title: "Simone Weil (1909-1943)"
date: "2023-06-01"
autori:
  - "Flavio Lazzarin"
numero: "5"
sezione: "Radici"
pagina: 101
permalink: "https://semisottolaneve.net/articoli/05-simone-weil/"
content: "\nNon si può non essere d'accordo con Albert Camus, che definì la Weil «l'unico grande spirito del nostro tempo». Farne memoria è, allora, un invito a chi ancora si interroga sul senso della vita a leggerla e rileggerla, perché le sue parole sono come lampi che illuminano per un istante la notte del mondo in cui viviamo e sono pensieri che possono trasformarsi in attrezzi indispensabili per affrontare i pericoli dell'attualità.\n\nWeil ha mantenuto nelle diverse stagioni della sua breve vita una coerenza radicale e ha guadagnato come conseguenza il ritrovarsi fuori dagli schemi e dalle convenzioni sociali, politiche e religiose, sempre impietosamente smascherate.\n\nNon è assolutamente ipotizzabile dividere, né distinguere, in due momenti la biografia della Weil: il periodo militante, che è esplicito nelle *Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale* (1934) e il periodo mistico, dopo l'incontro con il cristianesimo, che appare con chiarezza in numerosi altri scritti. Sembra di vedere un'estrema coerenza tra la battaglia per la destituzione e morte dell'«io» – unica condizione perché possa, come dono e non come conquista ascetica, rivelarsi il divino – e la battaglia, altrettanto dura, antiautoritaria e antitotalitaria, per non accettare l'identificazione con qualsiasi gregge, tradizionale o moderno.\n\nNata a Parigi nel 1909 e morta a Londra, a 34 anni, nel 1943 – una breve vita in cui fu filosofa, teologa, insegnante, operaia, anarchica rivoluzionaria, matematica, mistica – Weil non si identificò con le sue origini ebraiche e fu greca per opzione filosofica, al punto di essere ritenuta antisemita. A tal proposito, tuttavia, pare invece che, in contraddizione con il dichiarato platonismo, la sua spiritualità si fondi nel dualismo teologico e monismo antropologico tipicamente giudaici e non nel monismo teologico e dualismo antropologico tipicamente greci. Benché frequentasse gli ambienti comunisti, sindacalisti e rivoluzionari, non si identificò mai con nessun partito e, fin dall'inizio, fu critica dello statalismo sovietico. Nonostante la sua conversione a Gesù, non volle identificarsi nemmeno con la Chiesa cattolica, considerata il peccato originale e l'ispirazione di tutti i totalitarismi. Non poteva accettare che l'universalità, la cattolicità, fosse resa vana dagli *anathema sit*. Anarchica, fu in Catalogna a combattere con Durruti, ma dopo un incidente nelle cucine, ritornò a casa, con sentimenti non violenti, sorti dopo avere constatato la violenza anche dei repubblicani.\n\nSul piano filosofico, se con Nietzsche l'opposizione fu prettamente esistenziale, per via della grecità del pensatore tedesco e della sua interpretazione del cristianesimo come religione degli schiavi, con Marx e i marxismi, invece, il litigio critico fu esplicito. Non si tratta solamente del suo incontro, nel 1932, con l'esule Trotskij, che pure ospitò nella sua casa a Parigi, ma che accusò di essere stato con Lenin carnefice di uno stato autoritario e oppressivo che rivelò il suo vero volto nella spietata repressione della Macnovicina e dei marinai di Kronstadt fatta dall'Armata Rossa.\n\nWeil studiò davvero *Il Capitale* e la sua critica di Marx e dei marxismi appare originale e forse unica: la classe dominante riceve la missione storica di accelerare senza soluzione di continuità le forze produttive, ma in questo processo sopraggiunge il momento in cui le strutture di potere non riescono più a favorire e accompagnare lo sviluppo. Allora è la rivoluzione e il «soggetto» rivoluzionario sono le forze produttive, che propiziano il sorgere di una nuova classe egemone. Non c'è quindi assolutamente la condanna etica e politica del sistema capitalista e dei suoi orrori, ma semplicemente la constatazione che quando la borghesia non è più funzionale allo sviluppo delle forze produttive deve essere sostituita dalla classe che saprà far funzionare il sistema. Questo incessante rinnovarsi delle forze produttive non è che un mito, un assioma inconsistente e impermeabile a una lettura scientifica. Mito come il realizzarsi hegeliano dello spirito nella dialettica della storia. Mito che non sfugge all'illusione hegeliana e sostituisce le astuzie dello spirito con la materialistica misteriosa provvidenza delle forze produttive. Tutto ciò si trasformò inevitabilmente nella tragedia dell'oppressione totalitaria dei bolscevichi. Mito, perché Marx non riesce a spiegare la sua fede ingenua nello sviluppo ininterrotto e virtuoso delle forze produttive. E sono queste, per Marx, e non i diseredati e gli oppressi, l'unico vero motore della storia.