# Conversazione con Pino Cacucci



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*Ciao Pino, la mia prima curiosità è rivolta alla tua ultima pubblicazione, L'elbano errante, un romanzo storico ambientato nel '500 nel quale i temi del viaggio, della precarietà esistenziale e del senso di infinito appaiono predominanti. Ti sembra corretta questa sintetica interpretazione?*

*E che cosa ti ha spinto ad ambientare il romanzo in questo secolo dopo esserti occupato del '900 sapendo coglierne aspetti differenti e, forse, contraddittori?*

Non solo l'interpretazione mi sembra corretta, ma racchiude i sentimenti essenziali che spingono il protagonista del romanzo – che definirei sia storico che di avventure – a diventare «errante», continuamente alla ricerca di risposte a un'esistenza votata alla vendetta. Alla base di un'idea che ho coltivato per una decina d'anni – con lunghe ricerche e innumerevoli letture – c'era la voglia di narrare cosa sia stato il cosiddetto Rinascimento, un secolo di massacri e guerre interminabili, scontri sanguinosi con i Turchi che hanno compiuto veri genocidi e costretto alla schiavitù innumerevoli giovani donne sequestrate ovunque e, per contro, una civiltà cristiana che era in piena Inquisizione, con altrettante guerre tra cattolici e protestanti, con le persecuzioni di ugonotti, valdesi, eretici di ogni sorta, streghe da bruciare sul rogo, e così via… Forse è stata per me una sorta di istigazione, questo odierno uso della parola «rinascimento» sempre a sproposito: volevo raccontare cosa fu veramente quell'epoca.

Dunque, dopo tanti anni di elucubrazioni, ho iniziato a scrivere questo librone di circa mille pagine nel primo periodo di cosiddetto lockdown, arrivando al secondo, senza smettere di scrivere per un anno, senza escludere un solo giorno, quasi fossi posseduto da questa storia e le sue innumerevoli vicende… Insomma, un romanzo figlio della peste, mi verrebbe da dire. L'idea di partenza è l'isola d'Elba, che frequento da almeno quarant'anni, un amore che si è consolidato di pari passo con quello per il Messico. C'è una spiaggia, forse non memorabile, semplicemente un arco di sabbia grossa e ghiaia poco prima della baia di Porto Azzurro, un tempo Longone. E fin dalle prime volte mi chiedevo perché l'avessero chiamata spiaggia del Barbarossa. Nulla a che fare con l'imperatore Federico, né con un ufficiale barbuto di Napoleone (poiché all'Elba tutto o quasi ruota attorno a quei dieci mesi del Bonaparte). Una curiosità che non era difficile da soddisfare e approfondire, visto che gli Elbani amano la storia della propria terra montagnosa circondata dal mare: Barbarossa era il soprannome che i cristiani affibbiarono al temuto Khayr al-Din, ammiraglio turco di Solimano il Magnifico, e il nome dato alla spiaggia non era certo un omaggio, bensì il ricordo di eventi nefasti. In questa insenatura a poche miglia dal porto di Longone, sbarcò più volte con i suoi corsari turcheschi e i famigerati giannizzeri, mettendo a ferro e fuoco buona parte dei centri abitati limitrofi, depredando e distruggendo e incendiando e, soprattutto, sequestrando giovani da mettere ai remi delle galee e giovinette da vendere all'asta degli schiavi di Algeri. Ancor più ambite se erano vergini, per cui, rapivano spesso anche le bambine.

Da allora, ho rimuginato per decenni qualche idea su come raccontare quell'epoca. La stessa che ci piace chiamare Rinascimento, ma che all'Elba, come del resto in tutte le coste del Mediterraneo e non solo, fu sanguinaria e devastata da guerre, invasioni, massacri spaventosi, nonché crudeltà spesso gratuite, inflitte con sadismo terrificante. Ammetto che anche la smania di gettare tutto questo sangue sull'edulcorata facciata del Rinascimento mi ha intrigato fin dall'inizio.

E mentre raccoglievo storie e leggende, un giorno a Portoferraio ho visto quella targa di marmo sul muro esterno del vecchio mercato, dove nel XVI secolo si costruivano le grandi galee da battaglia:

«Da questo arsenale scesero nelle onde del Mediterraneo quei vascelli da guerra che offrirono alle coste toscane protezione e difesa dagli attacchi turcheschi. A Gloria del Principato Mediceo e dell'Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano».

