# Castigare, pacificare o decriminalizzare le «bande latine»? Esperienze in Spagna, Ecuador e El Salvador


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*L'approccio delle istituzioni, dei media e dell'opinione pubblica nei confronti delle «bande latine» ha un ruolo fondamentale per la comprensione, il percorso e la prospettiva di questi gruppi. Più si usa il pugno di ferro, più aumenta la clandestinità dei gruppi e più sono le possibilità che aumenti la conflittualità. Ma che alternative ci sono? In base ai casi di Spagna, El Salvador e Ecuador, questo articolo analizza le esperienze di approccio istituzionale al fenomeno delle bande basate sul binomio «criminalizzare versus regolare», e si propone di rispondere alla domanda: la decriminalizzazione è un paradigma che può essere utile per affrontare il fenomeno delle aggregazioni giovanili di strada, definite impropriamente bande?*

## Introduzione

La presenza di una narrazione volta a criminalizzare le «bande latine» è aumentata notevolmente nell'agenda mediatica e istituzionale degli ultimi mesi. Gli scontri sono sempre accompagnati da titoli allarmistici e morbosi che portano politici sia conservatori che socialdemocratici a condividere un discorso dai toni di crociata sulla necessità di «combattere le bande». Fanno da sfondo le notizie sulla delicata situazione che vive El Salvador nella sua lotta contro le gangs*:* il recente «stato d'eccezione» dichiarato dal Presidente Bukele prosegue la tradizione salvadoregna di indicare le gangs come il grande nemico pubblico e questa volta, e lo fa applicando un gravissimo «trattamento disumano», secondo le parole di Amnesty International (Amnistía Internacional 2022), sofferto da più di 30mila detenuti nelle carceri del paese centroamericano. Dopo 50 giorni di eccezione. Senz'acqua, senza cibo, dormendo sul pavimento.

Secondo Carles Feixa, l'interesse per le bande è intermittente: a volte riceve un'attenzione smisurata da parte del trattamento mediatico e istituzionale, soprattutto quando accadono gli episodi di violenza più gravi, poi per la maggior parte del tempo le *gangs* si trasformano in «fantasmi» dei quali non parla nessuno. I racconti scabrosi e dettagliati sui conflitti tra gruppi, contrastano con l'assoluto silenzio sull'argomento per il resto del tempo.

Una narrativa distorta, che fa caso solo alla violenza, e uniformata, che non entra nella diversità di gruppi e pratiche, contribuisce a favorire un clima di paura dell'altro, in questo caso in base allo stereotipo del giovane migrante, pericoloso e selvaggio. È evidente che il disinteresse per conoscere la realtà dei gruppi giovanili di strada, o famiglie di strada, va di pari passo con il disinteresse per trovare soluzioni reali, profonde e a lungo termine alla realtà che vivono questa gioventù e le loro comunità. Infatti, dopo un periodo di prolungato silenzio, oggi assistiamo al ritorno delle «bande» come capo espiatorio dei mali della nostra società, e anche come oggetto di scambio nella lotta politica tra distinti partiti.

È innegabile che l'approccio delle istituzioni pubbliche, in stretta relazione con il ruolo dei media e dell'opinione pubblica, ha un effetto fondamentale non solo sulla comprensione del fenomeno delle bande, ma anche sul percorso e sulla prospettiva di questi stessi gruppi nella loro relazione con la società. Più si usa il pugno di ferro, più aumenta la clandestinità di questi gruppi e più sono le possibilità che aumenti la conflittualità. Ma che alternative ci sono?

