{"title":"Diario di bordo","date":"2023-02-01","autori":["UrLa"],"numero":"4","sezione":"Esperienze","pagina":9,"permalink":"https://semisottolaneve.net/articoli/04-diario-di-bordo/","content":"\n![](/numeri/immagini/04/_page_9_Picture_0.jpeg)\n\n**Riccardo Gatti (a cura di UrLa)\u003csup\u003e\\*\u003c/sup\u003e**\n\n\u003csup\u003e\\*\u003c/sup\u003e Riccardo Gatti è attualmente consulente SAR-Search and Rescue responsabile dei soccorsi a bordo della nave Geo Barents (MSF). Dopo la conversazione pubblicata nel n. 3 gli abbiamo chiesto di scrivere un piccolo diario di bordo di una ordinaria operazione di soccorso.\n\n## Giorno 1\n\nCome normalmente succede all'inizio di una missione, salendo a bordo ci si ritrova sulla porta d'imbarco della nave, alcuni entrano mentre altri escono. Ci si saluta e ci si abbraccia tra chi è già stato assieme a bordo. Quelli che vanno via hanno spesso le facce smunte, dimagrite, i capelli incolti, si nota la stanchezza ma anche la gioia di avere fatto la cosa giusta.\n\nSpesso ci si scambia qualche parola, chi arriva di solito si limita a fare i complimenti a chi sbarca, sia nel caso di successo della missione, sia quando le cose sono andate male. Poche sono le parole da dire, solo gli sguardi parlano.\n\nEcco, un gruppo di persone lascia la nave e un altro entra. Alcuni rimangono a bordo e continuano anche in questa missione. I nuovi arrivati vengono accompagnati da chi ha già qualche esperienza e devono prima di tutto lasciare i bagagli nella cabina. Inizierà un periodo di addestramento che durerà qualche giorno e inoltre si dovranno ambientare in questa nave così grossa, come un edificio di 6 piani, dove ci si perde spesso.\n\nFacciamo la prima riunione di presentazione e si scopre che vi sono tantissimi ruoli a bordo: personale medico, tecnico umanitario, logistico, personale delle squadre di soccorso e per ogni dipartimento vi sono le persone responsabili del coordinamento.\n\nIniziano intense giornate, che prevedono almeno quattro ore di lezioni teoriche e pratiche sui rifornimenti e stoccaggio di materiali, del cibo e bevande, e gli allenamenti pratici. L'obbiettivo è riuscire ad arrivare nella zona dei soccorsi, la zona SAR (*Search And Rescue*) il prima possibile. Si parte.\n\n## Giorno 5\n\nAppena fatto rifornimento si parte, si esce dal porto.\n\nCome spesso accade, le autorità non permettono di calare in mare le lance di soccorso (RHIB *Rigid Hull Inflatable Boat*) per fare pratiche, allenamenti e simulazioni. Perciò appena possibile, quando si è in navigazione, si iniziano gli addestramenti in mare. Realizzare operazioni di soccorso senza avere la perfetta padronanza dei mezzi, delle tecniche e l'adeguato affiatamento delle squadre sia in mare che a bordo, che garantiscano una risposta all'emergenza pronta ed efficace, non solo sarebbe una irresponsabilità ma, in questo contesto, una dimostrazione di un atteggiamento classista e razzista.\n\nA volte, come spesso purtroppo accade nei contesti di volontariato o di aiuto umanitario, si crede sia sufficiente la buona volontà per far bene le cose ma l'esperienza ci dimostra che non basta. Perciò ci si allena molto, i continui addestramenti sono molto stancanti, ma la conseguenza di ciò è di ottenere una preparazione ottimale.\n\n## Giorno 6\n\nOggi purtroppo durante uno degli allenamenti in mare si è verificato un incidente. Marina, che dirige le operazioni di soccorso a bordo di una delle due RHIB, si è rotta una gamba. Chiediamo aiuto via radio «*medical emergency, medical emergency*» e, mentre a bordo si attiva il team medico, io scendo sul ponte per coadiuvare.