Conversazione con Matthew Wilson

Sezione: Conversazioni

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Il libro di Matthew Wilson Discorso sull’autogoverno (elèuthera 2022) rappresenta un importante punto di partenza per un approfondimento necessario rispetto alle aporie del pensiero anarchico tradizionale, superato dall’evoluzione delle società contemporanee.

In esso vengono poste diverse questioni a nostro avviso non più rinviabili, se non si vuole accettare l’idea che l’anarchismo, invece che porsi «nella storia, ma contro la storia» finisca per scivolare decisamente «fuori dalla storia».

Lo sforzo che stiamo facendo infatti è quello di interrogarci in modo sempre più pressante circa la possibilità di pensare un anarchismo propositivo che superi, nel suo articolato pensiero, una concezione esclusivamente negativa. Lo facciamo da un lato recuperando quelle parti del pensiero classico che hanno posto le basi per una evoluzione del pensiero anarchico in questo senso (Kropotkin, Landauer, Berneri, Goodman, Ward, ecc.), dall’altro proseguendo quel profondo rinnovamento pensato e praticato negli ultimi decenni da una parte del movimento anarchico italiano (Bertolo, Berti, Ambrosoli, Lanza, Di Leo e altri). Questa conversazione con Matthew Wilson vuole spingerci, per quanto possibile, a non restare solo fermi alla pur necessaria valutazione delle contraddizioni e dei problemi che il pensiero anarchico presenta, ma anche a individuare possibili tracce di soluzioni e proposte.

Non è, a nostro giudizio, sufficiente, anche se indispensabile, cogliere le problematiche che sono presenti ed emergono dal confronto tra pensiero e azione qui e ora, ma è fondamentale provare ad andare oltre con idee propositive e, per dirla con Colin Ward, «rispettabili».

Partendo dalla tua affermazione «non abbiamo tutte le risposte e abbiamo sbagliato molte cose» e considerando necessario implementare il pensiero anarchico con altri approcci di ispirazione sociale libertaria, soprattutto con le voci critiche che hanno «individuato debolezze nel nostro movimento che non siamo stati capaci di vedere», puoi fare esempi concreti di come idee e pratiche antiautoritarie possono trasformare in senso positivo il pensiero e l’azione libertaria?

La politica è un processo costante di negoziazione e compromesso. Gli anarchici hanno sempre insistito sul fatto di essere contrari al compromesso, rifiutando di annacquare le loro critiche radicali al capitalismo e allo Stato. A volte questo rifiuto è positivo e gradito, altre volte diventa politicamente dannoso. Una delle sfide più grandi per ogni progetto politico è capire quando, dove e – soprattutto – come scendere a compromessi. La paura degli anarchici è che i nostri ideali vengano tirati nella direzione sbagliata, ma dobbiamo essere più coraggiosi e iniziare a pensare che forse possiamo ribaltare la narrazione e così portare più persone verso i nostri ideali.

Per rispondere in maniera più diretta alla tua domanda penso che potremmo impegnarci molto di più negli spazi progressisti, anche se non sono la nostra espressione politica ideale. Questo potrebbe funzionare nei consigli locali, nelle scuole e nelle università, nei sindacati e anche più ampiamente nella società civile; potremmo essere sorpresi e scoprire che possiamo cambiare alcuni elementi di quegli spazi – per esempio il loro processo decisionale – ma è anche un modo per promuovere le nostre idee in cerchie più vaste.

Le due ragioni principali che individui riguardo al motivo per cui l’anarchismo non è riuscito ad affrontare le problematicità insite nel discorso anarchico sono: 1) la convinzione che l’anarchismo abbia già dimostrato di essere praticabile (riferendosi a storie del passato più o meno remoto e a contesti epocali molto specifici) e 2) il rifiuto sempre ostentato di assumere modelli teorici di riferimento.

Puoi specificare meglio cosa intendi e, soprattutto, come è possibile tenere insieme un orizzonte teorico con delle pratiche qui e ora che siano credibili nel mondo contemporaneo?

Chiunque simpatizzi per il pensiero anarchico crede che l’umanità possa organizzarsi in modo diverso, che possiamo essere guidati dalla cooperazione piuttosto che dalla competizione, dall’uguaglianza e dall’emancipazione piuttosto che dalla divisione e dalla gerarchia.

Ma cosa significhi ciò per un pianeta di sette miliardi di persone, che affronta molteplici crisi, con dietro di sé secoli di storia di lotta di classe e una cultura profondamente plasmata da una politica regressiva, è lontano dall’essere chiaro. Naturalmente, non sarebbe chiaro nemmeno se sviluppassimo una posizione teorica esplicita, perché la realtà non corrisponderà mai perfettamente alle nostre visioni teoriche. Ma mi sembra chiaro che ci sono alcune domande enormi e fondamentali alle quali dovremmo almeno cercare di offrire delle risposte. Possiamo farlo indicando pratiche esistenti; possiamo pensare a come affrontare i comportamenti antisociali guardando ai casi di giustizia comunitaria, o a come organizzare l’economia indicando le assemblee popolari, e così via; ma non possiamo permetterci di ignorare la richiesta molto ragionevole di dare alla gente un’idea di ciò che vorremmo vedere realizzato, né possiamo puntare a contesti sociali radicalmente diversi, come la guerra civile spagnola, prima di internet e prima della globalizzazione, e dire: guarda, ha funzionato qui, quindi funzionerà ovunque.

