title: "Conversazione con Riccardo Gatti"
date: "2022-10-01"
autori:
  - "UrLa"
numero: "3"
sezione: "Conversazioni"
pagina: 64
permalink: "https://semisottolaneve.net/articoli/03-conversazione-con-riccardo-gatti/"
content: "\n![](/numeri/immagini/03/_page_65_Picture_0.jpeg)\n\n\nRiccardo Gatti (1978) è da anni impegnato nei soccorsi in mare. Attualmente collabora in qualità di consulente SAR – Search and Rescue - come responsabile dei soccorsi a bordo della nave *Geo Barents*, di *Médecins sans Frontiéres* (MSF), attiva nel Mediterraneo centrale.\n\nNel 2015 ha iniziato a lavorare con MSF nel mar Egeo come pilota di imbarcazioni di soccorso.\n\nNel 2016 è stato operativo nel Mediterraneo Centrale sulle navi della ONG spagnola *Open Arms*, inizialmente come comandante, poi come capo missione, ricoprendo contemporaneamente il ruolo di presidente di Open Arms Italia. Dal 2021, conclusa l'esperienza con Open Arms, ha continuato a collaborare con diverse ONG nelle operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale.\n\nIncontriamo Riccardo Gatti presso l'Ateneo Degli Imperfetti a Marghera e iniziamo con lui una conversazione in occasione della presentazione del suo libro *Conversazioni in alto mare*, scritto in collaborazione con il Prof. Marco Aime, docente di Antropologia Culturale (elèuthera),\n\n*Perdona l'ovvietà della domanda, ma come hai iniziato questo percorso che da un Comune della Lombardia ti ha portato a comandare le navi da soccorso in mare?*\n\nMi sono trasferito in Spagna circa 20 anni fa. Ho lavorato come educatore sociale a progetti di appoggio a persone a rischio di esclusione sociale, poi ho collaborato con associazioni per la protezione dei minori, in particolare di minori migranti non accompagnati. Dopo vari anni mi sono preso una pausa e ho cominciato a lavorare con un amico che si occupava di barche. Successivamente ho fatto esperienze sugli yacht, ma quel mondo non mi piaceva non vedevo l'ora di andarmene. Il tutto comunque solo d'estate, d'inverno studiavo psicologia. Venni a sapere che a fronte degli sbarchi di migliaia di persone che cercavano di rifugiarsi in Europa scappando dalle guerre in Siria, Iraq e Afghanistan, c'era un progetto di MSF di soccorso in mare operativo in Grecia. Cercavano persone con esperienza nel sociale, specialmente con migranti, munite di patente nautica e con esperienza in mare. Sembrava tagliato su di me, così sono partito per la Grecia, alla volta di un'isoletta di fronte alla Turchia. Eravamo suddivisi in due squadre, con due lance di soccorso. La prima uscita, fatta di notte, di nascosto della guardia costiera greca, riuscimmo a portare in salvo 159 persone.\n\n*Proseguiamo questa conversazione chiedendo a Riccardo di raccontarci, nei punti principali, la storia delle operazioni dei soccorsi in mare a partire da* Mare Nostrum *(2013) sino ad oggi. Raccontare brevemente questo tema è difficile, sia per l'ampiezza dell'argomento, sia per la ricchissima capacità narrativa di Riccardo.*\n\nI grandi naufragi del 2013 hanno dato l'avvio all'operazione *Mare Nostrum*. Ricordo il forte impatto che ebbero sull'opinione pubblica le operazioni di soccorso, la vasta eco che ottenevano nei media. In quel periodo stavo lavorando su uno yacht e ascoltavo la radio spagnola. Sentivo l'inviata della radio intervistare i pescatori, che raccontavano come venivano svegliati di notte dalle grida che provenivano dal mare. Qualche anno dopo, quand'ero comandante di una delle navi da soccorso, passammo sul punto del naufragio nei pressi di Lampedusa proprio il giorno del triste anniversario della tragedia che causò 368 morti. Non riesco ancora a descrivere le sensazioni che provammo, quando ci rendemmo conto della breve distanza che ci separava dalla costa. Anche sulla scorta di questi impatti emotivi che agivano sull'opinione pubblica il governo italiano presieduto da Letta diede avvio all'operazione *Mare