title: "Martin Buber (1878–1965)"
date: "2022-10-01"
autori:
  - "Furio Aharon Biagini"
numero: "3"
sezione: "Radici"
pagina: 101
permalink: "https://semisottolaneve.net/articoli/03-martin-buber/"
content: "\n\u003e Si potrebbe dire che Buber ha fallito [...], eppure i suoi sforzi sono stati immensamente fruttuosi. [...] Si potrebbe dire che anche alcuni dei profeti ebraici fallirono; ma i loro scritti tormentano ancora l'umanità. Il successo non è una prova di virtù, neppure il fallimento. Ma se si mira abbastanza in alto, il fallimento è inevitabile. Kaufmann, *Martin Buber: The Quest for You*\n\nDalla sua morte, avvenuta nel 1965, sono passati quasi sessanta anni, ma ancora oggi Martin Buber è considerato uno dei maggiori rappresentanti del pensiero ebraico moderno, il filosofo che meglio di altri è riuscito a ricollegare il mondo uscito dal secondo conflitto mondiale con la visione dei profeti, da un lato, e la politica contemporanea, dall'altro.\n\nBuber, intellettuale atipico, non classificabile, al tempo stesso socialista religioso, sionista fautore di uno Stato bi-nazionale arabo-ebraico nella Palestina mandataria, ebreo credente ma lontano da ogni ortodossia religiosa, spesso in contrasto con le idee dominanti, anche all'interno della sua stessa comunità, è soprattutto noto come l'autore di *Io e tu*, pubblicato nel 1923, in cui teorizza il principio dialogico come filosofia relazionale: un'interpretazione teologica della relazione tra sé e l'altro che metteva l'accento sull'assoluta necessità del dialogo con gli altri esseri umani e il «Tu» divino, che è il «tutto altro» e il «tutto vicino». Secondo Buber, l'uomo non può vivere senza dialogo, solo chi incontra un «Tu» può pienamente essere considerato un essere umano. La realtà umana è relazione, ma chi si addentra nell'universo del dialogo deve avere la consapevolezza del rischio che si assume esponendosi al rifiuto o al rigetto totale. Inoltre, la realtà umana è relazione e il dialogo trova la sua compiuta manifestazione nel rapporto che si instaura fra l'Io e Dio.\n\nPensatore che coniuga diverse tradizioni alla base della cultura occidentale, la rivelazione biblica ebraica e la filosofia greca, Martin Buber nacque a Vienna nel 1878 in una famiglia di letterati ed ereditò una educazione rigorosa dal nonno Salomon, famoso erudito e talmudista. Dopo gli studi di filosofia a Vienna, Leipzig, Zurigo e Berlino riscoprirà il giudaismo attraverso il progetto sionista che, pensato in una ottica culturale e spirituale, per lui rappresenterà una opportunità e un rinnovamento del mondo ebraico come sosterrà nei famosi discorsi al circolo «Bar Kochbà» di Praga.\n\nNel 1924 otterrà l'insegnamento di Etica e scienze religiose ebraiche all'Università di Francoforte, divenendo così il primo docente ebreo di una disciplina universitaria tedesca consacrata al giudaismo. Con la salita al potere del nazismo, nel 1933 rinuncerà all'incarico e, nel 1938, lascerà la Germania per raggiungere Gerusalemme dove gli fu affidata una cattedra creata *ad personam* nel dipartimento di sociologia dell'Università ebraica. «Buber era una figura controversa. Evocava opinioni appassionate, spesso contrastanti sulla sua persona e sul suo pensiero», scrive Paul Mendes-Flohr nella sua biografia, *Martin Buber: A Life of Faith and Dissent* (2019). C'erano sempre lettori che diffidavano delle sue riflessioni sull'ebraismo, che erano provocatoriamente innovative e antitradizionali, e molti si chiedevano se fosse davvero un grande pensatore o solo un carismatico divulgatore di idee. Negli anni Venti, quando Judah Magnes, rettore della neonata Università Ebraica di Gerusalemme, tentò di fargli avere un posto come professore, la facoltà rifiutò più volte di assumerlo, non ritenendolo un vero e proprio studioso, come ricorda Dominique Bourel nella sua prefazione a *Martin Buber: sentinelle de l'humanité* (2015).