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Un nuovo regime climatico. L'antropocene e noi

Sezione: Approfondimenti
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Siamo in un’epoca caratterizzata da rapide e inedite trasformazioni degli ambienti in cui viviamo. Il sintomo più evidente di ciò è il riscaldamento climatico, ma anche la pandemia da Sars Cov-2, di cui la rivista ha trattato nel n. 1, è da leggersi nel più ampio contesto della crisi ambientale oggi in corso (Vineis e Savarino 2021). Partiamo da un concetto fondamentale: come esseri umani siamo animali dell’eccedenza. Infatti «una delle cose che ci distinguono dagli animali non umani è che questi ultimi producono solo ed esclusivamente ciò di cui hanno bisogno; gli esseri umani producono molto di più. Siamo creature dell’eccesso, ed è questo a renderci insieme la più creativa e la più distruttiva di tutte le specie». (Graeber e Wengrow 2021). Il concetto di eccedenza ha generato altri concetti tipici della natura umana, quali quello di potere e di controllo. Chi controlla le scorte prodotte in eccesso? Chi ha più potere. Per quale motivo sono scoppiate e scoppiano molte guerre? Per il controllo delle scorte.

Questa dinamica, che caratterizza gli esseri umani fin dagli albori, è aumentata in maniera esponenziale con la grande accelerazione produttiva e consumistica che si sta dispiegando dagli inizi degli anni Novanta del Novecento a oggi e alla quale si dà il nome di globalizzazione. L’essere umano globalizzato opera come agente geologico che con le sue pratiche di vita modifica l’ambiente: è l’epoca ormai nota come antropocene.

Il primo a parlare di antropocene è stato il chimico olandese Paul Crutzen in un articolo apparso su Nature dal titolo Geologia dell’umanità in cui scriveva: «Sembra appropriato assegnare il termine Antropocene all’epoca geologica presente, per molti versi dominata dall’uomo, a complemento dell’Olocene, il periodo caldo degli ultimi 10-12 millenni» (Crutzen 2002).

Inoltre, Crutzen citava cinque caratteristiche tipiche dell’antropocene. Ai fini di questo articolo è bene ricordarne due: l’attività umana ha trasformato da un terzo a metà della superficie del pianeta e l’uomo usa più della metà delle risorse accessibili di acqua sorgente al mondo.

Altre due caratteristiche tipiche di quest’epoca sono che il mondo muta con modalità che obbligano le specie a spostarsi e che muta con modalità che generano nuove barriere – strade, aree deforestate, città, fiumi deviati – che impediscono agli animali di migrare.

Rispetto all’età preindustriale la temperatura globale è oggi maggiore di 1,59°C sulla terraferma e di 0,88°C negli oceani. Questo aumento della temperatura è stato più rapido negli ultimi 50 anni di quanto avvenuto negli ultimi 2000 anni, mentre la temperatura degli oceani è aumentata più rapidamente nell’ultimo secolo che nei precedenti 11.000 (Interngovernmental Panel on Climate Change 2021). A ciò si devono aggiungere molteplici altre sofferenze che colpiscono il pianeta tra cui la deforestazione e il consumo di suolo, l’inquinamento da plastiche, l’acidificazione degli oceani, lo sfruttamento intensivo delle risorse minerarie, la produzione di scarti che sta trasformando la terra in una grande discarica globale (Armiero 2021) e quella che viene definita la sesta estinzione di massa.

Dipesh Chakrabarty, storico indiano, già una delle figure di rilievo del pensiero postcoloniale e da diversi anni impegnato nell’analisi del cambiamento climatico, lega questa distruzione direttamente all’esercizio della libertà da parte dell’essere umano. Scrive: «in nessuna delle riflessioni sulla libertà c’è mai stata la consapevolezza della potenza geologica che gli esseri umani stavano contemporaneamente acquisendo per effetto e per mezzo di processi strettamente collegati alla loro conquista della libertà» (Chakrabarty 2021). Così egli lega l’esercizio della libertà al progresso e alla devastazione ambientale che è intrinseca ad esso.

Problema di una portata tale da fare venire le vertigini e che a nostro avviso è ben riassunto dal termine antropocene. L’assunzione di tale termine potrebbe infatti indicare la gravità della situazione e la conseguente necessità di muoversi verso un cambiamento di prospettiva e di abitudini materiali, più di quanto possa fare la categoria di capitalocene utilizzata da alcuni in ambito accademico e militante. Siamo convinti infatti che la manipolazione violenta della natura da parte degli esseri umani sia tipica non solo dei sistemi capitalistici, ma sia un atteggiamento tipico anche dei regimi di tradizione comunista quali Russia e Repubblica Popolare Cinese.

La questione è così vasta da non risedere solo in un sistema economico specifico quale è il capitalismo, quanto nell’attitudine produttivista e consumista dell’essere umano moderno e occidentale, nonché nel suo considerarsi dominatore dell’ambiente circostante e degli esseri che lo popolano.

Murray Bookchin legando la dimensione ecologica a quella sociale, ha indicato una strada, difficile e tortuosa, ma che forse vale la pensa percorrere: bisogna battersi per trasformare in senso libertario e tendenzialmente egualitario i rapporti sociali e personali di dominio (Bookchin 1982).

