Tra silenzi e spari. Suoni e percorsi della canzone politica italiana

Sezione: Musica

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Com’è noto la canzone è uno degli strumenti di comunicazione più efficaci per arrivare all’intimità delle persone perché tocca in modo diretto i sentimenti profondi dell’animo umano, è quindi perfettamente comprensibile che sia stata usata anche per scopi politici e di mobilitazione. Fin dall’epoca sveva. Basta pensare al celebre Canto delle lavandaie del Vomero lanciato a Napoli per protestare contro la promessa non mantenuta dal regnante aragonese di distribuire ai contadini «fazzoletti» di terra. Sullo stesso argomento nel secolo XVIII in Sardegna Francesco Mannu firma Su patriotu sardu a sos feudatarios, inno di rivolta dei contadini contro la gestione del territorio isolano da parte dei baroni delegati dai piemontesi. Anche durante il Risorgimento l’uso della canzone politica si rafforza con i canti giacobini e garibaldini che incitano il popolo a rovesciare i governi tirannici della penisola, fra questi Andremo a Roma con dei bastoni, Camicia rossa, Inno a Garibaldi, e quindi quelli anarchici: Figli dell’officina, Amore ribelle e il celebre Inno della rivolta con il testo rilanciato dal movimento studentesco negli anni sessanta: insorgeremo! / per le vittime tutte invendicate / là nel fragor dell’epico rimbombo / compenseremo sulle barricate / piombo con piombo / e noi cadremo in un fulgor di gloria / schiudendo all’avvenir novel- la via / dal sangue spunterà la nuova storia / dell’anarchia.

Poi, naturalmente, si sono affermati i canti più strettamente legati all’emergere del movimento operaio e contadino e delle organizzazioni politiche e sindacali. Non solo di sinistra (Bandiera rossa, Inno dei lavoratori) ma anche di destra, soprattutto negli anni dell’avvento del fascismo (Balilla, Giovinezza, Faccetta nera) che comprese l’importanza della canzone per conquistare consenso. Nel secondo dopoguerra del novecento due gruppi politico-culturali come Cantacronache e Il nuovo Canzoniere Italiano hanno recuperato alcuni canti della tradizione popolare per trasformarli in strumenti di battaglia politica accompagnandoli con titoli inediti d’autore (Per i morti di Reggio Emilia e Contessa con il celebre passaggio Compagni dai campi e dalle officine / prendete la falce e portate il martello / scendete giù in piazza e picchiate con quello / scendete giù in piazza e affossate il sistema) funzionali alle battaglie delle classi operaie e studentesche. Ma il ruolo, forse più importante, di queste organizzazioni è stato quello di aver rilanciato con la stagione del folk revival un repertorio politico già esistente di cui fa parte la ripresa della famosa Bella ciao rimasta viva nell’intero secondo dopoguerra anche grazie a continue rielaborazioni del testo. Su ispirazione di questo repertorio ha preso corpo il lavoro di Francesco Guccini che da scrittore e cantautore è riuscito a dare forma a canzoni come La locomotiva, Primavera di Praga, Dio è morto, Noi non ci saremo, Auschwitz, Canzone per Silvia, Piazza Alimonda, Canzone per il Che, e persino L’avvelenata, dove la denuncia si è fatta letteraria ma non meno efficace e coinvolgente. Senza dimenticare che dopo l’addio ai concerti ha inciso due album dedicati proprio alla canzone sociale e politica in cui figuravano Morti di Reggio Emilia e Addio a Lugano.