\n\nAgli inizi della Prima guerra mondiale risale l'elaborazione di Buber di un socialismo comunitario di ispirazione religiosa. Fondamentale il suo incontro agli inizi del 1900 con l'anarchico tedesco Gustav Landauer, l'amico fraterno, di cui sarà l'esecutore testamentario dopo il suo assassinio, che l'orientò verso il pensiero libertario. Con Landauer, al quale fornirà un quadro del pensiero ebraico, condivideva il rifiuto di ogni sistema rigido e l'idea che il socialismo dovesse ispirarsi al giubileo mosaico come rovesciamento permanente: la rivoluzione come suo fondamento. Buber affermava che «la religione senza il socialismo è un'anima privata di corpo, e per conseguenza non è una vera anima, allo stesso modo il socialismo senza religione è un corpo senza anima e dunque non è un vero corpo» (Buber 2009). Nella sua opera troviamo la dimensione religiosa e quella antistatale, anche se su quest'ultimo punto si distingue dalla tradizione anarchica, poiché non sostiene l'abolizione dello Stato, ma solo la soppressione delle sue eccessive competenze. Ammiratore di Ferdinand Tönnies, che individuava due forme diverse di organizzazione sociale - la comunità (*Gemeinschaft*) un rapporto reciproco sentito dai partecipanti, fondato su di una convivenza durevole, intima ed esclusiva, e la società (*Gesellschaft*) dove gli individui vivono per conto loro, separati, in un rapporto di tensione con gli altri e ogni tentativo di entrare nella loro sfera privata viene percepito come un atto ostile di intrusione - studierà le relazioni comunitarie apolitiche e manifesterà un'attrazione profonda per le correnti mistiche e populiste. La sua avversione verso lo Stato crescerà nel periodo tra le due guerre e con l'avvento dello stalinismo (Shlomo, Michel 1992).\n\nDopo la fine della Seconda guerra mondiale il sentimento di simpatia verso l'Unione sovietica da parte degli ebrei di Palestina, in particolare da parte del movimento dei *kibbutz*, comprensibile dopo gli orrori della Shoah, fu percepito da Buber come un pericolo, quello cioè di vedere il comunismo russo «chiamato col maestoso nome di Mosca» imporsi come modello universale e al tempo stesso esercitare una egemonia su tutto il pensiero socialista. Da queste riflessioni, nel 1947, scaturirà l'opera *Sentieri in utopia*. Come scrive Michael Löwy, il titolo è importante poiché l'immagine che scelse per descrivere il cammino verso l'utopia non era quella di una ferrovia percorsa da una veloce locomotiva né quella di una autostrada su cui sfrecciavano moderne vetture, ma più semplicemente quella di modesti sentieri, al plurale, lungo i quali singoli individui o gruppi di persone si incamminavano per valicare alte montagne o attraversare fitte foreste. Sentieri spesso inesistenti tracciati dagli stessi viaggiatori nel momento in cui avanzavano a tentoni in quei territori inesplorati (Löwy 2008). Nel saggio, Martin Buber confronta il pensiero libertario, tra cui annovera l'anarchismo, per la radicalità della sua concezione rivoluzionaria, che consiste nel voler «sostituire lo Stato con la società», con quello di Marx e Lenin, per riabilitare alla fine la tradizione del socialismo utopista. Nel momento in cui lo scientismo occupava una posizione dominante nel pensiero sociale in particolare nelle correnti socialiste, tanto che il termine aveva assunto un significato unicamente negativo, polemico e «l'aggettivo 'utopista' era diventato l'arma più forte nella lotta del marxismo contro il socialismo non marxista, Buber rivalutava la tradizione utopica. Per lui, lontano dal corrispondere a una fase infantile della storia del pensiero socialista, l'utopia costituiva piuttosto un aspetto immanente di ogni volontà di progresso, ogni mente che pianifica è, in senso positivo, utopica. Il progresso scientifico non faceva scomparire l'utopia sociale di cui Buber riaffermava la dimensione moderna sottolineando che se essa nasce con la Rivoluzione francese, fili nascosti la legano a un passato lontano risalente all'escatologia antica.\n\nIn pagine illuminanti, Buber analizza l'ostilità e l'incomprensione dei comunisti verso i tentativi di realizzazione pratica dell'utopia socialista. Secondo lui, la Rivoluzione russa era fallita poiché i soviet erano stati concepiti da Lenin e i bolscevichi solo come strumenti del potere politico e non come l'embrione di una società nuova. Da qui la loro incapacità di comprendere il movimento dei soviet come di quello cooperativo. Ora, Martin Buber accorda un grande interesse all'esperienza storica delle comunità collettive, all'interno delle quali individua la volontà - caratteristica secondo lui dell'utopia socialista - di cercare di costruire la società libera del futuro. Se i vari tentativi