# Stratocaster o Balalaika? Per uno sguardo sonoro sul conflitto in Ucraina


Nel muro di fronte a *Giolitti,* una delle migliori gelaterie romane, compare ancora, scolorita e quasi invisibile, la scritta *Van Thieu vattene*. Già ma chi è Van Thieu? Lo spiega Wikipedia: «generale e politico vietnamita, presidente e dittatore del Vietnam del Sud dal 1965 al 1975» cioè un uomo al potere fino alla disfatta americana e alla liberazione del paese. Proprio il periodo che ha sconvolto il sud-est asiatico e contemporaneamente ha visto emergere in intere generazioni una coscienza pacifista antimperialista e nell'area della sinistra italiana un sentimento antiamericano che sembra permanere a distanza di oltre cinquant'anni anche nel modo di schierarsi sulla guerra in Ucraina. Un sentimento rappresentato da numerosi osservatori fra i quali la studiosa di scienze sociali Oksana Dutchak<sup>1</sup> e Andrea Papi su «Semi sotto la neve» con questa considerazione «la partigianeria di una parte consistente della sinistra, intesa come complesso culturalmente identificabile, contro le visioni politiche e sociali del blocco occidentale, di cui pure storicamente e culturalmente è parte»<sup>2</sup>.

<sup>1</sup> *10 terribili asserzioni della sinistra contro la resistenza ucraina*, dal sito [Ytali.com](https://www.ytali.com), 21 luglio 2022.

<sup>2</sup> *Le ipocrisie di un antimperialismo parziale*, in «Semi sotto la neve», n. 4, p. 48.

Da dove nasce questo sentimento antiamericano che complica la lettura del conflitto ucraino? Se ne può trovare origine nelle manifestazioni contro la guerra in Vietnam che si moltiplicano negli anni Sessanta in Francia e in Italia dietro il ricordato slogan «Van Thieu vattene!», e poi nelle mobilitazioni recenti per le guerre in Iraq e Afghanistan. Nella fase pre-sessantotto la sinistra italiana si schierava decisamente contro gli USA responsabili dell'attacco al Vietnam anche attraverso interventi di suoi importanti intellettuali nel settimanale *Rinascita* come Enrica Collotti Pischel sotto lo pseudonimo di Silvia Ridolfi:

> «Nel corso dell'ultimo anno (1963, ndr) il Vietnam meridionale è diventato il terreno di sperimentazione di quelle tecniche della "guerra speciale" (cioè degli strumenti e dei sistemi di repressione della guerriglia rurale) che da anni strateghi e psicologi del Pentagono stanno elaborando»<sup>3</sup>.

<sup>3</sup> F. Montessoro, *Il mito del Vietnam nella cultura italiana degli anni '60*, dal sito [sissco.it](https://www.sissco.it).


Una posizione ribadita, come ricorda Francesco Montessoro, anche da dirigenti del PCI come Gian Carlo Pajetta in un editoriale sempre su «Rinascita»: «Il problema del Vietnam» scriveva l'esponente comunista, diventato direttore di «Rinascita» dopo la morte di Togliatti nell'agosto del 1964, «cessa di essere un problema locale anche acuto, acquista un valore universale; diventa un banco di prova per le forze che minacciano la pace in ogni parte del mondo e per le forze che, in ogni parte del mondo, vogliono respingere il pericolo di guerra»<sup>4</sup>. Negli stessi giorni si organizzava alla Basilica di Massenzio, a Roma, una «marcia della pace» fra le prime in Italia a favore della resistenza vietnamita. La mobilitazione proseguiva nel corso del 1965 con una serie di manifestazioni compresa una «veglia per il Vietnam» fra il 27 e il 28 novembre al Teatro Adriano con la partecipazione di intellettuali e politici sempre dell'area di sinistra che si mostrava in prima linea anche con l'«appello dei quarantasei», firmato da artisti e intellettuali europei e pubblicato sul *New York Times* alla fine del 1965<sup>5</sup>.