Nei prossimi paragrafi mi propongo di analizzare le esperienze di approccio istituzionale al fenomeno delle bande, prendendo in esame i casi che esplora il progetto LEBAN (Legalizzare le Bande? La costituzione di associazioni a partire da gruppi giovanili di strada in Spagna, Ecuador e El Salvador). Analizzerò quindi l'impatto delle esperienze di Madrid e El Salvador come esempi paradigmatici di pugno di ferro e di approccio punitivo contro le bande, e di Barcellona e dell'Ecuador come luoghi di sperimentazione istituzionale per generare canali di dialogo con questi gruppi. Nell'ultima parte, propongo di esplorare potenziali «terze vie» per quanto riguarda l'approccio a questo fenomeno. Aprendo un dialogo tra le esperienze e un quadro sulla decriminalizzazione, aspiro ad arrivare ad una riflessione sulle diverse alternative che esistono oltre a *castigare* e *pacificare* questi gruppi. In questo senso, le domande fondamentali che pone questo testo sono: quali effetti hanno avuto le diverse politiche di intervento sulle bande fino ad oggi? Possiamo considerare la *decriminalizzazione* un paradigma utile nell'affrontare il fenomeno delle aggregazioni giovanili di strada, definite impropriamente «bande»?

## Il contenimento di sicurezza come dispositivo di governo della marginalità urbana: linea dura e linea morbida verso le bande in Spagna, Salvador ed Ecuador

Latin Kings & Queens, Ñetas, e Black Panthers sono solo alcuni esempi della diversità di forme di gruppi o «famiglie di strada» che vengono organizzati per dare risposta alle necessità materiali, identitarie e affettive delle popolazioni (spesso giovani, ma non solo) che abitano ai margini delle geografie transnazionali. Questi gruppi sono sostegno, rifugio, e in alcuni casi sono l'unico modo di esistere della subalternità urbana che abita i margini delle città post-industriali. Tuttavia, la denominazione di «banda», dall'inglese *gang*, è stata generata all'esterno di questi gruppi, con una finalità puramente criminale. In questo modo, ignorando le condizioni strutturali che obbligano ad abitare questi spazi, si rende invisibile l'immensa diversità di significati, identità, pratiche e obiettivi che sono parte dell'universo di senso di questi gruppi.

Nel contesto europeo questi gruppi hanno ricevuto l'appello di latini, insistendo sulla presenza maggioritaria – anche se non esclusiva – di giovani razzializzati<sup>1</sup> o di origine migrante.

L'approccio, le definizioni e un clima generalmente bellicoso verso i gruppi giovanili di strada risponde a un'eredità della relazione, storicamente problematica, degli stati moderni con la marginalità urbana. La marginalità urbana (i suoi spazi, le sue pratiche e la potenziale espansione della sua cultura) deve essere «contenuta» per il buon funzionamento delle società moderne. Le popolazioni ai margini sono potenzialmente pericolose dal punto di vista dello Stato e hanno quindi bisogno di essere vigilate, controllate e, in caso di necessità, castigate (Foucault 2012). Tuttavia, le strategie di contenimento applicate dagli Stati contemporanei hanno raggiunto recentemente un livello di sofisticazione senza paragoni. Secondo Justus Uitermarck (2007), i nuovi dispositivi di governo della marginalità urbana in Europa seguono due grandi linee, spesso intrecciate negli stessi territori: da una parte una strategia di «linea dura», caratterizzata dall'uso dei dispositivi di polizia e giuridici per castigare certe popolazioni fastidiose (la classica società del controllo). D'altra parte, l'uso di una «linea morbida», una versione più amabile e dolce che, in base a degli argomenti di carattere più «civico» (leggi per la convivenza, per un comportamento decente, ecc.) tenta di promuovere processi di integrazione delle popolazioni marginali per incanalarli verso un modo di esistere più «rispettabile» (nella nuova «società del rischio»). L'approccio delle istituzioni di fronte al fenomeno dei gruppi giovanili di strada normalmente ha seguito una logica simile. Fino ad ora, predomina sia a livello temporale che geografico l'approccio di linea dura, chiamato anche «bande fuori» (Feixa Et Alii 2022), che consiste nell'applicazione di una serie di politiche di esclusione, un approccio punitivo sia delle forze dell'ordine che a livello penale, affrontando il fenomeno con un'ottica bellicosa. Seguendo questo paradigma, i gruppi, considerati come «nemici pubblici» (Queirolo 2017), devono essere espulsi per mantenere un presunto ordine sociale e di convivenza. In questo modo si giustificano politiche pubbliche che tendono a perseguire, criminalizzare e castigare questi gruppi e, in certi casi, vengono creati nuovi strumenti giuridici per poterli rendere illegali. Meno utilizzato è invece un approccio inclusivo del tipo «bande dentro», caratterizzato da un'ottica più sociale, meno punitiva e che apre processi di dialogo e mediazione con questi gruppi, considerandoli un interlocutore rilevante e legittimo al momento di negoziare e trasformare la realtà sociale. Di seguito presenteremo alcune esperienze – e i potenziali impatti – di questo doppio modello di politiche di castigo o pacificazione.