In quegli anni Portoferraio era stata ribattezzata Cosmopoli, in onore di Cosimo de' Medici che fece costruire bastioni e fortezze, rendendo l'Elba inespugnabile, scelta strategica poiché l'isola, fin dai tempi degli antichi Romani era talmente ricca di ferro da suscitare le mire di tanti. Ferro per daghe, spade, alabarde, corazze, e poi archibugi, e palle di cannone… E a un certo punto Cosimo proprio qui, a poche centinaia di metri sopra l'arsenale, volle fondare il Sacro Militare Ordine di Santo Stefano, nell'edificio allora convento adibito a caserma, dove oggi sorge, su una piazza lastricata che domina il suggestivo scenario del centro storico e della baia, il Centro Culturale De Laugier (un altro ufficiale di Napoleone, Cesare De Laugier, di origini elbane).

Cominciava a esserci tanto materiale per la mia fantasia unita alla ricostruzione storica. Non restava che tener conto dell'amore, che in un'epopea di battaglie, insorgeva ancor più forte a dispetto delle violenze: un affetto spezzato tra una sorella e un fratello su quella spiaggia, gli amori disperati di lui diventato spadaccino e soldato di ventura, le relazioni di lei che darà un figlio al Pascià di Algeri, e l'amore di giovane madre disposta a tutto pur di salvarlo e renderlo libero… E collegare il fatto che in quegli anni Miguel de Cervantes era un ventenne soldato a Napoli nonché spadaccino sfuggito alla giustizia per un duello in Spagna. Occorreva far quadrare i conti di luoghi e date degli eventi storici per farlo incontrare con il mio protagonista, Lucero l'Elbano.

Un'altra confessione: la spinta a narrare gli eccidi e le sopraffazioni messe in atto dai Turchi è dovuta alla mia vicinanza pluridecennale alle popolazioni curde – a Bologna la comunità già vent'anni fa mi invitava alle loro manifestazioni e alla festa del Nowruz, l'avvento della primavera che segna l'inizio del calendario curdo, festa proibita e repressa in Turchia – e ricordare a chi leggerà questo libro – romanzo d'avventure, certo, «di cappa e spada», ma anche accurata ricostruzione storica di ogni evento, arrivando alla battaglia di Lepanto – quale storia passata e presente abbia la Turchia.

Ebbene, era una rivalsa che mi ha animato non poco a scriverne. Ma anche ad approfondire le motivazioni che spinsero migliaia di cristiani catturati a convertirsi e a scalare le gerarchie militari fino a diventare ammiragli del Sultano – esempio supremo fu il calabrese Uccialì, che a Lepanto inflisse gravi perdite alla Lega Santa – e sicuramente lo fece non da mercenario ma da musulmano convinto. Senza però dimenticare che se l'Islam si è macchiato di simili crimini contro l'umanità, il Cattolicesimo con l'Inquisizione ha fatto altrettanto, e all'Inquisizione di Siviglia – e non solo – sono dedicati non pochi capitoli. Non è per pareggiare i conti, è per rammentare cosa fu il Rinascimento.

L'idea di narrare le vicissitudini di Cervantes quando era ancora soltanto uno spadaccino e un soldato dei Tercios de Infanteria a Napoli – dove era riparato dalla Spagna arruolandosi come in una sorta di Legione Straniera per sfuggire alla condanna del taglio della mano destra per aver gravemente ferito un uomo influente in un duello – è stato il punto a cui volevo arrivare in questo romanzo: sapere che aveva combattuto nella «battaglia delle battaglie», Lepanto, mi affascinava non poco, volevo farne un protagonista di azioni e dialoghi, quindi la vita di Lucero l'Elbano era da me predestinata a questo incontro tra uomini d'arme, con una differenza d'età di circa vent'anni. Sono entrambi appassionati di letture epiche, cavalleresche, picaresche, e questo suggella subito il rapporto di amicizia. Cervantes diventerà il cantore dell'avventura utopica camuffata da follia, Lucero l'ha vissuta fin da ragazzino e continua a viverla, pur sentendo che gli anni e le amarezze stanno erodendo le motivazioni per andare avanti: «Loro sono la barbarie, ma noi non siamo certo la civiltà».

