Percorsi di guerra e violenze - Le ipocrisie di un antimperialismo parziale
I dubbi assalgono mentre i fatti, con tutta la loro tremenda tragicità, inducono la mente ad ascoltare i suggerimenti del cuore.
Lo scatenarsi della guerra contro l’Ucraina da parte della Federazione Russa ha portato in evidenza un aspetto di cui poco si parla, che personalmente ritengo inquietante. Riassumendone il senso, si potrebbe dire che si tratta della palese partigianeria di una parte consistente della sinistra, intesa come complesso culturalmente identificabile, contro le visioni politiche e sociali del blocco occidentale, di cui pure storicamente e culturalmente è parte. Non mi riferisco tanto agli schieramenti istituzionali, che ormai ben poco hanno a che fare con i fondamenti teorici ed etici che a noi interessano, ma a un’area di opinione pubblica e di pensiero, ampia e variegata, convinta di far parte del patrimonio di scelte politiche e di idee tradizionalmente considerate di sinistra.
Nonostante l’evidenza degli avvenimenti infatti, dopo aver condannato l’aggressione militare da parte della Russia quasi in modo frettoloso e per dovere, il primo elemento subito emerso in modo preponderante è stata l’affermazione decisa e accusatoria che la responsabilità di un simile attacco bellico non è addebitabile solo al «nuovo zar». Anzi, è maturata in breve la convinzione che in un certo senso Putin sarebbe stato costretto a scatenare la guerra dalle continue e sistematiche invadenze territoriali della NATO, tendenti per calcolo ad accerchiarlo e indebolirlo.
Putin e Biden dunque narrati come corresponsabili di una guerra di annessione voluta dalla Russia per specifici interessi geopolitici suoi. Parte della sinistra, su questo piano ha affermato fin da subito che in realtà sia Biden il vero responsabile dell’attacco russo, in quanto avrebbe subdolamente messo all’angolo la Russia, per costringerla a difendersi da sistematiche minacce attraverso la politica nazista del governo ucraino, non a caso armato di tutto punto dagli americani. Guerra dunque per procura, voluta dall’imperialismo occidentale per il proprio esclusivo interesse.
Non c’è che dire, ci troviamo di fronte a un sorprendente stravolgimento della realtà, che rimanda irresistibilmente alle ingannevoli simbologie da «ministero della Verità» di orwelliana memoria. Ciò che m’è apparso subito sconcertante è che nella sostanza si tratta delle stesse ragioni addotte da Putin per giustificare la propria aggressione territoriale. Una parte consistente della sinistra si è dunque consapevolmente schierata, culturalmente e politicamente, con le motivazioni dell’aggressore, dichiaratamente antidemocratico e antioccidentale?
Ciò di cui in realtà sono convinto è qualcosa di più sottile e complesso, che cioè non si tratti tanto di voler stare dalla parte «del nemico» (come direbbe qualcuno), ma di voler contrastare a ogni livello, sempre e comunque, le politiche ritenute tendenzialmente guerrafondaie dell’Occidente guidato dall’America, additata, non senza qualche ragione, come il nemico principale da contrastare.
Anche in questo caso qualche chiarimento s’impone. Per quanto riguarda l’accusa per cui la NATO svolgerebbe sistematicamente una politica di annessioni imperialistiche in Europa, affermo con grande convinzione che non sia necessario spendere molte parole sulla palese evidenza che questa guerra sia voluta soprattutto per ragioni di espansione imperialistica da parte della Federazione Russa a guida Putin. Non è velleitaria l’impressione che, se in Europa non ci fosse l’«argine» dei confini dei paesi aderenti NATO, la Russia putiniana avrebbe da tempo cercato di riprendersi quegli Stati che si erano sciolti dal giogo delle dipendenze dall’URSS in seguito alla dissoluzione dell’ex-impero sovietico.
A monte di una simile visione da «guerra fredda» diventa importante sottolineare come ridurre lo scontro tra potenze mondiali secondo il vecchio schema post-Jalta non permetta di comprendere a fondo i sommovimenti globali in atto. Riproporre infatti oggi la situazione dello scontro bipolare America contro Unione Sovietica, che lo si voglia o no, significa rituffarsi in un passato definitivamente estinto, di cui semmai stiamo vivendo alcuni strascichi. Bisogna prender atto che a pieno titolo siamo entrati in una dimensione geopolitica completamente nuova, in cui si sta ridefinendo un mondo totalmente altro. Siamo definitivamente entrati in una fase non stabilizzata bensì di passaggio, in cui l’equilibrio egemonico delle superpotenze non è più bipolare, ma perlomeno tripolare (USA/Russia/Cina), in tendenza senz’altro multipolare (l’India, per esempio, è senza dubbio in attesa di emergere in modo adeguato).