\n\nPoco dopo la responsabile medico mi conferma che bisogna richiedere un'evacuazione medica il prima possibile. Chiediamo immediatamente soccorso. Per fortuna siamo ancora vicini alle coste siciliane, facciamo rotta verso la costa e in meno di due ore incrociamo una motovedetta della Guardia Costiera venuta in soccorso, trasferiamo Marina a bordo della motovedetta per il ricovero all'ospedale. Ora la situazione diventa più difficile. Il team perde chi coordina le RHIB dal mare, perciò bisogna riscrivere le formazioni delle due squadre di soccorso e delle squadre sul ponte per far sì che la mancanza di Marina comporti le minori conseguenze negative possibili. A me tocca il compito di far sì che le squadre di soccorso riescano comunque a funzionare in modo adeguato. Ricoprirò il ruolo dalla plancia di comando della nave, oltre al mio (*SAR team leader*, coordinatore dei soccorsi), sono pronto perciò a imbarcare sulle RHIBS quando ve ne sia il bisogno.\n\nDomani si fa un altro allenamento in mare, appena pronti bisogna fare rotta verso la zona SAR, le zone dove avvengono i soccorsi, visto che non vi sono altre navi ONG e ci saranno presto delle condizioni meteo favorevoli a potenziali partenze dalla Libia o dalla Tunisia.\n\n![](/numeri/immagini/04/_page_12_Picture_3.jpeg)\n\n## Giorno 7\n\nCi si sveglia presto, continuano gli ultimi training teorici e subito dopo mangiato le lance vengono calate in mare, iniziano gli allenamenti in acqua. Staranno in mare fino a quando arriva notte, così da potersi esercitare nelle due condizioni di luce diurna e notturna. Non c'è la pausa per la cena, si scende a turno senza fermare gli allenamenti.\n\nSi finisce ormai a sera inoltrata, si è stanchi e spossati, ma pronti. Si parte, mettiamo la rotta a Sud. Domattina iniziano i turni di guardia sul ponte di comando, si dovrà rimanere attenti alle radio, ai radar e con in mano i binocoli si dovrà scrutare permanentemente l'orizzonte.\n\n## Giorno 8\n\nDopo la consueta riunione generale dove si fa il punto della situazione e si condividono, con tutto il team, le informazioni salienti riguardo a possibili casi SAR aperti (imbarcazioni in *distress*, in pericolo, che sono alla deriva). Si controlla la situazione in Libia, in Italia e in Europa, così come informazioni e istruzioni riguardanti la nave, si dà il via ai diversi compiti da svolgere durante la giornata. Chi non è di guardia in plancia di comando, dovrà preoccuparsi di svolgere mansioni di messa a punto di tutto ciò che sarà necessario per il soccorso e la cura delle persone soccorse, dovrà ripassare attentamente quanto appreso nei giorni scorsi, riposare ed alimentarsi.\n\nOrmai tra poche ore ci si ritroverà nel bel mezzo delle zone «calde», dove spesso avvengono i soccorsi e dove tante, troppe persone che non vengono soccorse muoiono. Sono le stesse zone dove alcune volte si incrociano pattugliatori delle guardie costiere libiche che, pagate dall'Italia e dall'Unione Europea, hanno il compito di intercettare le imbarcazioni in difficoltà e riportarle nelle carceri libiche contro ogni convenzione internazionale, legge del mare, diritto umanitario e contro ogni etica. Riconsegnandole di nuovo in mano ai trafficanti di esseri umani, di armi, droga, idrocarburi; personaggi questi molto conosciuti a livello internazionale e che in passato si sono seduti al tavolo delle trattative con esponenti del governo italiano a Roma. Le violenze che queste guardie perpetrano contro le persone che intercettano in mare sono largamente documentate. Chi sta al potere in Europa e in Italia continua ad appoggiarle, affinché portino a termine ciò per cui vengono pagate e cioè far sì che non arrivino persone scomode in Europa, potenziali aventi diritto di asilo e protezione internazionale, potenziali lavoratori e lavoratrici che dovrebbero essere inseriti in un mondo di lavoro che sia in regola, potenziali madri, padri, famigliari, studenti. E comunque tutti e tutte, scomodi testimoni degli scempi di politiche scellerate che vengono messe in atto in Africa e nel Medio Oriente e non solo.