È fondamentale pensare molto di più a questo periodo di transizione: come ci muoviamo dal punto in cui ci troviamo all’interno del capitalismo di Stato?

Questo fornisce l’orizzonte, i prossimi passi che dobbiamo compiere, ma per molti anarchici (e altri radicali) questo appare troppo riformista perché pensano in termini di “tutto o niente”. Ma la storia non è mai stata “tutto o niente” e non dovremmo pensare in questo modo nemmeno al futuro.

Affronti con lucidità e chiarezza il tema della libertà, dell’uguaglianza, della diversità rilevandone sia la portata universalistica, sia le difficoltà di tradurre questi orizzonti concettuali in pratiche coerenti. Da sempre questi temi hanno attraversato le varie riflessioni anarchiche, ma non siamo mai giunti fino in fondo a declinarne la loro attuazione concreta se non restando in consolanti affermazioni di principio. La nostra convinzione è che ciascuna di queste idee-forti non possa mai essere assunta in modo assoluto, ma vada confrontata e arricchita dalle altre in una sorta di continuo e precario equilibrio continuamente modificabile e aggiornabile. Qual è la tua proposta in merito?

Fai due considerazioni molto importanti – forse le più importanti – quando pensiamo a valori come libertà e uguaglianza; innanzitutto che queste non debbano mai essere intese in termini assoluti e, in secondo luogo, che sono sempre relazionali. C’è sempre quel “prezioso equilibrio” di cui parli. La sfida è accettarle senza sentirsi in colpa per aver fatto concessioni terribili o per essere scesi a compromessi. Infine, mentre parole come “libertà” sono incredibilmente potenti a livello culturale, sono quasi ridondanti quando si tratta di pensare a una vita sociale complessa. Basta guardare quante persone con visioni politiche molto diverse dicono di supportare l’idea di libertà per rendersene conto. Davvero, dobbiamo parlare di questioni specifiche – libertà da cosa e libertà di fare cosa?

Sostieni che l’idea della prefigurazione, cioè l’anarchia in azione in un più ampio ambiente non anarchico, può assumere un ruolo importante nel portare avanti il progetto anarchico se sarà in grado di rispondere apertamente alle critiche sollevate. Allo stesso tempo sottolinei la sostanziale fallacia delle tesi secondo cui questi esperimenti prefigurativi dimostrino la fattibilità di società interamente anarchiche. Inoltre valorizzi le due dimensioni, individuale e sociale, della prefigurazione stessa.

Come mettere insieme queste osservazioni che possono apparire contradditorie soprattutto nelle cose concrete del vivere da anarchici in un mondo autoritario?

Questa domanda ci porta indietro al modo di pensare “tutto o niente” e alla cultura collegata di vedere l’esistenza di un’organizzazione anarchica come prova della fattibilità di una società anarchica. Prefigurazione per me vuol dire fare ciò che puoi in qualsiasi condizione ti trovi ad affrontare; qual è il modo giusto di agire adesso? Molti progressisti ignorano il concetto di prefigurazione perché pensano che non prenda in considerazione i vincoli strutturali del nostro sistema, mentre altri sembrano credere che agire in maniera prefigurativa significhi in qualche modo lavorare al di fuori di quei vincoli. Secondo me agire in maniera prefigurativa vuol dire lavorare secondo gli ideali che vorremmo vedere in tutta la società, ma con la consapevolezza di essere limitati in ciò che facciamo. La nozione semplicistica della compatibilità mezzi-fini è davvero inutile. Ciò che dovremmo dire è: la struttura del sistema rende questa compatibilità mezzi-fini quasi sempre impossibile, quindi la nostra prassi politica dovrebbe essere una conversazione continua e aperta su come, dove e quando fare del nostro meglio. Il momento in cui diciamo “no compromessi” e iniziamo a pensare in questa maniera assolutista, non è il momento in cui diventiamo puri, anzi è il momento in cui diventiamo ipocriti e deludenti, perché possiamo davvero solamente evitare quei compromessi nella sicurezza del nostro pensiero dogmatico.

Scrivi: «Quando si tratta di imparare a lavorare, vivere e giocare in una comunità orizzontale, passare dalla teoria alla pratica non è una semplice questione di scelta individuale. Le nostre abitudini e le norme cui sottostiamo, che attualmente sono espressione di un mondo competitivo e gerarchico, vanno consapevolmente smontate e sostituite con nuovi valori. Questi progetti diventano allora un terreno fertile per il pensiero e le pratiche strategiche e tattiche capaci di opporsi all’oggettivazione quotidiana cui il capitalismo ci riduce e quindi costituiscono i germi di nuovi tipi di comunità».