In questa nuova multipolarità imperialistica in fibrillazione i vecchi schemi bipolari sono saltati. Le alleanze vi si ridefiniscono di volta in volta e non in modo permanente, senza riuscire a congelarsi in uno status definitivo, come per esempio appariva nella competizione USA/URSS. Il patto momentaneo Putin/Xi Gin Ping, per esempio, a tratti mostra crepe e titubanze probabilmente perché gli interessi dell’uno e dell’altro non sono completamente coincidenti. Uno dei motivi per cui al momento si trovano dalla stessa parte della barricata, non a caso, è la considerazione opportunistica che li accomuna secondo cui l’Occidente sarebbe un “malato terminale”, le cui democrazie non debbano essere considerate altro che qualcosa da eliminare, dal momento che dal loro punto di vista sono ingovernabili, imperfette e troppo problematiche.
Sono convinto che ogni imperialismo vada contrastato con forza oltre che rifiutato. Indipendentemente dalla forma egemonica che li possa contraddistinguere, o economica o politica o finanziaria o quant’altro, tutti gli imperialismi rappresentano sempre il punto massimo di esercizio del dominio con conseguente sottomissione di popoli e genti. Non ho perciò dubbi che vadano tutti contrastati e criticati aspramente, per quello che sono e per quello che fanno, senza cercar mai in alcun modo improbabili attenuanti di sorta.
È per questo che provo un profondo disagio, e anche un po’ di rabbia, quando constato che invece, per esempio, c’è una differente qualità di valutazione nei confronti dell’America e della Russia: condanna totale e indiscussa per l’America, condanna quasi solo d’obbligo per la Russia, accompagnata da comprensione e frequentemente giustificazioni. Secondo una narrazione molto in auge nell’area di sinistra, gli USA non hanno mai attenuanti di sorta, mentre per la Russia si riesce a trovare sempre diverse giustificazioni storico-politiche che riducono di molto le sue reali responsabilità, nel caso più recente l’aggressione bellica contro l’Ucraina.
Nel 1968 il tema pregnante era la contestazione alla guerra imperiale che gli USA stavano conducendo in Vietnam. Giustamente e fortunatamente da parte di tutti la condanna era unanime e totale. Contestazioni, manifestazioni imponenti, scontri con le forze dell’ordine, azioni di propaganda da parte di tutte le componenti della sinistra, compresi gli anarchici, erano frequenti e continue contro la politica imperialista americana. Allora a nessuno, né anarchico né comunista né di qualsiasi altra formazione di sinistra, è mai venuto in mente che gli americani potessero avere l’attenuante di tentare di arginare la pressione sovietica, che in quella zona del mondo stava allargando la propria area d’influenza.
Fu subito lampante una differenza di valutazione quando, per esempio, l’URSS aggredì l’Afghanistan nel dicembre del 1979. Se non da parte di qualche sparuto gruppo libertario, non ci sono state né manifestazioni né vere prese di posizione contro quest’aggressione pur essa imperialista, evidentemente considerata «diversa» da quella americana. Lo stesso atteggiamento, amplificato al punto che a volte sembra addirittura raggiungere punte di partigianeria putiniana, si ripropone ora con la guerra contro l’Ucraina. Evidentemente, il rifiuto dell’imperialismo per certuni non è contro le logiche imperiali, tutte, ma esclusivamente contro quelle capitalistiche occidentali. Il problema allora non è il contrasto anti/imperialistico, ma avversare l’Occidente e le sue democrazie, le quali fra l’altro stanno vivendo ovunque una crisi profonda d’identità e di senso.
Come anarchico e libertario esigo criticare l’America come merita con grande fermezza, ma al tempo stesso lo esigo con la stessa determinazione per ogni altro impero. Si deve al pari contrastare il vecchio imperialismo russo come anch’esso merita, come pure quello emergente cinese, senza provare mai a giustificare nessuna delle loro nefandezze, magari adducendo che sono conseguenza della pressione americana. In proposito, sento fortissima l’esigenza di riuscire a liberarsi di questo antiamericanismo aprioristico, che eleva gli USA a unico colpevole di ogni malefatta. Per comprendere l’importanza ineliminabile di tali aspetti, bisogna entrare nell’ordine d’idee per cui, al di là delle molte incongruenze e contraddizioni, l’Occidente continua ad essere il referente simbolico dell’Illuminismo settecentesco, magnifica rivolta intellettuale e valoriale che, oltre a estirpare dai cuori dei popoli la soffocante imposizione aristocratica, fu in grado di far emergere i sogni e le pratiche sociali universali delle libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà estese a tutte e tutti. Ancor oggi l’Occidente rappresenta saldamente questo insieme di valori e di scelte politiche e sociali. Per tutto ciò non possiamo non riconoscerci in esso, soprattutto se il nostro orizzonte politico è convinto di volgersi a sinistra.
