{"title":"Il senso della bioetica per la sopravvivenza e la salute dell'umanità","date":"2023-02-01","autori":["Pamela Boldrin"],"numero":"4","sezione":"Approfondimenti","pagina":29,"permalink":"https://semisottolaneve.net/articoli/04-bioetica-sopravvivenza-e-salute/","content":"\n![](/numeri/immagini/04/_page_29_Picture_0.jpeg)\n\nScienza e filosofia sono discipline molto antiche, cresciute assieme per lungo tempo stimolandosi a vicenda. Se pensiamo a un prototipo di scienziato filosofo, chiunque può facilmente richiamare alla memoria il greco Ippocrate, vissuto nell'isola di Kos nel V e il IV secolo a.C. Egli affiancava rigorose procedure logiche (pur con tutti i limiti della sua conoscenza dell'epoca) a profonde riflessioni filosofiche. Era attento osservatore dell'ambiente, nel quale cercava elementi, che annotava scrupolosamente, per spiegare le cause dei sintomi dei malati che visitava, senza discriminazioni in base al ceto sociale, tra l'altro. Non solo, ma la prima grande scuola di medicina, a Kos, è stata anche un ospedale concepito con un approccio globale alla salute dei malati: l'Asklepieion. In quel luogo, le cui rovine sono ancora visitabili, erano presenti le stanze per le visite mediche, quelle per le degenze, gli spazi sacri per la preghiera, un magnifico e confortante panorama sul mare con la costa di fronte (oggi Turchia) e in seguito furono aggiunte anche le terme, dai Romani. Un vero e proprio approccio complesso alla salute! Peccato che, dopo i positivi esordi nell'antichità, la storia umana abbia portato a sviluppi diversi: la scienza si è progressivamente sviluppata separandosi sempre più dalla filosofia e dall'etica. La rivoluzione scientifica e i suoi principali pensatori hanno insistito sul concetto di uomo-macchina, sull'esplorazione sempre più dettagliata dei meccanismi di funzionamento (si pensi anche al ruolo della dissezione dei cadaveri nel costruire la scienza medica), con sempre minor interesse a mantenere collegati in una rete di interazioni i vari percorsi della conoscenza. In effetti, tra gli approcci conoscitivi, sappiamo bene che è stato il riduzionismo ad avere la meglio. L'infinitamente piccolo, il termine minimo di ogni scomposizione è stato troppo spesso considerato il successo finale di ogni esplorazione, in totale cecità di cosa è la complessità, di come tutto è strettamente collegato e di come molti fenomeni emergano solo nell'interrelazione.\n\nA proposito di fenomeni apparentemente lontani tra loro, con la pandemia attuale abbiamo forse un po' capito che la deforestazione spregiudicata per fare spazio a città, monocolture agricole o allevamenti intensivi può urtare delicati equilibri e scatenare la fuoriuscita di virus a noi sconosciuti. Quando tocchiamo l'ecosistema, tocchiamo la nostra salute.\n\nQuesto problema era stato colto molto bene negli anni '70 da un biochimico oncologo, Van Rensselaer Potter, che nel Winsconsin pubblicò il primo libro dedicato alla bioetica, intitolandolo *Bioethics: Bridge to the Future*, nel 1971. È proprio la metafora del ponte a essere l'intuizione di cui vi era bisogno, perché Potter pensa questa nuova disciplina come terreno di dialogo tra saperi tenuti troppo a lungo separati, nell'ottica di mantenere il delicato equilibrio sulla Terra minacciato dalla nostra presenza. La prospettiva di Potter, insomma, era ecologica, globale e complessa. Tuttavia, nello stesso periodo, qualche migliaio di chilometri più a est, un medico di nome André Hellegers promuoveva la necessità della bioetica come disciplina capace di discutere le delicate questioni che scaturiscono dal continuo progresso scientifico in campo medico. Questa seconda visione ha avuto maggiormente fortuna e ancora oggi per bioetica si intende perlopiù una forma di sapere che tenta di riflettere e fornire concetti guida negli scenari impensati che la scienza medica pone.\n\nMolti attenzioni della bioetica oggi convergono sulle questioni del fine vita: accanimento terapeutico, eutanasia e suicidio assistito sono temi di grande urgenza e attualità, che interpellano ormai disperatamente il nostro sistema legislativo al fine di fornire strumenti regolativi per aiutare i malati, da un lato. Dall'altro lato, le regole aiutano anche tutto l'apparato delle professioni sanitarie a organizzare al meglio il proprio lavoro, vedendo maggiormente tutelati diversi ruoli e spazi di manovra nelle cure del fine vita.