Gustav Landauer (1870-1919): Con uno scritto inedito

Le grandi storie complessive dell’anarchismo e del pensiero anarchico hanno a lungo trascurato l’impatto del movimento tedesco e l’apporto teorico dei suoi intellettuali. Le cose sono cambiate a partire dagli anni Ottanta, quando la storiografia internazionale, ma anche quella italiana (si pensi ai contributi di Mirella Larizza e Giampietro Berti), si sono accorti dell’importanza di figure quali Rudolf Rocker, Eric Mühsam e naturalmente Gustav Landauer.
L’attenzione per Landauer è andata crescendo nell’ultimo decennio, grazie alla pubblicazione delle Opere scelte (15 volumi usciti tra il 2008 e il 2019) e dell’enorme ricognizione biografica condotta da Tilman Leder (quasi mille pagine dettagliatissime). A esse, si è aggiunta una notevole produzione saggistica in diverse lingue, che ne ha ricostruito e discusso il pensiero e l’azione, nonché la traduzione dei suoi scritti in inglese, francese, italiano. Infine, negli ultimi anni sono stati convocati convegni internazionali (l’ultimo a Lione nel centenario della morte), quindi conferenze, presentazioni, iniziative diverse, molte promosse e divulgate dall’associazione Gustav Landauer Initiative di Berlino, che produce una ricca newsletter.
Chi era Landauer e quale importanza ha avuto per lo sviluppo del pensiero anarchico? Originario di Karlsruhe, Landauer divenne consapevolmente anarchico poco più che ventenne, quando a Berlino fu attratto da un’organizzazione politica, gli Indipendenti, che intendeva sfidare l’egemonia del Partito socialdemocratico sul mondo del lavoro e nelle lotte sociali. Fu un’esperienza fugace, ma che lasciò in vita un giornale anarco-socialista molto vivace, «Der Sozialist», di cui Landauer divenne anche direttore, fino alla sua chiusura nel 1899. Fu anche tra i più vigorosi protagonisti dello scontro internazionale tra il socialismo politico e il socialismo libertario ai Congressi di Zurigo (1893) e Londra (1896). Ammiratore di Kropotkin, ne tradusse gli scritti principali in tedesco, prima di dedicarsi al lavoro teorico autonomo (pubblicò La rivoluzione nel 1907 e l’Appello al socialismo nel 1911) e diventare il principale animatore di un’esperienza organizzata di qualche rilievo, l’Alleanza socialista (1908-1915), per la quale riportò in vita il «Sozialist», facendone l’organo di stampa ufficiale. Convinto pacifista durante la Prima guerra mondiale, partecipò attivamente alla Rivoluzione tedesca del 1918- 19, anche come Ministro della cultura nella seconda fase della Repubblica consiliare. Fu trucidato durante la repressione il 2 maggio 1919.
È impossibile in questa sede ripercorrere l’originale sviluppo del pensiero di Landauer e il coraggioso itinerario militante, due elementi – la riflessione teorica e l’impegno concreto – sempre intrecciatisi; è tuttavia opportuno ricordare alcuni aspetti della riflessione, che rimangono vitali ancora al giorno d’oggi e appaiono degni di approfondimento.
In primo luogo, è importante notare come Landauer offra una visione dello Stato inedita nella storia dell’anarchismo classico. Non guarda a esso come a un oggetto che si tratta di distruggere (o conquistare, secondo le correnti del socialismo politico), ma quale manifestazione di un dato assetto dei rapporti sociali. Ovvero, le istituzioni statali sono la forma storica concreta che assume la relazione tra i consociati: sono il rapporto sociale stesso, che si concreta in una specifica configurazione, con il compito di dare risposte ai bisogni della società. Queste risposte naturalmente non è detto che siano buone, corrette, ovvero sempre coerenti con le rispettive domande che promanano dal basso.