Ma non è più «solo» l’oppressione dell’essere umano sull’essere umano a doverci riguardare. Oggi la sfida è superare l’oppressione dell’essere umano anche nei confronti degli esseri non umani e dell’ambiente e fermare così l’usura del mondo.

Noi ci rifacciamo all’idea di anarchia: assenza di comando e autorità, libertà intesa in maniera responsabile, solidale e collettiva, tensione verso l’assenza di dominio e per la diffusione più estesa possibile di potere, inteso non in senso negativo ma come possibilità (Bertolo 1983).

Tale concetto oggi non consiste più solo nel propagandare e vivere l’eliminazione dello sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano, ma anche nel riconsiderare criticamente lo stile di vita in cui siamo immersi, all’insegna del consumo forsennato, del dominio sull’ambiente e sugli esseri, e dei veleni che ne scaturiscono.

Scriviamo «siamo immersi» sottintendendo un «noi» generico. Sappiamo che ci sono differenze di status, di classe, di genere e geografiche, tra «noi». No, non siamo tutti uguali. Ma tutti, o quasi tutti, a gradi diversi, siamo accomunati dall’avere portato il mondo alla rovina aderendo alla «allucinazione della crescita continua» (Danowski e Viveiros de Castro 2017). Abbiamo tutti delle responsabilità, seppure in maniera differenziata.

Dunque, con sano realismo crediamo sia doveroso tentare di alleviare l’essere umano da questa triste situazione in cui si è cacciato, riducendo autonomamente le nostre pretese di consumo e di espansione, agendo in prima persona perché si possa imprimere un cambiamento nelle politiche economiche ed energetiche dei nostri odiati governi.

«L’ecologia, o è sociale o non è» scriveva Bookchin. Anche il nostro intento è tanto ecologico quanto sociale, poiché gli effetti del «nuovo regime climatico» si stanno facendo sentire maggiormente su chi già viveva in condizioni di vulnerabilità economica e sociale e così sarà in maniera crescente e accelerata (Latour 2020). È un dato di fatto che siano i più poveri del pianeta a subire duramente le conseguenze dei cambiamenti climatici, pur non essendone responsabili.

Il cambiamento climatico ha un impatto su metà della popolazione globale, dal momento che un abitante su due soffre gli effetti della siccità o vive in un’area «altamente vulnerabile ai cambiamenti climatici» (Interngovernmental Panel on Climate Change 2022). La nostra casa è in fiamme avvisano le attiviste e gli attivisti in difesa della Terra e i colpevoli sono i maggiori inquinatori del mondo siano essi grandi corporation o enti pubblici che, mentre si puliscono la coscienza con termini come «transizione ecologica», «transizione energetica» e «rinnovabili», continuano a finanziare l’economia fossile e a reiterare le dinamiche tipiche del sistema produttivo che ci ha condotto in questa situazione. Nel presentare il sesto rapporto del comitato intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) il segretario generale delle Nazioni Unite ha indicato la necessità di «urgenti e radicali investimenti per opere di adattamento». Noi pensiamo che oltre agli investimenti si potrebbero mettere in pratica una serie di soluzioni varie, non preconfezionate, stabilite a livello locale e regionale, che facciano leva sulla crescente consapevolezza di un approccio finalmente egualitario tra essere umano e ambiente. Capire quali possano essere e cominciare qui e ora a praticarle è compito di ognuno di noi. In altri termini «è tempo di mettere in discussione il tipo di civiltà in cui gli essere umani vogliono vivere» (Chackrabarty 2021b), ricordando che «portando all’estinzione le altre specie, il genere umano sta recidendo il ramo su cui esso stesso si posa» (Kolbert 2014). E ne siamo tutti, in varia misura, responsabili. Siamo a un bivio: o continuiamo a recidere il ramo su cui viviamo o scegliamo di svoltare partendo anche dai comportamenti individuali.

Bibliografia

  • M. AIME, A. FAVOLE, F. REMOTTI, Il mondo che avrete, UTET, Torino 2020
  • M. ARMIERO, L’era degli scarti, Einaudi, Torino 2021
  • A. BERTOLO, Potere, autorità, dominio: una proposta di definizione, “Volontà”, n. 2, 1983 (ora in Anarchici e orgogliosi di esserlo, elèuthera, Milano 2017)
  • M. BOOKCHIN, L’ecologia della libertà, eléuthera, Milano 2017
  • D. CHAKRABARTY, Clima, Storia e Capitale, Nottetempo, Milano 2021
  • D. CHAKRABARTY, La sfida del cambiamento climatico, ombrecorte, Verona 2021
  • P. CRUTZEN, Geology of mankind, «Nature» 415, 23 (2002). doi.org
  • D. DANOWSKI, E. VIVEIROS DE CASTRO, Esiste un mondo a venire?, nottetempo, Milano 2017
  • D. GRAEBER, D. WENGROW, L’alba di tutto, Rizzoli, Milano 2022
  • E. KOLBERT, La sesta estinzione, BEAT Edizioni, Milano 2014
  • IPCC, Quinto e sesto rapporto, 2021-2022 (Ipcc.ch)
  • B. LATOUR, La sfida di gaia, Meltemi, Firenze 2020
  • A. MALM, Clima, corona, capitalismo, Ponte alle Grazie, Milano 2021
  • P. VINEIS E L. SAVARINO, La salute del mondo. Ambiente, società, pandemie, Feltrinelli, Milano 2021