Insomma, i soliti disastri della storia, dalla quale non impariamo mai. Con l'aggravante delle menzogne della propaganda bellica. Se c'è una differenza con il passato, e quindi con il '500, è che allora ricorrevano meno all'ipocrisia, combattevano e basta. Oggi, gli ipocriti prevalgono e falsano tutto. Arrivando alla macabra favoletta di un'Europa che è in pace dal 1945: intanto, ha partecipato e armato e anche provocato innumerevoli guerre. L'Europa è il continente dell'ipocrisia. Ha usato i Curdi come carne da macello quando le città europee erano flagellate dai sanguinosi attentati dell'Isis, per poi fregarsene quando i Turchi e le loro schiere di tagliagole jihadisti li hanno attaccati alle spalle: per l'Europa la Turchia è un ottimo partner commerciale, a cui vende armi e anche quei carri armati che invadono i territori dei Curdi e ne travolgono la resistenza. Oltre che ipocriti, anche cinici e codardi.

Il romanzo si sviluppa su due contesti paralleli: la realtà di Lucero spadaccino e soldato di ventura, e la realtà di Angiolina rapita e venduta all'asta di Algeri, e così via. Angiolina-Aisha è l'altra protagonista, in alcune fasi è persino predominante come figura narrativa. E nel corso delle avventure e disavventure, emergono sempre donne non soltanto come comparse o amanti di Lucero, ma figure emblematiche delle vicende dell'epoca (Raquel l'ebrea di Siviglia perseguitata dall'Inquisizione, la strega del Beneventano, la prostituta di Firenze o quella di Napoli, entrambe simboli di una certa realtà da "soldataglia", o anche la giovinetta Eréndira sul lago di Pátzcuaro… fino a personaggi come Zahira "l'Ape Regina" dell'harem di Algeri o la convertita Amina).

E a un certo punto… faccio arrivare Lucero l'avventuriero fino in Messico, l'allora Nueva España dei Conquistadores. Dopo un'intera vita di frequentazioni, appassionate letture e ricerche sulla storia dell'America Latina e in particolare del Messico, a cui ho dedicato non pochi libri e innumerevoli articoli, ho creduto di poter ricreare quelle atmosfere in base alle conoscenze maturate in quarant'anni di vagabondaggi sia geografici che letterari. Il tentativo, che spero sia riuscito, era trasmettere quella stessa meraviglia che provò Bernal Díaz del Castillo, il cronista di Hernán Cortés, quando vide spalancarsi davanti agli occhi la capitale degli Aztechi – anche se in realtà loro si chiamavano Mexíca – la Gran Tenochtitlán. Con l'aggravante che davanti alla vista di Lucero e del suo manipolo di armigeri ex galeotti, si estende la distesa di macerie provocate dalla conquista e un'umanità assoggettata e vilipesa.

*Da lettrice ho sempre colto nella tua prosa il filo conduttore di una traccia libertaria: sia nei tuoi romanzi che nelle ricostruzioni storiche; sia nei racconti autobiografici che nei ritratti di artiste che hanno saputo esprimere - attraverso opere e scelte esistenziali pagate spesso duramente - la loro opposizione nei confronti di una cultura maschile e oppressiva. Ci puoi dire qualcosa di più a riguardo? Quali sono per te gli aspetti essenziali del pensiero e dell'etica libertaria sui quali dovremmo insistere in una società sempre più complessa e strutturata?*

Ecco il termine giusto: etica. Mi sono sentito anarchico fin dall'adolescenza: nato e cresciuto in una famiglia di comunisti sfegatati ma libertari nei comportamenti quotidiani, l'attrazione per l'anarchismo storico fu molto precoce. Ben presto, del comunismo togliattiano e poi via via a seconda dei leader, mi colpiva la mancanza di etica: mi sembrava che per loro il fine giustificasse i mezzi, avanzando imperterriti (e scelleratamente) verso un baratro che puntava alla spartizione del potere soffocando strada facendo proprio l'etica. Per me il pensiero libertario è proprio questo: non separare mai l'ideale dal vivere di ogni giorno. E iniziando a scrivere, a narrare storie, ho sempre seguito questo filo, prediligendo la ricostruzione di esistenze ed eventi improntati a tale etica (per esempio, scusate l'autocitazione, le vicende umane e tragiche di Jules Bonnot nel romanzo *In ogni caso nessun rimorso*, che continuo a considerare uno dei migliori che abbia scritto).