\n\nInoltre, per Weil, è evidente la disfatta della Rivoluzione russa e della stessa idea di rivoluzione quando il potere del capitale sul lavoro, che si realizza pienamente nella grande industria con le sue macchine, è incorporato acriticamente nel sistema socialista. È nella fabbrica che sistemicamente si struttura la disuguaglianza tra specialisti e lavoratori manuali, che si riproduce poi nel rapporto diseguale e oppressivo tra gli intellettuali del partito e le masse popolari. E nella riproduzione, senza soluzione di continuità degli apparati giuridici, burocratici, militari e polizieschi dello stato zarista. Si rivela con chiarezza, ancora una volta la differenza tra chi scientificamente crea, decide e comanda e chi ha accesso solo ai risultati, senza capire nulla del metodo, relegato al ruolo di chi accetta tutto fideisticamente.\n\nIn questa lettura critica, Weil è estremamente attenta a non buttare via il bambino con l'acqua sporca, perché «la grande idea di Marx è che nella società, come nella natura, tutto si svolge mediante trasformazioni materiali» (Weil 1983: 22-23).\n\nNon ha assolutamente senso sognare e desiderare il futuro, perché tutto dipende dalle condizioni materiali, che devono essere conosciute e analizzate per poter creare possibilità umane di vita sociale e politica. Ma, alla fine, deve constatare che il metodo materialista, l'unica idea preziosa di Marx, è sempre stato dimenticato dai marxisti e «non bisogna allora stupirsi che i movimenti sociali nati dal marxismo siano tutti falliti».\n\nE sono fallite tutte le rivoluzioni cominciando dalla Rivoluzione francese, che, vittoriosa contro l'oppressione, ha inaugurato una nuova oppressione. Sembra impossibile emanciparsi da questo imbroglio, che, sostanzialmente, è determinato dall'esistenza dello Stato. Chi vuole resistere sembra condannato a due uniche possibilità: o la capitolazione o l'avventura; o il riformismo, più o meno cinico, di chi realisticamente non vede cammini di vittoria definitiva contro l'oppressione o il sogno avventuriero di chi opta per un'opposizione radicale al sistema. Weil insiste che Marx, con il suo metodo dimenticato, ha trovato il modo di superare questa falsa alternativa, che era egemonica negli anni Trenta e che continua paradigmatica nelle sinistre del nostro tempo.\n\nAlla fine della sua analisi radicalmente realista dell'oppressione come costitutivo paradigma della politica, difenderà, via metodo materialista, la tesi che gli oppressi possano esercitare la volontà di non arrendersi e di approfittare di ogni breccia dimenticata dall'onnipresente potere per lottare e non rinunciare alla libertà e alla possibilità di costruire cammini di umanità, eliminando la grande industria, il capitale finanziario, la divisione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, la diastasi tra scienza e lavoro, sostituendo lo Stato centralizzatore, con il suo apparato burocratico e militare, con lo Stato come potere obbediente. Weil, però, non dimenticò che «è solo nell'uomo preso come individuo che si trovano la chiaroveggenza e la buona volontà, uniche fonti dell'azione efficace. Ma gli individui possono associare i loro sforzi senza rinunciare alla loro indipendenza». E, preoccupata per il contributo caratteriale di chi lotta, ci ricorda «la vanità delle etichette politiche. Ci si può lanciare nel movimento rivoluzionario con uno spirito da capo desideroso di manipolare le masse e di avere un ruolo eminente sulla scena della storia, oppure da soldato fanatico; e si trovano nei ranghi dei conservatori uomini di buona volontà naturalmente disposti a far concorrere le forze di cui dispongono per il maggior bene di tutti. È per il carattere che gli uomini sono fratelli o estranei tra di loro» (Weil 1983: 136-137).