# Leggere l'anarchia


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Sono esattamente cinquant'anni che il libro più diffuso e forse il più importante scritto da Colin Ward, *Anarchia come organizzazione*, è stato editato per la prima volta in italiano (Edizioni Antistato, Milano, 1976). Il testo, che ha avuto in questi anni diverse riedizioni (elèuthera, Milano), rappresenta sicuramente una sorta di manifesto programmatico della rivista che avete in mano. Colin Ward con questo libro ha capovolto radicalmente la prospettiva dell'anarchismo tradizionale. Infatti, le tesi sostenute e sviluppate nelle pagine del volume modificano letteralmente e concettualmente la concezione anarchica secondo la quale è solo attraverso un «evento» rivoluzionario che può pensarsi una società libertaria. Secondo Ward l'anarchismo nelle sue espressioni spontanee e autonome esiste già in queste nostre società e si manifesta in tutte quelle forme organizzative che uomini e donne si danno autonomamente e senza l'intervento dello Stato, quando devono risolvere i problemi del vivere quotidiano. L'organizzazione antiautoritaria, in alternativa a quella autoritaria, è quindi una realtà che già esiste, seppure sotto una coltre di neve che ne oscura la visibilità, e che deve essere ampliata, sostenuta, protetta dalle ingerenze dello Stato e che, moltiplicandosi, può rappresentare una alternativa reale al processo di cambiamento tradizionalmente rivoluzionario. Sulla scia infatti delle tesi che sono sviluppate nel libro, i redattori di «Semi sotto la neve» cercano di muoversi coerentemente con queste idee di un anarchismo sperimentale, pragmatico, propositivo. Ma, soprattutto, di dare voce e visibilità a tante iniziative ed esperienze libertarie che, come semi sotto la neve, rappresentano in concreto una soluzione antiautoritaria ai tanti problemi che una società libera inevitabilmente deve affrontare.

La tradizione mutualista e di autogestione che ha caratterizzato le idee e le prassi libertarie ha una storia ormai consolidata e importante. Ne dà conto il bel lavoro di Antonio Senta (*Anarchia e cooperazione*, Edizioni Malamente, Urbino, 2023) che racconta questa tradizione e i legami intercorsi tra essa e il pensiero anarchico. Si tratta di un socialismo libertario nei fatti, che si nutre delle idee anarchiche e dà vita a una serie di esperienze cooperative e di mutuo aiuto che hanno caratterizzato l'azione di tanti militanti libertari. La cultura politica anarchica ha dato infatti un apporto importante alle esperienze di cooperazione in Italia tra il XIX e il XX secolo. Il testo di Senta indaga questa relazione, tra pensiero libertario ed esperienze concrete, in Italia dal 1861 al 1914. Seppure in un libro agile e non lungo l'autore da conto del lavoro cooperativo a partire dalle prime espressioni del socialismo utopistico, la prima internazionale e delle pratiche mutualistiche che sono evidenti fin agli albori del movimento operaio italiano. Si concentra poi sull'associazione generale dei braccianti nel Ravennate e in generale sulle istanze cooperative nelle campagne romagnole. Infine sintetizza i vari approcci che il movimento anarchico ha avuto nei confronti di queste pratiche ritenute comunque rivoluzionarie. Senta si concentra infine sull'idea che le teorie libertarie e anarchiche possano aver caratterizzato una parte del più generale movimento cooperativo che invece viene rappresentato dalla storiografia tradizionale come espressione solo delle concezioni marxiste e cattoliche. Portare alla luce anche questa tradizione libertaria è importante per testimoniare che l'anarchismo (in questo caso italiano ma sappiamo anche europeo) non è costituito solo da una visione rivoluzionaria tradizionalmente intesa, ma anche da azioni dirette, esperienze concrete, sperimentazioni, che in qualche maniera costituiscono un aspetto propositivo e positivo della teoria anarchica.

Questa sensibilità libertaria, volta a creare fin da subito le condizioni concrete per un mutamento sociale coerente con un socialismo libertario, si esprime nelle tante società di mutuo soccorso, università popolari, cooperative di lavoro e di scambio, ecc. Queste trovano espressione concreta nelle storie di operai e contadini, e costituiscono un patrimonio storico di rilevante attualità. Il libro di Antonio Senta documenta con dovizia alcune di queste esperienze, valorizzandone proprio la portata autenticamente antiautoritaria e ne evidenzia gli aspetti tipici di un socialismo sperimentale fondato sul mutuo appoggio come prassi politica e sociale.