utopici erano usciti sconfitti nel corso della storia, i *kibbutz*, i villaggi cooperativi ebraici in Palestina, gli\n\n![](/numeri/immagini/03/_page_106_Picture_0.jpeg)\n\nsembrarono, malgrado i loro limiti, se non un successo, almeno un «non fallimento» esemplare. Nel *kibbutz* vedeva una alternativa al socialismo sovietico, un esempio a cui dovevano guardare le società europee per ricostruire il loro tessuto economico e sociale dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale. Naturalmente si rendeva conto dei problemi e delle contraddizioni dei *kibbutz* e vedeva il principale pericolo non solo nel mondo circostante, che rifiutava lo stile di vita delle comunità rurali, ma soprattutto nell'attrattiva che questi esercitava su di loro spingendole all'assimilazione. Come scrive Michael Lövy, oggi non possiamo che constatare la pertinenza di questi avvertimenti.\n\nLa riflessione sui *kibbutz* è importante, poiché era centrale anche nella discussione sul sionismo, Israele e il popolo ebraico. Buber aveva sottolineato l'importanza dell'idea messianica nel giudaismo e del *kibbutz*, come base della società utopica e redentiva del popolo ebraico. Egli insisteva che un insediamento ebraico centrale in Palestina avrebbe avuto senza dubbio un grande significato se avesse generato le uniche cose da cui si aspettava che emergesse l'assoluto: un ritorno e una trasformazione che producessero un cambiamento in tutti gli aspetti della vita. Il disagio di Buber nei confronti del sionismo crebbe man mano che la prospettiva di uno Stato ebraico diventava più reale e, anche dopo la nascita dello Stato di Israele, nel 1948, continuò a criticare le sue politiche e la sua leadership su molte questioni, incluso, in particolare, il trattamento riservato ai rifugiati arabi, diventando una spina nel fianco di David Ben-Gurion, allora Primo ministro. Buber non avrebbe rinunciato all'ideale sionista solo perché deluso dalla sua realtà. «Ho accettato come mio lo Stato di Israele, la forma della nuova comunità ebraica che è sorta», avrebbe detto a un amico. «Ma colui che servirà veramente lo spirito […] deve cercare di liberare ancora una volta la strada bloccata verso un'intesa con i popoli arabi». Naturalmente vedeva i pericoli di una politica secolare messianica che agiva ai limiti dell'etica e rifiutava una azione dialogica, che per lui avevano un fondamento religioso. I timori di Buber diventarono reali con la radicalizzazione di una parte considerevole del sionismo religioso a partire dalla Guerra dei sei giorni.\n\nOggi molti degli odierni scenari politici, in particolare nel Medio Oriente, originano da politiche religiose messianiche e dall'azione di differenti gruppi fondamentalisti radicali religiosi. La strada indicata da Buber per affrontare questi problemi è più attuale che mai, l'unica per salvare l'uomo strappandolo dalle fauci del principio politico.\n\n## Bibliografia\n\n**·Selezione di scritti di Martin Buber**\n\n*Israele e Palestina. Sion: storia di un'idea*, Marietti, Genova 2008\n\n*Una terra e due popoli: sulla questione ebraico-araba*, Giuntina, Firenze 2008\n\n*Sentieri in utopia: sulla comunità*, Marietti, Genova 2009\n\n*Il chassidismo e l'uomo occidentale*, Il nuovo Melangolo, Genova 2012\n\n*Rinascimento ebraico: scritti sull'ebraismo e sul sionismo (1899-1923)*, Mondadori, Milano 2013\n\n*Umanesimo ebraico*, Il Melangolo, Genova 2015\n\n**·Studi**\n\nD. BOUREL, *Martin Buber: sentinelle de l'humanité*, Albin Michel, Paris 2015\n\nE. LÉVINAS, *Martin Buber*, Castelvecchi, Roma 2014\n\nW. KAUFMANN, *Martin Buber: The Quest for You, in Discovering the Mind, vol. 2: Nietzsche, Heidegger, and Buber*, McGraw-Hill Book Company, New York 1980\n\nS. SHLOMO, B. MICHEL, *Martin Buber, Proudhon et la «vérité de demain», in Proudhon, l'éternel retour*, «Mil neuf cent», n. 10, 1992, pp. 86-93.\n\nM. LÖWY, *Messainisme e utopie dans la pensée juive européenne entre les deux guerres*, in *Europa e Messia: paure e speranze del XX secolo in eredità*, «B@belonline/print, Rivista semestrale di filosofia», n. 4, 2008, pp. 189-197\n\nM. LÖWY, *Redenzione e utopia: figure della cultura ebraica mitteleuropea*,Bollati Boringhieri, Torino 1992\n\nP. MENDES-FLOHR, *Martin Buber: A Life of Faith and Dissent*, Yale University Press, New Haven; London 2019\n"