Nostrum*, operazione che utilizzava i mezzi militari, navi da guerra, elicotteri per le missioni di soccorso. L'operazione è durata un anno al costo di 9 milioni di euro al mese e copriva tutta l'area del Mediterraneo centrale. *Mare Nostrum* venne chiusa dopo un anno, a seguito del rifiuto dell'Europa di partecipare al progetto e venne sostituita dall'operazione *Triton di Frontex* (programma a guida UE). *Frontex* copriva un'area più ristretta rispetto a *Mare Nostrum*, inizialmente 30 miglia dalla costa, area che venne successivamente aumentata, ma la differenza sostanziale rispetto alla precedente è che *Mare Nostrum* era un'operazione SAR, mentre *Frontex* era un'operazione di polizia di frontiera: da quel momento, le operazioni di soccorso in mare sono diventate operazioni di controllo delle frontiere e sicurezza in mare.\n\nDal 2014 al 2016 diverse ONG (MSF, Sos Méditerranée, Sea Watch, lifeBoat, Open Arms e altre) operarono nel Mediterraneo in coordinamento e aiuto alla guardia costiera. Erano operative 9 ONG con 12 navi, alle quali vanno aggiunte almeno 3 navi della guardia costiera, più altre navi della marina militare. Insomma, una buona presenza. Quanti operavano lo facevano sottostando semplicemente all'obbligo di soccorso in mare, una legge universale che deve essere rispettata in qualunque situazione. All'incirca fino alla metà del 2017 si operò sotto il coordinamento e il supporto della guardia costiera, che indicava i porti di destinazione, i tempi di navigazione, le situazioni di crisi e provvedeva anche agli imbarchi dei profughi. Tutto questo entrò in crisi a seguito dell'accordo tra il governo italiano, la Comunità europea e la Libia, siglato dall'allora Ministro dell'interno Minniti.\n\n*È da questo periodo che si è modificato l'atteggiamento verso le ONG: che cosa è cambiato? È cambiata la comunicazione?*\n\nI passaggi non sono stati chiari, i cambiamenti sono avvenuti a poco a poco, sottotraccia. Si è iniziato opponendo ostacoli di tipo operativo, poi legale e infine burocratico. Le navi delle ONG sono state sottoposte a controlli amministrativi assurdi, ad esempio sulla quantità di persone imbarcate, sul numero di servizi igienici, etc. Richieste incredibili, considerato che raccogliamo naufraghi in condizioni estreme. Sono stati imposti codici di condotta da sottoscrivere, da siglare con il governo italiano. Se tu devi firmare un codice di condotta, vuol dire che la tua condotta viene messa in discussione, come mi fece presente l'ex senatore Luigi Manconi.\n\nMSF, SeaWatch e Iuventa si erano rifiutate di firmare e a livello pubblico era passato il messaggio che le ONG non volessero firmare un codice di condotta, per oscuri motivi. Da quel momento è iniziato a cambiare l'atteggiamento nei riguardi delle ONG, con pesanti risvolti pratici.\n\nÈ cominciato un cambiamento di comunicazione da parte delle amministrazioni pubbliche e della politica e ha preso l'avvio un processo di criminalizzazione delle ONG, che sono state accusate di traffici sulla pelle dei migranti. L'infame definizione di «taxi del mare» testimonia il livello raggiunto. È venuta poi meno poco a poco la collaborazione con la guardia costiera italiana che ha interrotto i rapporti con le ONG. Non sono state più segnalate le imbarcazioni in pericolo, non sono stati più indicati i porti di accoglienza, insomma dalla iniziale collaborazione si è passati a un atteggiamento ostile ed è emerso il programma che si stava mettendo in atto e cioè la volontà di eliminare le ONG dalle operazioni di salvataggio, per sostituirle col nuovo corpo di guardia costiero libico. Forte delle dotazioni messe a disposizione dell'Italia, si stava spingendo per creare un corpo di polizia costiera libico, con le navi fornite dall'Italia.