<sup>1</sup> La razzializzazione è il processo attraverso cui un gruppo dominante attribuisce caratteristiche razziali, disumanizzanti e inferiori a un gruppo dominato, attraverso forme di violenza diretta e/o istituzionale che producono una condizione di sfruttamento e di esclusione materiale e simbolica. La parola razzializzata/o ci consente di vedere come la razza, che non esiste biologicamente, serva a mantenere rapporti di potere.

## Politiche di castigo: El Salvador e Madrid

Le scelte delle amministrazioni di Madrid, in Spagna, e del Salvador, in America Centrale, sono esempi paradigmatici dell'applicazione di una linea dura persistente e sostenuta nel tempo contro le bande o *maras*.

La politica di governo salvadoregna finora è consistita fondamentalmente nell'applicazione di un «punitivismo di Stato», da parte delle forze dell'ordine e altamente militarizzato, quasi una guerra tra lo Stato e le bande, con alcuni processi di tregua o pacificazione nati da mediazioni poco chiare tra lo Stato e questi gruppi (senza dibattito pubblico e nell'ottica di interessi elettorali). Il modello punitivo nel Salvador segue una logica classica, replicata poi dalle destre e dalle estreme destre europee: riforme penali con aumenti di pena e di casi, identificazioni e arresti arbitrari, assenza di programmi di reinserimento, corruzione e impunità nelle forze dell'ordine, criminalizzazione della stampa e dell'Accademia, ostacolare il lavoro di chi difende i diritti umani. Paradossalmente questa politica di linea durissima ha favorito la forza delle bande in quanto attore politico con un'altissima presenza e capacità di incidenza sul territorio (sia dentro che fuori dal carcere), fino a trasformarle in un vero e proprio Stato parallelo. Dopo trent'anni di guerra contro le bande il saldo è di un centinaio di morti e in questo momento più di 30.000 detenuti nelle carceri salvadoregne dormono senza materassi, senza acqua e senza cibo grazie allo «stato di eccezione» decretato dal Presidente Bukele.

Mettendo da parte le immense differenze, il caso di Madrid si avvicina a quest'ottica punitiva di linea dura persistente, anche qui con risultati deplorevoli in termini di difesa dei diritti umani e di riduzione del conflitto: dagli anni '90 l'onnipresenza di partiti conservatori nei governi municipali e regionali (sempre con il *Partido Popular* in testa, tranne un piccolo periodo di esperimento municipalista nel 2016-2019) ha generato un clima di normalizzazione della violenza istituzionale contro le bande e contro la gioventù razzializzata nei quartieri e nei comuni della regione.

La persecuzione, l'accanimento e la criminalizzazione ha raggiunto l'apice nel 2006, anni in cui è iniziato un processo contro i gruppi dei *Latin Kings* e *Ñetas*, accusati di «associazione illecita» e più tardi di «gruppo o organizzazione criminale». Recentemente, nell'aprile 2022, la morte di due giovani in un quartiere di Madrid per un presunto conflitto tra gruppi è stata utilizzata come giustificazione per l'organizzazione di un nuovo dispositivo «contro le bande» che ha significato il dispiegamento di agenti municipali, 500 poliziotti, 800 carabinieri nelle aree e nei comuni più poveri della regione, con l'identificazione di più di 18.000 giovani e l'arresto di 171 persone, secondo fonti della polizia. Come fa notare María Oliver, ricercatrice della UPF, «non ci sono così tanti ragazzi membri di questi gruppi», per cui non è fuori luogo che molti si interroghino sulla finalità di queste misure e accusino il governo municipale di implementare una strategia di accanimento verso la popolazione migrante e razzializzata (Ouled 2022). In conclusione, le politiche di «linea dura» (di eliminazione dei gruppi per la via repressiva e penale) non hanno posto fine all'esistenza – semplicemente li hanno spostati verso spazi più clandestini – né alla conflittualità e alla violenza tra di essi.