<sup>4</sup> Ibid

<sup>5</sup> Ibid., p. 6.

In realtà l'antiamericanismo nell'area della sinistra non solo giovanile si è andato alimentando attraverso le critiche all'imperialismo statunitense anche sulla spinta di un appassionato terzomondismo ispirato ai processi rivoluzionari in corso a Cuba, in Algeria, in alcuni paesi africani subsahariani oltre che al pensiero visionario di Mao Zedong. Invece l'invasione della Cecoslovacchia, avvenuta pochi anni dopo, nell'agosto 1968, se provocava l'uscita dal PCI di alcuni militanti e intellettuali, fondatori del quotidiano *Il Manifesto*, in realtà non vedeva una forte mobilitazione di pacifisti e militanti di sinistra nei confronti dell'Unione Sovietica.

> Il PCI diventò, in tutte le sue sezioni, il teatro di una battaglia durissima tra filosovietici «carristi» e difensori del nuovo. Quella durezza segnava la strada per chi si affacciava dentro il PCI in quei giorni<sup>6</sup>.

<sup>6</sup> In: L. Scoppola Iacopini, F. Anghelone, *Praga 1968. La "Primavera" e la sinistra italiana*, Bordeaux, Roma, 2014.

Un tema ripreso in un recente intervento su «Reset» da Giancarlo Bosetti:

> È vero che il PCI mantenne un atteggiamento incerto e continuò a lasciar credere che il legame «antimperialista» con il PCUS andasse preservato, nonostante tutto, ed è vero che il suo appoggio convinto al «nuovo corso» cecoslovacco era in contraddizione con quel legame<sup>7</sup>.

<sup>7</sup> G. Bosetti, *Quella primavera del '68 che cambiò anche la storia della sinistra italiana*, in «Reset», 26 febbraio 2015.

Tornando al Vietnam la mobilitazione negli anni Sessanta proseguiva in occidente con una delegazione del tribunale Russell che documentava le devastazioni provocate dai bombardamenti americani e anche il mensile «Il Ponte», sotto la direzione di Enzo Enriques Agnoletti, si attivava per contrastare la politica estera del presidente Lyndon Johnson. Fra gli studiosi più acuti, la sinologa Edoarda Masi nel 1965 con il saggio *Rivoluzione nel Vietnam e movimento operaio occidentale* accendeva il dibattito sul significato della rivoluzione vietnamita, interpretata come un segno della crisi del sistema capitalistico. Posizione condizionata forse dal fatto che in Italia la sinistra, e il PCI in particolare, già allora non sembravano in grado di operare una decisa azione rivoluzionaria – ma forse neanche riformista – per cui quel sogno impossibile andava trovato in altro contesto, come ad esempio la resistenza vietnamita strettamente connessa al crescente ribellismo giovanile e all'utopia rivoluzionaria di Che Guevara, Mao e Fidel Castro. Già ma perché è stato sempre così facile e spontaneo mobilitarsi a sostegno delle battaglie antiamericane mentre l'azione dell'imperialismo russo non ha provocato nell'area progressista altrettanta indignazione e mobilitazione sociale? Forse perché, come scrivono oggi molti esperti di politica estera, quell'imperialismo dell'est è stato sempre visto come meno pericoloso e invadente di quello dell'ovest? Anzi sono in molti a sostenere che una delle ragioni di questa ambivalenza sta nel fatto che si sente la Russia più lontana e meno pericolosa degli Stati Uniti rimasti invece inchiodati alle loro responsabilità per le bombe sul Giappone nel 1945, le atrocità in Vietnam, il collegamento ai golpe in Sud America negli anni '70 e l'azione nelle guerre del Golfo e in Afghanistan. Mentre le invasioni sovietiche dell'Ungheria e della Cecoslovacchia, e poi in particolare quella in Afghanistan, l'azione in Siria e in Africa e ora l'invasione dell'Ucraina, non hanno provocato critiche particolarmente accese alla Russia, né grandi mobilitazioni di pacifisti e del popolo della sinistra. Nonostante alla guida della Russia ci sia da molto tempo Putin, un autocrate responsabile di crimini e azioni sanguinarie, ora incriminato dalla Corte internazionale di giustizia anche per il rapimento di bambini dall'Ucraina. Sta di fatto che il popolo progressista è da sempre, non solo ora con la guerra in Ucraina, esitante a mobilitarsi contro quel paese, come mostra anche l'invasione dell'Afghanistan.

