfondire l’intelligenza e l’impegno democratico. Sessioni di orientamento, gruppi di studio e colloqui in cui l’obiettivo è semplicemente imparare e riflettere dovrebbero essere integrati nelle nostre nuove pratiche democratiche.
Dovremmo anche riconoscere che ci sono delle precondizioni per la democrazia. Ci sono condizioni fisiche, sociali ed economiche che abilitano la partecipazione di tutti. Le condizioni fisiche comprendono l’accessibilità degli spazi per le persone con disabilità, l’assistenza ai bambini e l’interpretazione della lingua. Le condizioni sociali includono la riduzione dei comportamenti che scoraggiano la partecipazione delle persone storicamente marginalizzate, comprese le donne, le persone gender non-conforming e le persone prive di credenziali accademiche. Ciò può essere fatto sviluppando protocolli e processi che mirano esplicitamente a eliminare il razzismo, il sessismo, l’elitarismo e così via, come i caucus di affinità, la forte facilitazione, le quote di partecipazione e la «chiamata in causa» costruttiva per incoraggiare la riflessione, la responsabilità e la trasformazione.
Possiamo anche incoraggiare la leadership nelle nostre organizzazioni orizzontali di persone che sono state storicamente emarginate, richiedendo esplicitamente queste voci e fornendo opportunità di praticare abilità come la facilitazione e la gestione. Chiedersi «cosa dobbiamo fare affinché tutti, indipendentemente dalle risorse finanziarie, dallo status, dagli orari di lavoro e dalle responsabilità familiari, possano partecipare?», aiuta ad affrontare la forte esclusione dei non ricchi dalla partecipazione a tutti i processi democratici, compresi i nostri. Per esempio, assemblee infinite sono una barriera alla partecipazione di chi è già esausto. Rispondere a queste domande sulla condizione economica ci aiuta a capire che il lavoro non è equamente suddiviso e che coloro che preparano il caffè e puliscono devono poter partecipare da pari a pari ai nostri processi democratici e devono anche potersi riposare.
Affrontare la corazza della vecchia «democrazia»
Diventiamo potenza solo attraverso l’organizzazione. Contro i tentativi della modernità capitalista di infiltrarsi nelle cellule più profonde della vita individuale e sociale per snaturarne il tessuto, dobbiamo organizzarci contro il sistema con valori democratico-comunitari. In questo senso, la democrazia è la libera forma di vita della società. Poiché la socialità è legata alla libertà, la libertà può essere vissuta solo nelle sfere della democrazia. La democrazia radicale fa crescere le sfere di libertà della società. Ci impedisce di essere soppressi e annientati dai sistemi statalisti che ci occupano, ci alienano, ci colonizzano e ci distruggono. Inoltre, ci aiuta a diventare persone in grado di parlare, discutere, decidere e agire per conto proprio. La democrazia radicale fa emergere la forza di volontà umana. Abilita le persone a essere se stesse. Queste persone possono contribuire in maniera significativa alle loro società. Nella misura in cui una persona di questo tipo partecipa alla società con le proprie diverse caratteristiche, creerà diversità e aumenterà la libertà di quella società e di se stessa.
Komun
Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone.
Audre Lorde
Molte persone – a destra, a sinistra e al centro – credono che il modo di trasformare la nostra società sia che più persone possibili votino e lavorino per eleggere buoni candidati. Sperano che le brave persone elette siano in grado di attuare nuove politiche che non riflettano solo gli interessi dei ricchi e dei potenti. Esiste certamente una tradizione di candidati che promettono di farlo, ma il bilancio non è positivo. Anzi, tendiamo a essere delusi dai compromessi da loro raggiunti. Molti pensavano che negli Stati Uniti, la combinazione di un uomo nero apparentemente progressista come presidente e del Partito Democratico al Congresso avrebbe portato a un’inversione di tendenza negli impatti crescenti del neoliberismo – austerità, disuguaglianza e dominio di tutte le decisioni importanti prese sulla base delle volontà del mercato. Ma non solo non l’hanno fermato, l’hanno anche intensificato. Le banche hanno vinto e le persone hanno perso.