\n\nA volte la guardia costiera libica si dirigeva sui barconi, sparava e ammazzava e poi portava i superstiti in Libia, in modo illegale, confinandoli in veri e propri campi di concentramento. Io stesso mi sono trovato di fronte alle armi spianate da questi personaggi ed è evidente che hanno mano libera di operare.\n\n![](/numeri/immagini/03/_page_70_Picture_0.jpeg)\n\nQuindi se da una parte è aumentata la criminalizzazione delle ONG ed è venuta meno la collaborazione e la presenza attiva dell'Italia, dall'altra sono aumentati i fondi e i mezzi destinati ai libici. Insomma ai libici è stato dato mandato di operare cercando di sostituire ed eliminare la scomoda presenza delle ONG.\n\nPoi è iniziato il fronte legale, con denunce, procedimenti aperti e poi quasi tutti archiviati in fase di indagine preliminare: fino ad oggi non c'è stata nessuna condanna. La mia compagna Ani è stata accusata di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina (pena prevista 20 anni) e di violenza privata al ministro degli interni.\n\nInfine è iniziata la fase degli intoppi amministrativi, con difficoltà sempre più pesanti e controlli a nave ed equipaggio che sono divenuti per un certo periodo sistematici ogni volta che la nave toccava un porto, con fermi prolungati. È uno strumento lecito, ma è stato utilizzato in modo discriminatorio, considerato che alle altre navi (ad esempio mercantili) non sono state fatte le stesse richieste. Sono state addirittura stabilite quarantene per il Covid. Anche se bordo tutti risultavano negativi, venivi comunque fermato per 15 giorni.\n\nUno dei risultati di tutto ciò è stata la sparizione delle ONG più piccole che non potevano sostenere le spese legali. Anche se alla fine vieni prosciolto, gli avvocati devi pagarli, ed inoltre questa violenta campagna ha fatto sì che diminuissero notevolmente le donazioni.\n\nIn tutto questo tempo quello che sono riusciti a fare è tenere lontane le navi di soccorso dal mar Mediterraneo, quindi meno salvataggi e più morti, questo è il drammatico bilancio del quale non conosceremo mai i numeri. Nel frattempo si è continuato a dare soldi alla guardia costiera libica, costruendo questa forza d'intercettazione e respingimento ed eliminando la presenza delle navi ONG che sono scomodi testimoni. Considera che i giornalisti sono sempre presenti sui mezzi delle ONG, mentre è ovviamente preclusa loro la presenza sulle motovedette (a meno che non raccontino una realtà falsata).\n\n#### *E oggi?*\n\nContinuano i blocchi amministrativi, che sono applicabili alle navi finché non escono dal porto e dalle acque territoriali. Quindi gli ispettori possono venire a bordo e fare i controlli e non sai mai quello che è cambiato, cosa pretendono.\n\nPer i soccorsi sono state anche utilizzate navi private. I governi mettono in discussione il fatto che una nave privata possa fare i soccorsi, così le navi private hanno smesso di farlo. Un altro impedimento è dato dal negare il permesso di lasciare il porto, semplicemente non rispondendo alla richiesta. Una nave privata ha bisogno del permesso per lasciare il porto, se tu non ricevi il foglio per uscire, devi fare ricorso e possono passare fino a 3 mesi, poi magari dopo 2 mesi e mezzo ti danno il permesso.\n\nPoi vengono fatte delle richieste specifiche alla nave: devono essere certificate per un certo numero di persone, allora si fanno tutte le prove, ad esempio di stabilità, etc. e nel frattempo non si può andare in mare. Le autorità storpiano la realtà, considerando le imbarcazioni non come navi da soccorso ma come un mix tra navi passeggeri e navi mercantili. Non c'è nessuna chiarezza nelle regole, hanno fatto così passare l'idea che le persone soccorse non sono propriamente naufraghe, ma, più o meno, passeggeri di un traghetto.