## Politiche volte a pacificare: Ecuador e Barcellona

L'Ecuador e Barcellona, invece, hanno iniziato processi di dialogo e mediazione che, tra le altre cose, hanno avuto un relativo successo nel momento di generare processi di pacificazione a medio e lungo termine con questi gruppi. L'esempio di Barcellona è particolarmente importante, in quanto, a differenza di Madrid, nel 2006-2007 i processi di mediazione (attivati grazie all'interlocuzione della parte accademica, delle Amministrazioni pubbliche e di altri membri della società civile, come il prete Joan Cabot e membri della Federazione Fedelatina) hanno portato alla formalizzazione di questi gruppi in associazioni: prima con la *Organización di Reyes y Reinas Latinos de Cataluña* nel caso dei *Latin Kings & Queens*, e in seguito con l'*Associazione Socioculturale e Sportiva Ñeta*. Questo è stato un progetto pionieristico nell'affrontare una forma innovativa di affrontare istituzionalmente la relazione con questi gruppi, generando relazioni di affetto e fiducia di indiscutibile valore tra attori inizialmente molto lontani tra loro (si veda ad esempio il libro «Diario di un Re» scritto a quattro mani da César Andrade, alias King Manaba ex leader di *ALKQN Latin Kings*, e il professore Carles Feixa). L'esperienza catalana ha significato la nascita di un progetto pilota di dialogo e mediazione tra questi gruppi e le istituzioni, così come tra gli stessi gruppi che prima si scontravano (si veda il progetto musicale *Unidos por el Flow* tra *Latins e Ñetas*). Tuttavia, questo processo di mediazione ha prodotto anche la rottura di questi gruppi tra settori che erano disposti a collaborare e quelli che non ne volevano sapere, aprendo poi la questione di cosa ne sarebbe stato di quelli che non hanno voluto aprire canali di comunicazione per vie istituzionali. Ispirandosi e appoggiandosi al modello di Barcellona, l'Ecuador ha aperto parallelamente un processo simile. Dal 2007 ha dato inizio a un processo di dialogo e mediazione tra il gruppo STAE (*Nación Latin King dell'Ecuador*) e il governo di Rafael Correa, che ha generato una svolta rispetto alla politica anteriore, che puntava a criminalizzare questi gruppi. Poco dopo, la legalizzazione della *Corporación de Reyes y Reinas Latinos dell'Ecuador*, ha significato un riconoscimento istituzionale che è arrivato al punto di incorporare un *Latin King*, Ronny Aleaga, come parte dell'assemblea e partecipe al progetto della *Revolución Ciudadana*. Grazie anche all'implementazione di altre misure di aumento della spesa sociale, l'Ecuador ha visto una drastica riduzione della violenza: secondo un rapporto della Banca Interamericana di Sviluppo, il tasso di omicidi del paese si è ridotto di un 75% in tre anni, portando l'Ecuador ad essere il secondo paese più sicuro dell'America Latina (Brotherton, Gude 2018).

## Autonomia delle bande? Oltre a castigare o regolare, la de-criminalizzazione come paradigma di intervento

È evidente che i processi di criminalizzazione e punizione non solo non funzionano per ridurre la conflittualità, ma contribuiscono a intensificare la violenza e le condizioni di disagio delle comunità meno favorite. Gli esperimenti pionieristici di Barcellona e dell'Ecuador, che hanno visto l'apertura di processi di mediazione con questi gruppi, sono certamente un'esperienza da tenere in conto per i risultati ottenuti: la riduzione del tasso di conflittualità, così come la nascita di una rete funzionale di mediazione, hanno permesso di salvare vite. D'altra parte la frammentazione dei gruppi che è avvenuta parallelamente alla mediazione istituzionale porta a chiedersi in che modo il dialogo avrebbe potuto anticipare questo rischio e, in che misura si possono trovare vie alternative per generare processi di inclusione a medio e lungo termine senza che questi portino alla dissoluzione degli stessi gruppi.