\n\nLeggermente meno altisonante a livello mediatico italiano è tutta la questione dell'inizio vita con gli aspetti legati alla procreazione medicalmente assistita (PMA) che consentono di manipolare sempre di più qualcosa che è stato per lunghissimo tempo fuori dalla portata umana: la creazione di una nuova vita. Fecondazione assistita, eterologa o omologa, selezione e conservazione degli embrioni, maternità surrogata e tecniche di modifica del DNA sono questioni che rivelano aspetti molto inquietanti, ma da esplorare mediante riflessioni condivise, soprattutto perché nel mondo le regole di accesso a queste pratiche sono diverse e mettono in essere flussi verso il miglior offerente. In questo ultimo ambito la riflessione chiama in causa anche questioni economiche, perché quello della PMA è un settore di mercato molto fiorente e, tra le varie problematiche, si presta anche ad abusi nei confronti di chi, per disagio economico-sociale, deve anteporre il denaro all'etica.\n\nInoltre, la bioetica considera molti altri ambiti nel campo della salute e del benessere. Un occhio sospettoso lo dà alla ricerca nel campo del cosiddetto transumanesimo: longevità estrema (i principali magnati del mondo hi-tech devolvono somme enormi per sovvenzionare laboratori del potenziamento umano), potenziamento cognitivo, ibridazione umani-macchine... tutti campi di ricerca che muovono inizialmente dalla ricerca di cure per situazioni patologiche, quindi in contesti più che legittimi, per poi slittare facilmente in scenari di potenziamento estremo. Ad esempio, se per ovviare alle gravi conseguenze di una paralisi degli arti di una persona in seguito a trauma possiamo installare dei chip nel suo corpo e nella sua testa per ripristinare il movimento, dunque l'autonomia, probabilmente nessuno ha da ridire. Ma, una volta consolidato questo successo, perché non sfruttare la conoscenza per potenziare situazioni di normalità? Perché non installare un motore di ricerca Google direttamente nelle nostre aree cerebrali? Basta ascoltare qualche intervento pubblico di Elon Musk per capire quali sono le mire. La bioetica arriva sempre troppo in ritardo, per lei la potenza della tecnica è concorrenza sleale.\n\nTornando un po' più alla quotidianità, la bioetica si occupa anche di elaborare considerazioni sul rapporto medico-paziente. Il consenso informato, regolato per legge, rappresenta un chiaro esempio di come la riflessione sul diritto all'autonomia del paziente sulle proprie scelte sia un risultato ormai insindacabile, il quale ha spazzato via millenni di paternalismo medico. Chiaramente, il consenso informato è solo la superficie formale di un rapporto che in realtà è molto complesso: la relazione con la persona malata e i suoi famigliari è un processo molto arduo e pieno di imprevisti. L'alleanza terapeutica, auspicata anche dalla recente legge n. 219 del 2017 sulle DAT (dichiarazioni anticipate di trattamento, importanti soprattutto per gestire il fine vita), è un lavoro che richiede tempo, pazienza, abilità comunicative, esperienza e, magari, anche un po' di formazione specifica, che va oltre le specifiche conoscenze di biologia o medicina, o di diritto. Il personale medico, sostanzialmente, deve avere un minimo di attenzione all'etica, di conoscenza dei suoi principi generali e dei meccanismi di funzionamento della mente umana. Etica vuol dire un po' di filosofia, un po' di psicologia, un po' di cultura generale del mondo, tante cose insomma. È una conoscenza che emerge quando si impara a interfacciare diversi ambiti della conoscenza e dell'esperienza di vita, dunque ognuno creerà una propria etica personale, mai identica a quella di qualcun altro. Fortunatamente abbiamo la possibilità di insegnare un po' di bioetica, disciplina che, avendo intrecciato la sua fortuna con le vicissitudini della scienza medica, può vantare almeno un sodalizio con questa dimensione importante della nostra vita. Quindi, oltre alla miscela che si manifesterà in forma variabile nel personale medico, infermieristico e tecnico di elementi personali che concorrono alla formazione di un'etica individuale, la bioetica potrà dare i suoi frutti facendo da ponte tra il sapere scientifico e quello filosofico, elargendo i suoi preziosi appigli nelle difficoltà di tutti i giorni.