\n\nNon considerare le persone come naufraghi significa che non necessitano di essere soccorse nell'ambito di operazioni SAR. Le autorità non devono sottostare agli obblighi delle convenzione SAR che impongono lo sbarco nel più breve tempo possibile. I naufraghi vengono inseriti nell'ambito di operazioni di polizia e con ciò si storpia la realtà anche riguardo al loro status (migranti VS naufraghe). Si arriva a richiedere alle ONG dotazioni di bordo ad hoc per navi che non rientrano in nessuna classificazione. Richiedono ad esempio la certificazione per un numero massimo di persone da imbarcare, e poi il 30% di letti rispetto al numero di persone e anche un certo numero di bagni. Può accadere, perciò, che hai portato in porto 300 persone ma la nave è certificata per 100 ed è inutile cercare di fare capire che è un soccorso di naufraghi in mare. Che cosa dovevamo fare con gli altri naufraghi, lasciarli lì? Questa normativa non esiste a livello internazionale, è solo una richiesta fatta durante le ispezioni negli ultimi due anni e mezzo. È stato tutto studiato per creare difficoltà insormontabili.\n\nQuindi è diventato difficile capire come attrezzare le navi per fare soccorso, ma di base c'è che le persone non vengono considerate naufraghe, ma migranti. Questo cambio di status da naufraghi a migranti fa sì che queste persone non siano più protette dalle norme internazionali che impongono che siano accolte nel più breve tempo possibile, portate in un porto sicuro, curate, riconosciute nei loro diritti. Non è più un'operazione umanitaria, bensì una questione di polizia di frontiera. Infatti non sono più state aperte operazioni di soccorso, ma operazioni di polizia che opera controlli e respingimenti, non assistenza e aiuto.\n\n*Hanno messo degli ostacoli che impediscono di operare, secondo una politica di esclusione: il loro obiettivo è il respingimento?*\n\nCerto che lo è, è un respingimento attivo, chi sta formando la guardia costiera libica è l'Unione europea, l'Italia dà le navi alla Libia, chi fa coordinamento è una nave di marina italiana ormeggiata nel porto di Tripoli.\n\nAdesso intercettano le imbarcazioni dei naufraghi, la cui posizione viene segnalata non più alle ONG, bensì ai libici. Nascondendosi dietro al fatto che bisogna chiamare le autorità competenti nella zona dei soccorsi, guidano i libici dall'aereo e le persone vengono riportate in Libia, in contrasto con la Convenzione di Ginevra. E poi sai che queste persone in Libia, scompaiono, non si sa bene che fine facciano, semplicemente spariscono, entrano nel circolo vizioso e remunerativo del traffico di persone.\n\nLa realtà è che noi a bordo si parla con i naufraghi, i ragazzi sono spaventatissimi, dicono: «questi (della marina libica) sono gli stessi che mi hanno fatto partire, che in Libia mi hanno torturato, violentato».\n\nChi spinge in questa direzione è l'Unione Europea, che utilizza i fondi fiduciari per l'Africa. L'Italia è attiva in questo, Italia e *Frontex*. Si preferisce una soluzione militare e stanno emergendo infatti i rapporti tra *Frontex* (che gestisce miliardi di Euro) e le industrie belliche. A questo proposito è stata aperta un'inchiesta che possiamo immaginare troverà qualche capro espiatorio, senza mettere sotto accusa il sistema.\n\n*Si assiste forse oggi ad una sorta di indifferenza, di assuefazione, nonostante i reportage, e le inchieste (la giornalista Francesca Mannocchi, il programma Rai Report) che denunciano l'orrore dei campi in Libia e le azioni della marina militare libica?*\n\nPensa al lavoro di comunicazione fatto ripetutamente, tutti i giorni. Ad esempio tutti i giorni senti parlare di taxi del mare ed invasione, una vera e propria strategia della comunicazione che crea assuefazione, che genera poi disinteresse. Direi c'è interesse a far perdere interesse, gridare e creare scompiglio, come ha fatto Salvini. Agitare la paura manteneva un certo livello di attenzione, poi il silenzio, tutto passa, la gente non ha più voglia di seguire questa cosa, che viene messa sempre di più sullo sfondo. L'impatto emotivo del 2015, quando è stato trovato morto sulla spiaggia Alan Kurdi, il bambino siriano di 3 anni, oggi non c'è più, tutto viene silenziato o portato avanti dicendo che «è meglio che non partano…».