In questo senso il paradigma della decriminalizzazione può esserci utile al momento di cercare alternative che vanno più in là del binomio castigare/reprimere versus regolare/legalizzare. Un breve esempio: la decriminalizzazione del lavoro sessuale in Nuova Zelanda, paese che per primo al mondo ha proposto un approccio non proibizionista (linea dura, secondo lo stile statunitense) o regolatore (come fanno i paesi centroeuropei) della prostituzione, ha permesso di far diminuire la violenza subita dalle lavoratrici del sesso, favorendo la nascita di cooperative di lavoro e la protezione della polizia di fronte agli abusi (di clienti e protettori). Si tratta senza dubbio di uno dei modelli di maggior successo e più apprezzati dalle stesse lavoratrici del sesso. Un altro esempio: la depenalizzazione del consumo di marijuana in Portogallo ha portato a un ottimo risultato nella riduzione del consumo e nella riduzione delle pene per piccolo spaccio. Cosa hanno in comune questi due esempi? Da una parte una rinuncia da parte dello Stato a generare politiche pubbliche specifiche per regolamentare pratiche previamente considerate «ai margini» (una rinuncia al controllo o monitoraggio di queste attività). Dall'altra il superamento dell'ottica securitaria (le forze dell'ordine) e penale (giudiziaria); ovvero, smettere di considerarle come attori o pratiche fonte di rischio in se stesse.

È possibile pensare ad alternative simili per le aggregazioni giovanili di strada? È possibile promuovere processi di dialogo senza formalizzare questi gruppi in base agli schemi morali degli Stati moderni (europei, bianchi e di classe media)? Intuiamo quanto sia complicato rispettare il loro processo di autonomia senza la necessità di volerli «includere o integrare» nella società, rispettando il loro «stare al margine»; ma consideriamo che questa posizione offrirebbe grandi potenzialità di trasformazione.

## Bibliografia

AMNISTÍA INTERNACIONAL, *El Salvador: El estado de excepción ha creado una tormenta perfecta de violaciones de derechos humanos* (2022) [amnesty.org](https://www.amnesty.org/es/latest/news/2022/04/el-salvador-state-of-emergency-human-rights-violations/).

D. BROTHERTON, R. GUDE, *Inclusión social desde abajo. Las pandillas callejeras y sus posibles efectos en la reducción de la tasa de homicidios en el Ecuador*, «Banco Internacional del Desarrollo», abril 2018 [iadb.org](https://publications.iadb.org/es/inclusion-social-desde-abajo-las-pandillas-callejeras-y-sus-posibles-efectos-en-la-reduccion-de-la).

Y.M. OULED, *¿Qué sabemos del operativo policial contra bandas juveniles en Madrid?*, «El Salto» (2022) [elsaltodiario.com](https://www.elsaltodiario.com/redadasracistas/quesabemos-operativo-policial-contra-bandas-juveniles-madrid).

C. FEIXA, C. ANDRADE, *El Rey. Diario de un Latin King*, NED Ediciones, Barcelona, 2020.

C. FEIXA, B. ARAMAYONA, E. BALLESTÉ, S.P. DE LA TORRE, *Bandas dentro, bandas fuera. (Des) securitización versus punitivismo de las organizaciones juveniles de calle en España, Ecuador y El Salvador*, «Análisis Político» 34 (102) 2021, pp. 150-174.

M. FOUCAULT [1975], *Vigilar y castigar*, Siglo XXI, Madrid, 2012.

PROYECTO LEBAN, *¿Legalizar las Bandas? La constitución de asociaciones a partir de agrupaciones juveniles de calle en España, Ecuador y El Salvador* [upf.edu/web/leban](https://www.upf.edu/web/leban).

L. QUEIROLO, *Cómo se construye un enemigo público: las «bandas latinas»*, Traficantes de Sueños, Madrid, 2017.

> Traduzione di Valeria Giacomoni, con qualche piccolo adattamento per un pubblico italiano. L'articolo è tratto dalla rivista «Libre Pensamiento», n. 111, estate 2022, Madrid, Papeles de Reflexion y debate Confederacion General de Trabajo (CGT).