Molti continuano a contare su candidati eletti, speranzosi che siano anti-establishment, per capire come vincere e trasformare le cose dall’interno. Tuttavia, anche se fosse possibile che diversi progressisti vincessero le elezioni, noi, il popolo, vorremmo comunque avere voce in capitolo su come risolvere i problemi del nostro modo di vivere sul pianeta. Per citare il titolo del libro di Marina Sitrin e Dario Azzellini: «Non ci possono rappresentare». Dovremmo renderci conto che, anche se queste persone sono per lo più benintenzionate, oltre che simpatiche, attraenti e intelligenti, semplicemente non possono risolvere i problemi complessi che tutti noi dobbiamo affrontare. Abbiamo bisogno di più idee, più risorse, più potere e più persone che partecipino direttamente ai processi democratici dedicati a riparare gli errori del passato e a creare le condizioni per la sopravvivenza dell’uomo e delle altre specie.
Mentre i candidati progressisti e populisti aumentano le aspettative, possiamo lavorare per un sistema di governo diverso e migliore, in cui più persone abbiano voce in capitolo. È il momento di liberare la nostra immaginazione e di impegnarci per democratizzare dal basso le nostre vite. È il momento di proporre, discutere e decidere le nostre regole. Questo processo è l’organizzazione del doppio potere: costruire strutture democratiche che delegittimino le istituzioni e i rituali democratici d’élite, dimostrando cos’è la vera democrazia. Queste assemblee e gruppi di lavoro democratici alternativi possono costruire e riattribuire il potere prendendo decisioni e trovando risorse per affrontare i nostri bisogni critici come la casa, il cibo, l’istruzione, l’accesso alla terra, la sicurezza e la cultura.
Tuttavia, a meno che lo Stato non crolli sotto le sue stesse contraddizioni, le nostre strutture democratiche rimarranno all’ombra delle istituzioni statali legittime. Le istituzioni dello Stato non possono essere ignorate, ma devono essere affrontate e sollecitate a rispondere, ove possibile. Così, ci troveremo impegnati nella grande controversia sulla quantità di sforzi da mettere nelle «richieste» da fare ai governi rispetto a capire come fare da soli. Ci troviamo di fronte alla questione strategica di sapere quando scappare, quando nasconderci e quando combattere. Questa tensione continuerà ad esistere e deve essere studiata.
In quali circostanze le nostre richieste saranno riconosciute e faranno sì che i governi rispondano? Quando sono destinate a essere inutili, estenuanti e cooptate? Quando è probabile che ci troveremo di fronte a repressioni e punizioni, inflitte con violenza, in risposta alla contestazione dei governanti? Quando possiamo sostenere con successo le nostre alternative e quando dobbiamo cercare di ottenere alcune delle risorse monopolizzate dallo Stato? Possiamo contemporaneamente avanzare richieste alle udienze e nei corridoi ai funzionari eletti, mantenendo energia sufficiente per le nostre assemblee democratiche? Ci possono essere circostanze particolari in cui sosteniamo le iniziative politiche dei politici progressisti, responsabilizzandoli per le loro promesse?
Forse possiamo considerare l’idea di «stand» rispetto alle richieste. Uno «stand» è sia una posizione sia un luogo. Prendiamo uno «stand» per dire ciò che vogliamo e ciò in cui crediamo, ma è anche un luogo dove possiamo prendere una limonata e chiacchierare del tempo, del baseball, dei bambini e della politica. È un luogo pubblico, ma sicuro, di convivialità, di soddisfazione dei bisogni, di scambio di informazioni, di espressione di opinioni, di generazione di idee e di elaborazione di progetti. Gli «stand» non hanno un inizio, una metà e una fine, purché la limonata non finisca. Abbiamo i limoni, facciamo la limonata. E cos’è la limonata dei nostri movimenti per la democrazia, se non il nostro impegno per la liberazione e la nostra etica della cura?
Tratto da: The Anarchist Library Traduzione di Marco Antonioli


Requiem per un sudario vuoto. Azione irreversibile su una scultura, performance e scultura di Giulietta Gheller, 2020.