“Qui e ora” e non la “attesa del futuro” è la postura che suggerisci: che ne facciamo dell’idea della rivoluzione?

Penso che l’idea di rivoluzione sia generalmente poco utile, soprattutto quando implica un passaggio drammatico e improvviso da un sistema a un altro. Non mi sembra che i cambiamenti sociali avvengano molto spesso con questi grandi cambiamenti sismici e, quando accadono, tendono ad andare drammaticamente male. Poiché tendenzialmente siamo abituati a un modo di pensiero binario, crediamo che l’unica alternativa alla rivoluzione siano le riforme, soprattutto riforme che fondamentalmente non cambieranno mai il sistema. Mi piacciono i numerosi modi di pensare che vanno oltre ciò – sia che si tratti di idee di costruzione di una contro-egemonia, sia che si tratti di idee riformiste non-riformiste, sia che si tratti di idee di persone come Olin Wright e del suo punto di vista sulla trasformazione; in definitiva, possiamo cambiare radicalmente il mondo in modo frammentario, per così dire, passo dopo passo. Di certo anche questo approccio presenta delle sfide, come progressi positivi sempre vulnerabili a essere distrutti o cooptati; ma non vedo alcun altro modo.

Quando sostieni che esiste comunque uno spazio considerevole in cui possiamo orientarci verso una vita più coerente, ti riferisci al pensiero di Landauer che pone la questione con forza, affermando il suo rifiuto di dividere le persone in padroni dello Stato e servitori dello Stato.

La possibilità dell’anarchia, secondo te, dipende dalla convinzione che le persone possono sempre cambiare il loro comportamento. Per cambiare noi stessi e le nostre condizioni sociali, dobbiamo fare ricorso alla libertà limitata di cui disponiamo. Non spetta a nessun altro, se non a noi stessi, e dobbiamo anche creare quanta più libertà e unità possibili. Come coniugare la dimensione individuale del cambiamento con la prospettiva sociale della mutazione più globale?

Un’ottima domanda, ma potremmo iniziare a rifiutare l’idea che sia necessario combinare attivamente queste dimensioni e iniziare a capire fino a che punto sono sempre inestricabilmente legate fra di loro. Ma poi, naturalmente, abbiamo bisogno di modi per teorizzare questa connessione e per parlarne e pensarla in termini di nostro attivismo. È un argomento troppo vasto per poterlo affrontare in questa sede, ma credo che il punto di partenza sia la comprensione del fatto che ciò che facciamo “individualmente” è anche intrinsecamente sociale. Penso che riguardo a questo abbiamo fatto numerosi passi indietro, la seconda ondata femminista e i movimenti per i diritti civili degli anni ‘60 e ‘70 sembravano capirlo molto meglio rispetto a noi oggi; adesso è diventato un po’ un cliché, ma l’idea che “il personale è politico” era parte fondamentale del senso comune radicale. Dobbiamo riportarlo in superficie. Ovviamente è lì – sottotraccia – in tutti i tipi di controcultura, ma c’è anche molta resistenza da parte di persone che ritengono che gli individui e le loro azioni siano ininfluenti – o non importanti – rispetto al sistema. Mi piacerebbe vedere molte più persone che si alterassero di fronte a questi comportamenti e difendessero l’importanza del cambiamento politico individuale.

Riconoscere i limiti delle decisioni prese attraverso il consenso significa capire che l’anarchismo è qualcosa di più di un semplice processo decisionale. Sarà inevitabile adottare forme diverse di decisione in un contesto libertario, quindi dobbiamo essere consapevoli che è la pratica che ci indirizzerà concretamente verso una soluzione o l’altra, senza considerare qualche scelta come universale e assoluta.

Qui allora entra in gioco l’etica anarchica cioè quel di più e oltre che caratterizza l’approccio anarchico alla convivenza sociale. Entriamo un po’ di più nel dettaglio di questo problema.

La riflessione sull’etica anarchica inizia quando riconosciamo che nessuna politica anarchica produrrà un mondo senza conflitti. Ci saranno sempre decisioni etiche da prendere e, senza un dio o senza la convinzione che la razionalità possa fornire tutte le risposte, rimaniamo solo con noi stessi. Non aderisco a una particolare teoria etica, come l’utilitarismo, la deontologia o altro. Penso che il pensiero critico, l’apertura mentale e l’onestà siano probabilmente i modi migliori per affrontare questa questione – fare ciò che possiamo per considerare una situazione, per considerare i vari argomenti e per provare a trovare la soluzione migliore possibile. Naturalmente, crederemo sempre di pensare in modo critico e onesto, anche quando non lo facciamo, ma sono dell’idea che sia bene evidenziare quelle qualità che si collegano al modo in cui ci impegniamo nelle questioni etiche, piuttosto che nel pensare ai valori che dovrebbero guidarci. I valori non ci guidano davvero, perché sono sempre legati a presupposti precedenti su ogni genere di cose, quindi dobbiamo iniziare a disfare il maggior numero possibile di questi presupposti.

Traduzione di Marco Antonioli