Così, con riferimento a Kropotkin, che aveva indicato nel mutuo appoggio una tendenza di fondo dell’evoluzione tanto nel mondo animale quanto in quello umano, trovando nelle libere città del medioevo un esempio paradigmatico di questo spirito, Landauer nella Rivoluzione rivela che lo Stato rappresenta un mero surrogato dell’autentico spirito comunitario tramontato agli albori dell’età moderna. Tuttavia, egli non interpreta il processo in maniera rigida e unilaterale: la crisi del mutuo appoggio, soppiantato da individualismo, autorità, centralismo, fu certo il prodotto di repressione e violenza di Stato, ma anche la manifestazione di una debolezza dei soggetti sociali, incapaci di tenere desti i principi e solide le istituzioni dell’aiuto reciproco. E allora egli si trova a riconoscere – e sono pochi a compiere un simile gesto nella tradizione anarchica – una certa legittimità alle istituzioni politiche vigenti, nella misura in cui danno risposte effettive ai bisogni della società, bisogni che i soggetti sociali non sono ancora in grado di (o non sanno più) soddisfare attraverso l’autogoverno e l’autogestione. Ripetiamo: la parola Stato indica il rapporto sociale dominante nell’epoca compresa tra il tramonto delle istituzioni di mutuo aiuto nel XVI secolo e la futura anarchia, che Landauer chiama popolo. Ovviamente, egli è consapevole e denuncia come in ogni momento lo Stato neghi, impedisca, conculchi ogni manifestazione risorgente del mutuo appoggio e della comunità, cioè osteggi con attenzione maniacale tutti i tentativi di rinascita del popolo sulla base di autonomia e cooperazione, ed è proprio qui che individua il compito specifico dei rivoluzionari: promuovere, diffondere e difendere tali tentativi.
La rappresentazione della realtà del suo tempo in termini di alternativa tra Stato e popolo non deve trarre in inganno: Landauer non crede che l’intera realtà si possa ridurre a tale coppia concettuale, trattandosi di rappresentazioni idealtipiche, cioè modelli che consentono di comprendere il reale, non di ingabbiarlo all’interno di rigide categorie. Così, ed è il secondo punto che bisogna sottolineare, negli spazi lasciati liberi dallo Stato, o sottratti allo Stato, non si trova necessariamente e immediatamente il popolo, perché esso va costruito per mezzo di comunità, di forme di vita cooperative e popolari, in cui il Nuovo impara a manifestarsi in maniera esemplare. E qui sta un’ulteriore declinazione del compito dei rivoluzionari: resistere al potere, contrastare «lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo», fornire esempi concreti, solidi e forti di vita giusta.
Su questo punto, l’ultimo qui presentato, è importante notare che il carattere esemplare delle forme che assume il popolo non è meramente contemplativo: non si tratta di creare isole felici in un mondo ostile, aspettando che tanti fiori sboccino perché irradiati dalla luce della verità. Bisogna piuttosto costruire pratiche sociali alternative, che poi sono anche processi politici che si svolgono gradualmente ma inesorabilmente dal basso in alto. Non ad atti improvvisi e dirompenti si appella Landauer (di cui non nega mai il valore, anzi riconosce le rivoluzioni in quanto «miracoli di eroismo»), ma alla sperimentazione qui e ora di tracce di socialismo: che ovviamente non potrà non essere anarchico.
Alcuni degli elementi qui sopra tratteggiati al fine di evidenziare l’attualità di Gustav Landauer sono sintetizzati in un articolo breve, ma molto incisivo, tradotto qui di seguito per la prima volta in lingua italiana.

Fiacchi statisti, debolissimo popolo!
«Der Sozialist», III serie, 15 giugno 1910
Un uomo pallidissimo, alquanto nervoso, malaticcio e fragile, siede alla scrivania e disegna note su fogli di carta: compone una sinfonia. Lavora con la massima sollecitudine, mentre prorompe tutta l’arte che ha appreso nel tempo. La sinfonia viene quindi eseguita: centocinquanta persone compongono l’orchestra; nel terzo movimento compaiono insieme dieci timpani, quindici incudini e un organo; alla fine entra un coro di cinquecento persone, accompagnato da un’ulteriore orchestra di fiati e tamburi. Il pubblico è sopraffatto da questa straordinaria potenza, incantato dal vigore impetuoso che ne promana.
Ma in verità questi moderni compositori non posseggono un briciolo di forza, benché sia un gioco da ragazzi per loro impossessarsi delle masse con un simile sperpero di apparente energia: a essi assomigliano i nostri uomini di Stato e i politici. Anzi, giorno dopo giorno è l’intera classe dominante che ce li ricorda. Debole, goffa, improduttiva, abborracciata, la classe dominante ha dietro di sé un’orchestra colossale, docile e pronta a scattare al comando: il popolo in armi, l’esercito. Le proteste dei partiti, lo scontento di cittadini e lavoratori, coi pugni stretti in tasca, in generale l’intera opposizione e la critica non vengono presi troppo sul serio dal governo, che non si deve confrontare con una potenza reale: del resto, gli elementi che in ogni popolo sono per natura i più radicali, cioè i giovani tra i venti e i venticinque anni, sono irregimentati nell’esercito, a disposizione dell’inetto governo, e imparano a obbedire agli ordini senza fare domande. Le cose stanno effettivamente in questo modo e nessuno si accorge di quanto sia mortificante la nostra situazione politica, di quanto sia incapace l’esecutivo: non all’interno, non all’estero, e ovviamente neppure nel seno del governo stesso.