\n\nPensa che quando iniziarono le operazioni di soccorso, le richieste di arruolamento in guardia costiera e la marina militare furono tantissime. Adesso sono in picchiata: andare a soccorrere era un valore che incentivava i ragazzi, era consono ai valori etici della marina, adesso lo è molto meno.\n\nI soccorsi fatti con l'operazione *Mare Nostrum* della marina militare e le ONG erano molto interessanti, molto coinvolgenti. Suscitavano, specie nei giovani, interesse, empatia voglia di aiutare di partecipare.\n\n*Perché la presenza delle ONG poteva attirare l'attenzione e puntare i riflettori su attività e traffici che vogliono essere tenuti nascosti?*\n\nGuardando i numeri delle persone soccorse, mi chiedevo perché ci fosse tutta questa rabbia nei confronti di queste poche persone. Poi sono iniziati ad emergere gli accordi fatti con trafficanti di armi, di droga e di esseri umani. Queste cose sono saltate fuori grazie alla presenza delle ONG che ospitano a bordo giornalisti. Io credo che tutto questo sforzo per far sparire le ONG ha reso molto difficile, se non impossibile, documentare quello che è accaduto e che sta accadendo.\n\nCi sono dei video che mostrano i soldati della marina libica che sparano contro i migranti, ma questi video sono stati fatti dai giornalisti a bordo delle ONG, sono immagini di come anche noi siamo stati sequestrati, c'erano i giornalisti presenti.\n\n#### *Parli di accordi, di che tipo, quali?*\n\nAnche il giornalista di «Avvenire» Nello Scavo ha scritto di quel comandante della guardia costiera libica, coinvolto nel traffico degli essere umani, ricercato a livello internazionale che nel 2017 era seduto ad intavolare accordi con il governo italiano. Ci sono documenti che testimoniano i fatti, ma queste denunce non hanno nessun esito. È stato messo tutto a tacere, personaggi coinvolti nel traffico di essere umani, di armi… Poi c'è un altro filone, in cui compare l'ENI che fa funzionare le piattaforme petrolifere in accordo con l'agenzia idrocarburi libica, sotto la protezione gestita da famiglie di trafficanti libici. È evidente che gli accordi fatti a sostegno di tutto quello che sta accadendo vedono soggetti trafficanti di armi, di droga, di esseri umani, di petrolio.\n\nIo credo che tutto questo sforzo per far sparire le ONG abbia reso molto difficile, se non impossibile, quel tipo di soccorso che comunque, in qualche modo, si riesce a fare rispettando gli obblighi di legge al riguardo oltre che etici.\n\n*Tu all'inizio sei stato definito un eroe, poi ti sei sentito accusare di complicità con trafficanti del mare, come hai vissuto questo passaggio?*\n\nIo non mi sentivo proprio a mio agio con l'eroicizzazione, anche se è ovvio che quando ricevi applausi o compari sulla stampa hai il problema di gestire il tuo ego, da tenere a bada. Mi sentivo arrabbiato quando mi attaccavano, poi ho iniziato a preoccuparmi nel vedere come la manipolazione abbruttiva le persone, che diventavano cattive, che vivevano sotto la sensazione di una possibile invasione da parte dei migranti, e questa paura li rendeva ancora più manipolabili.\n\nQuesto mi ha spaventato, vedere chiaramente il sistema di potere nella sua capacità di manipolazione, la persona al bar di casa che prima mi applaudiva è la stessa persona che mi ha insultato perché crede che io sia un trafficante. Mi fa paura il potere in mano a queste persone che distruggono e modificano la realtà, che sono responsabili di omicidi, perché non soccorrere vuol dire condannare le persone a morte.\n\nPer tornare alla domanda di come ho vissuto questo passaggio, io mi sono sempre mosso nei movimenti sociali sia di estrema sinistra che anarchici. Ciò mi ha aiutato a diffidare del potere stabilito e anche ad odiarlo. Quando poi sei in mezzo al mare, dove hai modo di pensare, vedi le cose con maggior chiarezza e ritrovo rinvigorita questa diffidenza e quest'odio.