\n\n## Giorno 9\n\nOrmai siamo nelle zone dei soccorsi, l'attività sulla nave rallenta il ritmo in quanto fondamentalmente d'ora in avanti ci si concentrerà nella fase di guardia in plancia di comando. Oltre a ciò, bisogna riposarsi e alimentarsi, per essere pronti per le improvvise fasi successive: l'attivazione della ricerca attiva e della fase di soccorso. Anche se l'attività in nave ha un ritmo calmo e vi è per lo più silenzio, a bordo si respira un'aria carica di tensione.\n\n## Giorno 10\n\nSono le tre della mattina e arriva una segnalazione da parte dell'organizzazione Alarm Phone: segnala una imbarcazione in difficoltà. In questa fase solo la persona responsabile di coordinare i soccorsi (io) si sveglia, controlla la distanza dall'ultima posizione conosciuta della imbarcazione, prepara la strategia di navigazione e delle ormai imminenti fasi di soccorso.\n\nSiamo a 16 miglia dall'imbarcazione, circa 2 ore di navigazione. Il mare è abbastanza mosso e ci sono circa 20 nodi di vento, non c'è luna e tutto ciò renderà il soccorso potenzialmente abbastanza difficile.\n\nQuesta volta decido di chiamare in plancia di comando i due responsabili delle RHIB (Juancruz e Gerald) prima di dare l'allarme che sveglierà tutte le squadre di bordo, quelle di soccorso, quelle mediche e di accoglienza. Ho già chiamato la responsabile del progetto. Mentre arrivano Juancruz e Gerald chiedo al primo ufficiale di accendere il secondo motore della nave, porterà la velocità di un terzo maggiore di quella attuale. Siamo ormai a 50 minuti dall'ultima posizione conosciuta dell'imbarcazione in pericolo.\n\nSpiego ai due responsabili la situazione mentre arriva un aggiornamento da parte di Alarm Phone: comunicano che sembra si tratti di un gommone nero con circa 75 persone a bordo. Dalla posizione aggiornata si evince che siamo più vicini, siamo ormai a 35 minuti. Dopo aver dato ai responsabili delle RHIB le ultime indicazioni e ripassato assieme le potenziali criticità che affronteranno una volta calate le lance da soccorso in mare, chiedo a Juancruz e Gerald di svegliare le squadre di soccorso con calma, per far sì che respirino un momento prima di entrare in azione. Tra 10 minuti darò l'allarme generale.\n\nSiamo ormai a 25 minuti dalla posizione, è il momento, chiamo via radio l'allerta: «*MSF team, let's get ready for rescue. Let's get ready for rescue. MSF team ready for rescue*».\n\nIn meno di 4 minuti le lance di soccorso sono pronte a essere calate, dalla plancia di comando avvistiamo una lieve luce intermittente all'orizzonte.\n\n![](/numeri/immagini/04/_page_16_Picture_1.jpeg)\n\nUso i fari di ricerca della nave orientandoli in direzione della luce. Le persone a bordo, appena capiscono che stiamo cercando di illuminarle, usano quella luce intermittente (una piccola torcia) puntandola verso di noi, adesso si vede molto più chiaramente. In altri 4 minuti le due lance sono in acqua, si dirigono verso la luce e seguendo la scia luminosa della nave, oltre alle mie indicazioni via VHF. Portano a bordo diverse sacche di giubbetti salvagente e molti dispositivi di galleggiamento individuale e collettivo, per poterli usare qualora ci dovesse essere un naufragio. Fino al loro arrivo non sapremo quale è la situazione del gommone, se vi sono persone in acqua o meno.