La produzione di soggettività nel lavoro contemporaneo: bullshit jobs, lavoro immateriale e la corrosione del carattere

Molti degli studi realizzati negli ultimi decenni sul carattere del lavoro contemporaneo giungono a conclusioni simili, nonostante i diversi punti di vista: il lavoro oggi non sembra essere tanto un mezzo per oggettivarsi o per costruire un’identità personale, quanto un’attività spesso debilitante, che induce al consumo di merce e favorisce soggettività funzionali al sistema. Il necessario cambiamento storico che la situazione attuale richiede avrà invece bisogno di identità solide e di un «pensiero forte» in un mondo che si sostiene su processi ugualmente forti.
Negli ultimi decenni è comparsa una copiosa bibliografia dedicata ad esaminare criticamente le caratteristiche delle forme di lavoro sorte dopo la crisi del modello di produzione fordista. Buona parte di queste analisi si occupa non tanto della dimensione economica dei nuovi lavori, bensì delle conseguenze che essi hanno sulla psiche del lavoratore. In base alla presenza del tema psicologico in questi studi, si direbbe che c’è qualcosa negli impieghi attuali che concerne la questione spirituale molto di più che nei lavori del passato. Per esempio, secondo Richard Sennett, la flessibilità che si esige al lavoratore o la sua costante esposizione al rischio, spesso associate ai lavori in voga, deteriorano il suo benessere animico e danno origine a quello che questo autore ha denominato «corrosione del carattere» (Sennett 2004).
Maurizio Lazzarato, appoggiandosi su alcune delle analisi di André Gorz per quanto riguarda la progressiva smaterializzazione dei lavori, mostra come il proposito di ciò che denomina «lavoro immateriale» non consiste più nel produrre oggetti tangibili, bensì nella produzione di soggettività, in primo luogo della soggettività del proprio lavoratore (Lazzarato 1996). D’altra parte David Graeber ha rivelato come nella nostra epoca una parte significativa degli impieghi consista di attività non necessarie che il sistema crea per ridurre il livello di disoccupazione, nell’ambito pubblico o nel privato, come una forma di reinversione incomprensibile in una logica produttivista. In molti casi la sua inutilità, apparente o reale, ha importanti conseguenze psicologiche per il lavoratore (Graeber 2018). Ciascuna di queste analisi rileva aspetti particolari del lavoro contemporaneo; alcune sono più attuali di altre. Sennett pubblicò la sua opera a fine anni Novanta, e possiamo dire che le forme di lavoro sono cambiate sostanzialmente da allora. Alcune riguardano certi lavori più di altri: non tutti i lavori immateriali sono automaticamente bullshit jobs né provocano necessariamente un deterioramento della personalità. In altre occasioni le questioni coincidono: il «lavoro del cavolo» è spesso un lavoro immateriale e di solito implica ciò che si può chiamare «corrosione del carattere». Spesso queste dimensioni compaiono nei lavori contemporanei in diverse misure, interagendo in modi anche complessi. Ma nonostante le loro diversità, tutte hanno un effetto soggettivo simile: quello di generare soggettività affini al sistema produttivo e ostacolare quelle distanti dal sistema.
La corrosione del carattere
Per quanto riguarda le posizioni di Richard Sennett, abbiamo anticipato alcune delle sue idee sull’effetto che hanno sull’individuo le condizioni di lavoro attuali. La denominata «corrosione del carattere», il deterioramento psicologico a cui portano spesso le nuove forme di lavoro, si può considerare come un altro aspetto di quello che Kenneth Gergen identificò come il «sé saturato», quell’umore particolare suscitato dalle «tecnologie della saturazione» tipiche della nostra epoca. Questo soggetto «multifrenico», diviso tra interessi, opinioni e tendenze spesso in conflitto fra loro, deriva dall’esposizione alle molteplici influenze dei diversi mezzi di comunicazione, della rete crescente dei nostri contatti sociali o come conseguenza della frammentazione delle società contemporanee. Queste influenze, spesso incoerenti e disconnesse tre loro, spingono il sé in direzioni diverse e lo mantengono in tensione costante. Il «sé autentico» della modernità, dotato di caratteristiche riconoscibili e di un’identità stabile, solida, «genuina», scompare. Le nuove «tecnologie di saturazione» creano una personalità frammentaria, volubile, che non riesce a intraprendere progetti a lungo termine; creano soggetti malleabili, proprio ciò di cui ha bisogno un mercato del lavoro che premia la disposizione del lavoratore a piegarsi alle esigenze dei flussi di capitale. Queste condizioni impediscono la costruzione di un’identità permanente, cosa che invece favorisce un lavoro fisso. Di fronte al tempo frammentato della nuova economia, l’attenzione rimane paralizzata sul momento presente. Risulta impossibile consolidare il carattere in narrazioni durature. L’esposizione continua al rischio può, allo stesso modo, erodere la nostra sensazione di possedere una personalità definita (Gergen 2006). Le teorie di Sennett e Gergen arrivano quindi a confluire: le tecnologie della saturazione collaborano con il sistema nella misura in cui promuovono personalità affini ai lavori che la produzione reclama. Il lavoro di formazione della soggettività iniziato dalle tecnologie della saturazione continua quindi sul posto di lavoro. Entrambi collaborano quindi alla creazione di un nuovo tipo di persona.