*Nei tuoi libri, soprattutto in quelli che prima ho definito «ritratti», hai scelto principalmente di scrutare l'universo femminile. Puoi spiegarci che cosa ti ha spinto in questa direzione?*

Nei primi anni '80 arrivai in Messico con una curiosità – tra le innumerevoli – su chi fosse stata una certa Tina Modotti; di lei avevo visto negli anni 70 alcuni ritratti fotografici eseguiti da Edward Weston in una mostra a Venezia: le scarse notizie nelle didascalie mi intrigarono… e poi, quello sguardo intriso di malinconia, che lasciava presagire tante cose, per un raccontatore di storie. E a Città del Messico mi resi conto che lì la memoria di Tina Modotti era viva, addirittura gli intellettuali ne discutevano animatamente e così mi misi a cercarne le tracce, che allora (quarant'anni fa) mi permisero persino di conoscere qualcuno ormai ottuagenario che l'aveva frequentata, in quell'epoca di intense passioni politiche e cannibalismo tra stalinisti e antistalinisti; passo dopo passo, conobbi innanzi tutto Paco Taibo II (la nostra amicizia iniziò nel 1982) che mi presentò a Elena Poniatowska (allora stava scrivendo il suo romanzo *Tinissima*) che a sua volta mi diede il telefono di Octavio Paz, dicendomi però di non dirgli che lo avevo avuto da lei: avevano appena rotto i rapporti proprio per "colpa" di Tina, dopo un articolo sulla rivista di Paz dal titolo *Tina stalinissima*, che in realtà poneva dubbi su quanto Tina fosse stata all'oscuro delle trame staliniane che portarono all'assassinio di Trockij o quanto ne fosse tacitamente complice. Octavio Paz, da ventenne, era andato volontario alla guerra di Spagna e lì aveva conosciuto Tina Modotti: quel giorno trascorso a casa sua, parlando di mille cose del passato e del presente, resta per me indimenticabile. Allora non sapevo bene che farne, non avevo in mente un libro ma tutt'al più un articolo per una rivista, ma dopo tante ricerche e persone intervistate, nel 1988 scrissi il primo libro su Tina Modotti, *I fuochi le ombre il silenzio*, pubblicato dalla cooperativa editrice Agalev, a cui ne sarebbero seguiti altri tre… Perdonatemi se me ne vanto, ma nel 1988 nessuno o quasi in Italia sapeva chi diamine fosse stata Tina Modotti, sebbene in Messico venisse considerata un pilastro della fotografia con motivazioni sociali, e comunque tra i maestri della fotografia mondiale. A onor del vero, la memoria di Tina veniva tenuta in vita solo a Pordenone, dagli amici di Cinema Zero, e a Udine dal Comitato Tina Modotti, ma erano di fatto gli unici.

Poi indagando su quell'epoca, emergevano, tramite le frequentazioni di Tina, personaggi memorabili della storia del Messico (dell'arte e della Revolución), come Frida Kahlo (credo che il primo libro in Italia che citasse una certa Frida Kahlo fosse il mio, anche se negli anni '80 uscì negli Stati Uniti la biografia di Hayden Herrera, allora non ancora pubblicata nella nostra lingua). E così, cominciai ad approfondire quel periodo che considero il più appassionante nella storia della cultura (e della politica) del Novecento, gli anni Venti e Trenta in Messico, in particolare nella capitale, dove furono le donne a fare la vera rivoluzione, sovvertendo schemi fino ad allora improntati a tradizioni oscurantiste. Il Messico di quell'epoca anticipò le istanze di liberazione che Europa e Stati Uniti avrebbero visto solo a partire dagli anni Settanta, basti pensare che il termine «femminismo» fu usato per la prima volta da quelle donne messicane (come, purtroppo, sono state sempre donne messicane a coniare in tempi recenti il doloroso termine «femminicidio», diffusosi anche da noi).

Nahui Olín, Antonieta Rivas Mercado, Elvia Carrillo Puerto, Nellie Campobello e innumerevoli altre. Sono state per me una fonte inesauribile di storie da narrare, inquadrandole in quel periodo di straordinaria creatività. Certo, in altri miei libri ho raccontato la storia di donne ribelli e indomite, cercando nel passato di questo disgraziato paese in cui sono nato e cresciuto, giusto per ricordare che non c'era solo il Messico, e quindi, nel mio piccolo, ho riportato in vita la memoria di partigiane come Edera, Iris e Mimma non pretendo di essere stato l'unico, ma il fatto che quando nel 2001 pubblicai *Ribelli!* con il capitolo che ricostruiva la vita di Irma Bandiera detta Mimma, allora nessuno la ricordava, e se oggi, almeno a Bologna, tante iniziative (compreso un affresco su una scuola) ne celebra l'immagine, beh, è per me un orgoglio averlo propiziato con quel libro, del quale il capitolo su Mimma è stato letto pubblicamente in innumerevoli occasioni.

