title: "Per un'informatica conviviale"
date: "2022-10-01"
autori:
  - "Carlo Milani"
numero: "3"
sezione: "Approfondimenti"
pagina: 49
permalink: "https://semisottolaneve.net/articoli/03-informatica-conviviale/"
content: "\nI «semi sotto la neve» sono una metafora per indicare le esperienze libertarie e le pratiche mutualistiche.\n\nGli esempi sono tanti: ecovillaggi che cercano di organizzarsi in maniera antiautoritaria; collettivi di autogestione educativa; cooperative di autocostruzione; case editrici, librerie e riviste libertarie; collettivi artistici e gruppi di affinità di ogni genere, e chi più ne ha, più ne metta.\n\nTutte queste esperienze, in particolare nel mondo ad alta intensità tecnologica contemporaneo, devono fare i conti con le questioni della comunicazione e dell'informazione, e dell'organizzazione della comunicazione e dell'informazione. Quali sono le regole e gli strumenti per comunicare fra le persone che partecipano? E quali per comunicare verso l'esterno, alle esperienze affini, al resto del mondo? Come si fa a informarsi, a selezionare informazioni, a orientarsi nel diluvio di notizie, a far circolare quelle che si ritengono opportune?\n\nLe «Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione» (TIC), spesso indicate come nuove tecnologie, non sono affatto nuove, visto che se ne parla da decenni e ci abbiamo a che fare quotidianamente da tanto tempo. Con tecnologie intendo l'incarnazione concreta, materiale, tangibile di teorie e procedure che sono dei «modi di fare», «modi di costruire», ovvero le «tecniche». Un dispositivo elettronico portatile, ad esempio uno *smartphone* equipaggiato con un sistema operativo Android (parecchi miliardi di dispositivi nel mondo), è quindi un oggetto tecnologico, frutto di specifiche tecniche (produttive, organizzative); queste tecniche sono ispirate da specifiche ideologie, convinzioni, credenze. In questo senso «la tecnica non è e non può essere neutrale»: le sue concretizzazioni tecnologiche incorporano sempre visioni del mondo situate, parziali, definite storicamente, socialmente e psicologicamente. Inoltre tendono a far nascere ulteriori generazioni di tecnologie (e di umani che dicono di servirsene) che agiscono e re-agiscono in maniera poco consapevole, determinata in maniera preponderante dall'orientamento tecnico sottostante. Le macchine non sono tutte uguali: dipende da come vengono create al mondo, e perché, proprio come gli umani non sono tutti uguali, ma dipende da come vengono creati al mondo, educati, socializzati e perché.\n\nDal punto di vista libertario, è fondamentale capire se è possibile selezionare e avere a che fare con tecnologie capaci di promuovere il mutuo appoggio, oppure se queste tecnologie sono inevitabilmente foriere di delega cognitiva, psichica, sociale e in ultima analisi contribuiscono alla strutturazione di un mondo gerarchico e autoritario, il mondo delle «Megamacchine tecnoburocratiche».\n\n## Questioni di scala? Appunti per un'informatica conviviale\n\nLa questione principale, se seguiamo il ragionamento di Ivan Illich, è la scala. In *Tools for Conviviality* («Strumenti per la convivialità», tradotto in italiano come *La convivialità*, 1973) sostiene che uno strumento conviviale è l'opposto di uno strumento industriale, e la scala fa la differenza. A suo parere, su scala globale possono esistere solo strumenti industriali oppressivi.\n\nMa allora, è possibile un'informatica conviviale, cioè che promuova la realizzazione della libertà individuale in seno a una società dotata di strumenti efficaci? Ci vogliono tecnologie appropriate, ma per poterle immaginare e realizzare è necessario correggere e ampliare la formulazione di Illich.\n\nInnanzitutto, dobbiamo riconoscere che «un sistema tecnico di piccola scala può essere dispotico tanto quanto un sistema industriale globale»; anzi, può rivelarsi ancora più censorio e asfissiante per la libertà personale. Ad esempio, le dinamiche psicosociali oppressive tipiche di un piccolo paese, in cui la gente mormora e tutti sanno tutto di tutti, possono risultare amplificate da tecnologie di controllo e monitoraggio su piccola scala, riproducendo un universo concentrazionario in miniatura.