\n\nCi siamo, le lance sono in posizione e hanno il gommone in vista, confermano che è un gommone nero sovraccarico, le persone sono in panico, si sente un forte odore di benzina, brutto segno in quanto significa che si sono rovesciate le taniche che normalmente hanno a bordo e con ciò che vi saranno persone ustionate e probabilmente anche intossicate. Mentre ci avviciniamo con la nave, mettendola di traverso alle onde e al vento, riusciamo a dare un po' di copertura e protezione alle RHIB che stanno cercando di avere il controllo della situazione, per far sì che diminuisca il rischio di perdita di vite umane.\n\nIniziano le fasi di soccorso: i soccorritori e le soccorritrici passano i giubbetti salvagente e iniziano a trasferire con difficoltà le persone dal gommone a bordo delle RHIB. Confermano che vi è la presenza di almeno un bebè, ma non riescono a vederlo. Il mare grosso e il vento fanno sì che il soccorso sia difficile. Se le persone dovessero cadere in acqua, con queste condizioni sarebbe facile perderle di vista. Viene avvistato il bebè e riescono a soccorrerlo.\n\nInizia il primo trasferimento delle persone verso la nave, la seconda RHIB riprende il soccorso. Mentre da una parte man mano che il gommone si svuota diminuisce il problema relativo al peso ma aumenta la difficoltà di mantenersi vicini con le RHIB in quanto il gommone deriva di più e si sposta velocemente sotto l'effetto del vento, delle onde o anche delle lance.\n\nIntanto a bordo della nave le persone tratte in salvo vengono ricevute dal personale medico che, in coordinamento con il personale addetto al ponte, deve urgentemente riuscire a distinguere e dividere chi ha bisogno di immediate cure mediche, mentre gli altri vengono spostati in una zona dove possano attendere la fine del soccorso. Arrivano tutti fradici e molti sono intrisi di benzina, dovranno quindi subito fare una doccia per evitare gravi ustioni. Viene dato loro uno zainetto piccolo con una coperta, una salvietta, spazzolino e dentifricio, una tuta, una maglietta, mutande e calze.\n\nIl soccorso continua fino a che a bordo non vi è più nessuno, si controlla che non sia rimasto qualcuno privo di sensi sul gommone. Si spera che nessuno sia morto.\n\nLe RHIB vengono rimesse a bordo e da subito risistemate e pronte per un eventuale altro soccorso. Intanto a bordo le squadre sul ponte continuano il duro lavoro di prima accoglienza, controllo medico e prima gestione di 76 persone (numero confermato). Alcune sono in situazioni critiche per via dell'intossicazione da benzina. Altre sono in ipotermia. Ci vuole circa un'ora per avere la situazione sotto controllo, sono ormai quasi le 6 di mattina. Questa volta tutti e tutte su questa nave siamo (e sono) stati fortunati. Non vi sono dispersi, non vi sono morti. Meno male. Da questo momento in poi si entra in fase di ricerca attiva con sopravvissuti a bordo. Ci saranno ancora due giorni di buon tempo e potenziali altre imbarcazioni in pericolo. Dalla plancia di comando chiediamo da subito il porto di sbarco, il *Place of Safety* alla Libia, sapendo che anche se dovessero rispondere (cosa che non fanno mai) lo rifiuteremo chiedendone un altro. La Libia non è un *Place of Safety*, un luogo sicuro. Ma la strategia dell'UE è stata quella di creare la guardia costiera e la zona SAR libica, dando così una parvenza di formale legittimità a questa tragica farsa che si traduce nella pratica in un sistema di respingimento per delega. La parvenza di formalità fa sì che si sia obbligati a chiedere un porto all'autorità competente della zona dove si è realizzato il soccorso, questa volta la Libia. Evidentemente sia Malta che Italia, che invece sono *Place of Safety,* sono in copia nelle richieste e comunicazioni con le autorità libiche, e sono formalmente responsabili del benessere, dell'incolumità e della protezione delle persone soccorse, anche di quelle soccorse al di fuori della propria zona SAR.