A Bethmann-Hollweg viene detto da tutte le parti che è una nullità: un cancelliere tanto impotente non si era forse mai visto. Anche Maximilian Harden, che si era reso disponibile ad appoggiarlo, ora gli volta le spalle. Altri intellettuali, che ci infliggono una cultura mediocre, melanconiche frasi fatte, una lingua sfuggente, incominciano a ridere di lui, irriverenti.
Noi socialisti sappiamo bene che il socialismo – ossia la relazione immediata degli interessi autentici – da più di un secolo combatte contro la politica, il dominio dei privilegiati per mezzo dell’inganno; noi socialisti appoggiamo la potente tendenza storica, che è destinata a condurre i nostri popoli verso la libertà e l’eguaglianza: lo facciamo, per quanto è possibile, risvegliando lo spirito e dando vita a molteplici realizzazioni sociali. Non intendiamo pertanto aver nulla a che fare con la politica di Stato. Tuttavia, se in futuro vedessimo risorgere forze contrarie allo spirito, l’autorità politica, grandi personalità, ossia politici forti di scopi ed energie, dovremmo comunque essere capaci di qualche rispetto per le figure che stanno in un altro campo, un campo nemico per noi, e domandarci onestamente, proprio in quel momento, se il potere del passato sia destinato ancora a una lunga esistenza. Sempre di più, tuttavia, vediamo – possiamo notarlo anche in altri paesi – che la forza dello Stato non risiede propriamente nello spirito e nell’autorità naturale dei suoi rappresentanti, bensì sempre più nel fatto che il popolo, anche la sua parte più scontenta, anche le masse proletarie, ignora del tutto che il suo compito è di prendere congedo dallo Stato e di edificare il Nuovo, che lo rimpiazzerà.
Da un lato, abbiamo il potere statale e l’impotenza delle masse frantumate in individui inermi; da un altro lato, vediamo organizzazioni socialiste, società di società, alleanze di alleanze, popolo. Ecco il contrasto che dovrebbe presentarsi in tutta la sua realtà agli uni e agli altri. Il potere dello Stato si indebolisce sempre più, così come il principio del governo e il carattere degli uomini che rappresentano il Vecchio. Tutto il sistema sarebbe irrimediabilmente morto, se il popolo incominciasse a costituirsi concretamente in quanto tale lontano dallo Stato. Ma i popoli non hanno ancora compreso che lo Stato conserva una funzione e rappresenta una ferrea necessità soltanto fino a quando non compare la realtà socialista, ciò che deve prenderne il posto. Un tavolo può essere rovesciato e il vetro di una finestra andare in frantumi; ma chi considera lo Stato una cosa o un feticcio che si possa distruggere mandandolo in frantumi è un inconsistente parolaio o un dogmatico adoratore di parole vuote. Al contrario, lo Stato è un rapporto, una relazione tra gli esseri umani, un modo in cui questi si collegano l’uno con l’altro. E lo si distrugge creando nuove relazioni, rapportandosi diversamente l’uno con l’altro. Il monarca assoluto poteva ben dire: io sono lo Stato. Noi, che nello Stato assoluto ci imprigioniamo da noi stessi, dobbiamo ammettere che in verità noi siamo lo Stato, e lo saremo fino a quando non saremo qualcos’altro, fino a che non avremo creato le istituzioni di un’autentica comunità, la vera società degli esseri umani.
(traduzione di g.r.)
Bibliografia
- G. LANDAUER, Ausgewählte Schriften, 15 voll., a cura di S. Wolf, Verlag Edition AV, Lich/Hessen, 2008-2019.
- G. LANDAUER, La rivoluzione, a cura di F. Andolfi, Diabasis, Reggio Emilia, 2009.
- G. LANDAUER, La comunità anarchica. Scritti politici, a cura di G. Ragona, elèuthera, Milano, 2012.
- G. LANDAUER, Per la storia dell’evoluzione dell’individuo (1895/96), a cura di F. Ferrari, Castelvecchi, Roma, 2017.
- G. LANDAUER, Appello al socialismo, a cura di G. Ragona, Castelvecchi, Roma 2019.
- G. LANDAUER, Esilio e anarchia. Scritti ebraici, a cura di L. Pisano, Castelvecchi, Roma, 2019.
- G. LANDAUER, Una strada per la liberazione dei lavoratori, a cura di G. Ragona, Edizioni Les Milieux Libres, Soazza (Svizzera), 2021.
- G. RAGONA, Gustav Landauer. Anarchico ebreo tedesco, Editori Riuniti UP, Roma, 2010.
- T. LEDER, Die Politik eines “Antipolitikers”. Eine politische Biographie Gustav Landauers, 2 voll., Verlag Edition AV, Lich/Hessen, 2014.