\n\nIn altre parole, «la piccola scala non garantisce di per sé l'assenza di dominio», ed è logico che sia così, «altrimenti la libertà sarebbe un derivato automatico dell'organizzazione in piccoli gruppi». Un piccolo gruppo di esseri umani può nutrirsi di relazioni di co-dipendenza tossiche alimentate e anzi rese possibile da semplici tecnologie artigianali di dominio reciproco, come il rispetto di rituali di sottomissione. Rituali analogici o digitali non fa differenza, si tratta in ogni caso di ripetizioni che mirano a instaurare un ritmo di acquiescente sottomissione, contrita obbedienza, schizofrenico conformismo a norme alienate e alienanti. Senz'altro non c'è bisogno di tecnologie particolarmente sofisticate.\n\nInvece di formulare teorie astrattamente perfette, tipiche del peggior intellettualismo ignaro della realtà, dobbiamo prendere atto della scala globale della tecnologia attuale, in particolare nella sua manifestazione più evidente che è la rete di Internet, e agire a partire da quel che esiste oggi, ampliando spazi di autonomia concreta. In questo senso, al di là della scala, è importante prendere in considerazione le relazioni di potere.\n\nInfatti, nell'ambito delle tecnologie di Rete, la «scala» non è semplicemente monodimensionale, legata alla vicinanza di una risorsa. La valutazione in merito al potenziale conviviale, emancipatorio e liberatorio di una configurazione tecnosociale deve tenere conto anche di altre variabili, quali, ad esempio, l'asimmetria di potere degli attori coinvolti e quindi la loro capacità di determinare norme socialmente vincolanti.\n\nSi pensi alla fornitura di servizi web per la gestione amministrativa di un'attività legata all'organizzazione di piccoli eventi culturali (decine o centinaia di persone). In termini di relazioni di potere, per mantenere un'analoga capacità di intervenire nella definizione e applicazione di norme che regolano l'interazione reciproca (la definizione è tratta da Bertolo 1983), potrebbe essere accorto rivolgersi prioritariamente a organizzazioni di taglia analoga, abituate ad avere a che fare con problemi affini. Organizzazioni molto più grandi potrebbero considerare marginali questioni di piccola scala e inglobare organizzazioni più piccole come semplici ingranaggi (intercambiabili) nel loro sistema dominante.\n\nTraduco in tecnologia corrente nel primo e secondo decennio del XXI secolo: propagandare le attività della propria associazione culturale tramite «Meta» (Facebook-Instagram-Whatsapp) e altri social di massa condurrà inevitabilmente a un asservimento alle procedure imposte dalla multinazionale, di omologazione dei messaggi e dei contenuti a standard predefiniti. Verranno inevitabilmente modificate, adeguandosi al sistema tecnocratico, l'organizzazione del lavoro, le modalità di relazione interne ed esterne all'organizzazione, le dinamiche psico-sociali.\n\nUsare bene il social di massa comporterà un costante aggravio di lavoro. Per quanto riguarda il controllo dei dati e, più in generale, la prossimità della tecnologia agli utenti umani, determinerà senz'altro una perdita di controllo e una lontananza sempre più marcata per via della struttura stessa della multinazionale, che tende ad accentrare la gestione dei dati in pochi nodi (*data center*), sotto il controllo di procedure opache e di pochi tecnoburocrati apicali. A livello di modalità d'interazione tecnica, i software utilizzati saranno proprietari, quindi non modificabili né distribuibili a piacimento dalle persone come invece accade nei sistemi «F/LOSS» (*Free/Libre Open Source Software*). Ma anche se fossero «F/LOSS», il gigantismo intrinseco vanificherebbe lo sforzo di apertura, perché milioni e milioni di righe di codice che girano solo su macchine gigantesche ed estremamente potenti richiedono organizzazioni gerarchiche globali (le multinazionali) per essere gestite. Le relazioni tenderanno a strutturarsi in maniera automatizzata e spersonalizzata: da una parte, perché lo sforzo di apprendimento e messa in pratica delle nozioni necessarie a interagire con il sistema tende a moltiplicarsi senza fine; dall'altra, per via dell'introduzione sempre più massiccia di sistemi automatici di risposta, le cosiddette «Intelligenze Artificiali» (assistenti virtuali e via automatizzando), con cui gli umani devono fare sempre più spesso i conti (richieste di informazioni, reclami, ecc.).