Sulla stessa linea, seppure con approccio più teorico e utilizzando esperienze più attuali, si snoda il bel lavoro di John P. Clark (*Dallo Stato alla comunità. Il mondo di domani*, elèuthera, Milano, 2023). Clark parte dal presupposto che il mondo attuale si trovi di fronte a un bivio: proseguire indifferenti sulla strada dell'atomizzazione individuale esasperata e sulla conseguente disgregazione sociale sempre più evidente, oppure interrompere questo cammino deviando verso un modello diverso di convivenza sociale in grado di proporre una vita comunitaria più consona alla solidarietà e all'altruismo. Tutto ciò rappresenta, secondo Clark, non un semplice progetto politico ma piuttosto un'idea di trasformazione sociale e culturale che riconosca il valore imprescindibile della comunità salvaguardando, al contempo, le differenze e le caratteristiche individuali. Queste «comunità» non rappresentano però solo un auspicio ma esistono già in alcune esperienze particolarmente significative e di dimensioni importanti. Clark infatti ci introduce, con le dovute differenze e sensibilità culturali, nelle comunità indigene del Chiapas descrivendoci le forme organizzative proprie di una tradizione messicana di autogoverno comunitario (in particolare i *Caracol* e i *Municipios autonomos y Rebeldes Zapatistas*) e si sofferma in particolare sulle modalità organizzative autogestionarie della vita sociale delle singole comunità federate. Poi ci porta dentro le problematiche sociali e politiche che attraversano l'esperienza autogestionaria nel Rojava curdo e ci descrive l'organizzazione sociale qui applicata del confederalismo libertario. Ma, con una sensibilità davvero aperta, ci offre una lettura libertaria del movimento e della rivoluzione gandhiana (*Sarvōdaya*, letteralmente «il benessere di tutti»). In India questo movimento ha prodotto un'esperienza enorme di autorganizzazione fondandosi sul recupero di tradizioni autoctone e valorizzando un'idea di socialismo comunitarista. Differenziandosi da un anarchismo tradizionalmente a-religioso e assumendo una prospettiva decisamente spirituale e persino ascetica, il *Sarvōdaya* comprende però molte istanze più decisamente simili alle teorie e alle pratiche libertarie occidentali. Tra i punti in comune vi sono il rifiuto della proprietà privata, la validità e la dignità conferita a tutte le forme di lavoro, la sintesi tra libertà e uguaglianza, il decentramento economico e politico, il rifiuto della politica parlamentare sostituita dalla centralità della democrazia diretta. Infine Clark ci accompagna dentro un'altra straordinaria esperienza che ha coinvolto centinaia di villaggi dello Sri Lanka (*Sarvōdaya Shramadana*, «Il dono della speranza»). Questo movimento si è sviluppato dal basso a partire dal 1958 con lo scopo di sostenere le iniziative autonome di aiuto nei villaggi poveri e al fine di provvedere alle varie necessità di sostentamento. La particolarità di questo movimento è quella di proporre e di attuare una politica di trasformazione materiale, una politica comunitaria, e una politica spirituale. Ahangamage T. Ariyaratne (il fondatore) ha ridefinito il concetto gandhiano di *Sarvōdaya* come «benessere di tutti» per sottolinearne il carattere di «unità nel risveglio» o «risveglio di tutti». In questo modo ha implementato la concezione gandhiana con la spiritualità buddista. Infatti è stato aggiunto il termine *shramadana* (*Shrama* significa energia o lavoro e *dana* significa dare o condividere). Il movimento di estese dimensioni rifiuta il modello di sviluppo dominante e l'organizzazione gerarchica della comunità. Il suo scopo è quello di convertire la politica dello Sri Lanka in un *commonwealth* di villaggi o repubbliche comunitarie in cui ogni villaggio possa esprimere il massimo di autogoverno possibile. Questo obiettivo però viene declinato con la specifica volontà di mantenere le caratteristiche di ogni villaggio e quindi di perseguire l'unità attraverso la diversità. Ovviamente tutto questo presenta modalità e specificità organizzative e procedurali che Clark ben riassume nel testo. Concludendo vale la pena di riportare le parole dell'autore che ben sintetizzano la portata innovativa di un approccio sperimentale e innovativo delle idee libertarie. Scrive Clark: «Landauer era consapevole che l'impulso comunitario può diffondersi nella società (potremmo dire "come un'epidemia di guarigione") solo attraverso la potente forza dell'esempio offerta dall'esistenza di pratiche realizzate. Aveva capito che la rivoluzione sociale non è possibile se il sistema di dominio ha una presa ferrea sull'*ethos* sociale. E tempo dunque di passare dalla *prefigurazione* alla *figurazione* e alla *trasfigurazione*. Dobbiamo poter vedere concretamente il nuovo volto del reale» (p. 226).

La nostra rivista sta dentro questa strada.