In seguito la trasmissione fra canzone popolare e rock viene sostenuta da tre formazioni come Stormy Six, Area e Canzoniere del Lazio. I primi sono il gruppo che a partire dalla fine degli anni Sessanta costruisce un nuovo repertorio di chiaro stampo politico basandosi sulla passione per il rock e il folk, ed è curioso vedere e forse non casuale, che «L’Unità», il primo album del gruppo del 1972, proponga una rilettura antiretorica del Risorgimento italiano. Negli anni seguenti gli Stormy Six sono stati al centro di un lavoro che offriva un repertorio narrativo alla stagione dell’impegno politico degli anni settanta con brani come Stalingrado, dedicato all’eroica resistenza sovietica all’invasore nazista nel 1942: Fame e macerie sotto i mortai / come l’acciaio resiste la città / strade di Stalingrado, di sangue siete lastricate / ride una donna di granito su mille barricate / sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa / d’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città / e poi con l’album Macchina maccheronica (1980) premiato come miglior progetto musicale per l’organizzazione Rock in Opposition una sorta di Cantacronache europea. Il Canzoniere del Lazio è stata invece la formazione che ha riletto il repertorio popolare, soprattutto dell’area laziale, in chiave politica e di battaglia oltre che per recuperarne la memoria. Fra i titoli più rappresentativi Vivo tra le pecore e li cani, il canto garibaldino O Roma Roma e Su, comunisti della capitale, così introdotto: Su, comunisti della capitale / è giunto alfine il dì della riscossa / quando alzeremo sopra al Quirinale/ bandiera rossa. Profondamente politico, però orientato verso una prospettiva sperimentale, è invece il lavoro degli Area che esordiscono nel 1973 con Arbeit macht frei, un progetto dove confluiscono suoni etnici, denuncia e il canto incontenibile di Demetrio Stratos al servizio della causa palestinese in Luglio, agosto, settembre (nero): Giocare col mondo facendolo a pezzi / bambini che il sole ha ridotto già a vecchi / non è colpa mia se la tua realtà mi costringe a fare guerra all’omertà / forse così sapremo quello che vuol dire affogare nel sangue tutta l’umanità / gente scolorata quasi tutta eguale / la mia rabbia legge sopra i quotidiani / leggi nella storia tutto il mio dolore / vedi la mia gente che non vuol morire / quando guardi il mondo senza aver problemi / cerca nelle cose l’essenzialità / non è colpa mia se la tua realtà mi costringe a fare guerra all’umanità (Cramps records, 1973)

La morte di Stratos nel 1979 e la crisi della stagione dell’impegno politico cancellano le tracce di un modello canoro e musicale dal messaggio politico esplicito che riprende in forme totalmente diverse – qualcuno azzarda post-moderne e surreali – o attraverso la poesia. Come nel caso del «punk filosovietico» degli emiliani CCCP, che non trova più riferimento nel folk italiano né statunitense ma nel suono dark di Berlino, dove infatti esordisce il gruppo nel 1982. Un punto di rottura col passato, che però trasforma i CCCP in un riferimento ideale e stilistico per molti gruppi, che arriveranno negli anni Novanta e Duemila, soprattutto nel modo di rappresentare la vita di provincia, l’ideologia e l’appiattimento provocato dal consumismo, in titoli come Militanz. A Ja Ljublju SSSR (rilettura dell’inno sovietico), Manifesto e Spara Jurij con il celebre adagio: Spara Jurij spara Jurij spara! / spera Jurij spera / spera Jurij spera / spera Jurij spera Jurij spera! / felicitazioni / felicitazioni / felicitazioni / spara, spara, spara, spara! / spara, spara, spara, spara! SPARA!, che si propone come ironica rilettura del bellicismo sovietico veramente impressionante oggi alla luce dell’aggressione dell’Ucraina.

1° giugno 1980, Bologna Piazza Maggiore, il concerto dei Clash… non si trattava del solito rito, della messa, del sabba, dell’ascolto assorto e silenzioso che precede l’approvazione e il Grande Applauso… no … con Joe Strummer veniva proclamato lo Stato d’Agitazione permanente! Con lui era tornato il fantasma di Woody Guthrie, che si sporgeva dal vagone del carro merci e ti diceva: «forza, corri figliolo, corri aggrappati alla mia mano, salta su» … Strummer chiamava alla Rivoluzione quella vera, quella che inizia dentro di te e poi divampa… Così il 1° giugno del 1980 io e mio fratello Sandro ci arruolammo volontari dell’esercito del punk rock dei Clash agli ordini di Joe lo Strimpellatore (In Quel giorno Dio era malato. Sulle strade dei Gang, storie e canzoni di Marino Severini con Alberto Sebastiani, Milieu edizioni, 2024).