\n\nPeccato che la bioetica non sia tra le materie di studio nel corso di medicina, nemmeno in quello di molte figure tecniche sanitarie e lo sia per un numero irrisorio di ore nel programma di laurea che forma il personale infermieristico. Nonostante la versione della bioetica come ancella della scienza medica abbia soppiantato la visione globale della bioetica come paladina di tutti gli equilibri legati all'ecosistema, non ci abbiamo guadagnato una classe di professionisti sanitari eruditi in questo campo, perché non c'è posto per tale materia nei fitti programmi universitari. Esistono sì, per chi vuole continuare nel *post lauream*, master e corsi di perfezionamento universitari in bioetica e, se andiamo a guardare i curricula dei membri dei comitati etici per la pratica clinica (presenti negli ospedali, ma non obbligatori in tutte le regioni italiane), troveremo certamente certificazione di questi percorsi, ma a un livello troppo poco diffuso per i numeri della sanità.\n\nLe pratiche sanitarie non possono vedere la vocazione etica relegata esclusivamente alla predisposizione soggettiva dei vari esponenti del panorama medico-sanitario. La formazione curriculare è fondamentale, così come la promozione di conoscenze non troppo parcellizzate, o non esclusivamente settoriali. Una visione etica non può prescindere da una conoscenza il più vasta possibile, da un piglio curioso verso il sapere e l'esperienza. Come possiamo accertarci che questi requisiti siano presenti nel personale che studia per diventare competente nella cura della salute? Non possiamo saperlo ma possiamo sospettare che sarà sempre meno verosimile, visto che il test di ingresso a Medicina in Italia è stato cambiato a partire dall'anno accademico 2022-2023. Infatti, è stata modificata la ripartizione degli ambiti delle domande: meno cultura generale, più quiz di competenze scientifiche. Sembra che vogliamo formare personale medico che cominci il percorso sapendo già il più possibile di biologia e medicina e poco niente del mondo. Come possiamo agevolare delle menti abili a operare tra i vari campi della conoscenza in questo modo? Come possiamo sostenere una visione complessa in un mondo sempre troppo complesso per le nostre capacità, se non riconosciamo il ruolo che una conoscenza più vasta possibile ha nell'agevolare una visione critica e multidisciplinare?\n\nCon la pandemia abbiamo visto medici, e non solo, rifiutare le evidenze scientifiche sul SARS-CoV-2 e sui vaccini; una piccola parte, per fortuna, ma cosa sono se non un segno che la formazione specialistica può non essere efficace a instillare la capacità di gestire la complessità? La visione complessa richiede pazienza e molta umiltà, non possiamo comprendere sempre tutto, a volte dobbiamo attendere nuovi dati, collegare tutto minuziosamente, confrontare e continuare a ragionare in modo cooperativo, facendoci coraggio a vicenda.\n\nLe teorie complottiste sono la risposta di chi non sa gestire la complessità e preferisce creare o, più spesso semplicemente aderire, a confezionamenti deliranti di spiegazioni che vanno contro le evidenze presenti. Visto il dilagare di questo fenomeno, in qualità di docente a contratto presso il Corso di laurea in Scienze infermieristiche dell'Università di Padova mi sono resa conto che era urgente inserire nel mio programma di bioetica (già stipato in 10 ore) una parte dedicata a spiegare cos'è la scienza, cos'è un'opinione e come difendersi dai complottismi o dalle *fake news*.\n\nLa bioetica, meglio se intesa come approccio globale all'ecosistema, ma anche come ancella del progresso medico-scientifico, è comunque una «disciplina ponte», che non può prescindere dall'esplorare diverse forme di conoscenza e tentare di connetterle. Insomma, la bioetica è promotrice di visioni complesse, non è possibile escluderla dalla formazione degli individui, in tutti i campi in cui essi svolgeranno la loro opera professionale o di vita. Ne va della nostra salvezza! Ippocrate sarebbe certamente d'accordo.\n"}