Da Chávez a Maduro: 25 anni di dittatura in Venezuela. La lunga lotta per la libertà continua

Sezione: Approfondimenti

Il sogno di una maggiore libertà per il Venezuela sembra finalmente a portata di mano. Grazie soprattutto alla mobilitazione popolare fatta di manifestazioni spesso duramente represse che ha da sempre contrastato il chavismo, il 28 luglio 2024 il candidato dell’opposizione Edmundo González Urrutia ha ottenuto 7.303.480 voti, contro i 3.316.146 di Nicolas Maduro Moros. Ma quella stessa notte, il CNE (Consiglio Elettorale Nazionale) ha ribaltato ancora la realtà: 5.326.104 voti per González Urrutia, 6.408.844 per Maduro.

Per capire come siamo arrivati fin qui, dobbiamo tornare all’origine di tutto. Il 4 febbraio 1992, il Venezuela assisteva al tentativo di colpo di stato del tenente colonnello Hugo Chávez e del suo MBR-200. Il paese era in ginocchio: la crisi economica mordeva, il pacchetto di politiche neoliberiste (Paquetazo) imposte dal presidente Pérez aveva generato una recessione profonda e il malcontento popolare era esploso nel Caracazo del 1989, una serie di proteste di massa represse dal governo. Il golpe fallì, ma quel fallimento segnò l’inizio di tutto. Prima di essere arrestato, Chávez pronunciò in TV due parole che divennero il simbolo della sua rivoluzione: «per ora». Dopo due anni di carcere, nel 1994, la grazia del presidente Caldera gli aprì la strada verso il potere.

Nel 1998, Chávez vinceva le elezioni presidenziali. L’anno successivo, con un referendum popolare, faceva nascere una nuova Costituzione che cambiava il volto del paese: rielezione immediata del presidente, mandato esteso a 6 anni, nuove istituzioni e un nuovo nome, «Repubblica Bolivariana del Venezuela». Era l’inizio della cosiddetta «Rivoluzione Bolivariana».

Ma l'11 aprile 2002, il Venezuela tornò sull’orlo del baratro. Una massiccia manifestazione dell’opposizione verso Palazzo Miraflores si trasformò in tragedia: gli scontri con i chavisti causarono morti e caos. Alti ufficiali militari ritirarono il loro sostegno a Chávez, che venne arrestato. Pedro Carmona, presidente della Federazione delle Camere e delle Associazioni di Commercio e di Produzione del Venezuela (Fedecámaras), si autoproclamò presidente, ma il suo governo durò appena 48 ore. Il 13 aprile, Chávez tornava al potere. Questo episodio ha contribuito a rafforzare la figura di Chávez e la sua narrazione di fronte a una «guerra» contro élite e potenze straniere.

La storia continuava, e con essa la lotta tra chi combatteva per la libertà e chi voleva il potere assoluto.

Dopo il fallito golpe, l’opposizione cercò altre vie. Nel dicembre 2002, lanciò uno sciopero nazionale che paralizzò anche PDVSA, il colosso petrolifero statale. Il paese si fermò, mancava tutto, persino il carburante. Ma Chávez non cedette. A febbraio 2003, lo sciopero finì nel nulla, e PDVSA venne epurata da chi aveva osato sfidare il regime.

L’opposizione non si arrese. Sfruttando la Costituzione del 1999, raccolse milioni di firme per un referendum che destituisse il presidente. Il 15 agosto 2004, il «No» vinse con il 58% contro il 41% del «Sì». Gli osservatori internazionali confermarono il risultato, ma quel referendum ebbe un prezzo terribile: nacque la «Lista Tascón».

Il deputato chavista Luis Tascón pubblicò online i nomi di chi aveva firmato contro Chávez. Fu l’inizio di una caccia alle streghe: licenziamenti nel settore pubblico, discriminazioni, servizi negati. Non bastò: una seconda lista, la «Lista Maisanta», colpì anche i familiari dei firmatari. Il Venezuela sprofondava sempre più nella paura.

Nel 2007 Chávez propose un referendum per 69 riforme costituzionali, tra cui la rielezione a tempo indeterminato del presidente e un maggiore controllo statale sull’economia. Il 2 dicembre, per la prima volta, perse: 51% contro 49%. «Una vittoria di merda», la definì, ma dovette accettarla. Questa vittoria parziale dimostró che anche sotto una dittatura c’erano limiti alla volontà della popolazione di accettare cambiamenti così profondi nella struttura dello stato. Purtroppo questo nuovo vento non durò molto: nel 2009 Chávez ottenne comunque l’eliminazione dei limiti alla rielezione.