Una persona che, tra l’altro, deve risultare adeguata sia per il lavoro nella nuova economia sia per il consumo dei «beni» che produce. Poiché il lavoratore deve diventare anche consumatore, come osserva André Gorz1. L’industria dei beni di consumo – o di consolazione, sarebbe il caso di dire - è un complemento necessario ad un lavoro in cui risulta impossibile affermarsi come soggetto e in cui è impossibile trovare reali soddisfazioni. Un lavoro che genera frustrazione, incertezza e timore verso il futuro e porta a cercare consolazione nella merce.
1 Gorz sottolinea quest’idea varie volte nella Metamorfosi del lavoro: «Un modello di organizzazione fondato nella suddivisione funzionale dei compiti non può quindi fare appello né alla coscienza professionale né allo spirito di cooperazione dei lavoratori. Inizialmente deve ricorrere alla coercizione (…) È possibile ridurre la coercizione se si riesce a motivare i lavoratori con dei ‘regolatori incitanti’ non possono quindi offrire, nel quadro perché si prestino di buon grado a (…) un lavoro che è impossibile amare (…) Questi regolatori d’incitamento nel quadro dei compiti suddivisi non possono quindi offrire altro che delle compensazioni fuori dal lavoro alle coercizioni, frustrazioni e sofferenze inerenti al proprio lavoro funzionale (…) La coercizione al lavoro non può essere attenuata se non quando: 1° la ricchezza sociale è sufficiente perché vengano offerte ai lavoratori delle compensazioni materiali, e 2° quando i lavoratori accettano di considerare il loro lavoro come un mezzo per procurarsi quelle compensazioni»…(Gorz 1995: 64-65).
Fu sempre Gorz a sottolineare la qualità immateriale del lavoro contemporaneo. Un lavoratore attualmente non si occupa quasi mai di produrre oggetti tangibili. L’automatizzazione relega l’operaio al ruolo di mero supervisore/spettatore di un processo che fondamentalmente non dipende da lui (Gorz 1995). Non servono più le sue abilità, le sue conoscenze, la sua esperienza, poiché deve intervenire solo quando la macchina sbaglia, e anche in quei casi interviene secondo determinati protocolli, senza grande margine di iniziativa. Come ci racconta Gorz, a fine giornata, quando il lavoratore lascia il suo posto, si chiede in cosa ha investito il suo tempo e non trova nessuna risposta tangibile. L’artigiano che compone oggetti ad esempio a fine giornata ha un risultato concreto della sua attività: un oggetto che mostra l’impronta del suo autore, una presenza tangibile che incarna il pensiero e l’estro di chi l’ha creato. Il lavoratore immateriale, invece, non ha la possibilità di lasciare la sua impronta nel mondo. Il suo tempo sembra trascorrere invano, senza che i suoi sforzi diano risultati visibili2.