\n\n*Ritieni che la paura continuamente alimentata sia diventata il vincolo che regge la comunità e genera il rifiuto dell'accoglienza?*\n\nIn effetti questa è la rappresentazione del disprezzo per la vita umana da parte del potere. La costante del sistema in cui viviamo è creare paura e la paura è facilmente gestibile. E poi la gente si stanca e non continua a lottare per appoggiare le ONG, che non sono neanche più argomento da prima pagina e nemmeno da bar.\n\nÈ questo il frutto dell'assuefazione e del silenzio. Ciò si nota anche dai curriculum che arrivano, dopo sette anni non c'è molta gente professionista che fa richiesta, perché da una parte è caduto l'interesse e dall'altra tante persone hanno vissuto sulla loro pelle le difficoltà del soccorso, del vedere morire le persone e della lotta contro i governi che te lo impediscono, criminalizzandoti e distruggendoti, si sono dovute fermare per riuscire a riprendersi e sopravvivere in modo salutare. In passato le persone, i volontari volevano venire a fare l'esperienza di soccorrere, dedicarsi a ciò, nelle ONG, adesso invece non c'è molta gente che si propone.\n\n*Il tuo essere libertario come si esprime nella pratica dei salvataggi in mare? Ti sei trovato di fronte a delle contraddizioni?*\n\nCredo che le contraddizioni che si incontrano siano quelle che ti ritrovi nella vita di tutti i giorni. Ad esempio sono assolutamente contrario a qualsiasi forma di potere, però in questa esperienza mi sono ritrovato ad essere capo missione, comandante della nave, capo gommone etc. Penso che il soccorso sia in sé la rappresentazione del mutuo appoggio. Se io ad esempio esco con la barchetta e vedo che c'è qualcuno in difficoltà, debbo prestargli soccorso, senza chiedermi chi è, anche se magari conoscendolo gli starei lontano ma io devo soccorrerlo, e questo dovere nasce da di dentro, in modo naturale, non è qualcosa di imposto socialmente. La società attuale impone invece, spesso, l'indifferenza e la diffidenza. Lo stesso vale in montagna. Mi è piaciuto molto quello che ha detto una coordinatrice che avevamo a bordo, che le veniva la pelle d'oca nel vedere come persone che non si conoscono e che non hanno mai lavorato insieme riescono a salvare un sacco di persone mettendo in atto una operazione di soccorso altamente rischiosa e difficile, con un'alta probabilità di perdere la vita. E rimaneva stupita nel vedere come l'essere umano è capace di mettere da parte qualsiasi cosa e in quel momento esplode quella forza quasi naturale che è il mutuo soccorso, ed è una cosa bellissima.\n\n*Questo pensiero non è sempre condiviso da tutti, è una cosa che può nascere nell'emergenza?*\n\nLa risposta nasce dall'emergenza, poi diciamo il pensiero razionale, intellettuale che deriva in parte anche da un posizionamento ha il suo peso. Certo, siamo tutte persone che hanno una loro collocazione politica, io ho avuto problemi anche grossi a lavorare con certe persone, gli stessi problemi che si potrebbero trovare anche in un centro libertario se si mettono in atto degli atteggiamenti autoritari che non c'entrano. Poi ho la fortuna che in questa situazioni ci sono tante persone che hanno la mia linea di pensiero libertario, magari inconsapevolmente e lo scoprono in quella situazione, confrontandosi con la realtà.\n\nLa cosa bella è che non l'hanno elaborato razionalmente, ma si trovano a chiedersi cosa significhi essere libertari e chiarirsi nella pratica del mutuo soccorso quotidiano, e questa idea dà ulteriore senso alle cose che si fanno.\n\n*E in questa buia e liquida distesa, spazio infinito senza confini, in questa immensa lastra che cela il dramma di un mondo senza vergogna, che non vuole vedere migliaia di persone disperate morire senza un nome, in questo mare Riccardo ha deciso che il mestiere di salvare vite umane è il mestiere più bello che c'è. Grazie Riccardo, mare calmo e buon vento.*\n"