In effetti così è cominciata l’avventura dei Gang, gruppo di Filottrano nelle Marche, nel rock politico, album dopo album – Barricada Rumble Beat, Le radici e le ali, Storie d’Italia, Fuori dal controllo, Sangue e cenere – concerto dopo concerto, fino a quando il pubblico ha cercato altri messaggi musicali nel racconto poetico come accaduto nelle canzoni di Tra silenzi e spari, l’album più recente. Curioso che dalle stesse zone d’origine dei CCCP, Reggio Emilia non è Modena, ma non ne è lontana, sia emerso nei primi anni Novanta il combat folk dei Modena City Ramblers che si sostanzia in una rilettura del folk rock che mette insieme la ballata popolare italiana – vedi le riletture di Bella ciao e Contessa – a quella irlandese, scozzese e al liscio, persino. Questo progetto ha avuto il merito di offrire nuova popolarità alla canzone politica più tradizionale tornata in grande auge fra il pubblico giovanile proprio mentre stava esplodendo in Italia un nuovo impegno in musica grazie al lavoro nei centri sociali di sinistra e anarchici. Praticamente ogni città vede emergere uno spazio di mobilitazione radicale che trova riferimento proprio nei centri sociali occupati e in una musica derivata dall’antagonismo caraibico del reggae e dell’hip hop. Le posse, i gruppi nel gergo rap, lanciano nel 1990 la nuova musica, prima di tutto con il lavoro dei romani Onda Rossa Posse, poi Assalti Frontali, che rileggono l’impegno in musica raccontando con il rap la rabbia delle periferie e il sostegno al pacifismo ad esempio contro la guerra in Iraq con il brano Bagdad 1.9.9.1. : Orribile notte / la bandiera a stelle e strisce è in volo / ha i colori della morte / nella notte senza luna il suo rumore / senza più nessuna esitazione / per colpire e non vedere / nient’altro che se stessa / scoperta nel deserto / la bandiera della guerra su Baghdad 1.9.9.1.

Sullo stesso percorso si sono mossi anche i napoletani 99 Posse, mischiando reggae e rap con la protesta politica che nel 1994 porta all’album Canta Napoli antifascista a cui partecipano molti gruppi attivi nella scena dell’impegno radicale: Bisca (G7), Daniele Sepe (MCMXVIV perché i vivi non ricordano), i citati 99 Posse (S’adda appiccià), E Zezi (G 7 Zimbre e capretti), Maurizio Capone (Parole amare). Negli stessi anni nell’area salentina i Sud Sound System usano un mix fra reggae e pizzica per denunciare le conseguenze dello sfruttamento economico del Meridione. É invece torinese Francesco Di Gesù alias Frankie hi nrg, uno dei maggiori talenti della nuova scena musicale hip hop. Grazie alla capacità di usare in modo estremamente creativo e politico la lingua italiana su un tappeto di ritmi rap lancia canzoni come Combatto la tua idea, Disconnetti il potere, Potere alla parola e la famosa Fight da faida: É la vigilia di una rivoluzione alla voce del Padrino, ma don Vito Corleone oggi è molto più vicino: sta seduto in Parlamento. É il momento di sferrare un’offensiva terminale, decisiva, radicale, distruttiva, oggi uniti più di prima, alle cosche, fosche attitudini losche mantenute dalle tasse, alimentate dalle tasche, basta una busta nella tasca giusta in quest’Italia così laida… you gotta FIGHT DA FAIDA!!!

Ma la canzone, d’autore, sia tradizionale che quella emersa dall’hip hop, si è imposta per la qualità delle sue melodie e il modo originale con cui ha raccontato, e denunciato questioni e problemi sociali mai trattati dalla musica leggera utilizzando però forme diverse dalla canzone politica classica. Per questo, se non si possono considerare cantautori politici in senso classico Bindi, Paoli, Donaggio, sicuramente Sergio Endrigo, Luigi Tenco, De André, Gaber, Jannacci, Edoardo Bennato sono stati fin dagli esordi autori attenti a tematiche sociali e persino chiaramente politiche. Vedi ad esempio album come Tutti morimmo a stento e Storia di un impiegato, di De André con brani come Canzone del maggio: E se credete ora che tutto sia come prima / perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina / convinti di allontanare la paura di cambiare / verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte / per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti / per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.