Non può essere solo una questione di distanza, in realtà geograficamente molto inferiore rispetto a quella con gli Stati Uniti, è soprattutto un fatto ideologico e culturale, basta pensare a quanto poco sia conosciuto il messaggio delle poesie cantate di un oppositore solitario come l'artista russo Vladimir Vitsosky, premio Tenco nel 1993, ma figura conosciuta in un ambito molto ristretto di appassionati. Mentre sono celeberrime le canzoni pacifiste di folk singer e rocker come Pete Seeger, Bob Dylan, John Lennon, Joan Baez, Neil Young, Bob Marley, Bruce Springsteen ecc. così come anche i loro strumenti iconici quali le Fender Stratocaster, mentre al contrario la balalaika è un cordofono russo sconosciuto ai più. Paradossalmente è proprio questo folto gruppo di artisti e la denuncia pacifista proposta da film come *Hair*, *Jesus Christ Superstar*, *Comma 22*, *La lunga linea rossa*, *Apocalipse Now* e *Il cacciatore* ad aver coagulato la mobilitazione delle coscienze di numerose generazioni contro gli Yankee mentre non c'è – tranne che in rari documentari – una sola pellicola che racconti la carneficina in Cecenia o la campagna sovietica in Afghanistan. Anzi all'uscita de *Il cacciatore* nel 1979 furono forti le polemiche per come il regista Michael Cimino aveva deciso di rappresentare i vietcong, quali sadici criminali e non come patrioti in guerra con gli invasori americani. Quindi l'altra domanda che sorge è com'è possibile che le stesse persone che si alimentano di rock, film, letteratura proveniente dagli Stati Uniti poi non esitano nel terreno della politica internazionale a scagliarsi contro il mondo che li ha prodotti? Mentre non c'è un artista russo, eccetto il ricordato Vitsosky, che rappresenti un modello per le nuove generazioni o autori di teatro, cinema, musica che possono contare su un seguito in Occidente? Perché in realtà a parte il collettivo punk delle Pussy Riot, costretto ad organizzare proteste per lo sviluppo della democrazia in Russia sotto rigoroso anonimato, non esistono importanti esponenti in grado di opporsi a Putin e alla sua politica dispotica e stalinista. Anzi spesso si assiste a una sottovalutazione delle azioni criminali dell'autocrate russo perché considerate baluardo all'imperialismo NATO. Un sentimento che, nonostante il lungo tempo trascorso dalle aggressioni dell'«Occidente», nasconde una mai sopita e forte critica nei suoi confronti che spesso porta ad un giudizio negativo verso il popolo ucraino di cui si accreditano molte delle dicerie più negative: corrotto, nazista, reazionario, filo occidentale. Allora, come accennato sopra, il sentimento di fratellanza e solidarietà che unisce il mondo della sinistra, soprattutto quella più radicale, trova le sue ragioni profonde nel rimanere legato al mito di una nazione come la Russia erede della rivoluzione d'ottobre, mentre gli Stati Uniti rappresentano ancora il mito capitalista alleato all'imperialismo militare della NATO. Oppure può accadere, nella versione più moderata, che ampi settori dell'opinione pubblica di area progressista mantengano un'equidistanza fra aggressori e aggrediti non solo riguardo al riarmo dell'Ucraina ma più in generale sul sostegno alla causa dei resistenti. Un sentimento che osservatori come il giornalista britannico Paul Mason provano a spiegare tornando ancora più indietro nel tempo, alla guerra civile spagnola. Un'epoca utile, a suo dire, per affrontare le contraddizioni che toccano l'ala progressista del Partito democratico americano e trovare le ragioni per cui, invece, dovrebbe sostenere il diritto all'autodifesa dell'Ucraina. «Immaginate» scrive, «una storia alternativa della Guerra civile spagnola dove, dopo alcuni capovolgimenti iniziali, la fazione antifascista inizia a vincere. Ricacciano indietro le armate di Franco soprattutto perché Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti rifiutano il "non intervento" e inviano armi pesanti, compensando così il sostegno fornito da Hitler e Mussolini. In questo scenario, qualcuno pensa seriamente che la sinistra mondiale avrebbe tolto il suo sostegno alla parte repubblicana a causa della cosiddetta "aggressione imperialista"? Avrebbe denunciato il conflitto spagnolo come una "guerra per procura"? Avrebbero convocato una conferenza internazionale per chiedere la fine di tutte le forniture di armi agli antifascisti in nome della "pace"? Avrebbero chiesto di negoziare con Franco, sostenendo una soluzione 'accettabile per tutti'? [invece] quando si tratta dell'invasione russa dell'Ucraina, una parte dell'estrema sinistra internazionale ha fatto tutte queste cose e anche di più»<sup>8</sup>.