*Questa conversazione risulterebbe monca se non parlassimo dell'attualità del Messico e della cultura ispanica. Dal nostro punto di osservazione emergono più facilmente le realtà violente e poco si conosce di esperienze di autogestione (con l'eccezione del Chiapas e del neozapatismo), proprio quelle realtà alle quali «Semi sotto la neve» vuol dedicare maggior attenzione. A che punto di maturazione sono questi semi nell'America centrale?*

Molti semi hanno messo radici e sono germogliati, purtroppo a noi arrivano solo echi di tragedie, massacri, narcotraffico e così via. L'esempio del Chiapas è fondamentale: gli zapatisti hanno ottenuto il notevole risultato di creare una nuova sensibilità nella società civile messicana, che prima non si poneva granché la questione del razzismo intrinseco o strisciante nel Messico moderno nei confronti delle popolazioni indigene. Hanno gettato le basi di una nuova concezione della realtà circostante, varcando i confini del Messico e spargendosi un po' ovunque. E molti movimenti successivi in America Latina ne hanno tratto spunti e ispirazione. Ovviamente l'Impero continua a commettere ogni sorta di crimini per soffocare questi germogli, un tempo ricorreva ai colpi di stato (senza rinunciarvi del tutto, i più recenti in Honduras e in Perù, intanto in Venezuela ci ha provato con risultati fallimentari, come pure, parzialmente, in Bolivia), mentre adesso usa immani risorse per finanziare le oligarchie e sobillarle e istigarle in varie maniere. Temo però che non si possa essere ottimisti al riguardo: se è vero che le radici di quei semi sono tenaci, è altrettanto vero che viviamo in un'epoca di strapoteri finanziari che impongono qualsiasi cosa (a partire dal cosiddetto «estrattivismo», il saccheggio sistematico delle risorse del loro sottosuolo). Di fatto, parlando di Centroamerica, le etnie indigene di ceppo maya (prevalenti in Chiapas e Guatemala) hanno diffuso una coscienza sociale di straordinario valore, a partire dai rapporti con la Madre Terra, concetti che minoranze agenti nel continente americano e in Europa (e non solo) hanno fatto proprie.

*Tu svolgi anche la professione di traduttore. Come descriveresti quest'arte, che presuppone un'ampia conoscenza della cultura di un autore ma il cui impegno principale penso sia, attraverso l'utilizzo di una lingua diversa, quello di rendere comprensibile la sensibilità originaria, con tutte le sfaccettature che questo comporta?*

Direi che da tempo, ormai, l'attività di traduttore è quella principale, considerando i circa 120 titoli di letteratura spagnola e latinoamericana in oltre 35 anni. Volendoci scherzare su, in pratica scrivo libri nel tempo libero dalle traduzioni. È un mestiere che mi affascina e appassiona. E mi ha permesso di conoscere scrittrici e scrittori con i quali ho rapporti di amicizia, in alcuni casi soltanto epistolare, in molti altri c'è una frequentazione ovunque si presenti l'occasione. La consuetudine di contattare l'autore del libro da tradurre aiuta enormemente a ottimizzare il lavoro: lo spagnolo è la lingua di 21 paesi, praticamente impossibile conoscere il gergo di tutti, spesso un testo scritto – per esempio – da un messicano, risulta per molti termini incomprensibile a un abitante di Madrid o di Buenos Aires. Ovviamente, per la mia frequentazione del Messico, sono avvantaggiato con autori di quell'immenso paese, tenendo conto però che da uno stato all'altro esistono modi di dire completamente diversi (tra parole e frasi gergali del Chihuahua, per esempio, e quelle del Chiapas, esistono differenze notevoli). Sta proprio qui il fascino del tradurre quella che è sì una lingua comune, ma che varia costantemente non solo da un Paese all'altro ma anche da una regione all'altra. Certo, dopo circa 120 libri tradotti, ormai conosco molte varianti anche dei luoghi dove non sono mai stato, comunque è fondamentale il rapporto con gli autori che traduco. Per mia fortuna ho sempre trovato un'amichevole disponibilità, perché esistono anche scrittori poco accorti che, se il traduttore chiede loro aiuto per alcuni dubbi, pensano che il traduttore non sia abbastanza bravo. Oggi con la posta elettronica questi rapporti epistolari sono facili e rapidi. Ricordo che prima (come dicevo, i miei 35 anni di "carriera" sono iniziati quando a malapena cominciavano a usarsi i computer) scrivevo lettere cartacee, e in casi come quello di Francisco Coloane, del quale ho tradotto l'intera opera, le mie domande ci mettevano settimane ad arrivare in Cile e altre settimane ci volevano per ricevere le sue risposte. Oggi mi sembra di raccontare qualcosa di preistorico, eppure, allora usavamo la posta aerea.