O ancora le canzoni del Teatro Canzone di Gaber, quelle sociali di Jannacci e Bennato con l’ironia utilizzata per attaccare l’opportunismo dei politici italiani di Salviamo il salvabile: È giusto che ognuno si prenda una fetta / chiudiamo tutte le scuole di lotta / io me la vedo brutta ma / Salviamo il salvabile, mmh Salviamo il salvabile, yeah, di Bennato, ed Ricordi, 1974)

Trasformato così il modo di realizzare una canzone impegnata, anche musicisti considerati lontani da un approccio esplicitamente politico, come Vasco Rossi, Ligabue, Jovanotti, Litfiba, Daniele Silvestri, Battiato, spesso con le loro parole sono stati capaci di descrivere sentimenti e passioni delle generazioni che crescevano negli anni Novanta. Vedi per tutti la straziante denuncia di Franco Battiato in Povera Patria del 1991: Povera patria / schiacciata dagli abusi del potere / di gente infame, che non sa cos’è il pudore / si credono potenti e gli va bene / quello che fanno e tutto gli appartiene / tra i governanti / quanti perfetti e inutili buffoni / questo paese devastato dal dolore / ma non vi danno un po’ di dispiacere / quei corpi in terra senza più calore? (dall’album Come un cammello in una grondaia, EMI, 1991).

Su questi sentimenti si è aperta la strada a gruppi come Afterhours e Marlene Kuntz, Baustelle particolarmente attenti a proporre un messaggio sensibile ai drammi esistenziali e politici dell’Italia del nuovo millennio, come mostra il testo di … la tempesta è in arrivo degli Afterhours: La tempesta è in arrivo / riesci a sentirlo?/ quel che credevi raccolto / arriva un vento a strapparlo / non puoi più decidere come sarai / quale pazzo aspetta tanta oscurità / per riconoscere se stesso?/ la tempesta è in arrivo nessun compromesso (dall’album Padania, Germi 2012).

Sulla stessa strada su cui si è mosso Jovanotti, ma con una lettura più ironica e dissacrante, anche Caparezza con molti brani fra cui Fuori dal tunnel, Legalize the premier, Prisoner 709, Confusianesimo e La fitta sassaiola dell’ingiuria, Fonda la tua gloria sull’ingiuria / lavati i denti col seltz come Furia Smile, siamo in aria, canta vittoria / ma io ti sputerò come un seme d’anguria / c’è penuria di muri adibiti alla memoria, pura vanagloria (di Branduardi e Salvemini, dall’album ?! del 2000).

Capa è stato uno dei performer «più politici» fra novecento e duemila, seguito da una nuova ondata di rapper meno politicizzati ma trasgressivi nello stile e sensibili alle tematiche sociali, vedi i casi di Piotta, Ghali, Rancore, che si affiancano alle testimonianze di cantautori particolarmente sensibili come Brunori sas, Vasco Brondi e di gruppi quali Offlaga disco pax (Socialismo tascabile, Robespierre) e Lo Stato Sociale (Turisti della democrazia, L’Italia peggiore, La rivoluzione non passerà in tv, Combat Pop) a conferma del fatto che da tempo è radicalmente cambiata la forma della canzone politica passando da un’epoca in cui la sua denuncia o la spinta verso la lotta erano veementi e dirette probabilmente perché facevano riferimento a un movimento che marciava parallelamente a loro. Da tempo non è più così, il movimento non c’è più o s’è frammentato, anche se negli artisti non si è persa la passione per l’impegno e i valori del progresso e del cambiamento. Basta dare ascolto ai brani di grandi protagonisti della canzone d’autore del recente passato come Francesco De Gregori, Luca Carboni, Dario Brunori per ritrovare quella passione, solo che magari utilizzano la metafora, l’allegoria, l’ironia o i ritornelli parossistici del rap, e meno lo slogan, per denunciare e incitare al cambiamento. Ecco perché in conclusione, lo spirito ironico che anima Che benessere?!, canzone de Lo Stato Sociale, è forse la migliore sintesi per rappresentare lo stile con cui oggi la canzone d’autore propone la sua denuncia politica e…. non si arrende:

Wikipedia ha detto che i gelati sono buoni non sono cattivi come quelli che ci rubano il lavoro ma l’azienda si deve salvare meglio delocalizzare rubiamo a casa loro dove rubare è legale

(nell’album Stupido sexy futuro, Garrincha dischi, 2023)