<sup>8</sup> P. Mason, *Come fermare il nuovo fascismo. Storia, ideologia, resistenza*, Il Saggiatore, Milano, 2021.

Un ragionamento che, per tornare al Vietnam, potremmo estendere a quando i più appassionati sostenitori della causa vietcong non avessero dubbi sul sostegno armato della Cina ai combattenti antiamericani. Anche perché, come aggiunge ancora Dutchak nel suo intervento, «Un'altra variazione di questa affermazione riguarda la discussione sulle armi della NATO … viviamo in un mondo in cui non c'è uno stato progressista di dimensioni necessarie per fornire sostegno materiale a una lotta di questa portata e trarre vantaggio dalla sua vittoria» come accadeva all'Unione Sovietica e alla Cina quando aiutavano la liberazione del Sud Vietnam. A nessuno è mai venuto in mente di dire ai vietnamiti di rinunciare ad un pezzo del loro territorio, così come non lo si è chiesto persino ai talebani mentre si continua a farlo, ad esempio, nei confronti dei palestinesi e dei curdi che vedono ogni giorno scomparire pezzi della propria terra. Invece spesso in ambienti «progressisti», pur non esplicitamente, sono in molti a pensare che l'Ucraina dovrebbe capitolare e rinunciare ai territori appena conquistati dai Russi e dar seguito alle richieste politiche di Putin, abbandonando la causa per un'indipendenza completa del paese e l'autodeterminazione del suo popolo.

Allora in conclusione, queste riflessioni ci pongono di fronte al dilemma fra una democrazia che permette odio e amore accompagnate da grandi canzoni e il ricordo di Stalingrado e del mito dell'Armata Rossa che impediscono la critica ad un'autocrazia che annienta pensieri e passioni. In definitiva un dilemma che ci ripropone simbolicamente di scegliere fra le svisate di una Stratocaster o le suggestioni di una balalaika.

## LO SPECCHIO

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Sì, mi ricordo quella parete

nella nostra città rasa al suolo.

Si ergeva fin quasi al sesto piano.

Al quarto c'era uno specchio,

uno specchio assurdo

perché intatto, saldamente fissato.

Non rifletteva più nessuna faccia

nessuna mano a ravviare chiome,

nessuna porta dirimpetto,

nulla cui possa darsi il nome

«luogo».

Era come durante le vacanze -

vi si rispecchiava il cielo vivo,

nubi in corsa nell'aria impetuosa,

polvere di macerie lavata dalla pioggia

lucente, e uccelli in volo, le stelle, il sole all'alba.

E così, come ogni oggetto fatto bene,

funzionava in modo inappuntabile,

con professionale assenza di stupore.

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Wislawa Szymborska, <i>Basta così</i>,

(trad. di Silvano De Fanti), Adelphi 2012

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