Per comprendere il livello di autoritarismo e di personalismo imposto da Chávez durante la sua presidenza non possiamo non citare, oltre all’aumento dei poteri dati al presidente, l’annullamento dell’indipendenza del potere giudiziario, le discriminazioni verso l’opposizione e i media critici nei suoi confronti e la notevole restrizione della libertà di espressione e di associazione nel paese. Come ricorda Human Rights Watch in un rapporto del 2013, sotto la presidenza Chávez il Venezuela è uscito dalla Convenzione Americana per i Diritti Umani e ha rifiutato l’ingresso nel paese di osservatori esterni, screditando anche le organizzazioni non-governative venezuelane che lavoravano per la tutela di questi diritti. Inoltre all’interno dell’Assemblea generale dell’ONU, il Venezuela ha costantemente votato contro le risoluzioni che condannavano pratiche abusive perpetrate in Corea del Nord, Iran e Siria. Non pago di ciò Chávez ha espresso esplicita solidarietà a leader fanatici ed estremisti come il siriano Bashar Al-Assad, il libico Mu’ammar Gheddafi e l’iraniano Mahmoud Ahmadinejad, conferendo a ciascuno di questi soggetti «l’Ordine del Liberatore», la più alta onorificenza ufficiale del Venezuela.

Nel giugno 2011, Chávez si ammalò di cancro. Nonostante le cure a Cuba e la vittoria alle elezioni del 2012 contro Henrique Capriles, la malattia avanzava inesorabile. Nello stesso anno, nel suo ultimo discorso pubblico, designò Nicolás Maduro come successore. Il 5 marzo 2013, Maduro annunciava la morte di Chávez.

Una parte del Venezuela pianse il suo leader per sette giorni. Le folle si accalcarono all’Accademia militare di Caracas per l’ultimo saluto. Ma mentre i chavisti piangevano, i loro oppositori tiravano un sospiro di sollievo. La morte di Chávez non segnò però la fine del regime, ma l’inizio di una nuova, più buia stagione.

Nel 2013, Maduro vinse le elezioni presidenziali contro Capriles con soli 225.000 voti di differenza. L’opposizione gridò alla frode e chiese il riconteggio totale. Il CNE concesse una verifica parziale, ma non cambiò nulla. Le proteste esplosero, ci furono morti e feriti, ma Maduro prestò giuramento. Il Venezuela entrava in una nuova era di instabilità e repressione. È importante parlare di queste elezioni e dei loro risultati perché hanno approfondito la polarizzazione in Venezuela, aumentando la sfiducia nelle istituzioni elettorali e segnando l’inizio di un periodo di crescente instabilità politica ed economica.

Facendo un balzo in avanti di alcuni anni, il 2017 segnò un punto di non ritorno. Il Venezuela era in ginocchio: iperinflazione galoppante, scaffali vuoti nei supermercati, ospedali senza medicine. A marzo, il TSJ, la Corte Suprema controllata dal regime, tentò di esautorare l’Assemblea Nazionale, l’ultimo baluardo dell’opposizione. Fu un colpo di stato mascherato da sentenza.

La gente scese in piazza. Da aprile a luglio, il Venezuela bruciò: oltre 120 morti, migliaia di feriti e migliaia di arresti. La risposta di Maduro? Convocò un’Assemblea Nazionale Costituente per riscrivere la Costituzione. Le elezioni del 30 luglio furono una farsa: l’opposizione le boicottò, l’affluenza fu bassissima, ma poco importava. La nuova Assemblea, fedele al regime, prese il potere.

Intanto il paese era sempre più al collasso. L’iperinflazione divorava i risparmi, la gente frugava nei cassonetti per mangiare, la produzione di petrolio crollava. Iniziò l’esodo: più di 7,7 milioni di venezuelani fuggirono, la più grande crisi di rifugiati della storia dell’America Latina. OAS e Unione Europea condannarono, imposero sanzioni, ma il regime resisteva.

Il 2019 portò una nuova speranza per un futuro di libertà. Il 5 gennaio, Juan Guaidó venne eletto presidente dell’Assemblea Nazionale. Il 23 gennaio, durante una manifestazione a Caracas, si proclamò presidente ad interim del Venezuela. Stati Uniti, Unione Europea e gran parte dell’America Latina lo riconobbero. Ma Maduro, sostenuto dall’esercito, non mollava.

Il Venezuela si ritrovò così con due presidenti: Guaidó, appoggiato dall’opposizione e dalla comunità internazionale, e Maduro, che controllava l’apparato statale e militare. Nel corso dello stesso anno Guaidó tentò una rivolta militare che fallì e a cui seguirono – come la storia del Venezuela ci ha insegnato – nuovi arresti e nuove repressioni.

I tentativi di dialogo si susseguirono, ma furono tutti inutili. La crisi politica alimentava quella umanitaria, e viceversa, in un circolo vizioso che sembrava non avere fine. Il Venezuela sprofondava sempre più nell’isolamento diplomatico, mentre il suo popolo continuava a fuggire in cerca di un futuro migliore.