È una bella cosa sentir definire «un'arte» il mestiere silente e appartato del tradurre, anche se preferirei chiamarlo artigianato: un appassionato e attento lavorio alla ricerca del termine giusto, del sinonimo appropriato, cercando di restituire l'anima di un testo in un altro linguaggio, interpretando le intenzioni e le intuizioni di chi lo ha scritto, e tenendo sempre presente che si tratta di traduzione letteraria e non letterale: su questo punto, occorre prendersi alcune libertà per rendere non solo il senso ma anche le sensazioni che l'autore voleva trasmettere ai lettori. Tornando ai rapporti diretti, ovviamente non ho potuto avviarli quando mi hanno affidato testi di autori scomparsi da tempo, come nel caso di vari testi di Ernesto Che Guevara, primo tra tutti i cosiddetti *Diari della motocicletta*. Di quella esperienza straordinaria ricordo soprattutto la sensazione di conoscere, pagina dopo pagina, frase dopo frase, un ragazzo che in sella a una sgangherata moto – condivisa con l'amico per la pelle Alberto Granado – percorreva le strade della sua Mayuscula América, come la chiamava lui, e al termine, un profondo senso di rimpianto per non averlo mai conosciuto. Perché tradurre comporta anche questo: illudersi di capire il motivo per cui l'autore ha scelto quella certa parola anziché un'altra, una costruzione della frase, un concetto in cui a un certo punto ha provato dubbi, ripensamenti. Insomma, la magia della traduzione è questa: la relazione intima con chi ha scritto l'originale.

*Hai detto di aver avuto l'opportunità di conoscere profondamente alcuni autori, penso a Luis Sepúlveda o a Paco Ignacio Taibo in particolare. Quale ricchezza ti ha lasciato l'averli frequentati?*

Una ricchezza innanzi tutto umana: il rapporto di amicizia e complicità mi ha sempre dato moltissimo, le nostre interminabili chiacchierate (su ogni argomento possibile e immaginabile, spaziando dai libri alle vicissitudini personali, dalla politica internazionale alla vita quotidiana di ciascuno) sono sempre state memorabili occasioni conviviali, tra ironia, risate, momenti di tristezza per le assenze e di passione per gli ideali in comune. La perdita di Lucho, come chiamavamo Sepúlveda tra noi amici, mi ha privato di un punto di riferimento, umano, culturale, politico. Con Paco tutto questo continua, fortunatamente, ed entrambi sono sempre stati due straordinari catalizzatori di rapporti e conoscenze, organizzatori di festival e saloni del libro e ogni sorta di iniziativa culturale di livello internazionale. Intorno a Paco e a Lucho si è creata una "banda" di scrittori e scrittrici, giornalisti ed editori, e ogni incontro con il pretesto di presentare libri e incrociare esperienze ha consolidato rapporti arricchenti che mi hanno sempre scaldato il cuore e stimolato i pensieri. Vorrei concludere ricordando un altro «imprescindibile», come definì Brecht gli uomini dei quali non si può fare a meno: Eduardo Galeano. C'eravamo conosciuti in Nicaragua, quando il sandinismo rappresentava un esempio, un'alternativa che attirava tante persone da tutti gli angoli del mondo. In una delle ultime volte che ci siamo visti a cena, qui in Italia, abbiamo condiviso l'amarezza per come era finita quell'esperienza… ma sempre avendo ben chiaro che le nostre utopie potevano essere incrinate da errori e delusioni e persino "tradimenti", ma ciò non significa affatto che siano sbagliate o che i devastatori del pianeta avessero ragione. Fu proprio Eduardo, del resto, a coniare quella frase che oggi circola nel mondo: «L'utopia è come l'orizzonte: muovi un passo e si allontana di un passo, cammini per chilometri, e si allontana di chilometri. Ma allora a cosa serve l'utopia? Proprio a questo: ad andare avanti». Verso l'orizzonte: sconfitti mille volte ma mai arresi.


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