\n\n## Giorno 11 e 12\n\nLe persone a bordo passano il primo giorno sfinite e disorientate, poi a poco a poco iniziano a recuperare le forze. Da parte nostra si cerca di dare loro il miglior supporto possibile viste le circostanze, non abbiamo molte certezze da dare loro, ma una cosa è sicura e la ripetiamo spesso: non le riporteremo in Libia. Mentre sul ponte la gestione delle decine di persone che abbiamo soccorso prende il suo ritmo, riceviamo un altro avviso da parte di *Alarm Phone*. Una imbarcazione in pericolo, questa volta molto lontana da noi, quasi 300 miglia. Non vi sono altre navi da soccorso, non vi sono altri avvisi di imbarcazioni in pericolo e tra poco il mare diventerà grosso. Dirigiamo la rotta verso l'ultima posizione conosciuta, sappiamo già che dovremo affrontare una tormenta e speriamo che questa stessa tormenta non travolga quell'imbarcazione, non avrebbe possibilità di rimanere a galla. Siamo coscienti di essere molto lontani, ma ciò non toglie che dobbiamo far qualcosa sin da subito. L'imbarcazione è in zona SAR maltese, nella stessa zona passano molti mercantili, visto che si trova propria sulla rotta commerciale del Mediterraneo centrale. Perciò iniziamo ad individuare i mercantili presenti in quella posizione e cerchiamo di metterci in contatto con loro, sperando in una risposta. Chiamiamo e mandiamo e-mail anche alle autorità Maltesi che non rispondono, non danno informazioni e non mandano pattugliatori da soccorso. Non è una novità. Non è neppure una novità che le navi mercantili non rispondano. Passa così la notte.\n\n## Giorno 13\n\nSin dalle prime ore del mattino ci mettiamo alla ricerca dei numeri di telefono dei ponti di comando delle navi mercantili che durante la notte abbiamo individuato. Contattiamo le compagnie di navigazione di mezzo mondo, dalla Grecia al Giappone, informando di ciò che sta succedendo: una imbarcazione è alla deriva e le loro navi sono vicine, le leggi internazionali impongono l'obbligo di soccorrere.\n\nRiusciamo a parlare con alcuni comandanti, le informazioni non sono chiare, si capisce che non vogliono condividere ciò che sanno. Poi la dichiarazione di uno dei comandanti: le persone sono state soccorse da un'altra nave, ma le autorità maltesi hanno imposto che non si dica di quale nave si tratti.\n\nNoi immaginiamo qualcosa di già visto prima: un respingimento collettivo orchestrato e ordinato dalle autorità maltesi.\n\nPurtroppo, intanto sul ponte la situazione è critica, il mare grosso e la tempesta stanno rendendo la nostra navigazione estremamente difficile, addirittura le onde rompono una parte dell'eliporto in prora. Dobbiamo abbandonare l'operazione di ricerca e cambiare rotta per una navigazione meno pericolosa.\n\nNei giorni successivi riusciremo a scoprire che, come ci aspettavamo, le persone sono state respinte e portate questa volta non in Libia, ma in Egitto.\n\nIl mare grosso continuerà per alcuni giorni, non sembrano esserci altre imbarcazioni in pericolo, noi intanto abbiamo la responsabilità di portare le persone che sono a bordo in un luogo sicuro nel più breve tempo possibile. Dirigiamo verso nord.\n\n## Giorno 17\n\nDa giorni a bordo il ritmo viene cadenzato dalle attività che i vari dipartimenti realizzano, a livello di gestione delle persone, di controllo e cure mediche, di analisi dei casi più gravi a livello umanitario. Purtroppo tutti e tutte hanno un passato molto traumatico. Ciò che possiamo fare per loro è dare il massimo possibile del nostro appoggio, della nostra comprensione.\n\nQuesta volta, visto il numero ridotto di persone soccorse che abbiamo a bordo (parlare di «poche» persone quando sono molte decine sembra strano) riusciamo a rimanere molto tempo con loro e a organizzare attività che aiutano a reggere la frustrazione dell'attesa.