\n\nL'antropologia che Weil propone va oltre la persona, oltre la maschera, oltre il teatro sociopolitico, oltre l'amministrazione del mondo fatta dai partiti politici, oltre la democrazia, oltre il diritto, oltre lo Stato. La critica del concetto di persona la pone ancora una volta ai margini della teologia cristiana, che fonda fin dal IV secolo l'interpretazione della Trinità utilizzando il termine «persona», πρόσωπον, prosopon. Sceglie istintivamente il monismo antropologico giudaico ed eminentemente biblico, che opta per una visione unitaria dell'essere umano, lontana dal dualismo greco – oggi ancora egemonico – che lo divide in anima e corpo. Infatti, l'anima per la Bibbia è *nefesh*, parola legata alla respirazione e alla vita concreta che, con l'aria, passa per la gola, le corde vocali, le vie aree, fino ai polmoni. In Genesi 2,7 troviamo la fonte della vita come respiro: «allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente». Tutto quello che respira vive e Simone è indignata perché attraverso questa gola sembra non passare il grido di chi soffre privazione, umiliazione e ingiustizia. Oppure siamo noi che rimaniamo sordi a queste grida, che non hanno parole. E senz'altro viviamo in un sistema che è vaccinato per non udire questo grido, realtà costitutiva di ogni essere umano. Ogni essere umano è allora sacro per la sofferenza cristologica causata da altri esseri umani e non per essere persona, con peculiari e diversificate funzioni nel teatro sociopolitico. L'individuo non è sacro per ciò che egli è e rappresenta. Risulta sacro perché potenzialmente – e a volte di fatto – può aprirsi all'irruzione della Verità, della Giustizia, della Bellezza. Questo duplice approccio antropologico è la porta d'ingresso della critica radicale del diritto.\n\nI Greci non avevano il concetto di diritto e si limitavano alla nozione di giustizia, principio questo che è anche supremamente evangelico, cristiano, benché da sempre dimenticato dalle Chiese. Furono infatti i Romani che inventano il diritto, concetto inseparabile da quello dell'impero, realtà «pagana, non battezzabile» in cui il diritto di proprietà, esteso alle cose e agli esseri umani, è il fulcro ispiratore di tutte le leggi. Solo la giustizia apre lo spazio all'agape, agli eccessi estremisti dell'amore. Costitutivamente, il diritto non ha alcun legame con l'etica e con la politica come costruzione dell'umanità.\n\nA mò di una impossibile conclusione, data l'ampiezza e la profondità del pensiero weiliano, la critica del diritto forse ci offre lo stimolo per ridiscutere la politica della difesa e rivendicazione dei diritti umani, che continua egemonica e inoppugnabile sia tra le sinistre, sia nelle Chiese. Un appello per verificare la sua pertinenza ed efficacia, sia come ispirazione della vocazione politica, sia come pratica di accompagnamento degli ultimi e come fattore di trasformazione sociale.\n\n## Bibliografia\n\n### Alcuni scritti di Simone Weil\n\n*Incontri libertari*, a cura di M. Zani, elèuthera, Milano 2021.\n\n*L'attesa di Dio*, a cura di M.C. Sala, Rusconi, Milano, 1984.\n\n*L'ombra e la grazia*, a cura di G. Hourdin e F. Fortini, Rusconi, Milano, 1985.\n\n*La persona e il sacro*, a cura di M.C. Sala, Adelphi, Milano, 2012.\n\n*Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale*, a cura di G. Gaeta, Adelphi, Milano, 1983.\n\n*Sulla guerra*. Scritti 1933-1943, a cura di D. Zazzi, il Saggiatore, Milano, 2013.\n\n*Una costituente per l'Europa. Scritti londinesi*, a cura di D. Canciani e M.A. Vito, Castelvecchi, Roma, 2013.\n\n### Alcuni scritti su Simone Weil\n\nG. FIORI, *Simone Weil, Biografia di un pensiero*, Garzanti, Milano, 1997.\n\nD. CANCIANI, *Simone Weil. Le courage de penser*, Beauchesne, Paris, 2011 (edizione più breve in lingua italiana: *Il coraggio di pensare. Impegno e riflessione politica tra le due guerre*, Edizioni Lavoro, Roma, 1996).\n\nR. FULCO, T. GRECO (a cura di), *L'Europa di Simone Weil. Filosofia e nuove istituzioni*, Quodlibet, Macerata, 2019.\n\nL.A. MANFREDA, F. NEGRI, A. MECCARIELLO (a cura di), *Esistenza e storia in Simone Weil*, Asterios Editore, Trieste, 2016.\n\n![](/numeri/immagini/05/_page_108_Picture_0.jpeg)\n\n\n"