\n\nInfine, dal punto di vista psicologico, ma anche di impatto sulla gratificazione fisiologica per l'attività svolta, implicherà una frustrazione crescente, perché il sistema è strutturato in modo che a investimenti crescenti (in termini economici ed energetici) corrispondano rendimenti decrescenti. Anzi, peggio ancora: a investimenti costanti corrispondono rendimenti decrescenti. Questa constatazione spiega perché il sentimento che arnesi, utensili e macchine servano per alleviare la fatica umana non abbia più realmente corso nel caso delle Megamacchine digitali.\n\nL'argomentazione appena svolta è una semplice riedizione della necessaria armonia e coerenza tra fini e mezzi, enunciata in maniera esemplare da Errico Malatesta. A suo parere la lotta per\n\nla libertà e l'uguaglianza deve essere condotta con strumenti libertari ed egualitari, ovvero l'emancipazione non può darsi mediante strumenti oppressivi. Attenzione però: non sono gli esseri tecnici di per sé, nella loro essenza, ad essere oppressivi, bensì le relazioni (e dunque le reti) che essi favoriscono in quanto creati e sviluppati come motori di evoluzioni tossiche di massa. Fin qui la *pars destruens*. Più difficile, come sempre, è la *pars construens*.\n\n## Prossimità, affinità, federazione\n\nGià a inizio Novecento Malatesta sosteneva che «i mezzi condizionano i fini: per la libertà ci si deve battere con strumenti che già siano in se stessi libertà». Un secolo abbondante più tardi, possiamo fare un passo più in là, ancora con Amedeo Bertolo, che, invitato nel 2005 a riflettere sull'identità anarchica in vista di un dibattito che non si è mai tenuto, aggiungeva: «Credo che la coerenza mezzi-fini sia il minimo. Credo che si debba andare oltre. Non solo il fine non giustifica i mezzi, ma sono i mezzi che giustificano il fine». Bertolo parlava dell'anarchia come metodo, cerniera di collegamento fra mezzi e fini. Tradotto in termini tecnici: gli esseri tecnici con i quali ci accompagniamo devono poter giustificare il fine della libertà nell'uguaglianza. Come facciamo le cose, insieme agli strumenti che sono esseri tecnici, deve riuscire nell'impresa di spiegare, supportare e far germogliare il cosa facciamo.\n\nSi tratta quindi di invertire il flusso dell'iniziativa, dal locale verso il globale, secondo un modello di federazione reticolare in grado di trarre il massimo vantaggio dalla struttura decentralizzata e federata di Internet. Non si tratta di effettuare investimenti a pioggia, ma di facilitare iniziative legate a questioni concrete, tangibili, quotidiane. Non si tratta di inseguire la prossima *startup* o *app* capace di rivoluzionare il mercato e la società: sarebbe l'ennesima «rivoluzione» nel senso deteriore del termine, cioè una modifica repentina e distruttiva che rende obsolete le competenze faticosamente accumulate e rafforza le disparità preesistenti.\n\nDeclinare l'autogestione in questo contesto è relativamente semplice. Si tratta di rendere meno farraginose le pratiche per dar vita a organizzazioni di prossimità, vicine alle persone, gestite dalle persone, esperte e meno esperte, valorizzando la diversità ancor prima dell'abilità. Infatti è più importante che persone diverse fra loro riescano a collaborare in vista di un obiettivo comune piuttosto che delegare agli esperti di turno per ottenere un risultato «migliore». Queste organizzazioni, strutturate con l'aiuto di esseri tecnici affini, possono federarsi e creare federazioni internazionali: la piccola scala è quindi un utile parametro se declinata nel senso della prossimità e dell'affinità fra esseri umani ed esseri tecnici che cooperano per costruire mondi comuni. Mondi che aspirano all'internazionalismo per loro stessa natura: perché la libertà, per essere davvero tale, tende a estendersi a ogni essere, vivente o meno.\n\nIl concetto di prossimità va inteso in accezione ampia, seguendo i fili delle connessioni reticolari. La co-presenza in un ambiente disconnesso, non sintetico, non è una condizione sempre necessaria, anche se spesso è desiderabile. In questo senso, è senz'altro caratterizzato da prossimità un gruppo di poche persone sparpagliate in diversi continenti che condividono pratiche e ideali; che cooperano in maniera regolare, che si confrontano e discutono e scambiano esperienze e servizi grazie al potere straordinario delle reti digitali globali.