2 Su questo argomento, osserva Aditya Chakrabortty a proposito della deindustrializzazione della Gran Bretagna: «Fabbricare cose provocava una gran soddisfazione (…) tra tutti quelli che offrivano dei servizi, che si trattasse dei banchieri locali con il loro credito; o degli uffici locali di design. Quando una nave veniva varata in [un’impresa di Newcastle] tutti i bambini della scuola locale andavano a vedere ciò che avevano costruito i loro genitori (…) risulta molto evidente che le ricompense promesse da questo futuro post-industriale non si sono concretizzate. Ciò che si è venduto come modernizzazione economica ha portato ad una decadenza industriale senza che nulla la sostituisse (…) La cultura qui è stata tradizionalmente di produzione, radicata in fabbricare cose e poi venderle. La rivoluzione de-industriale ha obbligato, nel nord-est e in altri luoghi, ad adottare una cultura consumista – comprare cose invece che fabbricarle» (Chakrabortty, 2011).
Lavoro immateriale
D’altra parte, Maurizio Lazzarato, nel suo importante saggio sul lavoro immateriale, analizza la progressiva intellettualizzazione degli impieghi. Una delle peculiarità del lavoro post-fordista consiste nella produzione non più di oggetti bensì di soggettività. Il suo rendimento si misura in emozioni, gusti, mode, maniere di percepire e di sentire, in forme di esistenza. Le attività di cura personale, le industrie pubblicitarie o dell’intrattenimento sono alcuni esempi di questa nuova produzione. Ma questo cambiamento della natura del lavoro esige un cambiamento corrispondente nella persona che lavora. Esige un nuovo lavoratore, come afferma Lazzarato, anche in quei ruoli tradizionalmente meno intellettuali, che oggi incorporano un elemento di relazioni pubbliche che in passato non avevano. Non basta più prestare il proprio corpo, o essere attento, capace, abile. Bisogna prestare anche l’anima (Lazzarato 1996: 134). In un certo senso, il lavoratore diventa un politico, poiché come sottolinea Paolo Virno, la produzione post-fordista ha incorporato molti caratteri dell’azione politica, e il lavoratore, come il politico, deve «saper mettere in pericolo la salute della propria anima» (Virno 2003: 50)3.
3 Virno qui fa una parafrasi di un’espressione di Max Weber inclusa nel suo noto saggio sulla politica come vocazione (2001: 175).
E questo, come osserva Lazzarato, implica una nuova forma di totalitarismo. Inoltre il lavoratore deve operare in un contesto comunicativo predeterminato unilateralmente dalla dirigenza (Lazzarato 1996: 134). L’ambiente lavorativo spesso costituisce una specie di comunità chiusa, caratterizzata, nello specifico, dall’utilizzo di un suo linguaggio: un repertorio di termini, concetti, strutture inferenziali che il lavoratore deve fare proprie per poter realizzare i suoi compiti. Il contesto lavorativo risulta essere un ambiente in cui si emettono e si ricevono continuamente messaggi elaborati secondo certe regole e modelli imposti. Il puro esercizio della comunicazione in questo ambiente istituisce, conferma e rafforza i concetti e le strutture inferenziali - ovvero i modi di pensare – impliciti in quel linguaggio. Il contesto in cui si passa la maggior parte del proprio tempo vitale esige l’aver assimilato delle forme comunicative: delle forme che hanno un contenuto ideologico che si contribuisce a trasmettere e perpetuare con la sola immersione in quell’ambiente. In questo caso ha luogo quello che, secondo Jürgen Habermas, succede nel mondo delle comunicazioni sociali: una produzione e riproduzione del (di un) mondo della vita (particolare) attraverso il mezzo linguistico (Habermas 1992). Si può immaginare come l’interiorizzazione e l’uso di tale strumento comunicativo per quaranta ora alla settimana abbia un effetto di conformazione sulla soggettività. E dato che il lavoro immateriale consiste soprattutto in attività comunicative, il suo effetto sarà ben più forte che negli impieghi tradizionali. Se il lavoro immateriale ha il compito di produrre soggettività, produce, in primo luogo, quella del lavoratore stesso nello svolgimento dei propri compiti. Il contesto lavorativo risulta essere un ambiente di educazione in valori e attitudini che esige la nuova economia: attraverso i compiti realizzati quindi, come indica Lazzarato, «la prescrizione e definizione di compiti diventa una prescrizione di soggettività» (Lazzarato 1996: 134), dell’impostazione politica che implica il compito, e anche del linguaggio e delle forme di comunicazione utilizzate nel suo svolgimento. E, come afferma Gorz, la progressiva perdita di contatto con il mondo materiale legata a questa smaterializzazione del lavoro, porta le persone ad avere sempre meno capacità di trasformare il proprio ambiente fisico. Sempre meno persone sono capaci di costruire cose con le loro mani. In questo modo si perdono delle abilità molto utili in una società in cui il lavoro salariato sarà sempre meno, e in cui la decentralizzazione imposta da un prevedibile rincaro dell’energia richiederà la capacità di produrre localmente e in cooperazione - il lato positivo del lavoro immateriale, secondo Toni Negri e Michael Hardt risiede nella formazione generalizzata in tecnologie della soggettività, che si trasforma in un general intellect e di conseguenza in qualcosa di molto vicino alla proprietà collettiva dei mezzi di produzione (Negri e Hardt 2002: 273) –. Qualcosa di molto utile in una società con tempo per attività libere e di autoformazione che possano sfruttare queste conoscenze, attività i cui risultati si possono divulgare, condividere e possono acquisire un senso sociale grazie a delle reti di telecomunicazioni universalmente accessibili.