\n\nSono ormai diversi giorni che aspettiamo che le autorità italiane indichino un luogo sicuro, un porto dove poter sbarcare queste persone e permettere loro, come sarebbe previsto, il pieno accesso a cure e ai loro diritti. Abbiamo chiesto già 12 volte il porto alle autorità italiane che tacciono. Prima dell'Italia abbiamo inoltrato le nostre richieste a Malta, non ottenendo nessuna risposta. Intanto la sofferenza a bordo aumenta lo stress già elevato, conseguente alle violenze e ai rischi corsi in mare e che ha già creato profonde ferite interne alle persone; questa prolungata attesa ne aumenta le conseguenze.\n\nIl lavoro fondamentale dei dipartimenti di bordo è anche orientato alla raccolta di informazioni importanti e che, purtroppo ancora una volta, rivelano l'inferno vissuto durante i viaggi e il buco nero della Libia, dove sono stati sottoposti a torture da parte dei trafficanti, dalle milizie ed anche dalla guardia costiera.\n\nPer quanto si possano sentire determinate testimonianze, non si riesce ad abituarsi alle estreme depravazioni e violenze cui vengono sottoposte queste persone. Il motivo è sempre e ancora lo stesso: i soldi. Vengono trattate come merce di scambio, di sfruttamento.\n\n## Giorno 18\n\nVerso mezzogiorno riceviamo la comunicazione dalle autorità italiane del porto di sbarco. Finalmente!\n\nMa è a più di un giorno di navigazione dalla nostra posizione. A volte non si capisce come mai i porti disponibili siano sempre i più lontani, sembra proprio una strana coincidenza.\n\nComunichiamo la notizia alle persone sopravvissute, vi è un'esplosione di gioia.\n\n## Giorno 19\n\nArrivati in porto alle prime ore del mattino, sul ponte si respira un'aria completamente diversa, le persone sopravvissute sono silenziose, ma il loro sguardo racconta più delle parole. Abbiamo spiegato cosa succederà allo sbarco, come saranno le diverse gestioni poliziesche e burocratiche una volta scesi, quali siano i loro diritti e come farli valere, cercando di far si che almeno, una volta a terra, abbiano qualche conoscenza in più riguardo a ciò che li aspetta.\n\nL'arrivo in questo luogo sicuro è una nuova fase ignota riguardo a ciò che succederà loro e questo crea un evidente stato di grande ansia per il loro futuro.\n\nVi sono anche molti sorrisi e molta curiosità, ma per lo più tra le persone aleggia una seria attesa.\n\nDopo le pratiche mediche, la nave riceve la «libera pratica», le persone soccorse possono essere sbarcate, per primi i casi medici, poi le persone minorenni non accompagnate, poi le famiglie e via via tutte le altre. È il momento dei saluti, abbiamo condiviso momenti molto difficili della loro vita e anche della nostra, vivendo anche momenti di gioia e tanta apprensione.\n\nEcco, adesso è sbarcato l'ultimo ragazzo.\n\nLi salutiamo ancora mentre si allontanano a bordo dei bus scortati dai cellulari e dalle macchine della polizia. Chissà cosa ne sarà di loro.\n\nTorniamo a bordo, la nave è stranamente silenziosa. Siamo silenziosi anche noi.\n\nC'è sempre un mix di sensazioni confuse nel ripensare a quanto accaduto e c'è la speranza che, per queste donne e questi uomini, ciò che sono stati costretti a vivere in questa drammatica fase della loro vita – la Libia, le violenze, il viaggio, il mare – sia terminato per sempre. Speriamo che la vita sia più generosa con loro.\n\nAnche questa nuova fase che inizia per queste persone probabilmente sarà difficile, ma sarà una fase dove almeno – come risposi alla domanda che mi fece una ragazza che avevamo soccorso – nessuno le ammazzerà.\n\nQuesta volta, superato il mare, ce l'hanno fatta... hanno vinto la morte.\n"}