A livello genetico, in fondo, «destra» e «sinistra» hanno molto a che fare con l’illuminismo, ispiratore fondamentale della Rivoluzione francese. La destra e la sinistra politica ebbero infatti origine proprio in quel primo storico parlamento quando, il 17 giugno del 1789, i rappresentanti del popolo si auto-proclamarono e si auto-legittimarono Assemblea nazionale. A destra si piazzarono i nobili e i prelati assolutisti, blocco irriducibile degli aristocratici che auspicavano la restaurazione dell’antico regime. Al centro i liberali, conservatori o monarchici che, pur pendendo dalla parte della destra, volevano mediare in modo da adattare il nuovo avanzante alle esigenze del vecchio. A sinistra i patrioti, ancora sostenitori della monarchia ma timorosi della controrivoluzione, dalla parte del progresso contro la conservazione e la restaurazione. All’estrema sinistra il gruppo dei democratici, tra cui Robespierre, intransigenti sui due punti della sovranità nazionale e dell’eguaglianza civile, per la cui vittoria erano anche disposti all’uso della violenza rivoluzionaria.
Quella disposizione di seggi è diventata simbolo delle tendenze e delle tensioni politiche. Per esser tale la sinistra deve in qualche modo propendere per un tipo di società fondata fattivamente su uguaglianza e solidarietà. La destra invece, pur in forme aggiornate, ripropone la restaurazione dei valori tradizionali, comandi centralizzati in nome di dio patria famiglia, derivazione dei diritti di casta fondamento dei poteri dell’ancien régime.
Paradossalmente è ciò che, in maniera neanche tanto sfumata, si sta riproponendo con forza nelle dinamiche geopolitiche che questa guerra contro l’Ucraina mette in evidenza. Lo dichiarano espressamente ogni volta che si esprimono in proposito Putin, Xi Jin Ping e tutti i componenti di quel blocco anti-occidentale che sta prendendo forma, il quale si propone espressamente di sostituire l’egemonia imperiale americana con egemonie imperiali antidemocratiche, autocratiche e dittatoriali. Considerano l’Occidente un malato terminale, con le sue forme politiche democratiche che simbolicamente significano libertà di esprimersi e criticare al di fuori delle imposizioni autoritarie. Per loro si tratta di una degenerazione delle possibilità di dirigere i popoli, per cui ripropongono in varie maniere la restaurazione dei valori tradizionali, gerarchici, omofobi e patriarcali. Il loro orizzonte alternativo offre regimi politici fondati su strutture oligarchico-dittatoriali spietate e repressive, capaci di assicurare tipi di comandi centralizzati ben saldi.
Una visione a tutti gli effetti assimilabile nel senso e nei contenuti a un tentativo di riscossa dell’ancien régime, sconfitto a suo tempo dalle rivoluzioni americana e francese. Metaforicamente è in definitiva un aggiornamento della reimposizione del vecchio «tallone aristocratico» negatore del principio di libertà, fondato sull’imposizione dall’alto secondo l’ordine di dinastie «superiori» e sulla sottomissione delle classi sociali più deboli.
Di fronte a tali pulsioni reazionarie cosa dovrebbero fare anarchici e libertari, le cui origini e le cui tensioni utopiche hanno le radici nell’universo culturale e immaginativo derivato dall’illuminismo? Non possono che schierarsi contro il «nuovo» blocco imperialista che sta cercando prepotentemente di sotterrarle. Ma non ci si può limitare a schierarsi dalla parte dell’Occidente che c’è. Questo effettivamente da tempo vive una crisi profonda di senso e di valori, tale che nel suo realizzarsi fattuale frequentemente rischia di rinnegare i propri fondamenti. Da tempo, per esempio, i suoi «regimi politici» più che democrazie realizzate sono assimilabili a non-democrazie, vere democrazie mancate sottoforma di “votifici”, dove la partecipazione popolare è nulla e il voto esprime di fatto solo deleghe di potere senza nessun controllo dal basso.
Così dobbiamo usare con forza il diritto e l’esercizio della critica radicale al sistema di cose presente, a tratti anche spietata quando le contingenze lo richiedono. Le nostre critiche radicali e rivoluzionarie alle scelte dell’Occidente sono indispensabili, ma non nel nome di un suo rinnegamento. Anzi, dovrebbero assumere la caratteristica evidenza di sottolineare con grande forza le sue manchevolezze e le mancanze di realizzazione dei suoi principi e dei suoi presupposti, sottolineando che è stato volutamente stravolto sia ciò che prometteva, sia il senso genetico che lo definì.
Contemporaneamente anarchici e libertari dovrebbero essere di stimolo a rivivificare senso e valori originari che presero piede e forma con l’Illuminismo, riattualizzandoli con proposte e pratiche innovative e rivoluzionarie, spinti dal fine di renderli di nuovo una luce del cammino.