Il lavoratore deve svolgere compiti apparentemente inutili, a volte addirittura ridicoli, o rimanere semplicemente disoccupato.
La persona si sente superflua, incapace di dare un senso al suo lavoro, e ancora meno, di costruire un’identità attraverso queste attività
Bullshit jobs
I bullshit jobs, identificati da David Graeber nel libro omonimo, forse non si propongono espressamente di generare forme soggettive determinate, come succede invece nel lavoro immateriale. Ma non per questo i suoi effetti psicologici sono minori. Le testimonianze raccolte da Graeber di chi ha sofferto le conseguenze animiche di questi impieghi ne sono la prova. Se da una parte prospettive tanto diverse come il marxismo o l’etica puritana considerano il lavoro come un mezzo perché l’io si oggettivi nei prodotti del suo lavoro, formi il suo carattere (Graeber 2018), o acceda alla condizione di cittadino (Gorz 1995), non sembra che i bullshit jobs permettano nulla di tutto ciò. Infatti in questi impieghi il lavoratore deve svolgere compiti apparentemente inutili, a volte addirittura ridicoli, o rimanere semplicemente disoccupato. La persona si sente superflua, incapace di dare un senso al suo lavoro, e ancora meno, di costruire un’identità attraverso queste attività. E, come succede con il lavoro flessibile, il bullshit job incita a consumare beni di consolazione (Graeber 2018) che, come sostitutivi alla bella vita, aspirano a compensare le frustrazioni provate. Troviamo qui di nuovo la relazione tra lavoro alienante e consumo del superfluo, la necessaria complementarietà tra il consumismo e la natura del lavoro contemporaneo.
Ma questo non è altro che uno dei modi in cui il bullshit job produce soggettività affini al sistema. Quando siamo occupati in attività che sappiamo inutili, che non ci permettono di sviluppare le nostre attitudini; nelle quali dobbiamo fingere inoltre che sono importanti e necessarie; quando perdiamo la metà del nostro tempo vitale in un contesto di falsità e ipocrisia consustanziale all’attività (Graeber 2018) e quando infine per sopportare la situazione ci diciamo che in fin dei conti «non è male» - ovvero quando ci convinciamo di quella che Sartre aveva definito «mala fede» (Sartre 1993: 91) – sembra evidente che tutto ciò avrà un effetto sulla soggettività e sull’identità. Il bullshit job ci costituisce quindi come soggetti – come succede tra l’altro per qualunque attività o qualunque esperienza, solo che questa lo fa in modo particolarmente distruttivo –.
Secondo una delle testimonianze raccolte da Graeber, un universitario suggeriva che la banalità e inutilità dei lavori che gli studenti devono realizzare all’università forse costituisce una forma di addestramento per la futilità dei futuri impieghi che troveranno. Su questa linea quindi il bullshit job si proporrebbe in maniera esplicita di costruire forme soggettive determinate. Ma l’idea si può estendere ai bullshit jobs in generale. Queste attività potrebbero costituire una specie di acclimatamento per la vita in un sistema in cui l’istituzionalizzazione totale riduce il cittadino alla paralisi4; per la vita in una società in cui si può agire solo in alcune direzioni guidate, che seguano percorsi predeterminati – e spesso strumentalizzati – dai diversi poteri.
4 Sull’istituzionalizzazione dell’esistenza vedi Gorz (1995: 69). Il tema viene trattato con maggiore profondità per esempio in Illich (1970).