Nel 2024, la situazione resta drammatica. L’iperinflazione continua e il calo della produzione petrolifera hanno mantenuto il paese in una situazione economica disperata. Gli ospedali sono al collasso, la povertà estrema dilaga, la gente continua a fuggire. Le proteste non si fermano e, con esse, la repressione.

La crisi umanitaria resta un enorme problema. La carenza di cibo, medicine e beni di prima necessità continua a colpire la popolazione. Il sistema sanitario è in condizioni critiche e la povertà estrema è diffusa. La migrazione dei venezuelani continua a essere una delle maggiori crisi umanitarie nella regione. Milioni di persone continuano a fuggire dal Paese a causa della crisi economica e dell’instabilità politica.

Le proteste antigovernative restano diffuse e spesso subiscono una pesante repressione da parte delle forze di sicurezza. Le segnalazioni di violazioni dei diritti umani e di repressione politica continuano a essere motivo di preoccupazione per le organizzazioni internazionali.

Il Venezuela continua a far fronte alle sanzioni internazionali, imposte principalmente dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, che hanno influenzato l’economia e le relazioni diplomatiche del paese. Il governo di Maduro ha mantenuto rapporti con alcuni alleati internazionali, tra cui Russia e Cina, che hanno offerto sostegno economico e politico.

Il 28 luglio 2024 si sono svolte le ultime elezioni per eleggere il presidente per i prossimi sei anni. Le elezioni presidenziali non sono state né libere né regolari, si sono svolte in un contesto in cui il governo Maduro continua a controllare tutti i poteri dello Stato e a reprimere l’opposizione politica.

Queste elezioni sono state precedute dall’Accordo delle Barbados sulle garanzie elettorali firmato tra il governo e l’opposizione nel 2023. Dalla sua firma, l’Accordo è stato ripetutamente violato dal governo. Con queste elezioni Maduro ha cercato di legittimarsi a livello internazionale per uscire dalle sanzioni economiche. Le ONG e i partiti politici venezuelani hanno denunciato l’uso di disinformazione, minacce di morte e attacchi fisici da parte dei simpatizzanti del chavismo e dell’Esercito di Liberazione Nazionale, contro i candidati dell’opposizione.

La giornata elettorale si è svolta con apparente normalità, ad eccezione di un attacco motorizzato a Maturín. Dopo la chiusura delle votazioni, l’opposizione ha denunciato che in diversi seggi elettorali lo spoglio dei voti era stato bloccato e i testimoni erano stati costretti ad allontanarsi. Nel suo primo bollettino, il CNE ha dichiarato vincitore Nicolás Maduro, con oltre sei milioni di voti, mentre Edmundo González Urrutia ne ha ricevuti poco più di cinque milioni. La comunicazione dei risultati è arrivata in ritardo, giustificato con un «hackeraggio» del sistema. Nonostante la presunta irreversibilità dei risultati annunciati, c’è stato uno scarto di oltre due milioni di voti che non sono stati assegnati a nessun candidato e che sarebbero sufficienti per cambiare il risultato delle elezioni.

L’opposizione ha rifiutato queste cifre, dichiarando che Edmundo González Urrutia aveva vinto con oltre 7 milioni di voti. Diversi paesi hanno rifiutato i risultati, segnalato irregolarità e chiesto la pubblicazione dei verbali dello scrutinio.

Media indipendenti come El Espectador e Infobae hanno sottolineato che la dichiarazione ufficiale dei risultati del CNE del 29 luglio, in cui Maduro ha ricevuto il 51,2% dei voti con un margine di errore dello 0,0001% e González e altri hanno ricevuto il 42,2% dei voti con lo stesso margine, è statisticamente improbabile ed è un indicatore di frode elettorale.

Dopo le elezioni, il CNE ha rinviato e successivamente sospeso tre audit postelettorali critici, compreso uno del sistema di comunicazione che avrebbe dovuto confermare l’«hackeraggio». Tra gli osservatori internazionali, il Gruppo di esperti elettorali delle Nazioni Unite ha dichiarato che le elezioni non soddisfacevano le misure di integrità e trasparenza e il Carter Center ha concluso che le elezioni non potevano essere considerate democratiche.

Dal 29 luglio le piazze si sono riempite di nuovo. Prima in modo spontaneo e poi in modo organizzato. Le persone protestano contro i brogli e contro l’ennesimo furto della loro democrazia. Ya ganamos y vamos a cobrar, porque la lucha es hasta el final è lo slogan che risuona nelle piazze di chi continua a opporsi. Da venezuelano che ha vissuto sempre sotto la dittatura mi sento orgoglioso, perché finalmente si intravede una via d’uscita dalla dittatura. Ma non bisogna abbassare la guardia e continuare la lotta per la libertà. Fino alla fine.

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Ostrakon la seconda vita. Azione irreversibile su una scultura, performance di Giulietta Gheller e Alice Toccaceli, scultura di Giulietta Gheller, 2023.