\n\nInfatti persone collegate da una solida rete del genere, di cui si prendono cura, si sentono prossime, vicine fra loro anche se abitano realtà disconnesse del tutto diverse fra loro, anche se vivono a latitudini diverse e in fusi orari lontani. Questo perché in primo luogo mantengono l'un l'altro delle chiare tracce affettive (situazione psicoemotiva e sociale reciproca), ovvero sono al corrente della situazione degli altri. Dal punto di vista emotivo si riscontra una consonanza fatta di comuni entusiasmi, indignazioni, slanci e frustrazioni condivise; dissensi e conflitti tendono a essere generativi e non distruttivi. Dal punto di vista organizzativo, grazie alla concatenazione organizzata di procedure selezionate e sviluppate in maniera consapevole, insieme a esseri tecnici specifici, un gruppo del genere mutua le dinamiche dei gruppi di affinità tradizionali, con i suoi rituali assembleari il più possibile snelliti e facilitati, le sue capacità di impedire la strutturazione di gerarchie fisse, le sue dinamiche interne virtuose e proiezioni esterne verso lo spazio pubblico, nel senso di proposta politica e culturale.\n\nCerto, è più difficile rispetto ai modelli tradizionali di associazionismo e collaborazione, basati spesso sulla co-presenza disconnessa. Ma sappiamo per esperienza che incontrarsi di persona non è una garanzia di convivialità e tanto meno di emancipazione liberatoria: a volte i conflitti inespressi covano ed esplodono in maniera inaspettata proprio laddove ci si aspetterebbe concordia nella diversità reciproca. Il convenire assieme in uno spazio fisico tradizionale non è nemmeno l'inevitabile premessa di una rivolta generalizzata. Le piazze straripanti non sono garanzia di rivoluzione sociale imminente, anzi, possono segnalare i prodromi di un'involuzione autoritaria, perché al di là delle retoriche sulla «saggezza delle folle», come ci ricorda Elias Canetti in *Massa e Potere* (nell'originale titolo tedesco, *Masse und Macht*, si può tradurre anche come «Potenza»), la massa s'infiamma facilmente e tende a disperdersi quando l'incendio si è consumato. Non saranno individui stanchi e demotivati, che non hanno nulla da perdere, a dar vita a un grande collettivo solo perché si ritrovano insieme a sfogarsi.\n\nCerto, è meraviglioso potersi incontrare di persona, ma spostarsi in continuazione da una città all'altra, da un continente all'altro è una follia in primo luogo ecologica (che fra l'altro implica un'infrastruttura globale di sfruttamento a tutti i livelli) a cui noi privilegiati abitanti del mondo globalizzato dobbiamo porre fine per decisione autonoma e non perché costretti dalla catastrofe ambientale in corso e dal senso di colpa. Questo non vuol dire rinunciare alla prossimità e persino all'intimità *tout court*; vuol dire invece riorganizzare tempi, modi e abitudini, insieme alle tecnologie che devono evolvere insieme a noi. Vuol dire imparare a cogliere la bellezza e la forza degli incontri online; imparare a mescolare, meticciare gli ambienti, convocando in uno spazio pubblico umani fisicamente lontani, ma politicamente vicini.\n\nPossiamo allora riformulare la questione nei seguenti termini: quali sono le caratteristiche, i tratti, i caratteri che vengono selezionati nei sistemi tecnocratici? Quali comportamenti umani e quali reazioni tecniche favoriscono l'emersione di una gerarchia di dominio? Quali tratti e comportamenti favoriscono invece l'insorgere di dinamiche di mutuo appoggio e l'affermarsi del retaggio della libertà?\n\nHo cercato di ragionare su queste questioni nel saggio *Tecnologie conviviali*, di prossima pubblicazione per i tipi della casa editrice elèuthera. Si tratta di una rassegna, certamente non esaustiva, delle metodologie e delle esperienze esistenti, dei «semi sotto la neve» che possono aiutarci a evolvere relazioni di mutuo appoggio anche insieme alle tecnologie dell'informazione e della comunicazione.\n\n## Bibliografia\n\nA. BERTOLO, *Potere, autorità, dominio: una proposta di definizione*, «Volontà», 1983 n. 2\n\nE. CANETTI, *Massa e potere* [1960], Adelphi, Milano 2015\n\nI. ILLICH, *La convivialità* [1973], Mondadori, Milano 1978\n\nC. MILANI, *Tecnologie conviviali*, elèuthera, Milano 2022: di prossima pubblicazione\n"