Si può dire che alcuni dei bullshit jobs analizzati da Graeber hanno obiettivi simili a quelli dei lavori immateriali analizzati da Lazzarato. Non succede questo con i «ricucitori» o «barracaselle», invece sì con i «tirapiedi» o gli «sgherri». In questi lavori spesso si tratta di generare apparenze, che sia mettere in scena un’immagine di perizia o efficacia di un’istituzione, o di fingere un livello sociale o professionale che non si possiede (Graeber 2018: 63). Si tratta quindi di creare un immaginario – e quindi una soggettività – in un modo analogo a ciò che fa l’industria dell’intrattenimento. Non a caso, alcuni dei settori in cui più abbondano i «lavori del cavolo» appartengono all’industria pubblicitaria o cinematografica, come riferisce Graeber.
Industrie che, a detta di Lazzarato, costituiscono il paradigma del lavoro immateriale (Lazzarato 1996: 137); poiché, come ha segnalato Paolo Virno, la nuova produzione immateriale si basa sul modello dell’industria culturale (Virno 2003:54). Il proposito di questi lavori apparentemente inutili sarebbe, in un certo senso, quello di rappresentare «realtà» fittizie con l’obiettivo di creare falsa coscienza. Una cosa molto in linea con la società dello spettacolo (Debord 2009) e con l’importanza dell’immaginario nell’ipercapitalismo estetico (Lipovetsky e Serroy 2016) – un’importanza che, in definitiva, risulta dalla condizione immaginaria della merce, già svelata da Marx -. Questi lavori, nonostante la loro apparente inutilità e la sensazione di futilità che generano a chi li compie, sarebbero comunque funzionali al sistema. Non contraddicono la razionalità economica poiché non rispondono alla logica produttivista, dato che la loro logica è un’altra: quella della produzione spettacolare. In questo modo capiamo perché i tagli in officina vengano compensati da nuove spese in personale d’ufficio apparentemente non necessario. I reinvestimenti non vengono più destinati a migliorare i macchinari o le strutture, come in un regime di produzione. Vengono invece destinati a produrre immaginario; qualcosa che, nella nostra epoca, ha molto più peso. Di conseguenza questi lavori spesso non hanno proprio nulla di superfluo. Per una produzione basata sull’immaginario, risultano più convenienti rispetto a produrre oggetti tangibili. Cosa che non toglie che il lavoratore si senta in colpa di collaborare con l’inganno di altri o che deplori buttare via il suo tempo in attività del genere, come indicano alcune delle testimonianze raccolte da Graeber. D’altra parte Graeber segnala che è la paura di una rivolta popolare come quelle degli anni Sessanta a frenare la riduzione della giornata di lavoro mediante la ripartizione del lavoro. Mantenendo le persone occupate e remunerate si evita che «pensino» o «cospirino contro il sistema», un metodo già utilizzato dai signori feudali nel Medio Evo (Graeber 2013 e 2018). Mantenere gli individui in ambienti nei quali devono comunicare, comportarsi e a volte anche vestirsi in modi predefiniti, spesso spersonalizzanti, ha delle profonde conseguenze per l’identità personale e favorisce abitudini consumiste. Si può addirittura affermare che questi impieghi evitano effetti forse più negativi per il sistema. Come osserva Gorz, l’ozio offre l’occasione per praticare attività libere e autonome nelle quali si fa quel che si vuole e nelle quali si ottiene qualcosa di impossibile nel lavoro salariato: realizzare attività che costituiscono un fine in sé stesse e che quindi mettono in discussione la logica economica dominante.
Si tratta di attività in cui la persona si oggettiva nel suo prodotto, plasmando nella realtà materiale aspetti del suo essere, oggetti che mostrano i segni del tempo vissuto e goduto nella sua creazione; dei compiti che sfidano l’etica del lavoro e che, in conclusione, aiutano a costruire un’identità autonoma, e a dare senso all’esistenza. L’ozio, inteso in questo senso, può essere scuola di vita, di un’altra vita, che rifiuti il consumismo consolatorio, l’edonismo commercializzato o i divertimenti standardizzati. L’ozio offre un’occasione per coltivare delle forme soggettive che risultano incompatibili con le richieste del sistema: «Proviamo a pensare allo shock che sarebbe per la nostra società se la creatività, la convivialità, l’estetica e il gioco prevalessero sui valori di efficacia e rendimento legati al lavoro» (Gorz 1995: 233). Da qui il suo potere rivoluzionario.
Il soggetto debilitato e l’avvenire di un «nuovo Illuminismo»
Se l’esperienza del bullshit job per alcuni è molto negativa, per altri l’ozio imposto offre l’occasione di realizzare attività libere e autoaffermative
Gli aspetti del lavoro contemporaneo esaminati fin qui – il lavoro flessibile postfordista di Richard Sennett, il lavoro immateriale di Maurizio Lazzarato, i bullshit jobs di Graeber – nonostante le differenze sembrano coincidere su qualcosa di cruciale: il loro effetto psicologico, cercato o no5, è quello di produrre un soggetto passivo, senza desideri, impulsi o progetti personali; un io debilitato, incapace di costruire una narrazione forte di sé, di affrontare iniziative prolungate nel tempo. In ogni caso non si può dire che le condizioni sociali determinino la soggettività. La persona non sperimenta l’influenza della situazione come qualcosa di inevitabile. La realtà viene vissuta sempre come realtà imparata, interpretata, come qualcosa di cui il soggetto si appropria e che alla fine trasforma all’appropriarsene. Così spiegano alcune delle storie raccolte da Graeber. Se l’esperienza del bullshit job per alcuni è molto negativa, per altri l’ozio imposto offre l’occasione di realizzare attività libere e autoaffermative. Probabilmente queste verrebbero realizzate meglio fuori dal lavoro, ma in ogni caso è meglio rispetto ad un’attività alienante. Ma, come fa notare Graeber, c’è bisogno di un certo contesto culturale e vitale per riuscire a far fronte e a sfruttare questo tipo di situazioni; e le circostanze specifiche del lavoro non sempre lo permettono (Graeber 2018). Comunque si tratta di una circostanza negativa che, nel migliore dei casi, complica ciò che potrebbe altrimenti avere uno sviluppo completo.
5 Su questo tema Graeber ci anticipa contro la tentazione delle teorie cospiratorie, sia nel suo libro del 2018 che nel suo articolo del 2013. Anche Gorz cita il carattere autoregolativo e non premeditato - almeno in origine - di questi processi (Gorz 1995: 53).
In tutto ciò che abbiamo commentato, la nostra epoca rivela strane somiglianze con il mondo del Barocco. Come racconta José Antonio Maravall, le monarchie assolute del XVII secolo misero fine alle promesse di liberazione risvegliate dal Rinascimento per la paura di una rivolta popolare. Attualmente le politiche neoliberali hanno distrutto le aspettative create dalla social-democrazia, qualunque esse fossero. Il clima di pessimismo dominante ha poi dato luogo a temperamenti specifici: angoscia vitale, pathos esaltato, attitudini ciniche e disinganno (Maravall 2008). Oggi la razionalizzazione totale della vita, l’incertezza, l’ambiente di crisi perenne o i caratteri dei lavori attuali qui citati hanno delle conseguenze psicologiche analoghe.
La ragione illuminata mise fine al periodo barocco e al suo peculiare temperamento. Forse oggi, allo stesso modo, possiamo provocare la venuta di un «nuovo Illuminismo» (Muñoz 2013: 27). Come indica Jacobo Muñoz ciò richiederà un pensiero forte in un mondo che si basa su processi ugualmente forti. Sarà necessario un io robusto, capace di costruire narrazioni solide, durature e stabili. Non si tratta, osserva il professor Muñoz, di tornare al soggetto enfatico della modernità, un soggetto forse adatto agli impegni imperialisti, ma inopportuno nel mondo plurale di oggi. Si tratta di coltivare, di fronte alle «tecnologie della saturazione» un pensiero capace di forgiare identità autonome, di affrontare progetti a lungo termine e di metterli in pratica per avere una vita migliore. Da qui l’importanza di comprendere come le forme di lavoro del presente si oppongano alla costituzione di una soggettività forte; da qui l’importanza di scongiurare i suoi effetti per quanto possibile.
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Traduzione di Valeria Giacomoni. Articolo originale pubblicato su Libre Pensamiento n°107, estate 2021, rivista della Confederación General de Trabajo (CGT). Ringraziamo l’autore Óscar del Castillo Sánchez e la redazione della rivista per la disponibilità e la collaborazione.

